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lunedì 16 febbraio 2015

F. ROMBOLI E A. SAGREDO: NOTE CRITICHE SU "LEI" DI U. DE ROBERTIS


Ubaldo de Robertis

I lavori letterari di Ubaldo de Robertis rivelano un’attenzione diffusa e approfondita per la realtà naturale. Ripenso a una raccolta poetica come Diomedee (Edizioni Joker, Novi Ligure, 2008) e mi permetto, a titolo di esemplificazione preliminare e appena indicativa, una citazione ad apertura di libro, da una lirica ispirata a fertile disposizione contemplativa:

Arsa la terra, impronte sulle sterili sabbie, inerti
sulle rotte battute, deserti, sterminati.
Carovane, cammelli accovacciati,
falde profonde, vento sui palmeti,
sui lembi delle tende aperte alle brezze,
aspidi sulle dune, sciami di locuste, agguati (…)
Non sono salito per far perdere le mie tracce…
E’…che…non avevo sonno e volevo gustare
l’amore silenzioso della luna
(Piramidi, vv. 1-6 e 21-23)

Anche nel racconto Lei la natura è protagonista e un animus pascaliano sottende l’elaborazione del testo imperniato sulla sottolineatura ammirata e partecipe della vastità e varietà sterminate e soverchianti dello spettacolo naturale e altresì della perfetta, armoniosa funzionalità dell’estremamente piccolo, che ne rappresenta la componente biologica basilare, il fondamento vitale, i lucreziani primordia rerum.
La dimensione ampia e dilatata della visione è fonte della dinamica espansiva ed esplorativa che presiede in più luoghi alla scrittura, è occasione di un’esuberante accumulazione descrittiva, sulla falsariga dell’ammonimento del grande pensatore francese secondo cui se “la nostra vista si arresterà, l’immaginazione vada oltre: si stancherà di concepire prima che la natura di offrirle materia”; mentre l’osservazione dell’immensamente piccolo favorisce l’introversione critico-problematica, la concentrazione riflessiva.
L’uomo è solo parte dell’universo naturale, e nella sua vicenda storica  è apparso spesso combattuto fra l’ambizione prometeica a imporsi a esso, fra il disegno di dominio razionale e il bisogno di rientrare nella natura, attingendo da questa i principî e i valori della propria vita.
Credo che l’autore privilegi in tutta la sua opera la seconda disposizione, e nel racconto in questione focalizzi in forme di significativa densità allegorica il rapporto tra l’individualità umana – còlta nei suoi limiti di quotidianità opaca e deiettiva, di vuoto realismo utilitario e abitudinario, di veglia sterile, auto-controllata e appiattita sulle necessità dell’ “esistere”  -   e le radici generali della vitalità biologica, esaltante e autentica, che sovente si appalesa entro lo spazio liberato del sogno, aperto ai richiami dell’ “essere”.
Ricordo una considerazione di Martin Heidegger in  Essere e tempo (1927):
“Lo stato  di deiezione  presso il “mondo” equivale  all’immedesimazione  nell’esser-assieme  dominato dalla  chiacchiera, dalla curiosità  e  dall’equivoco”.
E il conte philosophique di De Robertis presenta spunti intellettualmente stimolanti in vista della ricerca di un significato non scontato, non semplicistico e ingannevole del vivere.

Floriano  Romboli 






Nota di Lettura di ANTONIO SAGREDO

Il racconto è un dislocare in un altrove quieto e benefico la "sostanza scientifica" dell'autore che non sarebbe completa senza quel desiderio dell'arte che lo assilla... la presenza della donna è delicata e materna, è quell'Eterno Femminino che il poeta Puškin inaugurò nella sua Russia e che l'apice fu raggiunto un secolo dopo da Aleksandr Blok e Pasternàk. Infatti l'autore del racconto scrive: " Ed era sempre Lei, la mia guida, capace di connettere l’insieme dei fenomeni, a mostrarmi leggi necessarie, causali, coerenti con le aspettative della mia mente".


Ma il poeta detta:

         Gli svolazzi della mia mente erano capricci di  stiletti spuntati a malincuore,
         da una accidia di laguna vedevo un puntino azzurro come tanti da Saturno
         - era la terra che miravo! – e non sapevo il suo millennio quel giorno estivo
         di lei che mi sorrise con Cassini. Quale gioia la conoscenza  che compresi

         dai miei occhi,  e come Dio fosse a sua volta una creazione della Rota,
         l’emorragia di una clessidra ai tempi della mia innocente trasparenza.
         Le contrade come una sinfonia d’infanzia in quel sarcofago: tabernacolo pinto
         da epitaffi e necrologi…  per fissare, in una partitura, gli anelli della  Storia.

                                                                                                           Antonio Sagredo -2014

Lo scrittore accomuna il sentimento a termini scientifici, quasi a pareggiare i conti nel contesto suo vivente!  Emilio Villa scrisse: " E' una lama d'assenza che ci unisce ", che è: "quel momento[in cui]avvertivo tutto il disagio nel pensare a Lei!"
Sembra la riflessione lirica parta da una digressione che allontana lo scrittore dalla Terra, perché scaturisca poi una nostalgia, e un nostos voluto contro ogni volontà estranea che lo rincorre!
  Mi fa pensare questa digressione a quelle frequenti di Lovecraft, quando squassato dai pensieri terrifici – creati dalla sua prosa fantascientifica o fantasmatica - e dalle immagini che nel suo cerebro si sono immessi e non vogliono andar via, – si rifugiava in sogni d’infanzia dove dolore e angoscia non esistono.
 E una pausa è come una tregua ad un affanno che chiede una tranquillità cosmica delle cose, una armonia prima che nel proprio spirito.... e tutto si svolge in un effimero altro mondo, indefinito carosello oscillante tra umano, scienza e fantasticheria… l’apparizione della donna, questa Sconosciuta, è un toccasana, positivo prodigio insensato più che desiderato oblio... come una salute rinvigorita da una alternanza benefica quale la può originare un simbolismo fantastico sposato ad una analisi scientifica.
 La guida di una Euridice rediviva e recidiva nell’azione del ritorno in quel liquido della maternità protettiva, e l’Orfeo che ancora una volta obbediente si fida di lei più che delle fedi offerte all’umanità da finzioni numinose: sono anch’essi, queste i figuri, sublimi finzioni che si oppongono ingloriosamente alla materia!
 E si inizia allora un viaggio a ritroso attraverso passaggi simultanei colmi di desideri e di fughe oltremarine… mi fanno pensare ai mondi di Gerard de Nerval in Aurelia o ai mondi acquatici di Bachelard o a quelli - tutto bollicine - del russo Andrej  Belyj.
La Natura-Euridice la vince sull’ Orfeo-Canto, poi che il principio senza limiti di Galileo spalanca portali di scoperta (direbbe Joyce!) non soltanto linguistici, ma è banale dire scientifici... oramai... si sa che è così... che dire altro?
 Se il poeta dichiara a piena voce IO SONO FIGLIO DELLA MIA PAROLA! Il filosofo salentino Giulio Cesare Vanini, ateo eretico, grida con lingua già recisa IO SONO FIGLIO DELLA MIA NATURA! *  E con questo pone fine al divino una volta per tutte!
E Jekyll–Hyde-Orfeo non sono che maschere, poi che alla fine chi decide è… il tempo.

Ma Il poeta detta:
                                Liberati dal Tempo resteremo infine orfani felici
                                in un dove che Padri e Figli non sapranno mai
                                che quella riva è un altro uomo, ma una fiumana immobile
                                scorre mirando del mio corpo il non agire… e poi non più.
                                                                                                                         Antonio Sagredo
(da Il ponte del suono, 2004)

E questo è il poeta che risorge non per virtù materne, ma per desiderio delle macchine che mettono fine al mito di una Euridice redentrice e salvifica poi che “Lei non era la bellezza, il bene, l’ordine”…ma rappresentativa finale di un disagio il solo pensare a Lei…dunque risultato del sogno di una scrittura che non era mai esistita… e anche quell’Orfeo che se ne ritorna con le antiche, ossessive, ansietà in una corsia qualunque di un ospedale qualsiasi.

* (dal poema Tholosae combustum – MDCXIX - 2007)


Antonio Sagredo

2 commenti:

  1. Ringrazio Floriano Romboli per l'elegante lavoro esegetico compiuto. Tra noi si è stabilito da tempo un legame di comprensione e debbo ammettere tutto a mio vantaggio. Da illustre letterato commentatore critico a semplice discepolo. Con riconoscenza, Ubaldo de Robertis

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  2. Complimenti ad Antonio Sagredo per il suo originale metodo di lettura che in qualche modo tende a oltrepassare il mio testo narrativo con aggiunte poetiche personali. E' qualcosa di più, e qualitativamente elevato, che riesce a mettere meglio in luce il mio breve racconto. Grazie.
    Ubaldo de Robertis

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