Pagine

martedì 28 giugno 2022

ENZO CONCARDI LEGGE: "LA CORRIERA AZZURRA" DI FABIO DAINOTTI

 



Fabio Dainotti

 

LA CORRIERA AZZURRA

 

Recensione di Enzo Concardi

 

 

 

Affinché il lettore possa comprendere a pieno la peculiarità di questa pubblicazione di Fabio Dainotti, è opportuno riportare la sua ‘nota’ in fondo al libro, nella quale spiega che si è impegnato alla rielaborazione postuma dei suoi testi giovanili, quasi una autoanalisi critica ecdotica: “La presente raccoltina contiene poesie scritte a sedici anni e dintorni, e non comprese in precedenti raccolte: alcune di esse, andate smarrite, sono state successivamente da me ricostruite con uno sforzo di memoria. Mi è capitato quello che avvenne dei Canti orfici di Dino Campana, ma non ho avuto la forza del poeta di Marradi, che era un genio e riuscì a riscriverli da capo. Inoltre il tempo trascorso nel mio caso è notevole: più di cinquant’anni. A volte il tentativo di ricordare ha fatto riemergere solo l’incipit di una lirica; è questa la ragione della presenza di puntini sospensivi e di molte composizioni di un solo verso”. Da ciò possiamo trarre diverse considerazioni utili ai fini dell’analisi critica. La corriera azzurra, in senso cronologico, è l’ultima sua opera edita (2021), ma contiene testi risalenti al periodo 1964-68, secondo le datazioni riportate in calce alle liriche. Dovrebbe e deve essere dunque ritenuta una esercitazione letteraria giovanile, nonostante la ‘ricostruzione’ in età matura. Va collocata allora prima di tutte le altre pubblicazioni, come ad esempio L’araldo nello specchio (1996), Sera (1997), La Ringhiera (1998), Un mondo gnomo (2002), Ora comprendo (2004) o Poesie controcorrente (2020).

 Ciò che ci propone Fabio Dainotti è in sostanza un viaggio nella memoria, a ritroso nel tempo personale, per riscoprire e rivisitare la leopardiana età più bella, che tutti ricordiamo con nostalgia. È il sorgere di un desiderio che nasce dall’attrattiva di sapere ‘come eravamo’, dopo una vita vissuta intensamente, nella quale abbiamo magari deviato dagli ideali di gioventù. Il fatto curioso per gli scrittori, in letteratura, è l’ambivalenza del rapporto con i propri scritti ancora acerbi e in via di formazione: c’è chi poi rinnega addirittura tutto quanto scritto agli esordi e c’è chi invece - come il nostro autore – cerca di ridargli vita pubblicandoli. Si può capire maggiormente la scelta del poeta se riportiamo quanto scritto in apertura della prefazione da Luigi Fontanella: “Un minuscolo, precocissimo canzoniere d’amore è questo libretto di Fabio Dainotti...”. È vero, il tema principale è proprio quell’amore di cui si provano le prime emozioni in età adolescenziale, emozioni che rimarranno per sempre dentro di noi e nella teca della nostra memoria. Così la prima parte di La corriera azzurra, intitolata Poesie d’amor profano, è appunto suddivisa ne Il primo amore (la sua Rosetta); Altri amori e Prosopopea. Anche nella nota di Mario Rondi a fine libro si legge: “Suscitano tenerezza questi testi giovanili di Fabio Dainotti, dove l’amore è il nucleo centrale del pensiero: un amore eterno, impavido, intessuto di dolcezza ed attenzione”.

La corriera (così si usava chiamare una volta il pullman) di colore azzurro, richiama già di per sé un’epoca di sapore romantico e crepuscolare, com’è in gran parte la sua vena poetica. Le numerose citazioni inserite prima dei testi indicano la preparazione culturale dell’autore e un riferimento a modelli sicuri. “Cosa facevo / mentre si faceva la storia? / Semplicemente ti amavo” (Izet Sarajlic, filosofo e poeta bosniaco): questa è la prima citazione che indirizza tutto il libro. “Poesia, poesia, conforto estremo e solo; / pur grande”: tale è il primo testo di Dainotti, rivelatore del suo amore per la poesia. “L’angosciante questione / se sia a freddo o a caldo l’ispirazione” (Eugenio Montale): problema da lui affrontato nella ricostruzione dei frammenti giovanili. “Bajo el baranjo en flor” (Garcia Lorca) e il nostro: “Sotto il mandorlo in fiore, / corriera azzurra, / dove sale al mattino, per scenderne, il mio amore” (Sotto il mandorlo in fiore). E si ritiene Schiavo d’amore, riportando il titolo di un romanzo di W.S.Maugham e scrivendo la lirica Mildred, la protagonista femminile della storia. E così via di questo passo … finché si giunge alla seconda parte – Poesie d’amor sacro – dove spiccano Il bacio di Giuda (con citazione di Ernst Bloch, che spiega il pensiero dell’autore: “Avanti marci tu, / non veduto, Gesù”) e Le Dieu caché, il Dio amato ma nascosto, com’è il Dio della Bibbia.

Enzo Concardi

 

 

 

Fabio Dainotti, La corriera azzurra, prefazione di Luigi Fontanella, Nota di Mario Rondi, Fermenti Editrice, 2021, pp. 80.

 

lunedì 27 giugno 2022

ORAZIO ANTONIO BOLOGNA: "IN VERITA' MI DICO"

 

Orazio Antonio Bologna
collaboratore di Lèucade

ENZO BACCA

IN VERITÀ MI DICO

 

PREFAZIONE

 

Scandagliare l’animo dell’uomo-poeta e cercare la genesi sottesa alla raccolta di versi, che sembrano nati dal nulla, rappresentano fatica e impegno, difficili da decifrare e collocare nel giusto centro dell’esegesi e sull’asse ermeneutico, seguito e voluto dall’ispirato narratore di un io difficilmente percepibile nella sua essenza più intima. Davanti a questa nuova silloge di Enzo Bacca anche il lettore più attento stenta a percorre il labirintico sentiero, che sfocia immancabilmente in un diario criptico, nato dal percorso di vita e dalla spiritualità dell’animo travagliato teso alla ricerca dell’espressione più idonea per esternare il complesso e, non di rado, contraddittorio mondo interiore: pathos ed eros, amore e morte, gioia e dolore si susseguono, si incalzano, si affiancano, si allontanano e fondono, perché il poeta non si distacca mai dalla Natura, che in ogni lirica ha sempre un ruolo di primo piano e di forte impatto emotivo. Il saldo ancoraggio alla natura non è convenzionale, ma è parte integrante, vitale, costitutiva della vis poetica, che serpeggia nella lirica di Enzo Bacca. Il quale non ferma l’attenzione alla minuta descrizione dell’albero, del fiore, del colore o dell’evento, ma mediante un rapido cenno conduce il lettore con passi sempre più ardui, verso un orizzonte mai nettamente definito, verso un cielo sempre alius et idem, lo stesso ma diverso, secondo la felice definizione oraziana. La vis poetica, anima ed essenza di ogni lirica, non si ferma qui, non è fine a se stessa: sottende un discorso ampio, articolato, equilibrato sui diversi aspetti della vita affettiva, fisica, sentimentale, religiosa e politica.

Al di fuori di ogni schema metrico precostituito, l’impianto formale della lirica, si snoda naturale, del tutto privo di trite convenzioni stereotipe, che altri ingegni trovano giusto e necessario contenitore di nobile e sentita espressione poetica. Enzo Bacca assorbe e assimila forme e modi di sentire più diversi e contrastanti, messi in atto da poeti sia del passato sia, e in modo particolare del presente: sono, infatti, presenti Szymborska, Neruda, Machado, Eluard. In controluce, però, sono ben visibili le tracce di Quasimodo, di Montale, di Saba. Non mancano influenze di ascendenza ungarettiana, che conferiscono alla lirica tono rara e particolare efficacia, soprattutto in alcune impennate di intenso e coinvolgente lirismo.

L’impianto poetico, che domina tutta la raccolta, si concretizza nella ineludibile realtà del dono, cui è necessariamente sotteso l’Amore, motore immobile di gesti e azioni sia sperimentate che immaginate, sia fisiche che metafisiche, sia personali che collettive. In questo universo dagli orizzonti a volte fissi, a volte cangianti, a volte luminosi a volte bui vive il Poeta, che coglie di volta in volta gli elementi, che sostanziano la produzione lirica e la stigmatizzano in forme ora fluide ora fisse, ora penetranti come aculei, ora morbide e avvolgenti come il tepore e la dolcezza dell’abbraccio materno. Tutto questo mondo, semplice e complesso a un tempo, trova la sua vis nel verbum, nel dettato poetico, che diviene, insieme con le diverse simbologie, l’archetipo di un antropomorfismo cangiante per modi, per forme, per stati. Nel momento dell’obliterazione, l’io cogitans e l’idea si infuturano nel complesso paradigma dell’ego creans, instabile nell’apparente fluire del verso e dei sintagmi  scelti per dar corpo all’idea, al pensiero all’espressione. L’archetipo, racchiuso in sequenze verbali sovente antitetiche e contrastanti, nell’animo del poeta varca gli angusti limiti imposti dalla corporeità e proietta se stesso in una serie pressoché indefinita e indeterminata di gesti e aneliti non sempre espressi. Vibra in ogni lirica intensa e pregnante la primigenia vis vitalis, che sostanzia il verbum e, carico di nuove proprietà semantiche, lo proietta all’esterno in forme spesso asinartetiche, ma compiute e levigate dal complesso e costante labor limae.

Questo aspetto, fondamentale per carmi destinati a segnare un punto nella storia della Poesia, sovente non solo è trascurato, ma è persino biasimato da quanti suppongono che la bellezza del dettato poetico consista nell’immediatezza della scrittura, nella genuinità di un prodotto nato ex abrupto, nell’impasto linguistico dato dall’hic et nunc, senza la necessaria, e fondamentale, mediazione della tecnica scrittoria. Si pretende, e presume, di vedere a ogni costo il primigenio furor del vate descritto dalla fantasia, il quale invasato da una vis primordiale crea e proietta all’esterno un universo ignoto ai più. In Enzo Bacca questa energia vitale, opportunamente controllata e incanalata, all’interno di un universo reale proietta enti reali, i quali, costituiti di Anima e, soprattutto, di Corpo, conducono all’esistenza situazioni sapientemente intessute e soffuse di un Eros a volte allo stato primigenio, a volte velato dietro sofisticate sequenze sintagmatiche, a volte, infine, nascosto tra le pieghe morbide e voluttuose d’una Psiche dirompente, animata da energie insite nella sensualità delle forme esteriori, le più appariscenti.

Chi legge questa silloge di Enzo Bacca non può negare che la mente, secondo Raimond W. Gibbs, abbia «una struttura poetica», che la cognizione, come l’agnizione, secondo la dottrina di George Lakoff e Mark Johnson, «sia modellata da processi sia poetici, sia figurati». Nel travagliato e lungo processo creativo particolare rilievo acquistano le espressioni metaforiche, nonostante siano esigue, comuni e condivise: sono proprio queste, infatti, che nella mente del Poeta prima e successivamente del lettore organizzano la percezione, suscitano il pensiero, avviano alla comprensione. All’interno di siffatte strutture concettuali, mosse dalla vis creans nei riguardi della vis recipiens, per naturale e insita pervasività spicca immediato lo schema del viaggio nell’aspetto tanto reale quanto immaginario. Ciò, presumibilmente, avviene in virtù dell’attinenza alla metafora più forte e immediata, mediante la quale si concepisce l’esistenza stessa dell’uomo come un viaggio.

La esperienza artistica stessa, vissuta da Bacca nella composizione della presente silloge, può essere rappresentata come un viaggio: è, infatti, un viaggio attraverso i vari momenti della vita nella condizione umana, colta e considerata nel suo incessante divenire. Mentre il tempo scorre e la vita, incalzata da vicissitudini umane e pervasa da aspetti significativi e dinamici dell’esistenza quotidiana, si assottiglia sempre di più, fino a svanire. In questo lasso di tempo, costellato da esperienze di varia natura, prendono vita una miriade di forme: esse sono tante, quante sono le opere che il poeta riesce a creare mediante i segni del suo alfabeto. Sono, queste, opere che all’uomo parlano dell’uomo, dell’universo, del possibile, dell’immaginario, dell’impossibile, del fantastico e persino dell’assurdo. Mediante la sua silloge Enzo Bacca concorre e contribuisce a creare il nostro modo di percepire la realtà, a prendere coscienza della nostra identità, a orientare in modo costruttivo il nostro comportamento nei diversi casi della vita e nelle situazioni più disparate, date da un incontro, da un evento gioioso, persino da un lutto.

E pure l’esperienza, che Bacca concentra in questa significativa silloge, può essere descritta come un viaggio, un’autentica esplorazione dei variegati territori, nei quali si concretizza la complessa e, non di rado, contraddittoria psicologia del mondo poetico, espresso con forme ora piane, ora ardue. Obiettivo primario del poeta è trovare soprattutto intelligenza, di contribuire a svelare l’enigma della vita nel suo fluire con tutte le pulsioni e le contraddizioni insite nell’ens cogitans e nell’ens operans; di inoculare la convinzione che la Poesia costituisce uno dei valori più alti e significativi dell’esistenza; di avviare il proprio simile alla comprensione delle sue possibilità espressive cognitive immaginative, perché possa perpetuarla, a conservarla, ad avvalorarla. Compito, questo, non facile, soprattutto oggi per motivi di genere prettamente culturali.

Ma Enzo Bacca con la sua opera si spinge oltre: intende sollecitare un’indagine, anche superficiale, sulla psicologia della letteratura contemporanea, cui questi accenni intendono offrire un modesto contributo. Per la complessità del dettato poetico, non sempre percepibile a una lettura anche meditata, bisogna inerpicarsi per gli ardui sentieri dell’accurata formazione culturale, che dev’essere necessariamente sottesa anche alla stesura d’un verso elementare: l’embrione della Poesia, come insegna lo studio della letteratura, germoglia sempre e comunque all’interno di un complesso e organico mondo culturale, che trova l’humus nell’animo del Poeta. A quali autori, a quale corrente filosofica, a quali esperienze di vita Bacca si riferisca, quando si accinge a estrinsecare il complesso mondo interiore in forme piane e ricercate non è difficile né dire, né supporre: è sufficiente leggere pochi versi di una lirica qualsiasi, per entrare nel complesso mondo del poeta doctus, cui spiana la strada l’accurata osservazione del mondo, che lo circonda, e della vita, che scorre gravida di affanni e di dolcezze. È questa complessa realtà che costituisce lo strumento ottico, che offre tanto all’autore quanto al lettore la possibilità di discernere ciò che, probabilmente, senza quella precisa esperienza, senza quella fondamentale cognizione, senza quella spinta esteriore non si sarebbe messo in moto quel complesso e imperscrutabile mondo interiore, dove giace in nuce quel quid proprio e fondante della Poesia. L’attenta lettura della produzione poetica permette di intravedere come Enzo Bacca adoperi, secondo una felice intuizione di M. Proust, quel «ricco bacino minerario», il quale con la sua «estensione immensa e molto disparata di giacimenti preziosi» offre al poeta gli elementi fondamentali per la creazione del suo mondo poetico.

Anche il lettore, per poter comprendere e cogliere l’immensa ricchezza celata all’interno di ogni carme e della silloge poetica, deve, mediante opportuni strumenti, necessariamente vivere l’interesse per il fenomeno letterario, inserito nel complesso mondo culturale, che non di rado sfugge anche agli spiriti più attenti e sensibili. Il lettore, in ogni modo, deve possedere i necessari elementi di conoscenza, che, acquisiti con lo studio e l’esperienza, gli permettano di entrare nei meccanismi regolatori del mondo poetico; deve conoscere il particolare tipo di poesia, cui si attiene di volta in volta l’autore, e analizzarlo secondo tutti i codici consci e inconsci. In questa analisi «vengono rimossi», secondo Italo Calvino, «tutti i Tabù, imposti dal Sesso, dalla Classe, dalla Cultura Dominanti». In altre parole non è il poeta, ma il lettore a essere esaminato secondo i canoni della scienza, quando si accinge a identificare e misurare le sue elaborazioni cognitive o i suoi «emungimenti» o, leggendo la silloge di Bacca, i suoi dreni emungitori, che permettono un’adeguata indagine psicologica.

Albert Arnheim soleva dire, e a ragione, che «le parole sono una specie di forme pure», che il poeta adopera per veicolare all’esterno  quello, che, per convenzione, si suole chiamare «mondo poetico». Questa denominazione, puramente convenzionale, per Alberto Savinio, è denominazione oscura, che genera più equivoci che intelligenza di quel mondo, spesso relegato nel fantastico e nell’irraggiungibile.  

L’indagine psicologica sulla Poesia prende le mosse da queste «forme pure», per proseguire verso il complesso mondo interiore, che origina il dettato poetico e lo realizza in forme personali e irripetibili, e si contraddistingue in due orientamenti diversi: l’uno, quello scientifico, studia in modo prevalente gli aspetti percettivi e cognitivi, l’altro, definito umanistico, ne investiga, come insegna M.H. Bornstein, «le componenti emotive e motivazionali».

Mettendo da parte l’aspetto scientifico, destinato a intelletti di altra levatura, in questo breve intervento si rivolge l’attenzione sull’orientamento umanistico o speculativo, gli inizi del quale risalgono a Sigmund Freud, il quale nei suoi studi si è occupato di trovare interpretazioni sia della «creazione artistica», sia della «personalità ben strana», rappresentata dal «poeta», come si desume dall’apparato teorico della psicoanalisi. Lo studioso, infatti, nel saggio Il poeta e la fantasia dice che sui profani ha sempre suscitato una straordinaria attrazione il problema di sapere donde quella personalità ben strana, che è il poeta, tragga la propria materia e come egli riesca con essa ad avvincere con commozione ed emozione, delle quali l’uomo comune non sarebbe stato mai capace.

Con queste parole, riferite in modo molto libero, Freud individua l’oggetto primario di interesse per la psicoanalisi nel problema della «creazione artistica», della «scelta del materiale poetico», anche se sottende il problema, ben più importante, degli «effetti emotivi», che il poeta «suscita con le sue creazioni»; postula ancora una serie di principi interpretativi nella produzione artistica, perché il poeta, utilizzando l’«attività fantastica, ondeggia fra i tre tempi» dell’ideazione, costituiti dal passato, dal presente e dal futuro. A questi elementi primigeni sono intimamente connesse le «forze promotrici della fantasia», nelle quali si presentano in primo luogo, come si è già accennato, i «desideri erotici» e i «desideri ambiziosi».

Il colto psicanalista propone come metodologia di studio l’analisi della produzione artistica per individuare le pulsioni psichiche, i complessi meccanismi dell’inconscio, che azionano gli ingranaggi e i personaggi, dai quali il poeta estrae la materia della sua poesia.

Sulla base delle deduzioni enunciate da Freud, G.T. Fechner in Prolegomeni all’estetica sperimentale ricava una serie di leggi o di principi estetici, tra i quali va presa in debita considerazione la «soglia estetica», nonché il «rafforzamento o l’intensificazione estetica». A questi, come si evince dal dettato poetico di Enzo Bacca, si connette tanto «la connessione unitaria del molteplice», quanto la «non-contraddittorietà dell’accordo o della verità». Questi elementi portanti per la poesia e per la sua struttura, necessaria è la presenza «della chiarezza» e «dell’associazione estetica».

Il filo sottile, che lega i componimenti della silloge e rende questa degna di attenzione, va individuato nell’oggetto primario di interesse verso l’estetica sperimentale non tanto nell’atteggiamento attivo, ossia nella produzione artistica, ma nella recezione estetica. Il Poeta indica come metodologia di ricerca lo studio sperimentale della relazione fra gli stimoli artistici e le sensazioni di piacere o di dispiacere, che essi provocano prima nel suo animo e, in un secondo tempo, nel fruitore in sintonia con lo stato psicologico sotteso e concomitante alla stesura della lirica. Indica, in ogni caso, anche le preferenze nei confronti sia soggettivi che oggettivi, attua una serie di tecniche volte all’indagine tanto del lessema quanto del sintagma, mediante i quali concretizza materialmente il concetto; controlla artisticamente le caratteristiche formali della sua opera mediante il «metodo della scelta», con il quale inocula nel fruitore stimoli in ordine di preferenza. Mediante il «metodo della produzione» inoltre richiede al soggetto di modificare, ampliare o coartare uno stimolo, intervenendo, a seconda delle preferenze o dei criteri estetici, dei quali si presuppone fornito, sulla qualità e intensità dello stimolo stesso.

Il poeta, come il lettore, avvinto dal fluire dei versi si lascia trascinare ad anatomizzare l’intera silloge e ad analizzare i singoli componimenti come altrettanti processi psichici, come se fossero individui dotati di carne e ossa. Con tale ottica, mentre si cerca il poeta, si sorvola sulla poesia e sulla sua essenza. Questo tipo di approccio allo studio dell’arte in generale e della poesia in particolare, determinato dall’orientamento speculativo ispirato alla psicoanalisi, ha dominato, e in parte domina tuttora, un campo di indagine di proporzioni ben più ampie e complesse. Questa posizione egemone, lungi da esercitare un potere tirannico e coartante, ha assunto il ruolo di contraltare alla condizione, in verità molto modesta, dell’orientamento sperimentale, imputabile, in primo luogo, all’importanza relativa attribuita ai comportamenti artistico ed estetico, rispetto alle altre forme assunte dal comportamento umano, e giustificata, per certi aspetti, dalle non poche e lievi difficoltà incontrate dagli psicologi nel tentativo di imbrigliare sperimentalmente i complessi meccanismi, che ruotano intorno alla produzione e alla recezione dell’opera poetica e letteraria.

Queste difficoltà, considerate da taluni critici insormontabili, sì da dubitare, come sostiene I.L. Child, che la letteratura possa entrare nel campo di indagini psicologiche, hanno indotto gli psicologi sperimentali a privilegiare le arti visive, molto meno complesse di quelle letterarie. Non mancano, però, eccezioni. Rudolf Arnheim, infatti, pur privilegiando le arti visive, ha dedicato diversi studi alla letteratura mediante metodi di indagine, che andavano anche oltre la sperimentazione in senso stretto, e ha cercato di individuare possibili analogie tra i diversi domini artistici. Ha individuato, infatti, che un medesimo processo elaborativo caratterizza l’esperienza letteraria in tutti i registri estetici e consiste nella «percezione sequenziale» e nella conseguente formazione di «immagini sinottiche», che si presentano alla mente del lettore, quando il testo poetico scorre sotto i suoi occhi e produce una serie di immagini atte a illustrare e completare quanto lo scritto racchiude.

Connotato psicologico di grande impatto emotivo è l’adesione incondizionata alla realtà, che circonda il poeta. La Natura con i colori, con i profumi, con l’alternanza delle stagioni, viene presentata nella sua veste primigenia, sempre uguale, ma eternamente diversa: «Acini ovatta cremisi pervinca viola / nettare di vino chiamato inferno rosso», oppure «Ho gettato fiori al crepuscolo / non ricordo rose rampicanti». Il poeta prova un gusto speciale, quando sulla carta riversa la ricca tavolozza, che si schiude ai suoi occhi: «Tra vigne e solco ripongo letame, il mio seme / di libertà, le paure, anche il sole e le lune». A questi versi con crescente lirismo, quasi con gioia panica, aggiunge non senza veli di malinconia: «Mi ritrovo dove l'unghia diventa averno, /il paradiso - una scodella di pane molle / preso a polpastrelli nella dignità della fame / d’amare - unico vincolo per risorgere». Vitalità ed energia descrittiva, soffocate da un Eros primordiale, includono sotto l’aspetto psicologico, simbiotico e simbolico, il senso stesso dell’ens cogitans nel grembo vivo e pulsante della Natura. Il poeta ne diventa parte, interpreta il suo ruolo di protagonista privilegiato e prorompe sulla scena con la vitalità delle più intime e segrete pulsioni. Enzo avverte con piena coscienza il sentimento panico della Natura con rara percezione, mediante la quale introietta all’interno del suo ego la realtà del mondo esterno e crea, con precisi riferimenti al paesaggio naturale, una fusione quasi mistica tra l’elemento naturale e quello umano.

Anche se Enzo Bacca tributa, almeno in apparenza, i dovuti onori a D’Annunzio, si distacca dalla visione pagana del modello ed esalta la gioia della vita, pur nel lacerante grido di dolore, che strazia il cuore. Nel suo panismo si avverte un sapiente impasto tra la tradizione classica di ascendenza ovidiana e gli stimoli cristiani, che orientano a riflettere sulla caducità della Natura e dei sensi. Il poeta domina la Natura, ma nel contempo è soggiogato dalla misteriosa sinfonia emanata dai suoi colori e dai suoni ora tenui ora cupi. Lungi dal nascondersi negli elementi naturali, Enzo proprio mediante questi elementi veicola al lettore il suo stato d’animo, il suo pensiero, la sua fede profonda nella redenzione panica, che, avvenuta nel passato, si rinnova ogni momento per un diverso modo di vedere e interpretare l’elemento primordiale nella sua più vasta estensione semantica.

Come D’Annunzio anche Bacca, secondo il presocratico Eraclito, considera la Natura in continuo divenire, un’entità viva; vi stabilisce un contatto   intenso, ne avverte il ritmo e i fremiti, ma non si identifica con essa, nonostante si senta parte privilegiata: egli, infatti, cerca la fusione dei sensi alla luce dell’Eros benedetto dall’acqua santa; con piena e cosciente adesione fisica e, soprattutto, spirituale accoglie e rivive in sé il miracolo della vita, intesa nelle sfumature sue più tenui e vibranti. Con la sua interpretazione, originale per concezione e presentazione, il panismo dannunziano sfuma in forme che trovano il loro essere nella sensibilità psichica e religiosa, cui il senso sembra un’appendice quasi trascurabile.

La lirica di Bacca è dominata dalla Natura, presentata con minuziosità di dettagli e di particolari: frutti, colori, alberi, fiori non sono dettagli di poco conto, ma essenze determinanti stati d’animo, angosce e speranze racchiuse nell’ego cogitans. Sole e Luna acquistano di volta in volta valenze diverse: se l’uno è incarnazione del simbolo maschile e paterna, l’altra diviene archetipo del senso femminile e materno. In questa concezione Enzo non si distacca dalla tradizione, che affonda le radici nella cultura assiro-babilonese: Inanna, la Signora del Cielo, simbolo della fecondità, della bellezza e dell’amore inteso come espressione erotica carnale piuttosto che coniugale. A questa dea nel pantheon mesopotamico si accompagna Šamaš, divinità solare, che incarnava il potere della luce sulle tenebre e sul male ed era venerato come dio della giustizia e dell’equità tra gli dei e tra gli uomini. Questa coppia primigenia, veicolata dalla tradizione greca e romana, nonostante i numerosi cambiamenti culturali avvenuti nel corso dei millenni, vive ancora ed esercita nell’animo del poeta il fascino del mistero.

I riferimenti di Bacca non si limitano solo a queste due divinità, ma spaziano nell’ampio e complesso pantheon greco-romano, nel quale Venere e Giove incarnano i diversi, e fondamentali, momenti e compiti nella vita. L’una è in perenne tensione verso la comprensione maschile, pugnace e sanguinolenta; l’altro è presentato come prototipo dell’autorità e dell’ordine. A queste due divinità il Poeta innalza lo sguardo verso il Cielo nella sua misteriosa e insondabile profondità, che scruta con lirica intensità e commozione, anche se non riesce a comprenderne i confini.

All’interno di questo mondo, impastato di umano e di divino, di carnalità e di spiritualità, di ingiustizia e di giustizia, di povertà e di ricchezza il Poeta muove sicuro i suoi passi e presenta il mondo e, in modo particolare, l’uomo, indiscusso signore del mondo, con la sua fragilità, con le sue attese, con la sua speranza e, in particolare, con i suoi dolori e le difficoltà della vita, che il profumo di fiori non riesce né a evitare, né a lenire. A rendere faticosa la vita sulla terra contribuisce non poco il tempo, che, col suo scorrere sempre uguale, rende più grigio e doloroso il pellegrinaggio su questa terra. Il tempo che scorre e pulsa nella silloge è più di ascendenza galileiana che platonico-agostiniana. Difatti, quando il tempo fu interpretato secondo lo schema della fisica galileiana, tanto per la scienza, quanto per la poesia occidentale costituì un notevole progresso, perché il momento, nel quale, il tempo si liberò dalle pastoie della filosofia scolastica, segnò il trionfo del pensiero umano. In questa prospettiva Bacca riflette da vicino la concezione senecana del tempo, unico bene in possesso dell’uomo. Ripete ancora una volta, ma in modi e in forme diverse, il carpe diem oraziano. Per tal motivo nelle liriche si riscontra con maggior frequenza il presente, nel suo incessante fluire, perché costituisce la certezza, che può afferrare con mano, ne può sperimentare la dolcezza e il dolore, il piacere o la noia, come si può desumere dai seguenti versi: «Tra le rovine del tempio / volano lampi di futuro», oppure: «C’è sempre un’ora di fronte / che sbuca dal sacchetto della spazzatura / e scompare - poi riaffiora - / o dalla scatola dei profumi». È la poesia del presente, la quale, se al primo impatto può sembrare trita, banale, priva addirittura di linfa, penetra in modo prepotente nell’animo e vi lascia solchi profondi e per la piena adesione alla contingenza della realtà e per la tangibile esperienza quotidiana, che struggente si avverte nei seguenti versi: «C’è una stanza senza scuri / dove non entra mai la notte… / Solo in quella stanza / non è permesso a mani di nessun ramo /spalancare finestre», perché: «Troppo in fretta la quiete diventa favela. / Spade già troppe se ne librano in aria / e funi pronte a chi tira meglio di braccia».

Non manca, com’è ovvio, il futuro, che nella mente del Poeta incarna la Speranza dell’attesa, il desiderio di realizzare se stesso come Uomo all’interno di un cosmo, che diventa sempre più angusto: «Gladiatore al soldo dell’attimo dopo / senza ombra sui sassi ne sposerò l’anima». A questo anelito non realizzato, con un velo di soffuso pessimismo soggiunge: «Sarò rudere ricomposto / solida pietra al saldo di nuova malta».

Il passato, adoperato molto di rado, richiama alla mente del Poeta sensazioni remote, che hanno lasciato vive impressioni nell’animo. Il ricordo diventa ora amaro, ora soffuso di velata malinconia, come: «Era verde quel bocciolo di rosa», oppure: «Mio nonno era fornaio e un letto di paglia», «Eravamo rami forti, vini pregiati, campanili». Bacca con il richiamo al passato rievoca la percezione, che rappresenta, e presenta, la naturale successione di eventi e il rapporto con altri esseri, i quali, animati o non, popolano la sua poesia. Più che grandezza fisica, in questi casi specifici questa categoria, prettamente umana, diventa il «tempo dello spirito», avvertito nel suo fluire come misura del processo interiore in continua trasformazione, Nella coscienza del Poeta, e dell’Uomo, si presenta pressante e senza interruzione il trascorrere del tempo, che informa i necessari cambiamenti spaziali e materiali dell’esistenza e dell’esperienza, secondo l’osservazione comune, ma non scevra di una certa filosofia, seppure elementare. È, questa, la condizione, che permette a Enzo Bacca, di descrivere ciò che si muove e si trasforma nello spazio racchiuso nell’espressione e nella comprensione poetica: è, infatti, ciò che interessa il senso visivo e uditivo, perché venga introiettato e assimilato come exemplum del divenire, percepibile solo col cambiamento. In ogni lirica della silloge l’identità dell’essere esistente non in contrasto o in contraddizione con la sua incessante trasformazione. È questo il motivo, secondo il quale il Poeta al prima, il passato, e al dopo, il futuro, preferisce il presente, che permette di cogliere il flusso vitale nella sua reale e concreta realizzazione.

L’idea del tempo si coglie in tutta la sua espressione, e completezza, nell’immagine di copertina, nella quale presente, passato e futuro mostrano il volto intero, circondato da ali di farfalla. Il presente è raffigurato al centro, come discrimine, senza mento, indeterminato, indefinito. Ogni aspetto, o segmento, del tempo, non a caso, ha un occhio solo: l’intelletto umano, infatti, coglie la realtà nella sua totalità e obiettività mediante l’astrazione sintetica del passato, del presente e del futuro. Il tempo, nel quale si condensa l’esperienza, come la farfalla, ha vita breve. Questa immagine richiama alla mente il salmista, il quale, quando si rivolge al Signore, dice: «Ai tuoi occhi mille anni sono come il giorno di ieri che è passato, come un turno di veglia nella notte … passano presto e noi ci dileguiamo».

Se si riflette bene sull’immagine e, soprattutto, sulla disposizione degli occhi, si ha del tempo non la rappresentazione lineare, di ascendenza cartesiana e propria della cultura filosofica moderna. Con questa immagine Enzo Bacca non intende rappresentare, nella sua poesia, il tempo rigido, indipendente e assoluto secondo la concezione di Newton, ma un’entità dinamica, elastica e indissolubilmente legata allo spazio. Per cui nelle liriche se l’oggetto è immancabilmente legato allo spazio, la nozione del tempo, secondo l’intuizione di J. Piaget, è associata alla pura casualità, racchiusa in definiti limiti spaziali. L’autore del resto sa bene che il tempo non è entità né oggettiva, né sostanza, né accidente, né relazione, ma condizione soggettiva necessaria, perché come ens vivens et cogitans, secondo M. Heidegger, l’esistenza della vita umana è inserita nella temporalità e circoscritta nella temporalità. Enzo Bacca, ancora, è consapevole, secondo una nota immagine di Borges, che il tempo è anche la sostanza, della quale è costituito, al pari di tutti gli esseri.   

Pur consapevole di tutte queste implicazioni, che costituiscono l’impalcatura della silloge, il Poeta mostra forte ed evidente propensione verso la rappresentazione circolare o ciclica del tempo, espresso dalle civiltà antiche e, in genere, dalle società fortemente ancorate al passato, come il cristianesimo, che nella silloge echeggia dappertutto in modo ora chiaro, ora velato.  

Una riflessione a parte merita il titolo, In verità mi dico, il quale, oltre a rimandare alla figura, nella quale i tre occhi hanno un esplicito richiamo a Dio, uno e trino, è una personale elaborazione e interpretazione di quanto si legge nel vangelo di Giovanni: «In verità vi dico, il Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre». Enzo riprende il significativo sintagma profferito da Gesù, ma non osa proporlo nella sua genuinità, perché consapevole dell’incolmabile distanza tra il verbum divinum e il verbum humanum. Come uomo di fede e religioso, Bacca non si erge a maestro, ma si pone nella condizione di discente; non sale sul pergamo a insegnare, ma si chiude in se stesso e, concentrato sulla parola di Cristo, volge al suo intimo i riferimenti, le denunce, le riflessioni proprie di uno spirito consapevole del ruolo, che ha nella società, in questa società dilaniata da guerre, contrasti, ingiustizie e disuguaglianze.

In tutta la produzione poetica Enzo Bacca mostra sempre un animo e un pensiero naturaliter religiosus, perché, come dice J. Riese, nel mondo la sua presenza assume e manifesta un modo di esistenza, riscontrabile nelle diverse forme religiose trasmesse dalla storia. Non è un bigotto, ma, come dimostra il suo stile di vita, è un laico impegnato, critico spassionato delle scelte della Chiesa, ma pienamente aderente all’insegnamento del magistero: crede, infatti, nel sacro e nell’esistenza dell’Essere Assoluto, il quale, come osserva M. Eliade, pur trascendendo il mondo, per mezzo di esso si manifesta, per santificarlo e renderlo più accetto nella sua realtà. Bacca, però, col suo impegno morale e civile si pone nettamente sulla linea segnata da Gerardus van der Leewe, che oppone l’Homo religiosus con una specifica relazione col sacro, all’homo negligens in netta opposizione ai naturali doveri verso il prossimo e verso Dio. Anche se il Poeta non si abbandona a ierofanie o a teofanie stempera nella sua opera, specchio di vita attiva e partecipe alle umane vicissitudini, quel quid di sacro, che sperimenta in sé e nella società civile, perché come ens rationale prende coscienza del sacro, che vibra sotto il suo sguardo indagatore della Natura e lo distingue nettamente da ciò che sacro non è. Considerata sotto quest’ottica, non sempre comprensibile e accessibile alla prima lettura, la silloge di Bacca costituisce una continua, ininterrotta ierofania, senza cadere nel panteismo o nell’immanenza di Dio nella Creatura, che ne è solo pallida manifestazione. Difatti nella diversità e nell’armonia della natura mostra più di quanto vi è intrinseco, tutto il sacro, che vi è contenuto.

Intimamente partecipe ai luttuosi eventi, che addolorano l’umanità già sofferente, che cadono sotto i suoi occhi e si susseguono in modo sempre più tragico, si china dolente sugli orrori provocati in Ucraina dall’invasione russa. Per descrivere gli orrori, provocati dalle armi russe sugli Ucraini, nella lirica che chiude la prima parte, si ispira alla Zattera della Medusa di Gericault: «Schiavi sui manifesti dipinti con vernice rossa / naufraghi sulla zattera della medusa / nel mezzo di secoli a cultura corta». In questa desolata considerazione sulla follia omicida dell’invasore, non mancano echi ad alcune immagini tratte da Shelly, cui si rivolge con un grido di dolore e di impotenza, perché la Storia, definita da Cicerone: «testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis», cioè testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra di vita, messaggera dell’antichità, non ha ancora insegnato niente, soprattutto a chi si crede potente. Alla dotta riflessione dell’oratore romano, il quale della Storia affermava la funzione istruttiva, la sola capace di incarnare i morti nei viventi, Bacca mediante un’incisiva invettiva, come Dante contro Pisa, così conclude la lirica: «Ehi, Shelley, avevi ragione tu / - diavolo d’un poeta - / c’era il sole di notte e nessuno se n’è accorto», nonostante abbia visto «Il sole arrabbiato nella notte i falò in aria / il richiamo di Shelley disperato dal mare».

La parola, pur impregnata di cristiana umanità, pur vaga e, sovente, volutamente indefinita, può sembrare una frammentaria melodia, che si perde nelle elucubrazioni di asfittici sofismi. Trova, invece, tra le luci, le ombre o i chiaroscuri la sua armonia, colta nel fremito incessante della Natura, della Fede. Per cui la Storia ritrova la sua vitalità e l’uomo si avvia a poco a poco, con passi a volte incerti, verso la Metafisica, che si coagula nell’Amore, tanto umano, quanto divino. In questo orizzonte dai confini spesso indefiniti pulsa la poiesis antropocentrica di Enzo Bacca, corroborata dalla gnome e da descrizioni forti, potenti e, a volte, taglienti nella cruda realtà. Per rendere più immediato e penetrante il pensiero frequente è il ricorso a neologismi, a ossimoriche metafore, ad azzardate sinestesie, a iterazioni anaforiche, a rime interne, a omoteleuti. In questo groviglio sinfonico, apparentemente privo di misure metriche predeterminate, Enzo Bacca costruisce l’impalcatura d’una lirica, che schiude la Poesia contemporanea verso muovi e inesplorati orizzonti. L’ego del poeta, all’interno di un ritmo ondeggiante, vivifica la parola, come una brezza leggera increspa il mare, muove le fronde, agita le cime dei pioppi o dei frassini, sparge l’olezzante profumo delle rose o dei gigli. Con questa silloge Bacca dice al lettore: «In verità mi dico. Così sono. Se vi pare».  

 




domenica 26 giugno 2022

FRANCO DONATINI COMUNICA

 Carissimi,

purtroppo per indisponibilità di alcuni partecipanti, l'evento è rimandato in data da destinarsi.

Scusandomi per il contrattempo, vi invio cordiali saluti.

Franco

 Carissimi,

vi invito a questo evento organizzato dal Comune di Altopascio, in collaborazione con il Salotto Le Sughere. Parleremo di poesia e leggeremo insieme testi poetici, sia nostri che di alcuni poeti importanti che hanno fatto la storia di questa arte sublime.

Sarà anche l'occasione di salutarci prima delle ferie estive, per poi  riprendere ad autunno con gli appuntamenti mensili del nostro salotto.

In attesa di incontrarci vi saluto cordialmente.

Franco

 

sabato 25 giugno 2022

RAFAELE PIAZZA LEGGE: "LIRICHE SCELTE"DI GIUSEPPE ARRIGUCCI

 


Giuseppe Arrigucci

 

LIRICHE SCELTE

 

Recensione di Raffaele Piazza

 

      

Liriche scelte, la raccolta di poesie di Giuseppe Arrigucci che prendiamo in considerazione in questa sede, è scandita in tre capitoli che sono provvisti tutti e tre di titoli e di prefazioni e sono preceduti da una premessa a cura di Guido Miano.

Cap.1: La spiritualità nella poesia di Giuseppe Arrigucci: la contemplazione del volto di Dio (Prefazione di E. Concardi); Cap.2: I volti dell’amore (Prefazione di F. Romboli); Cap.3: Il senso del tempo e le problematiche dell’essere nelle liriche di Giuseppe Arrigucci (Prefazione di G. Veschi). Il testo è corredato anche da una Antologia essenziale della critica e dalle bio-bibliografie dell’Autore e dei prefatori. L’Autore (Arezzo, 1935 - ivi, 2020) ha pubblicato le raccolte di poesie: Volo libero (2000); Amen, canti dello spirito e della fede (2003); Voglia di una vita piena (2015); …io…tu? Forse… (2017).

Scrive Enzo Concardi che la spiritualità nella poesia di Giuseppe Arrigucci vive di dimensioni verticali e di ascesi: è mistica ed estatica, chiede di vivere la Grazia santificante del Signore; è lode, preghiera ed invocazione a Dio sul cammino della salvezza; è imitazione della vita di Cristo e visita figure del Cristianesimo che hanno testimoniato la fede, divenendo modelli di santità e c’è un incessante dialogo con l’Assoluto.

Il volume racchiude una scelta antologica delle poesie del Nostro, tratte da varie raccolte, e già da un rapporto empatico con i titoli ci possiamo accorgere della vena assolutamente mistica, spirituale e religiosa delle poesie di Arrigucci, che pur praticando una simile poetica, nella sua vita non è stato un sacerdote. Nel congiungersi ottimistico del sacro e del profano, del trascendente e dell’immanente, ritroviamo il titolo della raccolta Voglia di una vita piena, a conferma che oltre ai voli trascendentali dell’anima il poeta è del tutto conscio che la vita terrena può essere piena e perciò felice anche se vissuta in funzione di quella infinita, insomma si può abitare poeticamente la terra nonostante la forza del male perché il bene anche storicamente e non solo nella vita privata del credente finisce sempre per prevalere con l’aiuto di Dio Sommo Bene.

E viene in mente l’atto dell’indiarsi del congiungersi con Dio in una fusione mistica come hanno scritto i mistici medievali, mettendosi in ascolto della Voce di Dio che si manifesta nelle pieghe della mente del credente.

Tessuti linguistici affascinanti, compositi, nitidi, luminosi, veloci, leggeri e icastici quelli messi in scena da Giuseppe Arrigucci in questa raccolta che è un prodotto veramente originale e sembra ritrovare come modello la poetica di David Maria Turoldo che è stato poeta e autore di saggi come Il dramma è Dio. Il divino, la fede e la poesia (1992), categorie tra le quali c’è una forte concatenazione, un’osmosi intrinseca che sottende la forza salvifica di divino, fede e poesia nel nostro liquido e drammatico periodo storico tra pandemia e guerra per «varcare la soglia della speranza» come ha scritto Papa Giovanni Paolo II.

Nella lirica Lacerazioni il poeta scrive: «Stasera ho bevuto la malinconia / fino ad ubriacarmi! / Passata la sbronza / mi sono riconciliato con la vita / anche se spesso è colma di dolore! / Solo di rado un lampo di gioia / illumina l’anima / e subito sprofonda nel silenzio! / Che almeno l’ultima giornata sia serena / in un abbandono fiducioso / senza nostalgie del passato / senza turbamento per le cose non fatte!». Emergono i valori salienti del Cattolicesimo che è dei forti all’insegna delle parole di San Paolo: «Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti. La vostra amabilità sia nota a tutti. Il Signore è vicino!».

Raffaele Piazza

      

 

 

Giuseppe Arrigucci, Liriche scelte, prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi; Guido Miano Editore, Milano 2022, pp.96, isbn 978-88-31497-86-2, mianoposta@gmail.com.

 

CARMELO CONSOLI: "DIVINO DISINCANTO", GIULIANO LADOLFI EDITORE


 

Divino disincanto" è un romanzo di formazione in versi e, come ogni storia di formazione, racconta una crescita e una maturazione seguendo l'evoluzione dell'autore-protagonista verso e oltre l'età adulta attraverso prove, situazioni ed esperienze, per raccontarne emozioni, sentimenti, progetti, azioni, svelati nella loro genesi interiore. E quell'evoluzione della personalità che passa attraverso il complesso rapporto con i genitori, il periodo adolescenziale nel contatto con i coetanei e con i luoghi della propria infanzia, le prime avventure sentimentali, via via fino alla ricerca di un lavoro e alla conquista di un ruolo sociale nella propria esistenza (dalla prefazione di Paolo Ruffilli).

 

giovedì 23 giugno 2022

MARIA RIZZI: "RECENSIONE"

Maria Rizzi su “La promessa” di Gianlivio Fasciano - IOD edizioni

 


Ho ricevuto in dono da Gianlivio Fasciano la sua ultima Opera, il romanzo “La Promessa”di IOD Edizioni, e ho rivisto in una serie di flash back la lunga storia di amicizia con l’Autore. Attraverso la lettura dei testi precedenti, come “La vite e la vela”, “Il tempo delle ciliegie”, il racconto “Tempo, sì grazie…”, e grazie alla frequentazione di Gianlivio, presi atto che si trattava di un giovane che rispondeva a un’ infanzia e a un’adolescenza sofferte sfidando se stesso. Era cresciuto con il proposito di ottimizzare ogni attività che intraprendeva. E si può dire che è riuscito nell’impresa, visto che ha ottenuto nel 2021 il riconoscimento di “Avvocato dell’anno per il Diritto del lavoro e delle relazioni individuali” e  si è affermato nello sport arrivando ai massimi livelli in pallamano e in altre discipline nel Circolo Canottieri Napoli. La scrittura mi sembrava rappresentasse la sua isola libera, il luogo nel quale dava voce al fanciullo che portava in sé. I suoi testi erano surreali, umoristici, originali, freschi, anche se nascondevano le verità dell’esistenza. Con quest’ultimo libro la sua ars narrandi compie passi da gigante, L’opera è tratta da una storia vera, ma a mio umile avviso non è importante sapere che ruolo rivesta il protagonista nella vita di Gianlivio Fasciano, è importante e dannatamente attuale la vicenda in se stessa. Romolo Di Meo del 1921, nasce a Mastrogiovanni, una frazione di Filignano, in provincia di Isernia nel Molise, ed è la voce narrante della sua storia di pastore senz’altra ambizione di recarsi sul Monte Pantano con le vacche, i vitelli e qualche capra. Per introdurre il romanzo credo sia indispensabile parlare della cifra stilistica. La si potrebbe definire verista, neo-realista nel senso crudo dell’espressione. Leggendola si ascolta C. Dickens e il suo assunto “Di fatti c’è bisogno nella vita. Piantate nient’altro, estirpate tutto il resto. Solo con i fatti si educano le menti di animali razionali, nient’altro riuscirà mai loro di alcuna utilità”. Romolo non ha tempo per pensare a ciò che non ha, si concentra su ciò che può fare con quello che ha. Ma l’Autore, pur evocando le correnti citate, va oltre. Si caratterizza per un lessico duro, aspro, pervaso di termini dialettali, coniato su misura per i protagonisti della storia. Romolo, Tata e Tatella, - nel sud esisteva l’abitudine di chiamare i genitori con questi lemmi che sono la duplicazione della sillaba ‘ta’, consueta nel balbettio e nel richiamo dei bambini -, le sorelle del pastore e tutti i personaggi si esprimono nel loro gergo e aiutano noi lettori a comprendere a fondo la loro realtà. Gianlivio non ha scritto un romanzo, ha studiato usi, costumi, abitudini della gente che ha conosciuto da piccolo, in epoca molto più recente. Si è documentato sul mondo contadino, su quanto sia importante il tempo nello scandire le fasi dell’esistenza: “un buon pastore tiene il tempo meglio di un pianista” - tratto dal romanzo. Il ragazzo impara subito che sono la vita e il tempo a decidere per gli uomini, per i contadini in particolare.. L’Autore non rinuncia a voli di struggente dolcezza, alle aperture d’ali, sufficiente citare l’estratto: “pure le pecore lo capiscono che le bocche sono sorelle quando si ha fame”, ma torna sempre sui passi del vero per non tradire il focus della vicenda. Il padre, Tata, che è un reduce della Grande Guerra e nel conflitto ha avuto il polso trapassato da un proiettile, rappresenta la quercia dell’infanzia di Romolo, che lo idealizza, lo ammira, spera di poter essere alla sua altezza. Le donne della famiglia sono figure sullo sfondo che, nel corso del romanzo, prendono consistenza. Giovanna, l’unico grande amore del protagonista, al primo incontro gli piace ‘non perché sapeva sorprenderlo, ma perché era sorpresa’. Cito alcune frasi che mettono in luce la capacità dell’Autore di coinvolgerci con il verismo, la cruda realtà contadina e una creatività che implica vari livelli inconsci. Romolo si sposa giovanissimo e, come tutti i coetanei, viene reclutato per il secondo conflitto. La narrazione in prima persona rende l’intero libro e, in particolare la lunga descrizione dei quattro anni di guerra, a dir poco superba. Gianlivio Fasciano si cala perfettamente nella pelle di un giovane di meno di vent’anni che non comprende perché deve recarsi a Trieste dove viene assegnato agli Alpini della Brigata Julia. Lui conosce il pericolo degli orsi, temuti più dei lupi sui suoi monti,  non sa nulla delle mine, delle trincee, dei nemici. La promessa che dà il titolo al testo è riferita a Tatella, la madre, alla quale il giovane assicura che non si sarebbe mai lamentato, ma esiste un secondo possibile titolo, ‘la rassicurazione’ di Tata, che gli ripete che andrà tutto bene. Romolo per fronteggiare lo strazio del conflitto si appoggia a queste due stampelle. Come ogni ventenne mandato in trincea non sa perché deve combattere, porta le ferite e le cicatrici senza comprendere il grande non senso della crudeltà che è costretto a infliggere e a subire, non gliene frega niente di Mussolini, si rende conto soltanto che nulla frantuma la dignità di un essere umano quanto la guerra. Il soldato Di Meo ricorda più volte la promessa fatta alla madre e dopo la morte di un altro pastore come lui, si sfoga dicendo: “in guerra non tieni un amico uno fino a quando non lo conosci. Perché quando lo conosci rischi di diventare pazzo. Anzi ci devi diventare pazzo dopo che, lasciata la tua terra, tua moglie e la tua famiglia per andare a rendere omaggio a Mussolini e alla Patria, poi ti ritrovi a fare la guerra con altri caprari come te che neanche sanno cosa ci stanno a fare là”… e conclude: “Ecco è questo il momento in cui ho capito perché non dovevo lamentarmi. Perché era tutta una bugia”. E dopo i quattro anni trascorsi svolgendo vari ruoli il giovane scopre per caso, mentre obbedisce agli ordini come sempre, che Badoglio ha firmato l’armistizio, e che può tornare a casa. L’avventura purtroppo non è finita. Il giovane sente parlare di alleati, che non conosce, di tedeschi che nel ritirarsi continuano a vendicarsi e affronta una vera e propria odissea per raggiungere il suo paese. Scopre che Venafro non esiste più, che stanno bombardando i comuni del Molise, diventa eroe sentendosi solo un assassino, e impara che la rassicurazione del padre tanto amato non era vera. Non va tutto bene. Vorrebbe addirittura farla finita. Romolo dà fiato alla propria disperazione: “Non solo quella guerra non era la mia, soprattutto quella cagna bastarda aveva cambiato i connotati di casa senza avvisarmi. Mi aveva fottuto due volte”. Dagli estratti del romanzo si evincono le laceranti verità dei conflitti, di ogni conflitto. Il testo scava le anime di noi lettori, le trascina in uno scenario di rabbia, di dolore, di stupore. Non si combatte mai in nome di ideali, si va in guerra per assecondare gli interessi di persone definite ‘potenti’. Romolo si dimostra un uomo perbene, che rispetta i valori che gli sono stati inculcati, protegge i propri amori e sente il peso delle morti inflitte. Il libro in questo momento storico è didattico e il nerbo narrativo di Gianlivio Fasciano travolge, rende visibili i personaggi e, a tratti, commuove. Credo che con un romanzo come questo l’Autore abbia chiuso il cerchio. Non ha rinunciato al fanciullino, tant’è che scrive favole e ha un carattere gioioso, ma ha dato prova di autentica, altissima Letteratura, quella che prevede studio e storia, e che si ribella ai tempi puri della grammatica per rendere giustizia alla vita.

  Maria Rizzi   

MARIA LUISA DANIELE TOFFANIN: "COMUNICATO"

Interessante evento culturale: nel centenario della morte di Sebastiano Schiavon, politico e sindacalista veneto, per lungo tempo dimenticato, la ristampa la sua tesi di laurea.

Così nell’articolo di Giovanni Lugaresi su Il Gazzettino di Padova, 21 giugno 2022


Inserire l'immagine della copertina tesi Schiavon
poi l'articolo de Il Gazzettino
e infine inserire la locandina del 5 incontro - Asiago

mercoledì 22 giugno 2022

SERENELLA MENICHETTI: "IL MIO PENSIERO E' UN ALBATRO"

 

IL MIO PENSIERO E' UN ALBATRO

 

Infrango una ad una ogni barriera

per volare in luoghi di stupore

getto il fardello che corpo e mente annienta

per conoscere dimensioni sconosciute

M'incammino in sentieri senza limiti

costeggiando lunghi corsi d'acqua

Attraverso caverne e luoghi oscuri

Il buio affrontato si fa luce

Nell' incontro con ortiche e rovi

attendo lo sbocciare di parole

per vestire di seta i miei vissuti

Ho conosciuto gente di ogni dove

che ogni giorno regala i suoi sorrisi

pietre multicolori   a infilare collane d'empatia

Magiche connessioni mi attraversano

per guidarmi dai sogni alla realtà

 

Il mio pensiero è un albatro

SILVANA LAZZARINO: "COME PIOGGIA SOTTILE" DI ROBERTO DE LUCA PRESENTAZIONE

 ROMA, “COME PIOGGIA SOTTILE” DI ROBERTO DE LUCA PRESSO LA GALLERIA D’ARTE POLMONE PULSANTE

di SILVANA LAZZARINO – LA PRESENTAZIONE. Evento culturale per sabato 25 giugno alle ore 19. È a cura di Veronica De La Vega, mentre le letture sono affidate a Roberta Lancissi

da

 Redazione La Voce del Nisseno

 -

 21 Giugno 2022

 

Condividi


 La locandina dell'iniziativa culturale

Fare chiarezza sul piano delle emozioni, capendo fino in fondo cosa realmente si desidera, non sempre è facile. Paure e indecisioni possono diventare ostacoli ad uscire da quella zona di protezione in cui si finisce con l’abituarsi, salvo quando un fatto particolare o un ritrovato interesse non intervengano a creare la spinta necessaria per cambiare quello stato o situazione ormai divenuta consueta.

Verso il cambiamento volti a trovare nuove opportunità sono orientati i protagonisti del romanzo scritto da Roberto De Luca noto autore e poeta di successo che anche in questa opera Come pioggia sottile edita da Graus (anno 2021) si sofferma ad ascoltare lo scorrere dell’esistenza nella quotidianità riferita però a quattro giovani alle prese con il bisogno di riscoprire la propria identità che spesso sfugge. Attraverso esperienze diverse che si intrecciano, essi giungono a constatare come l’individuo debba fare i conti con la difficoltà a creare e mantenere relazioni autentiche avvertendo l’impossibilità di essere sé stesso, accompagnato da inquietudine e paura di amare.

La Trama. Praga con la sua atmosfera abitudinaria e romantica, dove si respira un clima multietnico e moderno, accompagna il protagonista Luigi deciso a visitare la città dove era vissuto Kafka autore scelto per la tesi di laurea in lettere, ma anche intenzionato a ritrovare la ragazza per la quale prova interesse: Orietta, partita improvvisamente con Mark e alla quale continua a pensare.

Ad accompagnare Luigi è il suo amico Patrizio ragazzo silenzioso, di poche parole, un po’ solitario, amante della palestra, che riesce a dargli tranquillità con suggerimenti semplici ed utili. Dopo aver girato diversi locali anche per trovare un impiego par-time, finalmente Luigi entra in quello dove lavora Orietta insieme al compagno Mark. La ragazza seppur felice di rivedere il suo amico Luigi, non appare serena per via della complessa relazione che vive con il compagno che si mostra sempre più sfuggente, poco sincero non volendola mettere al corrente del giro di affari poco trasparente in cui si è invischiato. Sottintesi e non detti sono anche per certi aspetti presenti nel modo con cui i giovani si relazionano amplificando quell’incomprensione che li vede sempre più soli.

Se da una parte Luigi è deciso a rivedere Orietta per confrontarsi con i propri sentimenti, dall’altra parte Mark l’attuale compagno di lei si mostra poco attento alla relazione e affatto responsabile scegliendo di percorrere strade poco trasparenti per facili guadagni. Luigi, Patrizio e Orietta e per certi versi anche Mark che accompagnano il lettore in questa avvolgente storia in cui emerge il bisogno di capire sé stessi, sono accomunati da una sottile malinconia, o meglio inquietudine che rende più incerto il loro presente a partire dal fatto che non sembrano proiettati verso il domani, ma piuttosto volti a vivere giorno per giorno ciascuno la propria esistenza senza preoccuparsi troppo di eventuali conseguenze a certe decisioni.

Ciascuno dei quattro personaggi descritti nel loro universo interiore fatto di riflessioni, pensieri, ha difficoltà a trovare un’autentica comunicazione con l’altro. L’unico che si mostra meno orientato a pensieri più mentali, per il suo essere spontaneo, è Patrizio che nella sua schiettezza preferisce poche e semplici parole. Sono le sue parole schiette e dirette ed il suo mostrarsi autentico a permettergli di fare un passo in più nel concretizzare la sua relazione sentimentale con Giselle conosciuta nel locale dove lavora part-time.

La locandina dell’iniziativa culturale

Insicurezza, incomunicabilità e inquietudine accompagnano le vicende dei giovani le cui vite si intersecano e si distanziano e i cui caratteri si somigliano per questa incapacità di trovare una solida e definitiva collocazione nel mondo e per il non sentirsi del tutto compresi dagli altri. Ma la vita è un viaggio dove l’inaspettato e imprevedibile può cambiare ogni situazione mettendo in crisi quel che si pensa di essere e quel che appare.

Il romanzo fin dalla prima presentazione nel 2021 ha trovato numerosi consensi di pubblico e critica per la linearità ed efficacia dello stile narrativo con cui l’autore descrive le emozioni e i sentimenti dei personaggi e per l’attenzione posta nella narrazione di alcuni momenti legati alla tradizione e al folclore della città di Praga, tenendo sempre desta l’attenzione del lettore. Significativa a riguardo è la scena del corteo di persone mascherate in cui spiccano uomini con maschere da uccelli, pagliacci e due nani sui trampoli.

Attraverso una scrittura profonda e introspettiva Roberto De Luca costruisce una narrazione avvolgente creando dialoghi che si accostano ad un ascolto emozionale necessario per tratteggiare stati d’animo e pensieri dei quattro protagonisti talora diffidenti nel loro avvicinarsi, facendo emergere luci e ombre che attraversano i loro pensieri più profondi, dove non è lecito sempre arrivare. Ciascuno di essi ha il proprio background e con esso si confronta portandosi dietro ricordi ed emozioni non sempre elaborate e accolte e quindi non comprese dagli altri con cui comunicare diventa difficile.

I quattro compagni di viaggio si ritrovano in una città che offre l’occasione per ritrovare sé stessi, la propria identità che poi non è l’unica, poiché in ciascuno abitano invisibili esperienze ed emozioni di vissuti che vengono dimenticati, ma mai del tutto e che ritornano. Basti pensare a Mark e ai ricordi della sua infanzia nella casa di campagna del padre. In questa ottica anche le relazioni faticano a mantenere un ritmo uniforme e duraturo poiché non vi è una chiara consapevolezza di ciò che si è e quindi di ciò che si prova e si sente anche nei confronti degli altri.

L’incertezza del presente accompagna i giovani nelle loro emozioni, rendendo fragili e precarie le relazioni, spinti da un costante conflitto interno/esterno dove il certo è una chimera poiché non può trovarsi nell’effimero e nella materialità, ma in quel sentimento di amore da cui sembrano spaventati tranne forse Patrizio. Eppure Luigi si è spinto fino a Praga per amore, per riprendersi Orietta, ma la trova che frequenta Mark che non l’ama come forse dovrebbe. Anche Patrizio vive una relazione con Giselle, ma senza troppe illusioni prendendo la vita come viene fino a quando la loro storia non prende una direzione inaspettata.

L’autore non poteva trovare città più adatta per parlare di relazioni fragili, di conflitto interiore e sospensione dell’ascolto: le vicende dei personaggi sono offuscate da una velata inquietudine che scende “come pioggia sottile”. Oltre ad essere un narratore attento e sensibile nel restituire gli aspetti del quotidiano come si evince dai racconti presenti in “A furia di sfogliare”, Roberto De Luca si mostra particolarmente preciso nell’addentrarsi nella sfera piscologica ed emozionale dei personaggi descritti con grande delicatezza.

Come pioggia sottile” viene presentato a Roma il 25 giugno 2022 alle ore 19 presso la Galleria d’Arte Polmone Pulsante Centro promozionale delle Arti e della ricerca (Salita del Grillo 21). La presentazione è a cura di Veronica De La Vega, le letture sono affidate alla voce e interpretazione di grande spessore di Roberta Lancissi.

SILVANA LAZZARINO

LEGGI ANCHE: ROMA, UN PARTY PER SOSTENERE MARIA ANTONIETTA ROSITANI VITTIMA DI VIOLENZA

·         TAGS

·         ROMA