Pagine

giovedì 22 marzo 2012

Lettura di "Misure del timore" di Antonio Spagnuolo a cura di Nazario Pardini

Antonio Spagnuolo. Misure del timore. Kairòs edizioni. Napoli. 2012. Pp. 176. Euro 14

Recesnsione
a cura
di
Nazario Pardini

Che fine ha fatto mio padre
disperso fra le piume dell’eterno
gioco:
      è vero,
      non è vero,
o forse nudo,
senza più distogliere,
lascio scorrere il nulla quietamente,
tra notte e giorno, immaginando
l’irreparabile dubbio delle tracce,
e dell’acqua fuori fonte,
e degli spazi indiscreti ove una volta
mi stuzzicava a lampi contro il cielo,
o a quegli insonni strumenti sognatori
fra le travi e il soffitto.
Che fine ha fatto?
 Dubbi, incertezze, melanconie soffuse, reminiscenze fresche “sconsolatrici”, interrogativi, questioni umane portatrici di timori ed oltreumane irrisolte, solitudini, nostalgie vive in una poesia delicatamente intimistica che sa cercare anche il lirismo magari con rima o… assonanza: “Ed io ricordo che l’avrei cercato / in ogni verso /  purché fosse tornato” (9 da Rapinando alfabeti).  Da un dire fortemente realistico e dissacratore è facile in Spagnuolo passare a questi lampi di struggimento interiore che ti agguantano lo stomaco. Dove anche il verso si fa più mansueto per servire un canto fragilmente umano nella sua fragilità. Dal realismo crudo del guardare sapientemente le ginocchia o del penetrando il tuo ventre o del la poesia somiglia al fango / nell’impasto emorragico / di un’arteria in dissezione passare alla nostalgia di un padre che stuzzicava a lampi verso il cielo quasi è un gioco per il poeta, viste le potenziali armi verbali capaci di rivestire tanta generosità poetica.
   Mi è giunta stamani 21 marzo alle ore 11 questa gradita sorpresa: l’Antologia poetica di Antonio Spagnuolo che trae il titolo dall’ultima sezione Misure del timore. Antologia poetica dai volumi 1985 – 2010. Sono commosso. Palpo il libro, lo sfoglio, ne respiro il sapido profumo di nuovo delle pagine color crema. Poso gli occhi sul titolo: Misure del timore. Titolo che affascina, turba, eccita, e invoglia alla lettura, a capire, a concludere, anche se nella poesia le conclusioni sono sempre soggettive nella loro oggettività, sono sempre nascoste, perché ogni lettore le possa fare sue e le possa adattare alla sua sensibilità. Quindi azzardare e penetrare nella parola, per fuggire oltre la parola, con animo voglioso di legare i frammenti, i tempi, le azioni, le diacroniche successioni,  e indagare per trovare quella compattezza,  quell’unicità ispirativa, quelle pulsioni etimo-foniche e culturali che legano la produzione e determinano la poetica dell’autore.
   E la Poesia che cosa è in fin dei conti se non che il tatuaggio dell’anima? e che cosa se non che la realtà predisposta ad incidere sul nostro vivere? fino a ridursi a ancella della parola dopo la sua decantazione nell’anima? e che cosa se non che répêchage di momenti, frammenti e tempi che gridano la loro esistenza e “sgomitano” per ritornare in vita a illuminarsi di luce chiara? e che cosa se non che quella magica fusione, indispensabile teorema, fra dire e sentire, fra anima che canta e parola che suona? fusione di equilibri per il fascino della lettura? e che cosa se non che rovesciare sul foglio un’anima, che smarrita, di ritorno da un’escursione nel mondo e fra gli uomini, ritorna nuova, rifiorita, vitalmente ri/nutrita di umano e disumano, d’inconsci ritmi vitali, per donarsi a un prodotto che sottragga all’indifferenza?
   In Spagnuolo la poesia è tutto questo, nella sua pluralità d’intenti, se d’intenti si può parlare, quando l’alimento primo è la spontaneità. Spontaneità partorita da una realtà guardata, vista ed osservata nella sua microstoria con uno spirito sempre proiettato oltre i significati e i significanti, verso le invenzioni. Proprio perché la semplice parola non è mai sufficiente per un poeta ad esprimere la totalità del pensiero e Spagnuolo si affida, si deve affidare, a guizzi cromatico-allusivi, ad associazioni di unità sintagmatiche, o univerbalizzazioni, a raddoppiamenti per ultimare un percorso di grande tensione umana. Un mio vecchio professore diceva: “"Se ipoteticamente vi avventurate nella poesia, vi sconsiglio di registrare la realtà; prima vivetela, poi immaginatela, e se riaffiora, lavorateci e provate a farne poesia".  E Spagnuolo ha covato la sua  realtà in un’anima disposta, a volte, a raffinarne e a smussarne le sporgenze graffianti, altre volte ad evidenziarle queste sporgenze; il fatto sta che il suo poiein si è tradotto in  monito per tutti noi: vivere la vita come il bene più grande che ci è dato, nella sua brevità. Un bene grande, forse, proprio perché contiene la morte. (Lo si percepisce in ogni verso, e più ancora in quelli ribelli, più crudi). Ed è il suo inconscio, fattosi verso compatto ed organico, e strumento di armonie disarmoniche, che offre al poeta la possibilità di leggersi e sorprendersi.   
  E tutto è timore: timor vitae, fortunae, amoris: timore del fatto di esistere. E Spagnuolo si fa da uomo ad umano in questo gioco di inconscie ombre risalite a suscitare quei timori che nella coscienza di essere hic et nunc determinano anche l’esistenziale quesito di vivere in spazi ristretti.
   Guglie, Drappeggi, Ara, Senna… non sono solo configurazioni esterne, magiche apparizioni fenomenologiche, ma soprattutto frammenti-oggettivazioni in cui si frantuma l’anima per ritrovare la sua unità in quella coscienza di precarietà che fa da filo conduttore in tutta l’opera. Precarietà che si dilata, nella sua funzione, in solitudine esistenziale-baudelaireniana nel discorso poetico: “Nuove scene a domenica / questo si può rifare: / apro incisioni / nella mia solitudine” (Mansarde), o esige dalla rievocazione nostalgica un supporto alla sua “quietezza”: “Specchia in cortile / sapore dell’infanzia. / Una gonna tutta luce nelle stanze / sullo sfondo il candore.” (Candida).
   Umana, troppo umana la vicissitudine storica del poeta: ed è il timore, sono i suoi timori a rendere il tutto vicino a noi, in quanto fragili e soggetti al tempo,  e a fare di Spagnuolo  un essere vivente che freme, si anima, si dis/anima, si commuove, si altera, si inquieta e si acquieta senza mai abbandonare all’esondazione il suo sentimento, sempre racchiuso tra gli argini robusti della sua sintassi. Lo dimostrano i suoi versi, le sue tessiture che corrono, si frenano, si ampliano, si scorciano per tradurre in importanti significanti metrici le varietà delle emozioni. Liberismo poetico, realismo strutturale, azzardo intuitivo oltre il limen verbale; per ritornarci nuovo ed arricchito. Questo realismo pittorico-emotivo, fatto di immagini acquisite e ridate al foglio con luminosa intuizione è più evidente in Candida. Seguono 10 poesie d’amore: canzoniere erotico.sentimentale, dove il poeta chiede aiuto alla Natura, alle sue cose, alle sue vite per esprimere forza emotiva, e intensità amorosa. E la Natura interviene generosa facendo della sua pittura e dei suoi esseri l’involucro dei giochi sentimentali dell’autore: farfalla controluce, nube corrosiva, ultima sorgente, frassino dell’immagine. Amore spirituale sì, ma soprattutto fisico che si concretizza in eros dai due volti: “Nessuno mai seppe la raffica / per fiato e orchestra / tremante cataste e giochi, / o della calamita protesa / nel gusto di beccare improvvise / le tue cosce.” (3 in Dieci poesie d’amore…)
   Nei momenti di maggiore liricità affiancano versi di minore misura gli endecasillabi che come vere cascate musicali rifulgono per generosità su senari, decasillabi …: “Piovono ruggine piccole scommesse / dalle tue ciglia / fortunosa scomponi acqueforti: / la carne, la ventura, i clamori: / un ditirambo stanco di cantare. /   Leggermente stupita disegni / sillabe qualsiasi / …” (2 in Dieci poesie d’amore…).
   Ma è in Fugacità del tempo e in Misure del timore che Spagnuolo si riappropria delle sue inquietudini umane per rendere più temporale, più vero e inquietante il fatto di vivere in uno spazio ristretto di un soggiorno. La giovinezza, graffio lungo, non porta nostalgie o rimpianti, è solo un momento di un insieme destinato a finire: “Dirompe quasi a gioco un Dio perverso / dai luoghi ormai fuggiti, / bellissimo Narciso intrappolato allo spazio / che mi fu concesso tra gli uomini e le cose, / stupore e smarrimento che mi azzera. / Discorso da dimenticare / così come il graffio lungo della giovinezza.” (4 Fugacità del tempo) Dum loquimur fugerit invida aetas. Ed è il discorso del memoriale ad assumere a volte il ruolo di alcova, a volte di nirvana edenico in un mondo di convulsi pensieri, a volte di chiara percezione della fugacità della vita.
   Forse è proprio questo il leit motiv, assieme alla cura del verbo e alla ricerca delle novità etimo-foniche, di tutta l’Antologia poetica.  Ed è proprio questa percezione del vivere temporale che porta alla conclusione di Misure del timore: “Ormai poche parole inutilmente / percorrono il vermiglio sgranato, / per il sangue che ricuce i frammenti / io ho soltanto del mirto.” (Rami di mirto).
   Di tutto, in fin dei conti, non resta che un ramo di mirto, che, pur nobile pianta, simbolo di mediterraneo endemico rifugio, non è altro che piccolo arbusto (la vita) che genera timori forse senza misura, quei timori che fanno dell’uomo un essere umano, troppo umano.
   Direbbe il poeta. “La realtà e il sogno si fondono, l’uno più reale dell’altro, nella coscienza di esistere. Ĕ il timor vitae che li alimenta e ne fa un terriccio fertile per una abbondante fioritura di luminosa poesia”.    
      Poesia è vita, quindi, come vita è sogno, come vita è illusione, delusione, come vita è amore, come vita è poesia, quella parte di noi, forse, che più si avvicina all’inarrivabile. E il poeta è un uomo vivente in tutto il corso del tempo (passato, presente, futuro).
   Se Hölderlin chiede nella lirica Iperione, o l’Eremita della Grecia, al canto che sia per lui “rifugio amichevole” affinché la sua anima “non smanii…” e divenga “luogo di felicità… giardino curato con premuroso amore, /… / ove io abbia dimora / mentre di fuori con tutto il suo ondeggiare / il tempo possente … rumoreggia lontano”  Spagnuolo, nel suo inconscio, chiede al suo racconto intimo e vitale un Eden perenne, gagné coi turbamenti e i timori dell’esistenza,  dove poter vivere oltre il tempo nel giardino della poesia, perché la ama e le affida il compito foscoliano di vincere il contingente. Anche se il suo poetare, a volte estremamente realistico e crudo, ci fa pensare, come fine, più a una dissacrazione del mondo che a una poesia  vòlta a superare i limiti della nostra venuta. Superamento che accadrà, di sicuro, per il suo valore intrinseco, convalidato da innovazioni di mezzi e strumenti destinati a lunga vicissitudine letteraria.         
 Arena Metato 24/03/2012
 Nazario Pardini

Tre poesie di Sandro Angelucci commentate da poeti e critici



Poesie = Angelucci

DOVE IL LIMITE SI PERDE

Sono atomi
gangli della mia stessa carne
questi profumi
che un refolo di vento mi consegna.
Fiori di campo
erba recisa forse,
forse soltanto essenze.
Ma dentro, oltre, fino in fondo,
più in là e più sensibilmente?
Laggiù - o lassù -
dove, sfocato, il limite si perde?
Se non si può
almeno ci si provi con il cuore
ad intuire:
ci scopriremo non formati ancora
proiettati come luce nel futuro.
S’inizia a vivere
quando non c’è più nulla da capire.

(da Verticalità - Book Editore)
*

SOVVERTIMENTO

È qui
la bellezza che cerchi,
se solo la guardi
s’innalza e risplende
se canti, ti canta
se piangi, si spegne.
È qui
è il nostro riflesso fedele
nel verde,
lo specchio
che ci capovolge
nel verso corretto.
Non grida ma soffre,
non parla ma insegna.
È qui, è il principio:
la vita che nasce
e unisce le forme,
la forza, il concetto
che racchiude il segreto
che scagiona la morte
(da Il cerchio che circonda l’infinito - Book Editore)
*

MATRIOSCA

Forse il segreto
è senza un perché cantare
come adesso sta facendo il merlo
che saluta con il canto
la fine della pioggia
lo spiraglio momentaneo
dal quale, pallida,
filtra un po’ di luce.

Forse il segreto
è quello di non porsi le domande
che non possono avere una risposta
o, se ce l’hanno,
è quella che sappiamo,
che da sempre fingiamo d’ignorare.

Forse non esistono segreti
o sono così grandi
da contenersi uno dentro l’altro:
genitore-figlio, figlio-genitore
all’infinito
come un’antica, variopinta
tenera matriosca.
(da Controluce - Quaderno letterario de “Il Croco”)
*
Sandro Angelucci

Sandro Angelucci vive a Rieti dove è nato nel 1957.
Insegnante, collabora a varie riviste culturali nazionali con recensioni, note critiche e testi poetici ed è stato premiato in vari concorsi. Un suo profilo critico è inserito nel IV° Volume della “Storia della Letteratura Italiana. Il secondo Novecento” (Guido Miano Editore). Ha pubblicato le raccolte di poesia Non siamo nati ancora (2000), Il cerchio che circonda l’infinito (2005), Verticalità (2009) e, nei quaderni letterari de “Il Croco”, Appartenenza (2006) e Controluce (2009). Del suo lavoro si sono occupati importanti critici, poeti e scrittori.




  1. Scrivere di Poesia, e fare Poesia sono cose serie; non si improvvisa, se poveri di mente o di emozioni. E basta questo? No di certo. Lo scoglio più grande è forse la parola, che il poeta, come giocoliere, lavora, rintaglia, smussa, arrotonda, dilata, inventa insomma, fino a darle quel senso umano che dell'umano ha qualcosa di più. Se poi la Natura ti s'aggrappa all'anima, la fa sua, la raspisce e la trascina fra colline aspre di mare, o su montagne brillanti di neve, o su piane che non hanno limiti oltre cui si azzarda il cuore, quella Natura generosa e umanizzata te la ridona la tua anima, ma carica di sostanza e di colori che parlano di te, della tua storia. E' lei che dice tutto, e tu, silenzioso e in estasi, l'ascolti mentre proficua ti rende la sua preda.
    "Se non si può
    almeno ci si provi con il cuore
    ad intuire:
    ci scopriremo non formati ancora
    proiettati come luce nel futuro." E' tutto là il grande senso della poesia: andare oltre i confini dello spazio ristretto del soggiorno.
    Ed è quello che fa Angelucci con le sue impennate verbali, con le sue intuizioni etimo-foniche, con le sue vibrazioni interiori e con quel grande slancio estetico-linguistico vòlto a completare quell'equilibrio eternamente umano e dis/umano fra l'anima che canta e la parola che suona. Ed è proprio Angelucci a dimostrrarci che la Poesia non è uno scherzo, è proprio lui che con i mezzi umani, forse troppo umani, cerca con una vertginosa verticalità, di allungare lo sguardo oltre quei limiti che esigono l'apporto dell'anima. Se poi l'abbondanza di emozioni è sorretta e controllata da intrecci metrici di grande impatto armonico si fa esemplare il dettato poetico. E parlo dell'impiego di una saggia varietà versificatoria, che passando da misure brevi quali quinari o senari, prepara il terreno a una cascata di armonie endecasillabe, epicentri e culmini di luminosa liricità.
    "Forse il segreto
    è quello di non porsi le domande
    che non possono avere una risposta
    o, se ce l’hanno,
    è quella che sappiamo,
    che da sempre fingiamo d’ignorare"
    Direbbe il poeta: "La vita ha bisogno del sogno, come la morte ha bisogno della vita.
    Ma è proprio la morte a far sì che il sogno vada oltre l'umano per farsi sostanza, e pezzo di un cuore che vinca la sorte."

    Nazario Pardini

  2. Estimatore convinto della poesia di Sandro Angelucci, indicherei nella prima delle tre liriche sopra presentate come un "fortino", dove sono custoditi -ma nel contempo limpidamente offerti al lettore- i doni di una schietta ispirazione. E dunque parliamo di questi stessi doni. Dal punto di vista formale, innanzitutto, appare evidente a parer mio nella poesia di Angelucci un a-capo del verso di inesorabile esattezza, nel suo seguire le pulsazioni del ritmo coincidenti con il respiro dell'anima (a-capo tanto più convincente in quanto non affidato alle forme "chiuse" della nostra grande tradizione). Poeta asciutto, vigile, è Sandro Angelucci, nel suo assecondare una sorgiva predisposizione al canto: ciò mi induce a stimarlo profondamente, considerando il pigolio e l'enfasi di troppi cattivi versi nei quali sovente ci imbattiamo...richiamerei a questo punto la mirabile, discreta epifora con la quale Sandro, in DOVE IL LIMITE SI PERDE, spezza e ricuce il suo eloquio: "erba recisa forse,/ forse soltanto essenze". Eccolo, il "labor limae" sommesso ed efficace di un poeta autentico!

    Andrea Mariotti

  3. Ho avuto l'onore e il piacere di leggere i due libri di Sandro.
    L'accezione mistica che spesso li connota reputo sia altamente
    riduttiva.
    L'autore, infatti sia nel primo volume che nella silloge
    "Verticalità" porta avanti una disamina scrupolosa sulle tematiche forti che caratterizzano il nostro tempo, legandosi a concetti filosofici e a programmi poetici, che rendono i suoi lavori ben diversi dalle semplici raccolte di liriche.
    La tendenza del caro Sandro a valorizzare il mondo degli affetti , a cercare il ritorno ai valori rispecchiano il 'fanciullo' intimista... in parte pascoliano, che permea la sua arte e il suo quotidiano, ma anche l'uomo che non si arrende, che di fronte al male tiene alti la dignità e il rispetto di se stesso e del prossimo.
    La chiusa del primo componimento: "S'inizia a vivere / quando non
    c'è più nulla da capire", che a mio modesto avviso, rappresenta una lirica in se stessa, rende l'idea di quanto Sandro sia teso ad arco verso l'irrazionalità della fede, ma non la consideri la ragione delle stagioni che attraversiamo, bensì il limite ultimo per poterci definire 'vivi'. La sua ascesi mistica è un cammino in salita, irto di ostacoli, di difficoltà, è un perenne mettersi
    in discussione... Non a caso in "Verticalità" si ispira al filosofo Kirkegaard e ripercorre le tappe dell'esistenza in modo
    analitico e, a tratti, doloroso. Sandro nei suoi libri non esita a farsi male. E la grandezza dell'Artista si evince proprio dalla capacità di dare ai versi una consecutio, di crearli con stile fluido, diretto, fruibile, eppure di raro lirismo, come tessere di un grande mosaico, che racconta la pienezza e la fatica della vita.
    Sullo stile mi piace precisare che egli rifugge dalla gabbia metrica, ma impreziosisce i suoi versi di endecasillabi perfetti
    e si sottrae alla seduzione delle metafore ardite, dell'ermetismo, per arrivare come spada di luce a trafiggere le anime dei lettori... incatenandole!
    Lo ringrazio ancora e sempre per tanto Dono!

    Maria Rizzi

  4. Conosco, per averla più volte presentata, la poesia di Sandro Angelucci, ma la rilettura di questi testi mi ha dato nuove e sorprendenti emozioni. E’ ciò che accade alla vera poesia, in grado di condurre e ricondurre sempre all’alba della vita, alle sorgenti prime dell’Essere, nominando e rinominando per la prima volta il mondo. Ed è sempre il primo giorno.
    La poesia di Angelucci scaturisce dall’interno di un’onda pensante che si sbaglierebbe a confondere con un pensiero costruito nel proprio laboratorio mentale, bensì recepito nello stesso, e ciò riporta l’attenzione sui processi ispirativi propri della poesia e dell’arte in generale, senza per questo svalutare l’indispensabile lavoro (poiesis) del genio artistico.
    Ispirazione e fare artistico si pretendono reciprocamente e non si capisce come mai in sede idealistica e strutturalistica abbiano cercato di escludersi vicendevolmente, come il diavolo e l’acqua santa. In realtà stanno l’una nell’altro esattamente come l’una nell’altro stanno la materia e lo spirito, il naturale e il sovrannaturale: facce diverse della medesima medaglia. Non c’è separazione tra le due, ma solo mutamento di prospettiva (“lo specchio che ci capovolge): “Forse non esistono segreti / o sono così grandi / da contenersi l’uno dentro l’altro”.
    Superficie e profondità si coappartengono e inutilmente si cerca di dividerli, tendendo trappole all’unione. Da qui l’esortazione di Angelucci ad andare oltre la ragione: “almeno ci si provi con il cuore / ad intuire”. Non dovremmo affidarci ciecamente e totalmente alla ragione. Dove questa fallisce, dovrebbe scattare la molla di altre risorse insite nell’animo umano: “S’inizia a vivere / quando non c’è più nulla da capire” e “Forse il segreto / è quello di non porsi le domande”. Abbandonarsi all’Essere, dunque, e crescere nel mistero, anziché ostacolarlo con le isteriche e pretestuose pretese della dea ragione.


    Franco Campegiani

mercoledì 21 marzo 2012

Tre poesie di Nazario Pardini commentate da poeti e critici


Nazario Pardini

* * *
Vorrei vedere di Elena il barbaglio
sopra il suo viso chiaro, vorrei scorgere
di Elena il portamento, il femminile
incedere. Di ciò sono bramosa,
di questa libertà che provo anch’io
nel fondo del mio seno. E questo è umano,
è divino ed eccelso. Quest’amore
che strugge il mio sentire, la mia carne.
Cola sudore, un tremito mi preda,
mi faccio verde, più verde dell’erba
mi vedo, che la morte così tanto
lontana poi non pare. Ed il tuo trono
è vario e le tue trame sono subdole
Afrodite. Raggiungimi, raggiungimi.
Già un’altra volta ti giunse la mia
voce distante. Tu l’esaudisti.
Avevi messo al giogo del tuo carro
passeri lievi. Ed eri trascinata
sopra la terra bruna dal frullio
folto dell’ali. È questo il carro d’oro
che strugge la mia anima e dattorno
alita canti, suoni e incantamenti;
non di certo lo fanno i carri lidi,
o il greve stridere bronzeo dei fanti,
od il nitrire tetro delle guerre. -

(Da Il Canto di Saffo in Alla volta di Leucade, Viareggio, 1997)


Giù per i sassi

Giù per i sassi
e in mezzo alle rovine
zoppica il piede incerto e vacillante;
la mente torna
su templi e mura ardite,
su donne della Caria
di forme trasparenti,
prospicienti i fianchi.
Bianchi uccelli
stendono le ali
sopra i viali di una tarda sera
e passeri su lastre di millenni
beccano insetti su scavati solchi
da carri tusci di antenati antichi.

Vacilla il piede sopra sassi austeri
e l’animo si turba
se la vista si rivolge al cielo,
al giorno che termina la sera.

Sassi di marmo
crepuscoli di fuoco
vita leggera satura di morte:
corte le strade della nostra gente
drizzano templi
sopra verdi mari
immensi altari per i loro dèi.

(Da Le voci della sera, Firenze, 1995 )


In una immensità che ti rapina

Il mare si avvicina e si allontana,
clessidra della vita. Io sono qui,
sulla spiaggia umidiccia del mattino.
Seduto su un pattino, guardo il piano
appena increspato dall’aria frizzante
del novembre. Mi prende il largo spazio:
sono nulla e il nulla si dilegua
nel vento salmastroso dell’immenso.
Non odo più la battima né provo
sogni e tristezze in questo diluirsi
del cuore nel mio mare. Son fuscello
che si annulla nell’aria mattutina
portato sull’onda dall’ala leggera
del novembre. Forse rincaserà
l’anima mia in fuga negli abissi.
Ritornerà in prigione nel suo corpo,
riprenderà i suoi occhi per mirare
l’immensità del mare,
per pensare di nuovo che la vita
è quel fuscello breve che dimena
in un’immensità che ti rapina

(Da L’azzardo dei confini, Salerno, 2011)

7 commenti:


  1. Nazzario Pardini possiede la capacità di trasformare in poesia i piccoli eventi che ci circondano.
    Giuseppe Grasseschi


  2. Pardini ha nel cuore il gusto profondo della vita, l'amore per il mondo antico rivissuto e ricreato in una contemporaneità deprivata di ogni bieca urgenza e rozzezza, e quasi cristallizzata in idillio; ed ha, ancora, un'acuta percezione della natura che quasi sfocia in un panismo che affascina e conquista: ma con la dolente consapevolezza della precarietà di ogni cosa, sia pur riscattata in parte dall'eterno femminino che pervade i versi del poeta pisano e li ingentilisce oltre ogni dire.
    Pasquale Balestriere

  3. Ho riportato questo commento che la poetessa Maria Ebe Argenti gentilmente mi ha inviato per e-mail.

    Di Nazario Pardini, bastano pochi versi per capire quali
    emozioni e sentimenti un grande poeta riesca ad evocare.
    I suoi endecasillabi fluiscono con scioltezza, simili ad un
    rivolo d’acqua che “alita canti, suoni e incantamenti”.
    Una poesia di intimo raccoglimento, per meditare gli
    aspetti più o meno dolorosi della nostra precaria esistenza,
    “per pensare di nuovo che la vita / è quel fuscello breve
    che dimena / in un’immensità che ti rapina”.

    Maria Ebe Argenti


  4. Non si può fare altro che farsi avvolgere da quel flusso di armonie che sono i versi di Nazario Pardini. Non si può non leggerli a voce alta, perché ti entrino dentro con tutto il loro ardore fondendosi a ciò che nell'anima tua non smette mai di accendersi.
    Così ho fatto anche questa volta (ho già avuto il privilegio ed il piacere di occuparmi criticamente della sua poesia), ed ancora, questa cascata di suoni armonici, mi ha attraversato, ed io lì, sotto quella doccia di parole rigeneranti.
    Nazario ha un dono, sempre più raro al giorno d'oggi: l'umiltà d'essere poeta autentico. E - si badi - non è il solito modo di dire: in lui l'erudizione (si pensi al primo dei testi presentati, tratto da un libro di altissimo spessore, che ben conosco) si sposa, senza fanfare, con i toni appena sussurrati della voce della Natura, dando vita ad un connubio d'amore inseparabile.
    D'altro canto, basta leggere la chiusa de "In una immensità che ti rapina" per rendersi conto di quanta e quale forza metaforica si leghi alle immagini evocate "...Forse rincaserà / l'anima mia in fuga negli abissi. / Ritornerà in prigione nel suo corpo /..../ per pensare di nuovo che la vita / è quel fuscello breve che dimena / in un'immensità che ti rapina".
    Grazie, di cuore, caro Nazario.

    Sandro Angelucci

  5. Ho riportato questo commento che il poeta Umberto Vicaretti gentilmente mi ha inviato per e-mail.

    In queste tre liriche Nazario Pardini ci propone un flashback illuminante che rimanda a momenti diversi del suo itinerario artistico. Potremmo dire che esse ci presentano tre diverse stagioni della vita.
    Nella prima (“Il canto di Saffo”, tratta dalla splendida raccolta “Alla volta di Leucade”), Saffo incarna la stagione della passione e dell’amore, dell’evasione e della libertà: è l’esplosione del sentimento, l’incendio dei sensi, la corsa incontro alla luce e al sogno.
    Nella seconda, “ Giù per i sassi”, archiviato il furore dell’età giovanile, assistiamo ad una sorta di contrappasso: dal “carro d’oro” di Afrodite, librato in volo sopra la “terra bruna” dal “frullio folto dell’ali” di “passeri lievi”, il poeta è precipitato “in mezzo alle rovine” e a “sassi di marmo”, dove incede con “piede incerto e vacillante”.
    E’ la stagione del conto consuntivo, quella inquieta e dolorosa in cui “…la vista si rivolge al cielo / al giorno che termina la sera”.
    Nella terza, “In una immensità che ti rapina”, siamo come proiettati nel clima dell’ “Infinito”, e lì respiriamo tutta intera l’immensità e l’inquietudine leopardiana: stilemi e stati d’animo, la sensazione della precarietà e del nulla, l’ansia e il mistero dell’Assoluto (“… Mi prende il largo spazio: / sono nulla e il nulla si dilegua / nel vento salmastroso dell’immenso”).
    Ed è, quest’ultima, la stagione che chiude il ciclo dell’esperienza e del contingente, per approdare ad un piano altro dalla conoscenza. E, come nell’ “Infinito”, anche nella lirica di Pardini si aprono scenari in cui la finitezza dell’uomo risulta irrimediabile e terribile.
    Eppure, c’è un diverso finale di partita a differenziare l’esito delle due architetture esistenziali: infatti, a leggere in filigrana i versi di Pardini, non si fa fatica a scorgervi un respiro che abbraccia a più ampio raggio le ragioni dell’uomo: è quel filo che collega gli “antenati antichi” (non solo quelli della Tuscia e della Caria, i quali, ancorché cari al poeta, rappresentano pure semplificazioni nominalistiche) ai popoli di ogni tempo e di ogni luogo e ne accomuna il destino e le ragioni, dopo avere ancora una volta preso atto che, di fronte al mistero, non rimane che gettare il cuore oltre l’inconoscibile e, direi, kantianamente credere: “ corte le strade della nostra gente / drizzano templi / sopra verdi mari / immensi altari per i loro dèi”.

    Umberto Vicaretti.

  6. Ho riportato questo commento che il poeta Giannicola Ceccarossi gentilmente mi ha inviato per e-mail

    Caro, carissimo amico Nazario,

    tu sai bene che io non farò una recensione delle tue composizioni, perchè non è nelle mie corde. Quello che posso esprimerti è ciò che si dipana dal mio cuore, sincero e da fanciullo.
    Amico mio, è così che ti considero, le tue poesie, o meglio dire le tue LIRICHE, mi hanno sempre lasciato una profonda commozione e indiscutibili emozioni.
    I tuoi acquerelli, delicatissimi, mettono a nudo il tuo animo trasparente come “Bianchi uccelli/stendono le ali/sopra i viali di una tarda sera”; ma “il mare si avvicina e si allontana” e tu, “fuscello/che si annulla nell'aria mattutina/portato sull'onda leggera/del novembre” aspetterai quel mare “BALENANDO IN BURRASCA”.

    Un abbraccio

    Con tutta la mia stima ed amicizia

    Giannicola Ceccarossi