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lunedì 1 giugno 2020

SANDRO ANGELUCCI LEGGE: "NEL FRATTEMPO VIVIAMO"



Sandro Angelucci,

collaboratore di Lèucade

Sandro Angelucci legge: Nel frattempo viviamo. Guido Miano Editore. 2020


       Non è il Pardini abituale quello che emerge dalla lettura de Nel frattempo viviamo, eppure - mai come in questa occasione - si ha modo di coglierne tutta la specificità, la ‘pardinità’ (se mi si passa il termine).
       E, quando un poeta raggiunge, o meglio taglia, questo traguardo, può senz’altro dirsi che è pervenuto alla sua piena maturità (anche il prefatore, Concardi, se ne avvede laddove chiude il proprio intervento introduttivo con queste parole “[…] un poeta infine che sa anche uscire da ambienti e modi accademici per andare incontro agli uomini e condividerne il destino […]”).
       Ma iniziamo ad ascoltarli alcuni passi di questi versi nuovi e antichissimi:

La geometria che attorno
si distende
e visivo ti rende
ogni reale,
è l’insieme diviso e frammentato
di quello che compatto
era ai primordi.
L’unica voce
che unisce ogni elemento
è il momento dell’arte,
è il sesto senso
che l’anima
possiede.
È nell’anima
la stessa geometria
molecolare.
Tende ad unirsi l’anima,
a copulare,
a farsi vera
e si cerca per questo a primavera
in gemme rinascenti,
nei tormenti si cerca degli inverni,
nella vita caduca degli autunni,
nella stagione arrogante dei colori.

       È la prima delle due strofe che compongono la lirica a pag. 16 del libro, e non l’ho scelta a caso: qui si evince chiaramente il mutamento e la persistenza, sia a livello formale che contenutistico.
       Per metà il versificare è sintetico, succinto, compendioso (vi si riscontrano addirittura righi composti da una sola parola) mentre, sul finire, la prosodia si distende nell’endecasillabo (la misura prediletta dal Nostro).
       Non differentemente - come detto - a livello tematico: le novità si innestano sugli argomenti da sempre cari allo scrittore toscano: la costante attenzione riservata alle stagioni della vita e dell’uomo s’impreziosisce di elementi che fanno intendere quanto la cura rivesta un ruolo ormai determinante e fonte di ogni ulteriore riflessione.
       Nell’opera in questione, la novazione - che, tengo a ribadirlo, non modifica ma amplia la visuale - è rappresentata dall’introduzione di un aspetto, per così dire, geometrico della realtà. In altri termini: il reale, in un poeta come Nazario, è identificabile con la natura, una natura primigenia, che riporta alle origini e che, come tale, traccia anche quelle linee che vanno a comporre il disegno della nostra anima in quanto primitiva nostra sostanza.
       Un po’ come accade in alcuni giochi enigmistici, nei quali si tirano segmenti tra punti precedentemente numerati. Ecco allora fare la sua comparsa l’arte che, unendoli, ne decodifica il disegno, la “geometria molecolare” - come si è letto - attraverso un “sesto senso”, l’unico in grado di rivelare il mistero del momento creativo, anch’esso originario, congenito ed intuitivo.
       Nella chiusa del testo immediatamente successivo il tratto lineare, di cui si è appena parlato, viene espressamente citato:

E un segmento breve, un accidente
s’annulla nell’eterno divenire
della mente del giorno che non muore.

       Un “accidente”, una combinazione, qualcosa che esiste ma che è destinato a dissolversi nell’Essere universale, nel divenire. Non ha senso discettare d’eternità senza tener conto di tutti questi segmenti che, nell’unirsi incessantemente muoiono, dando così origine però alla retta che - come sappiamo - non ha né fine né principio (allo stesso modo in cui avviene per le ore, i giorni, le settimane, i mesi, gli anni..).
E i fogli di giornale con i necrologi, che servono alla contadina per incartare le uova, per non farle rompere, non hanno in questo la loro utilità? O sono più funzionali ai vivi che, senza saperlo, vi leggono la loro di morte? È meglio che restino limitati segmenti o contribuiscano alla formazione della retta?
       Sono innumerevoli gli estratti che si possono riportare e sottintendono il pensiero escatologico di questa prima sezione eponima della silloge:

Sarà solitudine,
sarà tristezza, noia,
sarà pesantezza per il bagaglio
dei ricordi che ci portiamo:
la vecchiaia!
Ma pur sempre
l’unico mezzo,
il solo, possibile mezzo
di restare più a lungo
a respirare la vita.

       La vecchiaia, come la maturità, come la giovinezza non sono che parti (segmenti) della vita. Il respiro - quello più ampio, quello che non si ferma neppure con la morte - è il suo, è quello della retta.
       Ne propongo un altro di epigrafica icasticità:

È inutile ambire all’infinito
solo con gli occhi;
anche i pidocchi
si elevano sui giganti
e guardano il cielo.

       Non si aspira a nulla, al contrario ci si rifiuta di sognare se si guarda all’infinito soltanto con gli occhi. Bisogna arrampicarsi sulla testa dei giganti - anche se si è poco più che microscopici - per sentirsi dei titani.
       Tutti gli esseri viventi hanno questa risorsa: c’è sempre una montagna da scalare e, conquistata la vetta, un’altra cima sulla quale inerpicarsi. Appartiene a chi vive il sogno, non a chi dorme.
       Sfogliata qualche altra pagina mi viene incontro un trittico  paragonabile ad una vera e propria esplosione. Si, perché in queste composizioni Pardini tira fuori l’asso dalla manica; ha uno scatto, un’impennata tipica di chi si sente indignato, “esule in terra”, circondato da guardiani “che d’ogni parte (parano) i (suoi) sogni”. E quale è la sua carta segreta? Si chiama fantasia, immaginazione. Non quella sterile, tuttavia (quello - è stato appena detto - è il sogno di chi dorme) ma quella vigile, attiva, propositiva. Quella facoltà inventiva e feconda in quanto capace di ricreare ogni giorno il mondo; come d’altro canto fa la natura, che nomina le cose come se fosse la prima volta.
       Le chiamano “bugie, utopie…” - dirà nel distico centrale del secondo testo - concludendo con una chiusa che fa riferimento all’apocalisse. Un disastro che “quando arriverà / se ne avrà pure a male”, scrive. Un’asserzione che mi trova in piena sintonia: una trasformazione radicale ed universale, volta al rinnovamento ed alla rinascita, che non potrà non essere risentita con l’uomo per la sua sempre più carente fiducia nella poesia della vita.
       La seconda sezione, Dal serio al faceto, dal sacro al profano, si discosta indubbiamente dalla prima: è come se il poeta abbia intenzione di alleggerire, di sgravarsi di un peso opprimente, vessatorio.
       Ci riesce? Non so dire fino a che punto o - meglio - a volte si, a volte no. Ciò a dimostrazione del fatto che non è poi così netta come potrebbe sembrare la distanza tra l’ironico e l’austero, tra la sacralità e la laicità. Ci sono passi aforistici, come quelli che seguono, che sono tanto disimpegnati quanto engagés.

È come un lecca lecca, sai, la vita,
finita non ti resta che lo stecco,
non te ne fai di un becco, caro mio!,
gustala bene prima che sia finita!

Oppure:

Ci avevo un amico
che diceva sempre la verità,
era un sincero incallito:
alla fine lo scoprirono

       Ad ogni modo - pur nella consapevolezza che il trascorrere degli anni ci toglie inevitabilmente gran parte dell’innocenza - compito principe della poesia è e sarà sempre quello di resistere ad ogni tentativo di asservimento, d’incarcerazione.
       Per dirla con Nazario, nel più ermetico degli scritti qui contenuti:

L’anima è come un galeotto
è sempre in procinto di fuggire. 

Sandro Angelucci


Nazario Pardini. Nel frattempo viviamo. Guido Miano Editore. Milano. 2020. Pp.124. € 12,00

4 commenti:

  1. Non ho ancora letto "Nel frattempo viviamo", ma da questa recensione di Sandro comprendo che si tratta di un vero e proprio apice nella produzione poetica di Nazario Pardini, uno dei poeti più significativi e fertili di questo particolare momento storico. Sulla scorta di questa acutissima e limpida esegesi, veniamo a sapere che il testo si divide in due parti: nella prima si affrontano temi escatologici e metafisici di grande pregnanza, come il rapporto fra Unità e Molteplicità, fra Essere e Tempo (fra "mutamento e persistenza" dice Angelucci), con soluzioni formali intriganti e innovative che non possono non stupire in un poeta maturo, ma dalla vena fresca e vivace, come Pardini. Poeta capace di sognare e di far sognare, con la folgorante precisazione che "appartiene a chi vive il sogno, non a chi dorme". Le utopie non c'entrano, e tanto meno le illusioni. Il realismo è una componente fondamentale nella poetica pardiniana, che non a caso nella seconda parte del testo si concede sorridente al gioco e al divertissement.Complimenti ad entrambi
    Franco Campegiani

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  2. IO ho letto l'Opera del 'nostro' Nazario e la lettura di Sandro mi aiuta a comprendere la differenza tra semplice, affettiva vicinanza a un Artista e capacità di esegesi della sua Silloge in ogni aspetto pregnante. Le recensioni di Poeti puri hanno un quid che noi - alludo a coloro che hanno marcato il loro territorio, comprendendo i propri limiti, come me -, non potremmo mai aggiungere. Non si tratta solo di essere critici letterari, è un plus valore che nasce dalla vicinanza delle anime nell'atto del comporre. Un bellissimo miracolo. Questa pagina regala un doppio gioco di magia: si comprendono gli aspetti di Nazario contenuti in quest'Opera, che lungi dall'essere atipica, contiene tutta 'la specificità' - uso il termine di Sandro -, dell'Autore e si assiste all'ennesima apertura d'ali del suo amico - Poeta. Quest'ultimo non si limita a leggerlo, lo rivela al mondo. Li ringrazio entrambi e li abbraccio forte!

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  3. Sono in perfetto accordo con Maria che ha sottolineato la grande professionalità di Sandro non solo come Poeta ma anche come critico letterario. In quest'ultima veste, a mio avviso, raggiunge vette altissime proprio perché spiega, "traduce", rivela un testo o una silloge poetica con una semplicità che è un grande valore aggiunto. Ci si rispecchia nell' opera pur non avendola letta. Congratulazioni sincere e un grande abbraccio. Loredana

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  4. Ringrazio di cuore i tre amici carissimi che fedelmente mi seguono sulle pagine del blog. Ciascuno a suo modo dà la propria lettura e, soprattutto, esprime - accanto al piacere di farlo - il valore della partecipazione umana: elemento, quest'ultimo, indifferibile in letteratura come in ogni altro genere artistico.

    Sandro Angelucci

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