Pagine

venerdì 4 settembre 2015

N. PARDINI: LETTURA DI "NAVIGARE" DI EDDA PELLEGRINI CONTE



Edda Pellegrini Conte: Navigare. Edizioni Helicon. Arezzo. 2015. Pgg. 82 

Una fede che, sofferta e forte dentro, mantiene la rotta della navigazione


Trascorre Autunno
tutto di ruggine avvolto
come animo logorato
non più appagato.
Inquietudine
ovunque origina ed effonde.
Ottobre
la sua esistenza breve…
il grigiore è alle porte

Iniziare da questi versi incipitari significa andare a fondo, da subito, nella poetica di Edda Conte: autunno, ruggine, animo logorato, non appagato, ottobre, il grigiore. Un insieme di riferimenti emblematici che avviano il percorso di lettura verso  una plaquette fortemente intimistica, e d’intensità epigrammatica.
Navigare il titolo di questa silloge, i cui versi, di perspicua vis creativa, concretizzano immagini ed impatti emotivi rimasti a decantare in un animo fecondo di latebre meditative. Un prodromico inizio che presuppone un fiume, un mare. Presuppone una  barca zeppa di tutti i congegni per una lunga navigazione; presuppone un faro che ferisca la notte: un faro che dallo scoglio illumini quegli orizzonti tanto vasti quanto misteriosi con una scia luminosa a indicare quell’approdo che noi umani cerchiamo e simboleggiamo in questo piano azzurro. Un sentire che sa di libertà, di apertura, di spazio, di speranza, di un infinito in cui spesso smarriamo i nostri slanci contemplativi. Di una fede che, sofferta e forte dentro, mantiene la rotta della navigazione. E dire quanto l’abisso si addica alle cospirazioni intime della Conte è come rimandare il pensiero ad Alfredo Panzini che definì i poeti “simili al faro del mare”; ad una luce che rompa la notte e le  brume di un domani verso cui azzardiamo i nostri sguardi. Quali immagini più vicine alla vita, al suo scorrere, al suo dipanarsi veloce e impietoso; al miraggio ultimativo, oracolare, speranzoso che ognuno si pone. C’è in questa silloge tutto il vivere fatto di passato, presente e futuro che si fondono indissolubilmente per dare forza al logos del poièin. Un’anima tutta volta a incidere la sua vicissitudine esistenziale in versi concisi, folti, energici, apodittici che facciano delle loro misure alloritmiche lo specchio di un vissuto e di un auspicante futuro pregni di essere e di esistere. E ci si affida alle memorie: “Commiati remoti/ nell’ora vespertina del Paese/ ritorni d’infanzia/ tra il verde dei monti/ il bianco delle case/ il ponticello sul Canale/ il nespolo dell’orto…/ Un cartello scolorito/ sul sentiero tra gli ulivi/ ricorda degli avi/ l’Eterno Riposo”; “Oltre andiamo/ coltivando la mestizia dei giorni…/ Continua l’aria della sera/ a riportare voci/ che l’animo trattiene a malincuore”.
Ci si affida a un alcova che spesso fa da nirvana edenico; da ristoro alle aporie del presente, alle sottrazioni del giorno. Pur coscienti che nessuna Arte potrà mai dar vita ad una realtà sfiorita. l’Autrice sente forte questo groviglio di fatti e figure dentro sé che tanto dice di saudade, di melanconia; di quietudine ritrovata, anche: “Memorie/ immagini in negativo/ che nessun’arte al mondo/ potrà più inverare./ In questo cielo autunnale/ resta in attesa la pioggia/ sospesa/dubbiosa/ la città vuota/ come giardino spoglio”. Immagini in ansia di tornare al calore di un sole che le scaldi; immagini care e rigeneranti in un autunno che passa senza risposte alle tante perplessità, e dove i palpiti ottobrini sanno tanto di redde rationem, di conclusione, con tutto ciò che essa comporta: inquietudine del vivere, senso del limite, coscienza della precarietà del nostro esser(ci), ma anche tensione di rinascita, di epifanico volo oltre il tempo, troppo terreno, vincolante per aperture visionarie di un futuro che chiede armonie: “Un sentiero di luce/ riflesso di tramonto/ affaccia una speranza/ che in armonia si scioglie; armonie che percorrono tutta la versificazione dandole un’euritmica sonorità che rende piacevole la lettura da un lirismo che esplode in arcature e guizzi”. Tante le  iperboliche allusioni, gli incisivi guizzi di metaforicità, le creazioni di assemblaggi lessicali o di intensificazioni verbali in contenuti tesi a sottrarre la bellezza all’ingordigia del tempo. D’altronde è dell’umano cercar di rompere le nebbie del quotidiano, e il brumoso domani della vita; ed è dell’uomo, cosciente di una breve esistenza, azzardare sguardi oltre orizzonti troppo vasti per la nostra miopia; troppo ingenerosi per un’anima combattuta fra ciò che è e ciò che dovrebbe essere, fra realtà e verità: “Inviteranno le stelle/ questa sera/ dalla volta celeste ammiccando/ in classica danza./ Messaggio sublime/ nel tempo nuovo/ certezza di un ordine divino/ eterno e immutabile”.
È qui il nocciolo della silloge, il focus che sottintende  una  melanconia domata da un andamento estensivo e contrattivo avulso da contorsioni fonetiche; da sterili espedienti sperimentalistici;  ma sorretto, al contrario, da esperita sicurezza del ductus poetico, che tanto si rifà alla migliore tradizione della nostra letteratura nel controllare, con strutture ben solide, il flusso emotivo  dell’esistenza e di tutto ciò che comporta il rapporto della vicenda umana col tempo. Dacché la diatriba pascaliana del fatto di essere umani è quella che ci vuole coi piedi a terra e con l’animo volto al cielo: “L’homme c’est un milieu entre rien e tout”. Un’operazione  esistenziale che la poetessa attua mediante una scelta di combinazioni verbali e di nessi tacnico-fonici che denotano una assidua frequentazione culturale, resa spesso da endecasillabi liberi alternati a misure più brevi per dare forza empatica al nobile verso.  
Ma c’è tanto sole, tanta luce, tanta speranza spirituale, ontologica in queste composizioni; tanta natura che abbraccia l’animo di una Poetessa volta all’azzurro e alla visione di un presente che dia voce al suo sentire: “Di nuovo stupore sorride la vita/ nel fiorire del pruno/ che si accende di promesse…/ Arabesque di Primavera!/ Sul fiume solatio dei miei pensieri/ danza una zattera di loto/ naviga lontano/ verso l’ Isola-che-c’è”.
Un’opera di polisemica valenza, di plurale emotività, densa di ogni input umano, di ogni abbrivo esistenziale: gioia e dolore, tempo e non tempo, notte e giorno. Una miscellanea di contrapposizioni che dànno vigore al dipanarsi di pièces in cui la  Nostra, non di rado, va in cerca di un luogo solitario per riconciliarsi col suo spirito; per rintracciare quella parte di sé nascosta  nella poesia: “Accompagnare il Tempo/ per non sentirsi sola./ Farsi “casa”/ e chiudere fuori il mondo”.

Finché un grido leopardiano dà netto segno del vivido amore di Edda Conte per questa vicissitudine terrena che ci avvolge e sconvolge; che ci esalta e ci annulla, facendoci meditare su quei perché che assillano l’uomo, l’unico animale cosciente della morte: “Dorme il colombo sotto la grondaia/ il capo nascosto sotto l’ala/ silenzioso compagno/ inconsapevole/ testimone dell’ora che passa”. 

Nazario Pardini 

1 commento:

  1. La lettura del mio Navigare sentitamente e artisticamente fatta da Nazario Pardini è un'"opera" nell'opera. Grazie.

    RispondiElimina