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giovedì 3 giugno 2021

GIAN PIERO STEFANONI: "LA POESIA DI ANTONIO CARLO PONTI"

Sulla poesia di Antonio Carlo Ponti, Bevagna cuore dell'Umbria nella parola.

 

Gin Piero Stefanoni,
collaboratore di Lèucade

La figura di Antonio Carlo Ponti, Anton nel riconoscimento affettuoso e maturo dell'io, è una figura centrale di quell'Umbria, brillante, umile, regale, cui è difficile in ognuno non sentire forte il legame. Giornalista, primo storico direttore del "Corriere dell'Umbria", critico d'Arte, saggista e scrittore a tutto tondo, è bene ricordare anche per l'incisività di una presenza poetica che l'ha visto nel corso degli anni crescere e passare da una scrittura in lingua a quella  della originaria Bevagna (seppur di natali romani) che lo ha posto tra i nomi più rilevanti della regione, se non il primo, per quanto riguarda la produzione in dialetto . Una produzione cui forse per render merito vanno aggiunti almeno quelli dei perugini Claudio Spinelli, Giampiero Mirabassi, Nadia Mogini e Anna Maria Farabbi, del norcino Paolo Ottaviani oltre che dell'altra perugina, la saggista Ombretta Ciurnelli. Un approdo dicevamo quello di Ponti avvenuto però per lenta maturazione, vinte resistenze, dubbi, interrogativi di resa rispetto a una materia nel rischio sovente del folklorismo come sottolineato da Cesare Vivaldi amico di lunga data e mentore. Così non è avvenuto nella restituzione di un dettato sapientemente e umilmente metabolizzato prima e traspirato poi entro una freschezza di immagini, di parola, di forza memoriale assai rara nel compimento nel suo filtro di una lingua nuova, non più parlata dalle giovani generazioni e dunque- purtroppo o meno- come da Ponti accennato esistente solo nella testa dei poeti.  Nell'uso personale del linguaggio, nell'abile uso di citazioni ora colte ora ironiche, nella restituzione piena della sua forza simbolica e fonica Ponti ha inteso imprimere, saldare la voce di tutta una popolo, una plebe soprattutto    "minuta, umiliata dalla prepotenza, dall'ignoranza, dalla povertà". Darle "una sorta di riscatto" da parte di chi è stato più fortunato. Un po' come il Belli con Roma nella esplicita dichiarazione, soprattutto nell'adempimento di un dovere principalmente verso la memoria, quella "patria dei ricordi" necessaria per la coscienza esatta del nostro esserci e del nostro esserci insieme.

Si rimanda allora per un pieno affondo in questa poesia nell'uso moderno di un dialetto che sa alternare " alla nostalgica memoria dell'infanzia, il sentimento dell'amore e un ironico e garbato bozzetto" ( Ciurnelli) al volume Puisía de Beagne (versi nel dialetto materno) dove sono raccolte (2015, per la cura delle Edizioni del Formichiere di Foligno) la prima pubblicazione  Mevania Bevagna Beagne (Perugia, Guerra Edizioni, 1996) insieme all'ultima produzione sotto il titolo di Novissimi che lo va ad aprire unitamente ad alcune traduzioni in inglese ad opera di Michel Palma e Justin Vitiello con la chiusa di una sua traduzione da Vicente Aleixandre (il tutto nel bel corredo di disegni di Carlo Frappi). Ed in cui questo piccolo monumento come si diceva ritorna allora compiutamente riuscito soprattutto per la bontà di un equilibrio che ha saputo rendere nel naturale distacco il groviglio di figure, sentimenti, luoghi riaffiorati alla voce dalla polvere di piccole e grandi storie, dal reclamo soprattutto di uomini e donne in pubbliche e personali cadute. Ponti infatti si tiene ben lontano dal sovrapporvi la propria, aggiungendola soltanto diremmo dal coro delle ingiunzioni, di un tempo che sovrastando chi prima comprende certo poi presto rigetta. La cara Bevagna-Beagna (l'antica, romana Mevania) piano piano dunque si apre avvolgendo il lettore caliginosa e materna come nel piccolo Antonio dell'infanzia in tutta la sua geografia umana e spaziale, dalle mura alla campagna e ai bagni dell'Accòrda (dove le donne andavano a lavare i panni e spesso nel teatro di scontri e tragedie), dalle osterie e strade e caffè agli sfondi inestinguibili di povertà e dolore (come la ruota degli esposti). Di una vita appesa allora alla sua fatica eterna, al suo giogo eterno ("Er grano è jallo/la fattíca è tamanta/se vive sci de pane solamende"-"Il grano è giallo/la fatica è immane/ si vive soltanto di pane") cui Ponti nella risonante dolenza pure tenta una momentanea e partecipata levità di riconoscimento, nella presa di comuni e istantanei bagliori proprio laddove la vita ci sa e ci vuole più fragili, celando nella chiave dell'ironia popolare una medesima ferita, in quella dell'amore una medesima presenza (ma anche verrebbe dire di una irricucibile, nostalgica mancanza).

Per questo leggerezza e corposità vanno di pari passo in questa poesia nel binomio inscindibile di un'esistenza inseguita in tutte le sue accezioni, e smorzata nel dire, riportata al suo giusto senso laddove più forte se non impassibile nella caducità di una condizione piegata al male. A sostenerla se uomini parola e luoghi sono una sola cosa è proprio la bontà di una lingua altrettanto corposa, e leggera, nella bocca di Ponti latte materno a cui continuamente abbeverarsi ("stretta, irsuta eppur di nobile e solenne architettura come è la splendida Bevagna, di melodia non sempre facile a cogliersi ma comunque seducente" secondo Vivaldi) e tornare al gusto di una passione in cui nulla si perde ma riacquistandosi ogni volta nell'atto stesso della sua pronuncia nella convinzione che come il sangue il dialetto è il respiro della parola. Esemplare allora, e non solo per il rimando quasi programmatico del titolo, è il brano "La lèngua de mammamia" in cui nell'enumerazione veloce di alcuni termini che la vanno a comporre, dai termini anatomici a quelli del lavoro dei campi, della vita quotidiana, dei frutti e dei beni della tavola e della vita è racchiuso come in un almanacco tutto lo spirito di una terra e di un microcosmo poi esteso e disteso in maniera più articolata certo in tutte le figure e i bozzetti negli incontri e scontri che lo compongono ed in cui è felicemente leggibile, anche ai più urbanizzati, quell'universo uomo cui ognuno appartiene. Il tutto come ben rivelato ancora dalla Ciurnelli a suggerire "un recupero memoriale sul filo della fonìa, quasi a ricomporre frammenti di un lessico famigliare. Le parole sembrano chinarsi, l'una con l'altra, nel puro godimento della ruvida pastosita dei suoni". Questo soprattutto dunque a proposito di un tu determinato e umile ad una relazionalità cui la nostra prova è iscritta, che è poi ciò che più interessa a Ponti in una poesia volutamente lontana da eccessi di maniera o dalla celebrazione di se stessa,  nello svuotamento di valori piuttosto fermamente legata al paesaggio della memoria (e alla memoria del paesaggio) cui a dominare resta sovrano il ricordo figurale dell'infanzia (negli anni della carestia e della guerra, nato nel 1936) nell'intesa di quelle modalità, di quelle percezioni che ancora dicono e rendono reciprocamente riconoscibile l'adulto e l'amore nell'appartenenza tra individui e insieme.

Una poesia ancora per questo strettamente ascritta al tema del tempo cui la parola pure sa volgere in esiti lirici di alto livello a riprova di una capacità di scrittura dalle diverse corde e di cui pertanto riportiamo volentieri un passaggio nel segno di una risposta alla base del racconto di Ponti che è la vita stessa:"Nengue su la lengua/de l'arbuccio, sopre/le pàpane mute,/nengue su la caponera/ e su la recchia de 'l cane.//E io m'appalíghjno/ drento n'ago de luna/che do' s 'accosta tégne/come n'abbise de sole" ("Nevica sulla cima/ del pioppo, sulle papere mute,/nevica sulla capinera/ e sull'orecchio del cane./E io mi appisolo/dentro un ago di luna/che tinge tutto quel che tocca/come una matita di sole"). Un dettato di cui, andando a concludere, dovremmo ricordare e sondare la tanta ricchezza di riferimenti e di uomini e donne tratteggiati verso per verso con partecipato e rinnovato affetto ma che rimandiamo ad altra occasione alla luce di un amore per il suo borgo, per la sua Bevagna che ricorda quello per la donna amata su cui si avventerebbe come lucciola sulla schiena di bruco:" "abbricòcolo/panicòcolo palomma/sperella pettoroscio" ("albicocca/cialda colomba/solina pettorosso").

 

 

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