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lunedì 7 dicembre 2020

LUCIANO DOMENIGHINI LEGGE: "DAGLI SCAFFALI DELLA BIBLIOTECA"

Luciano Domenighini,
collaboratore di Lèucade

Luciano Domenighini legge: DAGLI SCAFFALI DELLA                 BIBLIOTECA, di Nazario Pardini

 

Tre parti compongono quest’opera, ultima fatica poetica di Nazario Pardini. La prima (“Ricordi che pungono”) e la terza (“Dieci poesie d’amore”) hanno un’impronta squisitamente lirica e proseguono, in una dimensione ucronica, l’ininterrotto lavoro poetico di recupero, riproposizione e celebrazione dei tesori, custoditi nella memoria, del proprio vissuto affettivo.

La sezione centrale, più corposa, quella che dà il titolo al libro, formata da trenta composizioni contrassegnate da numeri romani, è una dissertazione letteraria “sui generis”, del tutto informale, frammentaria, disorganica, fatta di epifaniche e illuminanti rivisitazioni degli autori che hanno lasciato un segno nella mente e che riaffiorano quasi spontaneamente dalla memoria a formare un melange rielaborativo di evocazioni e di citazioni, frutto più di suggestioni affettive che di lucide valutazioni critiche.

     Uno stuolo di nomi poetici, ora celeberrimi ora meno famosi, si succede a configurare, più per suggestione che per scelta critica, più per empatia che per formazione letteraria, quest’adunata di riferimenti prediletti.

Pardini li rappresenta con pochi tratti identificanti, tanto letterari quanto biografici, ora frequentandone aspetti particolari e poco noti, ora riproponendone lo stereotipo mitico, ma sempre all’interno di una propria geniale e originale rielaborazione poetica.

In queste comparizioni, con l’agronomica sapienza di chi conosce l’arte dell’innesto, ad adornarle e quasi a convalidarle, figura sempre una citazione testuale particolarmente pregnante e rappresentativa del personaggio letterario evocato.

E’ un piacere per l’appassionato di lettere, inclito o incolto che sia, percorrere queste fervide pagine, in cui la letteratura per Pardini si fa  parte integrante e indissolubile del suo “status” esistenziale.

Moti di commozione colgono il lettore che assiste alle transepocali adunanze di poeti che l’autore auspica e consorzia, ai colloqui, ora amichevoli, ora conflittuali, che vi immagina, in una sensibile trama di affinità e di corrispondenze col proprio sentire, divenendo compositore, orchestratore e direttore di un’ideale, grandiosa e singolare rapsodia poetica.

Un quieto, quotidiano idillio campestre apre questa parte, nei primi tre numeri, a mo’ di “esternocinematografico in tre inquadrature:

I

“Il sole si distende e con la luce

si siede inconsciamente sul muretto

che divide i baci di Luisa

dagli sguardi insistenti di Riccardo.

……….”

 

II

 

“Col libro in mano vedo

che oggi il cielo è sereno. Nel campo

le donne raccolgono spinaci,

mentre sul péro il merlo fischia allegro

la bella serenata alla natura.

…..”

 

III

 

“La campagna è fiorita. Sopra il prato

sono seduto accanto

a Catullo, Manzoni e Leopardi;

il tempo si è fermato, si è stancato

di misurare il mondo; si è accasciato.

…………”

 

Questa “ouverture in esterno” è chiusa, al numero IV, da una meditazione di ascendenza lucreziana, severa, impietosa, ma esposta in un dimesso tono colloquiale:

 

“IV

 

E’ inutile pensare che la natura

ti stia vicina per contribuire

a rivelare il mondo che ti è dentro.

Niente di più falso. Quella lì

è solo preoccupata di gestire

un insieme di ingranaggi che t’impigliano

nella rete fottuta del destino.

Essa va per conto suo indifferente

a tutto ciò che noi pensiamo

esserci vicino per natura.”

 

Al numero V l’ambiente diviene l’ “interno” che dà il titolo al libro, lo studio del poeta, la sua biblioteca.

A dire il vero le prime “apparizioni” non sono cordiali: tre grandi,  Baudelaire, Platone e Dante, infastiditi e sdegnati, gli si oppongono invitandolo a non disturbare la somma quiete del loro empireo.

Ma in suo soccorso accorre l’amato Catullo (IX)

 

“Fu allora che Catullo,

uscendo dal buiore,

mi si pose davanti

e iniziò a recitarmi

con il viso triste e smunto

alcuni passi dei Carmi:

……..”

 

Allora “dall’ultimo scaffale”, come per incanto, si materializza “un quaderno con le pagine aggrinzite”  dal “volto mesto” ,“ un po’ isolato/ sfigurato negli anni, e alquanto triste”, che chiede al poeta di riempire le sue pagine vuote e di ripercorrere la storia della sua famiglia (X).

E il poeta lo fa, dialogando con esso, in una rievocazione commossa e toccante, conclusa con parole colme di saggezza antica:

 

“………. Forse i tempi belli

furono proprio quelli in cui si amarono

nella miseria nera tutti assieme;

si sa che tutto quanto non puoi avere,

ma se uno conserva i bei ricordi

è già una cosa buona.

……………….”

 

E così anche l’opera poetica di Nazario può entrare di diritto nella Biblioteca affiancandosi ai grandi poeti del passato (XI):

 

“Si dispose il quaderno inorgoglito

dello scritto ricevuto a riposare

accanto ai grandi della biblioteca.”

 

Ragguardevole il numero XIX dove, con realistica asprezza, ripercorre la dolorosa vicenda del suo conterraneo Dino Campana inserendo abilmente nel testo, quasi per addolcirlo, i versi teneri e straniati di una celebre lirica amorosa del genio di Marradi.

 

“In un momento

sono sfiorite le rose

i petali caduti

perché io non potevo dimenticare le rose

le cercavamo insieme…”

 

Gli fa da controcanto , nel numero successivo (XX), la bella scrittrice che gli fu accanto in un breve tempo felice:

 

“Di Sibilla Aleramo

s’udirono i sospiri

in ricordo dei tempi dell’amore;

……”

 

Ma subito poi, Trilussa, nel XXI, mette un po’ di buon umore al malinconico consesso di poeti declamando i versi scherzosi,  arguti e beffardi,

dell’ “omo e della Scimmia”.

 

-L’omo disse alla Scimmia

“Sei brutta, dispettosa;

ma come sei ridicola!

Quand’io te vedo, rido:

rido nun se sa quanto!...”

La Scimmia disse : -Sfido!

T’arrassomijo tanto!-

 

Subito dopo però , nel XXII, il tono diviene austero e compare l’inqueto spirito di Ugo Foscolo, presentato con questi versi:

 

“Sentii il passo lieve endecasillabo

di chi, dando armonie alla pietà,

girava per le stanze dei poeti:

-All’ombra dei cipressi e dentro l’urne

……”

Negli scaffali della sua biblioteca i libri si personificano, diventano essi stessi i loro Autori e così, nel XVII, il Canzoniere di Umberto Saba ( già citato nel XII)  prende voce e diventa Saba stesso che si lagna di essere stato spostato lontano dagli amati Canti di Leopardi.

 

-Quale il motivo di cambiarmi luogo?

Stavo accanto a Leopardi e si parlava

Di una vita di storia e di poesia.

…..”

Manzoni, Leopardi, D’Annunzio, Pavese, Cardarelli,Ungaretti, Bertolucci, Caproni, Quasimodo, si susseguono prendendo vita in questa ideale resurrezione, disquisendo della poesia e del suo destino in un Novecento letterario imploso, involuto e criptico, sempre più tecnologico e “antipoetico”.

E infine, Montale che, sussiegoso manco a dirlo, si risente perché il poeta ha osato mettere una sua poesia accanto agli Ossi di seppia.

Come per Bertolucci, una particolare, amorosa attenzione  è rivolta a due poeti cosiddetti “minori”, nei quali Pardini ravvisa una dimensione umana e artistica affine                                                          alla propria. Così, nel numero XVI, il poeta si riconosce in Francesco Pastonchi, a un tempo dotto letterato ed insieme appassionato, ingenuo cantore della natura, del quale cita testualmente una magnifica sestina di settenari in rima:

 

“La primavera è giunta,

e se fiore, dai pèschi

abbrividendo ai freschi

venti, non anche spunta,

e se pioppo non svaria:

primavera è nell’aria.”


Allo stesso modo, nella lirica di congedo (XXX), raccoglie il richiamo di Sergio Solmi,

“il più innocente e dolce/

 fra tutti gli scrittori del suo tempo”,

 e ne riporta un delicato passaggio poetico: 

“Scende, si posa sui tetti e sui balconi

L’antica neve. Dai vetri m’apparve

Ai miei meravigliati occhi d’infanzia.

Esita presso terra a un breve soffio

D’aria mossa, ricade leggermente.”                                                    

 

 Il modulo metrico portante, caratteristico della poesia pardiniana, è un “melange” polimetrico prosimetrico, formato da stanze di varia lunghezza di endecasillabi sciolti, talora “corti” ( decasillabi o doppi quinari) , talaltra “lunghi” ( dodecasillabi o doppi senari), di vario andamento ritmico, a cui si alternano sporadici versi più brevi ( per lo più settenari).

La “nonchalance” metrica di Pardini rientra nella sua particolare concezione del dettato poetico che, per lo scrittore, non deve discostarsi più di tanto dalla lingua comune e parlata, rifuggendo quanto possibile da un linguaggio aulico ed erudito che, per quanto nobile, elegante e musicale, rischia sempre di arenarsi nelle secche di una forma artificiosa, comunque riservata a un’”elite” di lettori.

In questa sua ultima raccolta si nota ancor più che in passato l’atteggiamento disinvolto se non addirittura spregiudicato nei confronti  della normativa metrica.

Non di rado, a un’attenta lettura, si ravvisa la deliberata rinuncia a una troncatura, a un’elisione, a un’apocope, a un’enclisi, a un iperbato che avrebbero aggiustato il metro, in favore di un linguaggio piano e corrente, diretto e comprensibile, né, d’altra parte, è lecito pensare che tali inadempienze siano casuali o conseguenti a una lacunosa conoscenza delle regole metriche, vista e considerata la sapiente fattura di certi passaggi di versificazione o la splendida, musicale scolpitezza di certe aperture strofiche in endecasillabi.

E’ un luogo della mente questo libro straordinario, in cui Nazario Pardini, senza orpelli e paludamenti, con la serenità dei sapienti e la modestia dei giusti, testimonia e confessa gli ambiti della sua formazione letteraria e ribadisce le ragioni della sua poesia.

Pur nelle sua dimensione contenuta, “Dagli scaffali della Biblioteca”, opera alquanto singolare per l’originalità dell’idea portante e per la forza immaginativa del suo svolgimento, rappresenta una “summa” eloquente e una sintesi esaustiva della vicenda umana e artistica del poeta toscano.


Luciano Domenighini

dicembre 2020

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La carica espressiva del verso conclusivo, un endecasillabo comparativo all’imperfetto di suggestiva vaghezza, in luminosa purità d’accento,

(…/”di un’età che brillava quanto il mare”), è mirabile e memorabile e la quartina impersonale di congedo riassume per intero, universalizzandola, il percorso inscindibile della vicenda umana e artistica del poeta toscano.

 

“Ognuno si rinchiuse dentro sé,

carico di memorie e di saudade,

per rivivere momenti ormai sfuggiti

di un’età che brillava quanto il mare”.

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