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sabato 12 novembre 2016

PAOLO BASSANI RICORDA ORESTE BURRONI



Paolo Bassani, collaboratore di Lèucade


IL RACCONTO
L'AUTOSTRADA DELLA LUNA
Tratto da "Lunigiana Dantesca" n. 123, novembre 2016.


Oreste Burroni

Nel mese tradizionalmente dedicato al culto dei Morti il CLSD vuole ricordare Oreste Burroni, poeta raffinato, per anni direttore del Premio “Frate Ilaro del Corvo”. Si ripropone la Prefazione dedicata dal presidente del CLSD all’ultima edizione del suo capo-lavoro: Il Cantico della Lunigiana.

L'INVENZIONE DEL POEMA EPIGRAFICO
PER LA MAGGIOR GLORIA DELLA
LUNIGIANA STORICA

Nella mia Prefazione alla I edizione del Cantico (2009) a cui si rimanda per la proposta di una precisa collocazione dell'opera nella Storia della Letteratura Lunigianese – non avevo mancato di sottolineare che avevamo a che fare con un «poema in itinere», cioè con un’opera a cui l'Autore attenderà «finché gli sarà dato». Questa seconda edizione dell’opera, che giunge a due soli anni di distanza dalla prima, è di per sé una chiara dimostrazione di quel modesto giudizio. Si trattava, in effetti, di una facile profezia: la materia affrontata da Burroni è parsa subito tale, e tanta, da rendere addirittura naturale l'idea di future implementazioni. Viene in mente un’opera, seppur estremamente diversa nella sua natura, come Il poema del mare di Ettore Cozzani, la quale conobbe almeno quattro edizioni e con l'ultima, addirittura, si ripudiavano le altre precedenti. Non sappiamo se questo sarà anche il destino ultimo del Cantico, ma sicuramente anche questa favola bella non è finita qui.
Nell’avere dunque nuovamente l’onore di dedicare una nota al pensiero poetico di Oreste Burroni, mi conviene fare, in attesa dei nuovi sviluppi, un punto esegetico aggiornato su quelli finora raggiunti. Ebbene, rispetto alle prime considerazioni di un biennio fa, viene fatto di pensare ad un nuovo canone artistico, e precisamente a quello di un Poema moderno, tanto quest'opera appare sganciata dalle strutture e dalle simmetrie rigide della tra-dizione trascorsa. Un po' come in Musica, dove si è passati dall'unità formale della migliore tradizione operistica (e intendiamo specificamente alludere all'immenso teatro lirico wagneriano) alla recentissima avventura della cosiddetta Opera moderna (da ben distinguersi dalla stessa operetta).
Si tratta di un ordine d'idee dove qualcuno, piuttosto frettolosamente, potrebbe essere portato a pensare all'ennesima stazione di un lento, inesorabile degrado del livello artistico, ovvero ad un nuovo traguardo del supposto nichilismo imperante; ma non è affatto così: il nichilismo in Musica è la dodecafonia, non certo l'opera moderna, e in Poesia lo sarà, semmai, l'estremismo operato sulla frammentazione del verso, il ricercato “non senso fa-scinoso” (così pregno – per dirla con un Franco Battiato – di “carisma e sintomatico mistero”) o, ancora, quell'incomunicabilità (e allora, direbbe Wittgenstein: ma che parlate a fare?) di chi subisce il tempo piuttosto che cercare di crearne finalmente uno nuovo; non certo un lavoro operoso e ammirevole come il Cantico, dove continuamente sono celebrati i grandi valori tipici del neoplatonismo che fu sempre caro al grande padre Dante e dove il mantenimento (o si dovrebbe dire piuttosto: la riaffermazione?) dell'endecasillabo stacca in modo immediato l'impegno poetico dalla massa dei tanti (troppi) facili verseggiatori della nostra attualità.
Ma c'è un altro elemento, su tutti, che ci rassicura, oggi ancor di più, sul valore della fatica poetica in esame: è la quantità eccezionale dei frammenti. Come la prosa magistrale di Oscar Wilde è ricchissima di aforismi, così la generosa poesia del Cantico è strutturata in una miriade di «quadri poetici». Nella prefazione precedente scrivevo, giusto a questo proposito, che nel poema «sono decine le possibilità di estrarre […] preziosità brevi ed assolute. Si tratta di vere e proprie epigrafi, già pronte per la maggior gloria di luoghi e personaggi del nostro territorio». Di più: molti di questi monumenti virtuali sono destinati «a rimanere comunque nella memoria collettiva locale».
Pur tuttavia, qualcuno potrebbe sostenere che si tratti di un risultato imposto dal medesimo genere letterario proposto. Da qui l’opportunità di muovere una precisazione essenziale: possiamo forse definire altrettanto epigrafica la celebre ode “itinerante” di Ceccardo Dalla torre di Mulazzo, da dove il poeta spazia con lo sguardo e il Canto sull'intera Val di Magra? Certo che no. Eppure il Ceccardo fu un epigrafista di gran razza. La verità, dunque, a cui volevamo pervenire è che il Cantico rappresenta una produzione originale e diversa. La verità è che anche con Oreste Burroni ci troviamo di fronte ad un poeta autentico.
Onore a Oreste Burroni!

Mirco MANUGUERRA



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