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venerdì 20 novembre 2020

PASQUALE BALESTRIERE: "RICORDO DI UMBERTO CERIO"


UMBERTO CERIO,
COLLABORATIORE DI LEUCADE

RICORDO DI UMBERTO CERIO

di Pasquale Balestriere

Pasquale Balestriere,
collaboratotre di Lèucade

L’uomo e lo scrittore

La sera del 10 febbraio di quest’ anno, che s’avvia al suo epilogo,  partiva per il suo ultimo viaggio il carissimo,  fraterno Amico Umberto Cerio.  Scrivere di lui genera in me una intensa emozione, una commozione straordinaria; perché Umberto è stato uomo di profonda, cólta e gentile umanità che ha permeato, in varie forme, ogni aspetto della sua personalità e della sua vita; e perché io e lui abbiamo parlato tanto e  ci siamo confrontati così a lungo - in un lasso di tempo relativamente breve -  che adesso mi risulta difficile e doloroso disabituarmi a quelle chiacchierate telefoniche che spesso scavalcavano l’ora.

 L’avevo conosciuto al premio di poesia “Città di Quarrata”, in occasione della cerimonia conclusiva. Non tanto tempo fa, se era il 20 ottobre 2013. Sulla terza di copertina del libretto che contiene le poesie  premiate e segnalate in quel Concorso e che conservo con cura è ancora annotata la sua mail, seguita dai recapiti telefonici. E ricordo che quella giornata riservò al Nostro un’amara sorpresa, quando gli capitò di leggere, tra le poesie segnalate, una lirica di una nota plagiatrice che aveva attinto molti versi, oltre al titolo, da un suo poemetto. Rimase molto turbato il buon Umberto; e mi confidò di sentirsi come chi si era appena accorto che qualcuno gli aveva sfilato il portafogli dalla tasca. Ma ben presto si riprese e tornò gioviale come sempre capitava - a lui che era tendenzialmente un timido-  quando si trovava nel contesto giusto.

Neppure sette anni è durata la nostra amicizia. Ma è stato un gran tempo di scambi affettivi, culturali, poetici; di discussioni e di approfondimenti sui più svariati argomenti, dai quali mi appariva tutta intera la dimensione del professore e del poeta, dello studioso e del politico che per lungo tempo aveva servito il suo paese, mettendo in quest’attività onestà, passione e competenza.

Umberto era nato a Larino, in Molise, il 2 giugno 1938. Laureatosi in Filosofia all’Università di Urbino, aveva insegnato Materie letterarie e Latino nei Licei.  Vincitore di numerosi premi e riconoscimenti in concorsi letterari, inserito in parecchie antologie e storie letterarie del Novecento, è stato autore delle seguenti opere di poesia:”Metamorfosi” (1971),” Arcipelago”  (2002), “Dialogoi” (2004), “Oltre il mare” (2005), “Il gabbiano bianco” (2006), “Il mio exodus” (2006), “Solitudini” (2009), “Diario del prima” (2011), “La luce o del gioco delle memorie” (2016), oltre che di saggi e di una curatela, in edizione scolastica, di “Epistolario collettivo” di Gian Luigi Piccioli (2003). Attualmente è in corso di pubblicazione l’ultima silloge approntata per la stampa dall’Amico Umberto, il cui titolo “Il poeta non muore” sembra assumere funzione di presagio e di profezia.

Un uomo buono, Umberto, con tanti pregi; in primis, nobiltà d’animo, onestà, gentilezza e discrezione. E con una cultura di grande spessore. E un cuore da Poeta.

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Il Poeta

Ma è il momento di trattare del Poeta. A questo scopo ho chiesto ad alcuni amici poeti che l’hanno conosciuto di portare la loro testimonianza.

Ecco la testimonianza di Nazario Pardini, il “padrone di casa”, che si esprime su “Il gabbiano Bianco” (le liriche a cui Pardini rimanda con le sue citazioni si possono leggere in fondo al post).

Per Umberto Cerio e il suo “gabbiano bianco”

Poesie di una tale intensità umana che si fanno tue; che vorresti averle scritte tu perché c’è il gabbiano bianco, c’è il mare, la lontananza, il brivido che ti lascia addosso il verso pulito, armonioso, fluente, denso, zeppo di simbologie che tornano a dirti della precarietà dell’uomo, della fugacità del tempo, di quella temperata e mai eccessiva nota di saudade che ingentilisce il tutto. Insomma perché ci sei tu, ci siamo tutti. Sì, qui si vola; si vola come i gabbiani baudelairiani,  perché non siamo fatti per stare a terra; a terra si brancola, si dimena ridicolamente: il poeta vuole il cielo, la luce, l’amore, la vita; vuole la libertà; l’attuazione del  sogno di una storia:    “… Ora tace deserta la marina./ L’ombra si allunga e vibra/ piena di una dolcezza atroce,/ acre adduce le tracce di silenzi/che avevano parole/ di remote memorie e di futuro.”. Tace la marina ora che il gabbiano bianco ha spiegato le ali vero orizzonti nebbiosi.  Ma Cerio non vive di semplice nostalgia; può seguire con la fantasia il suo gabbiano, anche se l’immagine si confonde con la bruma:  “…Nel vento continuo ad inseguire/il mio gabbiano bianco/ che vola nella luce della vita.”. Una poesia farcita di metaforici allunghi allusivi, di scaglie lucenti di mare, di ombre vaganti di sera, come lo è il percorso di un’intera esistenza; e si sa che quanto più una storia prolunga la sua traccia, tanto più cospicue sono le memorie che si lascia dietro; forse sono proprio quelle ad allungarne il tragitto. Basta ricuperarle, fattesi nuove, vestite di soffice gentilezza, di amorosi sensi, di brividi memoriali.  Basta che il gabbiano bianco non ci abbandoni e che ci permetta di seguirlo nei suoi volteggi, anche se la vita ci vuole a terra senza ali: “… E’ il mio gabbiano bianco/ che prende il mio posto/ e scambia il mio cuore col suo./ E la notte non è più buia./ / Mi sei entrato nell’anima/ e mi hai placato inquietudini,/ oscuri abissi scavati nel cuore.”, basta che scambi il suo cuore col nostro, che ci entri nell’anima, perché la notte non sia più buia. Basta che la voglia di vivere sia lucente come il dorso di quel gabbiano trafitto dai raggi del sole: amore, memoria, maturazione, riflessioni, cotidie morimur, sogni, volo, e quesiti che si mangiano risposte. E spero che Umberto voli alto come il suo gabbiano.

                                                                                                    Nazario Pardini

 

Ecco ora la testimonianza di Giuseppe Napolitano, poeta e scrittore formiano.

 

 signore della parola

“Si è fatta nostalgia la sua mancanza, e nobile vive il suo ricordo” 

Un “signore” della parola: così voglio ricordare Umberto Cerio. Per la sua eleganza e la padronanza nell’uso dell’espressione poetica (ma pure per il suo misurato eloquio, l’acume nel pensare e l’arguzia nel dire), per il garbo consapevole delle abilità e delle possibilità della sua cifra letteraria, sempre al servizio di un “modus” diventato abitudine di vita.

L’ho conosciuto (nel 2010) in occasione di un incontro poetico alle Isole Tremiti, “La nave dei poeti”, e l’ho poi frequentato per diversi anni – fino all’anno prima della morte, quando era già segnato e provato dal male, ma forte nel sopportarne le conseguenze – avendo modo di ascoltarlo e di leggerlo, insieme al gruppo dei “poeti extravaganti” (così ci volemmo chiamare, poiché provenienti da varie contrade, ma vagabondi senza confini, in cerca di compagnia, condivisione, comunione). E la sua compagnia è di quelle che arricchiscono, che danno un senso a quel che si fa, per la sua profonda umanità, la cultura che faceva trasparire senza arroganza ma non senza una giusta dose di presunzione, quando serviva a smorzare o tacitare la ingiustificata presunzione degli altri.

Signore delle parole, ho detto, poiché di lui ho colto subito e apprezzato nel tempo la continua tensione verbale dei suoi testi poetici, intrisi di ben possedute reminiscenze storico-mitologiche – mediate però dall’accorta dinamica dei suoi sentimenti – e al tempo stesso attenti al reale, al sociale, al quotidiano. Un esempio può bastare: la rilettura, attualizzata, della figura di Antigone, un canto all’etica della persona, alla libertà di scelte a prezzo della propria vita, uno squarcio doloroso nel velo delle circostanze e della convenienza.

La poesia di Umberto Cerio è una trama densa e leggera: nella tessitura dei temi e nella loro cantabile liricità. Ho avuto il piacere di presentare (e pubblicare in una collana da me diretta) uno dei suoi rari libri: Diario del prima, sintesi di quello che si può dire della sua poetica – la formazione classica e la natura di meridionale illuminato, la missione docente e l’attenzione alla “polis”. Signore, Umberto, è stato anche nel moderarsi, nel non voler mostrarsi troppo, pur avendo materiali poetici in abbondanza per comporre sillogi e proporle alla stampa. Ha voluto invece darsi soltanto quando è stato davvero convinto dell’opportunità – o magari di una interiore necessità – di manifestare il suo pensiero.

Ecco infine perché il ritratto che mi rimane di lui, dell’amico purtroppo così poco frequentato, è quello della bontà d’animo, della sintonia e della complicità intellettuale, del reciproco rispetto e dell’affetto che ci ha legati. A distanza, ma collaboratori – quando è capitato – convinti di operare insieme per quella che abbiamo entrambi ritenuto non solo uno svago dei sentimenti, non solo un esercizio di stile, ma la nostra discreta e inalienabile signora: la poesia.

Giuseppe Napolitano

 

Ed ora il pensiero critico di Umberto Vicaretti, autore ben noto a questo blog, che riguarda due poemetti di Umberto Cerio.

Su “Arianna

In questa sua preziosa rivisitazione del mito, l’io poetico di Umberto Cerio, impaziente e ansioso, dubbioso e implorante, supplice e disperante, reclama una promessa d’amore che, se accordata, potrà finalmente liberare la vitale energia di un’anima. È quell’io in cerca, a un tempo, anche di una redenzione e di un riscatto dal dolore e dal buio. Ma attenzione: qui Cerio non cerca una soluzione individuale o personale alla disillusione e alla mancanza d’amore, in quanto il dramma della precarietà e dell'abbandono, del tradimento e dell'inganno, non riguarda solo Arianna o, come in questo caso, un suo alter ego, catapultato come per metempsicosi nel nostro millennio; qui il dramma riguarda, per estensione, l’umanità intera. Ed è questa la chiave di lettura dell'Arianna di Umberto Cerio, il focus della sua riscoperta del mito: solo la promessa d’amore può garantire, ad ogni umano tradito e abbandonato, una via di fuga dal labirinto della solitudine per nuovamente riassaporare la pienezza della vita. È questo il dono inestimabile che il mito, stavolta attraverso le rotte della luce del “filo di Arianna”, ha consegnato per sempre al sentimento e alla poesia. Ancora una volta Umberto Cerio, magistralmente rielaborando e reinventando quella classicità a lui così cara, ci regala versi e immagini di indiscutibile bellezza e profondità, come peraltro puntualmente hanno evidenziato, con la consueta, inarrivabile bravura, Pasquale Balestriere e Nazario Pardini.

Su “Terra”

È un canto davvero appassionato quello che Umberto Cerio innalza alla sua terra, un omaggio che reca anche un’accorata richiesta “Tu portami l’erba nuova della tua sacra fonte, / i profumi della tua notte, / il respiro del tuo geranio rosso”. Un canto/preghiera che ripercorre trepidante le vie della memoria, fino a risalire a quel luogo indimenticato degli affetti che per primo vide e ascoltò “i flebili lamenti del bambino / ancora mezzo addormentato / nella sua culla di abete”. Era quella la terra primigenia delle “marine azzurre”, dei “nidi di allodole sui platani” e di “sinfonie di cetre e flauti”. Era la terra promessa, vagheggiato edenico giardino di “alberi / di limoni d’acanto e di salici”. 

Ma ben presto l’elegia si dissolve, oltrepassa i confini di quello splendente ‘topos’ dell’anima e si fa canto universale per abbracciare i più vasti confini di un’altra Terra, quella che tutti ci accoglie, il luogo dilatato dove “i lampi delle tempeste” e “i silenziosi giri delle lune / l’astronave della solitudine” rompono l’incantesimo, tracciando un solco profondo tra desiderio e realtà. Il poeta si mette così in ascolto e può distintamente sentire “l’urlo dell’uomo ferito”, registrare l’inquietante “fascino degli abissi marini / dove è bandita ogni pietà”. Il suo canto, perciò, ora diventa grido e denuncia per “il sacro sangue / sparso su pietre della Palestina / … / nelle moschee d’Israele, / negli arsi deserti iracheni”; ora si eleva a meditare sul mistero del vivere e dell’umana avventura: “Segnami i tuoi confini, e i miei, / il dramma e il canto dell’Occidente, / nel greve andare del mio tempo / in questo regredire della storia, / assurda incognita dell’esistenza”; si fa infine rassegnato specchio del vero: “Ora non c’è altra elegia /che l’atra somma dei dolori /accumulati nelle guerre / dove ci sono fiumi da riempire /del sangue, ancora, dei diseredati. / Ora non c’è più inno / che per l’avventura della speranza”. Preso atto della planetaria diffusione del male, sembrerebbe preclusa ogni via di scampo. Unica ancora di salvezza è allora, per il poeta, tornare alla sua terra e a lei, benché “musa infedele”, levare nuovamente il suo canto; a lei chiedere (sorta di risarcimento morale per le promesse non mantenute) “il delirio del paesaggio stellare” e “la chioma di Berenice”, il “girasole” e “la festa della luce”; e poi ancora “del mirto un ramoscello” e “le parole dei poeti”. Sì, le parole dei poeti. Perché solo le parole dei poeti possono vincere la solitudine, esorcizzare il male, riaccendere il sogno. E le parole di un poeta come Umberto Cerio hanno davvero questo potere, perché esse possiedono il raro dono della luce, la forza straordinaria e redentrice del ‘logos’.

                                                                                                      Umberto Vicaretti

 

Ora spazio al ricordo di Umberto Cerio stilato da Franco Campegiani, anche lui collaboratore assiduo di questo blog

 

Conobbi Umberto Cerio nel 2015 presso l’Università Pontificia Salesiana di Roma, in occasione dell'assegnazione della Laurea Apollinaris Poetica a Pasquale Balestriere. Avevo letto, nel blog Alla volta di Leucade, alcuni suoi scritti, sia di ordine poetico che critico, ma in quella circostanza ebbi l'opportunità di conoscerlo dal vivo, anche sotto il profilo umano. Un nobiluomo d'oggi giunto dal passato: definizione che si attagliava splendidamente al caso. Avevo pensato molto spesso che i tempi cambiano senza cambiare mai, e che, sebbene mutino le condizioni storiche, la contemporaneità (qualsiasi contemporaneità) non è poi mai molto diversa dal passato.

Mi accorsi che era proprio questa la sua convinzione. Così, frequentandolo, mi capitò di fargli osservare che, in virtù di ciò, noi non dovremmo più di tanto pensare al passato. L'humanitas è sempre humanitas, mai identificabile, ma sempre identificabile (paradossalmente) con un tempo ed un luogo particolari. E compresi che, se la sua formazione classica lo spingeva a fissare lo sguardo su personaggi e fatti canonizzati, ciò non significava che quelli fossero "superati". La vera tradizione è viva, non mummificata. Il mito non risiede nella storia, ma nella nostra patria interiore più profonda, dove l'individuale si fonde con l'universale.

Ha scritto Cerio: "I miti sono la nostra personale verità, intoccabile, i nostri riferimenti mentali e spirituali, in altre parole i nostri archetipi, che vivono dentro di noi e ci nutrono, che fanno la storia della nostra anima e della nostra cultura". L'illo tempore del mito non è un tempo storico, ma un attimo eterno, perennemente attuale. Sta qui la contemporaneità del mito da lui superbamente cantata in poemetti esemplari. E riusciva anche ad innovare, suggerendo spesso qualche inedita versione. Come ad esempio in "Io Orfeo" (2017), una fascinosa e poetica rivisitazione del mito orfico, creata sotto lo stimolo di una dolorosissima vicenda personale: un rischioso e delicato intervento chirurgico al cuore.

Quale innovazione? questa: dove Orfeo perde Euridice, tornando dagli Inferi, il Nostro, al contrario, la ritrova. Dove il primo torna sconfitto dall'Ade, sapendo di avere lasciato là la sua vera vita, il Nostro, nel tornare dalle tenebre, trova invece Euridice ad attenderlo, con tutto quello che metaforicamente ciò può comportare. Non credo sia una differenza di poco conto. Il canto di Cerio è catartico, quello di Orfeo è disperato. Dove il mitico cantore non riesce a guarire dalle malattie del cuore, Umberto invece, liberato da quelle pastoie, restituisce al cuore la rigenerazione di battiti incorruttibili e la bellezza di emozioni purificate.

Un poeta parla sempre e comunque di miti. Il fatto che prenda spunto dai miti classici, non significa che ne parli da antropologo, da studioso e classificatore di miti. E ha ragione Balestriere nel dire che il poeta molisano, pur "prevalentemente attratto" dal mito classico", risulta "affascinato soprattutto da un mito che ingloba tutti i miti, antichi e moderni: il mito della vita". Per questo riesce ad innovare, giungendo superbamente a parlare, ad esempio, di un'"Arianna di oggi" che un destino avverso priva della possibilità di amare, gettandola sull'isola (di se stessa?) e condannandola a una solitudine estrema. Poemetto struggente, "Arianna" (2019), con versi che rapiscono e fanno molto riflettere sulla condizione umana.

Condizione sempre oscillante tra fragilità e invulnerabilità, tra forza e precarietà, in un bifrontismo che rivela la radice unitaria della vita e della morte, della gioia e del dolore, delle luci e delle tenebre. Ma soprattutto dell'umano e del divino. Interessante, al riguardo, il poemetto che s'intitola "Prometeo" (2016), dove addirittura si ribalta, a me sembra, il ruolo di antagonista del divino tradizionalmente assegnato al Titano, in favore di una riconciliazione tra le due sfere: "Mi hai donato umanità profonda. / Donami una scintilla, / ancora, ch'io possa scaldare il cuore / ... / E donami certezze / mentre risali in un Olimpo umano".

                                                                                                     Franco Campegiani


Infine il mio contributo

 

È proprio vero: rampolla dall’immediatezza della  vita reale, con il suo carico di gioie e di dolori, la poesia di Umberto Cerio; proprio come il diamante emerge dalla cava penombra della miniera. E tuttavia dalla realtà si affranca; se ne solleva, depurandosi del torbido e delle scorie dell’hic et nunc  e cercando una dimensione spirituale dove più serenamente la riflessione si fonde con la memoria, il pensiero con gli affetti, in una recuperata misura di saggezza, in un perseguito desiderio di pace, in un cercato e realizzato equilibrio creativo.  È in questo spandersi nella vita, saggiandone e suggendone i fermenti più  intensi e talvolta inquietanti, per poi elevarsene, ma  portandosene echi e sentori e collocandoli nell’ atmosfera della memoria e del canto,   che risiede l’essenza artistica del nostro poeta. Che canta la luce: scoperta, inseguita, afferrata, posseduta,  perduta, ritrovata, di nuovo persa. Ma sempre risorgente in quella continua corsa a ostacoli che è la vita. Si tratta quindi di un attingimento provvisorio, di un possesso mai perenne: come tutto ciò che appartiene alla vita, come la vita stessa. Perché la luce e il buio come la vita e la morte sono complementari, proprio come  facce di una  stessa medaglia.                                         

E devo dire anche che ha il mito nel cuore Umberto Cerio: un mito che si alimenta non di sterili fantasie, ma di solida realtà, e quindi si riverbera e trova conferme nella nostra quotidianità o da questa si diparte, fino a diventare archetipo della condizione umana di sempre; un mito che trama fittamente la poesia del Nostro (che peraltro testardamente è volto alla ricerca di analogie e di risposte per giungere alla radice delle cose, cioè alla “luce” rivelatrice), rendendola ancora più compatta e unitaria e che le dà colore e calore.   Così il mito, qui,  ha sempre valore paradigmatico e, insieme, sintagmatico, giacché il poeta  intesse legami, e anzi costruisce ponti, tra l’antico e il moderno e viceversa, ben consapevole dell’immutabilità della natura umana, che trova in affetti e istinti i canali, i modi e   le forme per manifestarsi; sicché il mito abita, indifferentemente, nel passato e nel presente, vive  -in situazione di latenza-  in tutti gli uomini. Potenzialmente tutti possono incarnare un mito. In realtà solo chi ha consapevolezza di sé ne può attivare la vita, in un processo di affinamento culturale e morale, in un perseverato tentativo di migliorare se stesso e la società di cui fa parte.

Umberto Cerio ha fatto quello che fanno i poeti: ha vissuto a braccetto con la poesia, in alternanza di gioie e dolori, ma sempre in intimo colloquio con essa. Perciò i versi del poeta molisano sono così pregni di humanitas che in ognuno di essi  si coglie con estrema perspicuità  la partecipe e sofferta presenza dell’io poetante, che sceglie il registro del cuore profondo e vi intinge la penna.


Pasquale Balestriere


Per concludere

Da tempo intendevo tracciare un ricordo di Umberto Cerio coinvolgendo, come ho già detto,  alcuni amici comuni. Alla mia richiesta, proprio per l’affetto che nutrivano nei suoi confronti, essi si sono dichiarati immediatamente disponibili. E credo di parlare a nome di tutti loro se dico che il nostro desiderio è stato, e continua ad essere, quello di dare del nostro Amico un’immagine non vaga né effimera; e, insieme, di testimoniargli il nostro affetto. E di mantenere viva, per quel che possiamo, la sua memoria. Per questo, quando uscirà il suo libro, Umberto Cerio sarà ancora con noi. Qui, su questo blog.

Infine, una preghiera: chiunque abbia conosciuto il Nostro, in qualsiasi modo e forma,  è pregato di lasciare una sua testimonianza, che credo sarà gradita alla  Vedova, Signora Clementina, la quale segue il nostro blog.

E ora, Umberto,  Amico carissimo, ave atque vale!

                                                                                        Pasquale Balestriere

 

IL GABBIANO BIANCO

 

     Non ho mai sognato la Sfinge

ed il deserto delle Piramidi;

il mio cuore le indovina ardenti,

nella sabbia segnata dai cammelli.

Altro è il mio sogno lungo:

Forse è quel gabbiano bianco che fugge

e assapora la salsedine

dell’aria in volo e in tuffi folli l’acqua

che cela la sua preda disperata.

 

     Certo è quel gabbiano bianco,

che seguivi con uno sguardo d’ansia

con dolore indecifrabile.

Certo, certo era quel gabbiano bianco

che tornava stanco di vento

-come il mio cuore- al tuo balcone.

 

     Ora tace deserta la marina.

L’ombra si allunga e vibra

piena di una dolcezza atroce,

acre adduce le tracce di silenzi

che avevano parole

di remote memorie e di futuro.

 

E perde il senso il tempo dell’attesa.

 

Edita  -2006- settembre

 

IL RITORNO DEL GABBIANO BIANCO

 

    I silenzi di questi vecchi templi

diroccati dal tempo

hanno parole di antichi Dei

che si muovono –ombra tra le ombre-

e lasciano profumo di ambrosia.

Di poco lontano il mare

altre ombre disegna.

Sono quelle dei gabbiani in volo.

 

   E ancora

ancora il mio gabbiano bianco

con ali di salsedine odorosa

e d’improvviso appare il volo

dall’ombra silenziosa

grave di sogni e di anni lunghi,

ancora stanco di cielo ventoso

che cerca, come il mio cuore in ansia,

la tua casa e il tuo balcone.

 

   Ahimè le storie sono lunghe

a raccontare e rapide a finire

ed io, segreto e silenzioso,

dentro mi porto lente le ferite.

E tu scandisci, nell’attesa,

- terribili stille del tempo-

sacro il tuo dolore d’anima

all’andare di quelle ombre

che lasciano fascinosi i silenzi

scarni ed ebbri i vuoti

tra colonne ed are in frantumi.

 

     Nel vento continuo ad inseguire

il mio gabbiano bianco

che vola nella luce della vita.

 

Inedita  -2018- marzo                          

 

ANCORA IL MIO GABBIANO

 

     Ed ecco di nuovo il mio gabbiano

stanco di volo e di mare in tempesta

che torna sul suo scoglio

grave di terra scagliosa e di pietre

inospitale arida e selvaggia.

E’ la nostra terra che chiama

nelle sere degli ultimi colpi

d’ali che non sanno parole,

che non  hanno illusioni né sogni.

Ed il cuore sbalza nell’altalena

della giostra furiosa

sui sentieri dei cavalli del Sole.

Tutto in un pugno sacro e folle

e la vita che sorge

prepotente come schiocco di frusta.

E intanto che gli urli delle onde

del mare si trasformano in canto

di coro greco sullo scoglio “vedo”

il mio bianco gabbiano diventare

Perdice fatto immortale dal  “volo”.

O vaneggia la mia mente stanca?

Ma io so che è il mio gabbiano bianco

che prende forma di pensiero

e diventa il sacro corifeo

che buie sventure canta al mondo

e grida la sua folle ira

per l’esilio della notte immensa.

E’ il mio gabbiano bianco

che prende il mio posto

e scambia il mio cuore col suo.

E la notte non è più buia.

 

     Mi sei entrato nell’anima

e mi hai placato inquietudini,

oscuri abissi scavati nel cuore.

 

Inedita  -2019- luglio

     

UMBERTO CERIO

 

 

 

 

 

9 commenti:

  1. Ho letto con intensa commozione il ricordo di Umberto Cerio che Pasquale Balestriere ha condiviso sul blog “Alla volta di Leucade”. Anche per me l’evocazione dell’amico, il ricordo dell’uomo, la rievocazione dei lunghi colloqui che ci permettevano di volare in alto, al disopra delle brume della vita quotidiana, sulle ali di una comune ansia di liberazione dalle ambasce di un mondo in crisi, con la guida dei suoi versi illuminanti, ha rappresentato un passo indietro. Tutto mi si è ripresentato con l’urgenza dell’immediatezza e della continuità, come se il tempo non avesse continuato il suo corso ineluttabile. Balestriere, Pardini, Napolitano, Vicaretti e Campegiani hanno descritto Umberto con immediatezza, hanno saputo plasmare con pennellate capaci di mettere in evidenza i tratti salienti della sua poesia ed hanno permesso di gustare, con la gioia della condivisione, la profondità e l’acutezza del pensiero, la plasticità e l’icasticità delle espressioni, la grandiosità e la preziosità delle singole parole. Ne è venuto fuori un quadro che, scegliendo i versi più emblematici, ha delineato l’efficace ruolo di Umberto Cerio come interprete della poesia di ogni tempo, mediatore dei miti eterni dell’umanità presentati nella loro contingenza contemporanea, nella pienezza della sua riconosciuta capacità artistica.
    Mario Moccia

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    1. Ringrazio Mario Moccia per questa sua testimonianza puntuale, partecipe, esaustiva. Fu lui a comunicarmi, con grande sensibilità e commozione, la notizia della scomparsa di Umberto. Probabilmente non avrei tollerato di apprenderla altrimenti, magari dalla carta stampata o dal web.
      Per questo ancora un grazie a Mario Moccia.
      Pasquale Balestriere

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  2. Caro Pasquale, sono felice di questa tua iniziativa per celebrare come merita e di più il -grande- poeta e uomo Umberto Cerio. Dico grande poichè tale l'ho ritenuto sin dall'inizio del mio far parte di Leucade. Per la Sua indiscutibile bravura poetica la quale lo distingueva per il suo canto poetico ammaliante riuscendo,durante la lettura ed oltre ad estrapolarmi dal contesto quotidiano. Mi sentivo rapito dai suoi versi che per me erano e sono vera musica di parole. Non ho avuto la fortuna di conoscerlo di presenza ma attraverso questo blog che mi ha allargato l'orizzonte poetico italiano. Poi, come mio solito, ho cercato e riuscito ad avere il Suo recapito telefonico così ho avuto il piacere e l'onore di conoscerlo come uomo. Gli telefonavo quasi spesso anche per sapere del suo stato di salute. Mi accoglieva con quel tono di voce pacata e mite che denotava la sua personalità di uomo serio ma soprattutto umile e pur disponibile al dialogo sulla poesia, mentre il sottoscritto apprendeva consigli e segreti nel farla. Mi ritengo onorato avere un Suo pensiero sul mio "Boati dal profondo" e conservo, come cimelio, tra il mio carteggio la Sua LABIRINTI. Pasqualino Cinnirella

    LABIRINTI
    Sei tra calanchi pietre e fiume
    e non sai perché mai
    vivere questa solitudine atroce
    d’uomo prigioniero del futuro
    e di altri destini; e il dramma vivi
    d’anima bianca d’innocenza
    nel vento d’ombra del tramonto
    tra ulivi abbandonati e querce secche
    dove voce non è né risposta,
    né chiarità di mattini che traccia sia
    del respiro della terra,
    di sacrali parole di veggenti.

    Il nostro ritorno degli anni
    più non è la vita dell’alba,
    né gomitolo intatto del tempo.
    O quando dormi il tuo sonno fatato
    nel labirinto fragile dei fili
    può tardare la tua tacita attesa
    e perdersi tra nuovi labirinti?

    Sai tu dirmi, mio amico o poeta
    dov’è l’infallibile magia
    che nel gioioso labirinto
    dell’infanzia al mattino ci riporti?
    E tu, mia eterna nemica
    - mia implacabile clessidra –
    che nella mente m’insegui
    come pronto ragno a ghermire,
    saprai aspettare paziente

    che si frantumi il guscio senza fondo
    al battito lento delle memorie?

    E saprai scambiarti in anima azzurra
    dove perdere il conto dei giorni
    e bruciare nel vento della notte,
    ed ambra stillare nel mio crogiolo
    dove si fonde la terra e mare e cielo?

    Non c’è solitudine al mondo
    più profonda delle solitudini
    vissuti nella mente e nel cuore
    e nel sangue aggrumato nei deserti.

    O mio sapiente Apollo,
    fammi del tuo oracolo sacra pianta
    di sempiterno mirto
    nell’inviolato tempio del silenzio.


    Umberto Cerio

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    1. Sono grato a Pasqualino Cinnirella per il suo generoso commento. Umberto Cerio è stato un uomo di non comune cultura e di grande semplicità, sempre disponibile. Anche su questo blog, dove apparivano spesso i suoi qualificati commenti a scritti altrui.
      Pasquale Balestriere

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  3. Questa pagina di 'arrivederci' al grandissimo Artista, che anch'io ho avuto la gioia di conoscere, tocca tutte le corde dell'anima. Pasquale, da splendido Caronte ci traghetta attraverso la vita, le Opere e le testimonianze illustri degli Amici di Umberto, offrendo una visione d'insieme, che rappresenta uno splendido meritatissimo omaggio. Umberto ha lasciato segni indelebili sulla rena del tempo terreno e ovviamente continua a lasciarli. Tutte le persone che amiamo ci restano accanto in altra dimensione, un Artista del suo calibro continua a illuminarci tramite le Opere e l'esempio. Mi congratulo con Pasquale per questo tributo corredato di ricordi e do il benvenuto a al caro Umberto, come si usa fare in America del Sud. Concludo stringendo il magistrale Autore dell'esegesi, il mio Nazario, il caro Franco, gli ospiti che hanno commentato prima di me e ultimo, ma naturalmente primo, l'indimenticabile Umberto!

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    1. Un sentito ringraziamento a Maria Rizzi per l'affettuoso intervento. Sarebbe stato contento Umberto, se l'avesse potuto leggere.
      Pasquale Balestriere

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  4. Clementina Antonini Cerio 21 novembre 2020

    Con emozione e commozione profonda ho letto le attestazioni di stima e di affetto con cui gli Amici e Poeti di Umberto hanno voluto ricordarlo sul blog "Alla volta di Leucade" da Lui assiduamente frequentato e per Lui prezioso interlocutore.
    Non ho parole per ringraziare tutti e apprezzo la profonda sensibilità e l'accurata analisi con cui è stata tratteggiata la personalità di Umberto come uomo e come poeta.
    A me piace saperlo e sentirlo ancora qui, presente tra i suoi Amici, attraverso la sua poesia.
    Credo di fare cosa gradita a tutti voi citando alcuni versi della poesia "ALLA FINE DEL TEMPO"
    ....Ora noi siamo vita e sangue;
    domani, forse, solo ombre:
    si terranno per mano
    e leggeranno sul libro dei sogni
    ad altra vita rifioriti
    con tutte le loro memorie
    per essere ancora futuro.
    E saremo l'anima sei poeti
    che non hanno dimora,
    che non hanno mai fine.
    E suona una cetra, lontano,
    quando si dilunga lo sciame
    dei tuoi sorrisi alla corona
    della luna, alta sui balconi,
    quando tu, nel cuore, risali
    il breve colle della bianca casa,
    dove nascesti, per un rito antico.
    Ed io sono sempre l'attesa,
    la speranza rimasta nell'argilla
    scura del vaso di Pandora.
    Questa è la nostra storia,
    la nostra storia ancora da scrivere,
    chiusa nello scrigno del vento.

    Noi ci saremo, alla fine del tempo.

    Umberto Cerio

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  5. Eliana Cerio

    sono felice di unirmi al ringraziamento di mia madre rivolto a tutti gli Amici Poeti di mio padre.

    Le Vostre parole sono un balsamo per il cuore di noi famigliari e ci commuove profondamente leggere il prezioso ed affettuoso ricordo lasciato da Lui in tutti noi.

    Stiamo, soprattutto con il paziente lavoro di nostra madre, riprendendo tutte le Poesie che papà ci lasciato; per noi sono un tesoro che ce lo fa sentire sempre vicino e presente.

    Dopo la silloge "Il Poeta Non Muore", di prossima pubblicazione, verranno pubblicate anche alcune Poesie inedite su Alcyone 2000 di Miano che ci ha contattato -con grande nostra gioia- qualche giorno addietro.

    Ed inoltre abbiamo intenzione di proseguire, con la pubblicazione di altre inedite, il lavoro di condivisone della Poesia di Papà.

    Davvero, forse solo adesso, comprendo cosa abbia voluto dire con "Il Poeta non Muore" in tutte le molteplici sfaccettature, non solo quella mutuata dai Classici.

    L'occasione mi è gradita per condividere una sua Poesia recente ed inedita, di prossima pubblicazione proprio su Alcyone 2000, perché mi ricorda come la tanta bellezza che riesco a cogliere intorno a me dipende dalla sensibilità che mio padre e mia madre mi hanno trasmesso nella vita.

    "Tramonti di settembre (a Larino)

    Vedrai, verranno dolci
    veloci autunni a temprare il ferro
    caldo di sole. E tramonti
    che segnano i tempi dell'anima.
    E' qui, sui tetti del vecchio borgo,
    dove si parla la mia lingua
    e il mio pensiero ansioso,
    e dove il rosso il verde e l'indaco
    invadono il cuore
    e giocano col cielo azzurro fondo,
    che ho visto i tramonti più belli
    che danno colori alla vita.
    E già nei solchi bruni
    il corrusco aratro affonda
    e trova i resti degli avi lontani
    che ci rende il sapore del sole.
    Dalla terra risalgono immagini
    a riempire i vuoti dell'anima.
    Dove cercare un altro pulsare
    del cuore e della mente?
    - ed urge il sorgere delle memorie -
    Solo nel fiume vorticoso
    del tempo e nelle pieghe della vita."

    Umberto Cerio
    Larino, 1 ottobre 2019

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  6. Ringrazio di cuore le Signore Clementina ed Eliana, rispettivamente moglie e figlia di Umberto Cerio, per i loro toccanti interventi e per le significative testimonianze che ci hanno offerte. Esprimo anche la mia gratitudine a tutti coloro che hanno alimentato la luce del ricordo del nostro Amico e Poeta: e quindi a Nazario Pardini, Giuseppe Napolitano, Umberto Vicaretti, Franco Campegiani , Mario Moccia, Pasqualino Cinnirella, Maria Rizzi e, a parte, Carla Baroni.
    Umberto ne sarebbe stato contento.
    Pasquale Balestriere

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