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sabato 30 settembre 2017

PAOLO BASSANI: UN SEGNO PER L'UOMO DI OGGI E DI DOMANI"

UN SEGNO PER L’UOMO DI OGGI E DI DOMANI
Note di Paolo Bassani
 
Paolo Bassani,
collaboratore di Lèucade

       Questo è uno dei  lavori che più mi sono cari: così ammetteva Rino Mordacci davanti alla sua opera dedicata a Don Mario Scarpato. E non è difficile scoprirne la ragione.  Mordacci, come noi, è stato attratto e conquistato dalla figura di Don Mario; in più  ha saputo esprimere questo suo affetto attraverso il linguaggio elevato dell'arte.  L'immagine custodita nel cuore è germogliata nella luce: si è fatta forma per ricordare  all'uomo un uomo, al cristiano un cristiano,  al tempo una pagina di questo tempo.
       Con efficacia Mordacci è riuscito a fissare  nell'opera i caratteri più vivi di Don Scarpato: quel velo di severità che non era alterigia ma segno di un rigore morale, di una  fermezza, di una coerenza tra pensiero e  vita; quell'intelligenza acuta, aperta alla sincerità ma sempre disponibile al confronto, al dialogo; quell'umanità che, nei momenti più difficili, ha guidato Don Mario  come il Samaritano incontro alla sua  gente sofferente.
Ma Mordacci ci ricorda  soprattutto l'impegno spirituale di Don Scarpato: la stola ne è il simbolo, il sigillo  eterno. Chi ha avuto il dono di conoscere il Parroco di Pagliari, Fossamastra e San Bartolomeo, lo ritroverà nell'opera di Mordacci; chi non lo conobbe, lo conoscerà nella sua essenza umana, così come l'artista ha voluto  ricordarlo: nella pienezza della vita, del  suo impegno spirituale e sociale.
       All'uomo di oggi e di domani credente o  non credente è lasciato un segno, non  soltanto per commemorare la scomparsa di  un uomo giusto, ma per tramandarne il grande  insegnamento di civiltà.


Chi volesse approfondire la conoscenza di Don Scarpato
può farlo facilmente su Internet

Scarpato, don Mario, largo - ISR La Spezia




N. PARDINI: "IL VECCHIO"

Il vecchio                       

Ai bordi della piazza, solo, pare
dimenticato là sulla panchina
col cappello inclinato. Una comare

e un ragazzo passando lo salutano
e proseguono la via. La mattina
illumina due cani che lo fiutano.



TRILUSSA: "L'AQUILA"

Trilussa (pseudonimo  di Carlo Alberti Salustri) nacque a Roma nel 1873, e qui morì nel 1950. A diciassette anni cominciò a pubblicare i primi versi sui giornali della sua città; ma la prima raccolta, Quaranta sonetti romaneschi, apparve nel 1895. La sua fama si affermò verso  il 1907 quando al sonetto generico sostituì un tipo di favola, che avrebbe dovuto ispirarsi alle favole classiche, ma che egli invece trattò in modo originale. Fu poeta arguto, estroso e ricco di vena, con spunti impensati e saporiti che fanno sorridere anche se si senta presente la malinconia dell’autore. La più celebre delle sue raccolte è Giove e le bestie, satira sottile della società romana dei suoi tempi

L’Aquila

L’ommini so’ le bestie più ambiziose,
-disse l’Aquila all’Omo- e tu lo sai:
ma vièttene per aria e poi vedrai
come s’impiccolischeno le cose.

Le ville, li palazzi e li castelli
da lassù sai che so’? So’ giocarelli.
 L’ommini stessi, o principi o scopini,
da lassù sai che so’? Tanti puntini!

Da quell’altezza nun distingui mica
er pezzo grosso che se dà importanza:
pure un Sovrano, visto in lontananza,
diventa ciuco come una formica.

Vedi quela gran folla aridunata
davanti a quer  tribbuno che se sfiata?
E’ un comizzio, lo so: ma da lontano
so’ quattro gatti intorno a un ciarlatano

giovedì 28 settembre 2017

RICCARDO GHIDETTI: "SONETTO INEDITO"

In silenzio attraverso una fessura 
di alberi e di rametti, guardo lieto:
il cielo, delle colline le mura,
il prato secco. Sono qui, sul greto...

e con occhi sgranati siedo in cura 
di questa dolce natura, e quïeto.
Tace così la mordace paura           
del nulla, che lo spirito fa inquieto.

Scivolano i pensieri sull'eterno,
mentre mi perdo in questo glauco mare,
silvestre, che m'illude; e che m'investe

con la sì dolce aria che mi veste.       
Oh che quietare lieve e sempiterno
mi donano le fronde, a me, sì care.


Riccardo Ghidetti

MARIA RIZZI PRESENTA "ENZO TORTORA - LETTERE A FRANCESCA" DI FRANCESCA SCOPELLITI


Maria Rizzi,
collaboratrice di Lèucade

Il 10 settembre abbiamo avuto l'onore di presentare  all'Enoteca Letteraria, via Quattro Fontane, Roma, ormai ufficialmente sede del Circolo Iplac: 

il testo pubblicato da Francesca Scopelliti: "Enzo Tortora" - Lettere a Francesca. L'ex senatrice non ha potuto essere presente, in quanto il diluvio ha bloccato le linee ferroviarie, ma ci ha seguiti in skype tutta la serata. Era con noi l'avvocato Giorgio Varano, elemento di comunicazione dell'Unione Camere Penali. Giovanni Lupi, ottimo regista e autore di lungometraggi e di corti, si è prestato ancora una volta, per la realizzazione di questo documento.  

VITTORIA AGANOOR POMPILJ: "LA BELLA BIMBA"

La bella bimba

La bella bimba dai capelli neri
è là sul prato e parla e gioca al sole.
Io so quei giochi e so quelle parole;
rido quel riso e penso quei pensieri.
Son io la bimba dai capelli neri.

Ed anche io vedo una fanciulla bruna
gli occhi sognanti al ciel notturno fisi.
Quante chimere e quanti paradisi
gli occhi suoi! Te li  rammenti, o Luna,  
gli occhi febèi* della fanciulla bruna?

Ora è stanca; la penna ecco depose;
e la man preme su le ciglia nere.
Di quanti sogni e quante primavere
vide sfiorir le immacolate rose?
Ora è stanca; la penna ecco depose.

* da Febo, solari

Vittoria Aganoor Pompilj, di famiglia armena, nacque a Padova nel 1855; morì a Roma nel 1910. Discepola di Giacomo Zanella, fu poetessa delicata e feconda. Nelle sue raccolte Leggenda eterna e Nuove liriche parla spesso di sé  e del suo tormento con acutezza psicologica. Forte la suggestione che hanno esercitato su lei il mondo e la poesia dannunziana, e l’opera di alcuni scrittori stranieri come Maeterlinck, Baudelaire, Francis Jammes. La sua lirica è uno specchio fedele dell’anima femminile nell’Ottocento.

mercoledì 27 settembre 2017

OLINDO GUERRINI: "RISPETTO; IL CANTO DELL'ODIO"

Olindo Guerrini

Nacque nel 1845 a Sant’Alberto di Romagna e visse a Bologna dove morì nel 1916.

Fu bibliotecario dello Stato, e grande amico del Carducci. Da prima si ispirò al verismo di Baudelaire ed avversò il manzonismo e il neo-romanticismo, per aderire poi alla Scapigliatura affidandosi alla sincerità e alla schiettezza, liberate da ogni freno moralistico e finalizzate all’ideale dell’arte. Suscitarono scalpore i facili versi (pubblicati sotto lo pseudonimo di Lorenzo Stecchetti), ora sacrileghi, ora mordaci, ora canzonatori o parodistici, come Il canto dell'odio. Temperamento lieto e sereno, e “goditore silenzioso e sorridente”, come lo definì Benedetto Croce, scrisse negli ultimi anni di vita un manuale gastronomico


Nell’aria della sera umida e molle
era l’acuto odor de’ campi arati
e noi salimmo insiem su questo colle
mentre il grillo stridea laggiù nei prati.

L’occhio tuo di colomba era levato
quasi muta preghiera al ciel stellato;

e io che intesi quel quel che non dicevi
m’innamorai di te perché tacevi.



Il Canto dell'odio

Quando tu dormirai dimenticata
sotto la terra grassa
E la croce di Dio sarà piantata
ritta sulla tua cassa

Quando ti coleran marce le gote
entro i denti malfermi
E nelle occhiaie tue fetenti e vuote
brulicheranno i vermi

Per te quel sonno che per altri è pace
sarà strazio novello
E un rimorso verrà freddo, tenace,
a morderti il cervello.

Un rimorso acutissimo ed atroce
verrà nella tua fossa
A dispetto di Dio, della sua croce,
a rosicchiarti l'ossa.

Io sarò quel rimorso. Io te cercando
entro la notte cupa,
Lamia che fugge il dì, verrò latrando
come latra una lupa;

Io con quest'ugne scaverò la terra
per te fatta letame
E il turpe legno schioderò che serra
la tua carogna infame.

Oh, come nel tuo core ancor vermiglio
sazierò l'odio antico,
Oh, con che gioia affonderò l'artiglio
nel tuo ventre impudico!

Sul tuo putrido ventre accoccolato
io poserò in eterno,
Spettro della vendetta e del peccato,
spavento dell'inferno:

Ed all'orecchio tuo che fu sì bello
sussurrerò implacato
Detti che bruceranno il tuo cervello
come un ferro infocato.

Quando tu mi dirai: perché mi mordi
e di velen m'imbevi?
Io ti risponderò: non ti ricordi
che bei capelli avevi?

Non ti ricordi dei capelli biondi
che ti coprian le spalle
e degli occhi nerissimi, profondi,
pieni di fiamme gialle?

E delle audacie del tuo busto e della
opulenza dell'anca?
Non ti ricordi più com'eri bella,
provocatrice e bianca?

Ma non sei dunque tu che nudo il petto
agli occhi altrui porgesti
E, spumante Liscisca, entro al tuo letto
passar la via facesti?

Ma non sei tu che agli ebbri ed ai soldati
spalancasti le braccia,
Che discendesti a baci innominati
e a me ridesti in faccia?

Ed io t'amavo, ed io ti son caduto
pregando innanzi e, vedi,
quando tu mi guardavi, avrei voluto
morir sotto a' tuoi piedi.

Perché negare - a me che pur t' amavo -
uno sguardo gentile,
quando per te mi sarei fatto schiavo,
mi sarei fatto vile?

Perché m'hai detto no quando carponi
misericordia chiesi,
e sulla strada intanto i tuoi lenoni
aspettavan gl'inglesi?

Hai riso? Senti! Dal sepolcro cavo
questa tua rea carogna,
nuda la carne tua che tanto amavo
l'inchiodo sulla gogna,

E son la gogna i versi ov'io ti danno
al vituperio eterno,
a pene che rimpianger ti faranno
le pene dell'inferno.

Qui rimorir ti faccio, o maledetta,
piano a colpi di spillo,
e la vergogna tua, la mia vendetta
tra gli occhi ti sigillo.


Lorenzo Stecchetti

martedì 26 settembre 2017

PAOLO BASSANI: "RICORDO DI DON BRUNO BALDACCI"


Paolo Bassani,
collaboratore di Lèucade

DON BRUNO BALDACCI

E’ VIVO NEL RICORDO

Note di Paolo Bassani

 

 

       Io e l’amico Dino abbiamo avuto l’onore di incontrare e conoscere Don Bruno (Monsignor Bruno Baldacci), il sacerdote missionario, nel 2006 martire in Brasile, dal 1964 terra del suo apostolato.

       Gli abitanti più anziani che hanno conosciuto personalmente Don Bruno ne conservano vivo e affettuoso il ricordo. Vorremmo, tuttavia, che la sua immagine fosse nota a tutti – soprattutto alle nuove generazioni -come testimonianza e insegnamento di fede ed autentico impegno cristiano. Don Bruno è stato il primo sacerdote donato alla Chiesa dalla Parrocchia di Santa Maria del Molinello. Egli fu sempre consapevole di questo onore e della responsabilità che ciò maggiormente imponeva. Lo ricordò anche  nel 1993 quando tornò in occasione del 50° anniversario della elevazione a Parrocchia del Santuario. In quella circostanza fu stampato un elegante volume che riportava i pensieri e le testimonianze dei 50 anni della Parrocchia. In questo contesto furono pubblicate diverse lettere scritte da Don Bruno a Don Mariano Lori, il parroco d’allora. Questi scritti sono una vera e viva testimonianza della profonda spiritualità che ha animato Don Bruno; spiritualità che limpidamente traspariva sempre nel suo pensiero.

       Don bruno, più volte venne a trovarmi a casa, in occasione dei suoi brevi rientri estivi. Mi parlava con grande affetto della realtà missionaria della sua parrocchia e della sua gente in Brasile. Una volta volle portami anche un dono realizzato da un suo parrocchiano: una piccola artistica zucca splendidamente incisa (che inserisco a fine articolo). Custodisco con affetto questo ricordo, così come conservo il testo di alcune sue lettere. Vorrei proporne una che Don Bruno scrisse nel 1968, alla vigilia della sua consacrazione sacerdotale.

 

Carissimi conterranei di Molinello e Fornola,

sono figlio della vostra terra, Fabiano mi ha dato i natali.
Vicende storiche mi portarono prima al Termo, dopo a Roma e infine qui in Brasile da dove vi scrivo, ma sempre mi sono sentito unito a voi. Sì lo so, il tempo inesorabilmente passa; quelli che ieri erano i miei com­pagni di scuola e di giochi, oggi sono uomini e donne ed alcuni pure con la responsabilità d'una famiglia. È così: ieri ragazzi, oggi uomini. Ben pen­so che, nonostante tutte queste vicende storiche, molti mi ricorderanno, in modo particolare quelli di Fornola dove ho passato la maggior parte della mia permanenza in Italia. Fornola è testimone delle mie birichina­te e di tante altre cose... Siamo stati tutti ragazzi! La chiesetta di Fornola però mi è particolarmente cara. Lì infatti ricevetti la Cresima e la Prima Comu­nione e dopo mi vide seminarista. Pure i vecchi platani del Molinello sono legati a tanti miei ricordi di fanciullo e di ragazzo. Ma il tempo passa e già da quattro anni sono in Brasile.
Carissimi, perché questa mia? Dal momento che sono figlio della vostra terra, membro della vostra comunità vengo a comunicarvi che il 15 novembre alle ore 9 (11 ore italiane) sarò ordinato sacerdote. Se non sbaglio sono il primo della comunità del Molinello che abbraccia il mini­stero sacerdotale. Questo sia per voi un orgoglio e nello stesso tempo responsabilità. Uno della vostra comunità è sacerdote, uno della vostra comunità è missionario. È vero io sono qui rappresentando voi tutti, per­ciò sentitevi uniti a me. Aprite un poco i vostri orizzonti e sentitevi respon­sabili per il mondo intero, per tutti i popoli. Questo vuol dire essere mis­sionari. Quando la Chiesa mi chiamò per andare a lavorare in Brasile, dopo un poco di incertezza ho dato la mia risposta ed ora eccoci qui. Confesso non fu facile, perché lasciare la propria terra, la propria famiglia, è duro, ma la voce del Signore fu irresistibile. E ho risposto. Oggi sono qui alla vigilia dell'ordinazione sacerdotale. Sento il peso della responsabilità che sto assumendo. In un momento difficile per il mondo, in un momento dif­ficile per la Chiesa. I momenti di transizione sono i più duri e dobbiamo avere il coraggio di eliminare tutto quello che millenni di storia ci hanno attinto e che oggi non hanno più valore, ma nello stesso tempo di far atten­zione di non eliminare quei valori che sono validi per tutti i tempi. Sì, lo so che cosa voglia dire essere prete. L'uomo che rinuncia a tutto per gli altri. A volte si rinuncia quasi a tutto, ma il nostro egoismo, quello che dobbiamo eliminare, quasi sempre va con noi anche quando lasciamo... casa... famiglia... Non mi illudo: gli uomini vogliono vedere nel sacerdote l'uomo perfetto, l'uomo senza peccati... Sono pronto per essere sacerdo­te, ma voglio dirvi cosa rimango: uno di voi, con i miei difetti, i miei limiti...
Sicuro che mi accompagnerete con le vostre preghiere vi saluto tutti. Un saluto tutto particolare a quelli che furono i miei amici e amiche di scuola e di gioventù.
In attesa di rivedervi.
Don Bruno Baldacci

In suo ricordo l’Associazione Alpini di Vezzano ha voluto porre una targa presso la piccola sorgente, detta polla della Madonna, distanti pochi metri dal Santuario, cui la devozione popolare attribuiva proprietà taumaturgiche.


Anch’io ho voluto ricordarlo con una poesia

 

MARTIRIO
(a Mons. Bruno Baldacci)

A giugno ancora s’accenderanno
le candele innanzi alla Madonna
nell’antico Santuario al Molinello;
ancora s’alzeranno preghiere
e canti nel ricordo del prodigio.
Vorrei incontrarti come allora
sentire la tua parola fremere,
riaccendere nei cuori la speranza
dell’apostolo in terra di missione.
Sì, tu come l’Apostolo sei stato
testimone di fede e carità.
La tua vita agli altri hai fatto dono
seguendo ogni giorno il tuo Signore
fino all’estrema Croce del Calvario.

Paolo Bassani

 


 

lunedì 25 settembre 2017

CLAUDIO FIORENTINI: NUOVA PUNTATA DI "VISIONI DA CAPTALOONA"

Claudio Fiorentini,
collaboratore di Lèucade
In questa puntata parliamo di Franco Rizzi e del suo "1871, La Comune di Parigi", parliamo della poesia di Rina La Mesa, e salutiamo Nino Pedretti. Ci accompagna la musica di Ernesto Lecuona. Buon ascolto!

https://www.spreaker.com/user/performingradio/visioni-da-captaloona-25092017

N. PARDINI LEGGE: "PIOGGIA SU RAPALLO" DI MARCO DEI FERRARI


Marco dei Ferrari,
collaboratore di Lèucade
Col solito stile singhiozzante, Marco dei Ferrari ci descrive un giorno di pioggia a Rapallo. Tutto fugge e tutto ritorna in questa poesia; tutto si trasforma per essere più reale, ultrareale, surreale sotto la penna acuta di uno scrittore che, attraverso i congegni stilistici del suo repertorio, si affida a nessi iperbolici, stucchi di sapore barocco, cornici di fattura neoclassica, sperimenti di futuristico alone, configurazioni di potente intrusione, mediazioni di metaforicità, tocchi, suoni, echi, riverberi, luci, nebbie, univerbazioni, unità sintagmatiche, cavalcate verbali per una poesia nuova e immaginifica: gocce struccate, Cattedrale di secoli muti, venti che appaiano Confraternite, turisti che s'inchinano s'inchiudono... s'imbevono... s'aggrumano... s'assonnano..., barche di giardini, negozi parcheggiati, scrosciare di settembre su Rapallo. Tante invenzioni di neologica fattura, tante sinestesie galoppanti, tanti traslati creativi, tanti accorgimenti verbali, tante iuncturae di potente visività; ogni parte della poesia cospira a ché ignote angosce serpeggino nell’aria; si facciano anima di un autunnale visione; di un brumoso alentour in cui gli attori della storia si sfumano o si bagnano; si storcono o si annebbiano; si scoppiano o si accoppiano; si perdono o si sperdono; si ignorano o vagano; ci sono e non ci sono. Ma c’è uno spirito che ingoia, che trita e macina la realtà, zuppandola dell’attimo in cui vive; dell’attimo in cui gli si presenta, dandole fiato ed energia, umore e tristezza; confondendosi, egli stesso, fra gli  anfratti che lo assorbono e lo sentono; che lo piangono e lo bagnano, lo intridono della loro esistenza; insomma c’è un  sentire che si dà alla pagina  in moli di reti, in barche di giardini, in sfilo d'alberghi, in piazzette di mercati, in parcheggi di negozi. E piove. E scroscia settembre sulle cose, sugli uomini, sulle idee, sui fatti; gioca settembre con gocce struccate; gioca su stranieri che vagano spersi in stagioni di pioggia; su autunni che suonano violini al ritmo di piogge cadenti.

 Nazario Pardini

  
PIOGGIA su RAPALLO

Riflessi bagnati d'asfalto
incrociano semafori cromi
fra passi felpati di gocce
struccate...
s'incerchiano viuzze smarrite
brusii d'acqua ornano cristalli
in drink – clipper variopinti...
Cattedrale di secoli muti
vigila sinfonia
notturni silenzi
bianconere Confraternite
spaiate dal vento appaiate...
Cielo turbìno
scuote ignote angosce...
ignari turisti senza meta
s'inchinano s'inchiudono...
s'imbevono... s'aggrumano...
s'assonnano...
assordi fragori
per moli di reti, barche di giardini, sfilo d'alberghi,
 piazzette di mercati, parcheggi di negozi
Polipo e Castello scombinano
settembre scrosciante
su Rapallo
  

Marco dei Ferrari

domenica 24 settembre 2017

N. PARDINI LEGGE: "LE MIE STORIE DI QUARTIERE" DI PAOLO BASSANI


Paolo Bassani,
collaboratore di Lèucade

Paolo Bassani si cimenta in una nuova avventura letteraria carica di pathos e di energica humanitas. Un racconto fresco e coinvolgente in cui l’Autore narra i momenti più importanti della sua vita: dalle vicende personali, familiari, fino a quelle paesane, ambientali, comunitarie, compresi gli accadimenti che la rendono unica, sacra, da tramandare ai posteri per il suo peso civile, sociale, ma soprattutto storico, documentaristico. Le mie storie di quartiere: un titolo, che mette, fin da subito, a suo agio Bassani, dandogli la possibilità di scrivere su avvenimenti, fatti, personaggi, ambienti, situazioni di un quartiere, quello suo, dove è nato, cresciuto, vissuto; è  lì che ha accumulato memorie, facendone un serbatoio a cui attingere;  a cui restare aggrappato come ad un patrimonio esistenziale di grande portata epigrammatica. Indicativi i titoli nel diacronico succedersi dei fatti: Due parole al lettore; Primavera alla Chiappa; La mia vecchia casa; Natale, Pasqua, San Bernardo e altre feste; I giochi; Il canale; L’amicizia; Ritorno alla Chiappa;  Avanti c’è posto. Una configurazione di quadri e pennellate analitico-pittoriche che, tradotta in un dire di urgente fascino  descrittivo e narrativo, evidenzia tutti gli aspetti dell’umano vivere; dell’umano esser-ci in un contesto lirico-realistico di vivacità capassiana: ricordi, affetti, radici; insomma vita, in tutta la sua polisemica valenza, in tutto il suo dispiegarsi di contatti e sentimenti; di sogni e di illusioni; di gioie e di malinconie. Un nostos fra tempeste e bonacce alla ricerca di un faro che illumini la strada; alla ricerca di una verità  che lo scrittore in parte ha scoperta nel rapporto con gli altri; nell’impegno per il miglioramento di una società non sempre giusta e perfetta. Uno spartito, questo, che spesso è contornato da un senso di saudade; di precarietà per il tempo che passa; anche se il racconto si sviluppa su un tracciato di effettiva posività dove l’inanellamento di immagini suggerite dal memoriale sembra lottare e averla vinta sulle sottrazioni dell’oblio. “Quando seppi che il Comune della Spezia, in collaborazione con l’Aidea, aveva bandito un concorso letterario, mi affrettai per conoscere il regolamento. Il concorso che aveva come titolo “Storie di quartiere” invitava gli spezzini (in modo particolare quelli di una certa età) a scrivere, attingendo dalla loro memoria, storie di momenti vissuti (…) C’è però un’altra storia che forse non approda ai libri di testo, ma che non è per questo meno importante nella vita di una comunità. E’ il vissuto di ciascuno. Se uniamo queste testimonianze, pezzo per pezzo, come in un mosaico, possiamo avere allora una visione completa della storia di un paese. E’ bene, dunque, che queste testimonianze non si perdano, ma restino come documento per le generazioni venture. Così, grazie a quel Concorso, ho scritto le pagine della memoria che seguono e che, altrimenti, sarebbero rimaste confinate nella mia mente”. Questo l’inizio del testo da cui emergono i propositi e gli obiettivi dell’Autore: narrare, tramandare, raccontare, perché la vera storia è quella tratta dalla vita quotidiana, dalle piccole cose, dagli umili avvenimenti della gente di quartiere. Se così fosse  molte sarebbero le storie a fare da guida a giovani, sferzati da esempi di sacrifici e umiltà. D’altronde la vita è un mistero e rivelarne la portata per noi esseri mortali è cosa impensabile: “Più m’addentro nel cammino degli anni - calpestando nuvole di foglie- più m’accade di guardare indietro, al passato, quasi per ricercare nelle mie radici una risposta al mistero della vita.”. Forse è questa la condanna del nostro essere umani: esistere coi piedi a terra e con lo sguardo all’azzurro; una dualità incolmabile fra rien e tout; rendersi conto della nostra fragilità significa dare una dimensione umana alla nostra storia; ritornare, mente e anima, corpo e respiro, alla nostra casa significa mantenere in vita quella parte di noi che chiede di esistere: “Sono ormai più di quarant’anni che manco dalla Chiappa: da quando le vicende della vita mi portarono altrove. In questi anni, qualche volta sono tornato: visite fuggenti per ricercare qualcosa di allora. Ma pochi sono i segni ritrovati.  Spesso mi sono fermato davanti alle persiane della mia vecchia finestra, eternamente chiuse sul passato.”.
Un groviglio di volti e visioni, di input emotivi e nostalgie, si fanno avanti con una successione incalzante di memorie. E la scrittura segue con passo morbido e fedele un animo tutto vòlto a raccontare, a ri-vivere, e ad amare. Una parola pregna, maturata al sole e al fresco dell’albero della vita, sciolta in tante occasioni vitali:
LA SCUOLA E LA MAESTRA “I ricordi scolastici dei primi anni ci accompagnano per tutta la vita…
NATALE, PASQUA, SAN BERNARDO E LE ALTRE FESTE “Oggi, come allora, uno dei simboli più diffusi e cari della festività natalizia è, insieme al presepio, l’albero di Natale…”
I GIOCHI “I tempi del dopoguerra, cioè quelli della mia infanzia, non furono facili per le famiglie: tante erano le necessità e pochi i mezzi…”
L’AMICIZIA è stato scritto che “L’amicizia non ha un tempo definito per fiorire, ma vive oltre il tempo”.
RITORNO ALLA CHIAPPA  “Quando lessi questa frase il mio cuore si illuminò di gioia. Non ebbi alcuna esitazione: sì, avrei accettato con entusiasmo quell’insperato invito della direttrice. Finalmente, dopo cinquantasei anni, sarei tornato nella mia vecchia cara scuola elementare “Alessandro Manzoni”della Chiappa.”.
Andate e ritorni, fughe e ancoraggi, lontananze e richiami. Questo è il viaggio; a volte ci sperdiamo anche come zattere alla deriva, ma senza perdere mai il sentimento di sacralità che nutriamo per l’esistere; sapendo che la vera verità è nel nostro ritorno: “…Qui non regna il velo gelido dei marmi né il silenzio desolato della morte; non trovano dimora crisantemi recisi, opachi vasi e fiori di plastica, parole annerite dallo smog. Qui ancora pulsa l'anello della vita; mi parla la tua voce, m'allieta il tuo sorriso. Ecco la tua casa, o Madre, la mia casa: il nostro tempio della vita”.


sabato 23 settembre 2017

EMANUELE ALOISI: "UNO SCALPELLO"

Uno scalpello

Uno scalpello incide il marmo
ne estrae il suo corpo nudo
le venature della pelle
la carne anemica di un uomo
il ventre di una donna senza tempo
le pieghe di un vestito immobile.
Fa qualcos’altro
la mano che sorregge uno scalpello
fa scorrere il passato nel presente
il sangue nelle vene del futuro
un’anima nei vortici di pieghe
le lacrime di un ventre senza tempo.
Chi non comprende il senso
la sfumatura delle ombre
il brivido nell’aria delle note
non provi a levigare le parole.



venerdì 22 settembre 2017

PREMIO CAMAIORE "SILVIA VENUTI: SUCCESSO AL CAMAIORE"

La Giuria Tecnica del XXIX Premio Letterario Camaiore, composta dalla Presidentessa del Premio Rosanna Lupi e da Corrado Calabrò, Emilio Coco, Vincenzo Guarracino, Paola Lucarini, Renato Minore e Mario Santagostini, dopo attenta e approfondita valutazione dei volumi facenti parte della prima rosa di selezione dei candidati al premio 2017, ha determinato, in riunione congiunta, svoltasi in data odierna, alle ore 10:30, presso l'Hotel Capri di Lido di Camaiore, i cinque finalisti, il Camaiore Proposta Opera Prima e il Premio Internazionale e le Menzioni Speciali della Presidenza. Di altissimo prestigioso il livello dei finalisti e degli autori segnalati dalla Giuria Tecnica.
Di seguito la lista dei nomi:
Cinquina finalista XXIX Premio Camaiore
Lucetta Frisa - “Nell'intimo del mondo. Antologia 1970-2014”, Puntoacapo
Francesco Scarabicchi - “Il prato bianco”, Einaudi
Stefano Simoncelli - “Prove del diluvio” , Italic Pequod
Alberto Toni - “Il dolore” , Samuele
Silvia Venuti - “Sulla soglia della trasparenza”, Interlinea
Vincitore Camaiore Proposta “Vittorio Grotti”
Mathias Pds - “Fra il silenzio e il rumore”, Campanotto
Vincitore Premio Internazionale
Nuno Jùdice - “Formule di vita luce inesplicabile” (Portogallo), Kolibris
Premio Speciale 2017
Paolo Valesio - “Il servo rosso”, Puntoacapo
Menzione Speciale 2017
Rodolfo Di Biasio - “Mute voci mute”, Ghenomena
Luigia Sorrentino - “Inizio e fine”, Stampa
Norma Stramucci - “G. Apollinaire – Traduzione da Calligrammes”, Arcipelago Itaca