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sabato 29 ottobre 2022

MARIA LUISA DANIELE TOFFANIN: "EMOZIONI"

INTGRODUZIONE DELL'AUTRICE


 «I poeti lavorano di notte

quando il tempo non urge su di loro,

quando tace il rumore della folla

e termina il linciaggio delle ore. […]

Ma i poeti, nel loro silenzio

fanno ben più rumore

di una dorata cupola di stelle.»

(Alda Merini)

 

Essere artisti, per la profonda autrice Maria Luisa Daniele Toffanin, significa possedere il potere di sospendere il tempo, restituendo ad ogni uomo il possesso di quello che i greci chiamavano il kairòs – il tempo opportuno, il tempo divino – nel quale riscoprire tesori e risorse, nel quale ritrovare le facoltà perdute di emozionarsi e di sognare. La poetessa, dunque, è colei che trasforma il tempo grigio di un lockdown, o di una folle guerra tra popoli, in mezzo a strade solitarie ed angoscia (“Un tempo sospeso”), in un tempo di speranza e stupore.

 

«Bambini, ora si gioca un gioco nuovo come a carnevale

con guanti e mascherine

che si può anche cantare tutti in coro come a Natale. […]

Noi siam le mascherine con gli occhi a mandorline

venute da lontano andiamo in tutto il mondo

per la festa della vita giochiamo al girotondo. […]

Bambini, pure a distanza si gioca

altra novità del tempo: chi sa stare più lontano

dall’amico, vince la scommessa nella ruota della vita

chi sa stare più lontano è più vicino al suo cuore

difende la sua e altre persone

vince la gara del rispetto.

Nascerà così un mondo migliore. […]»

(“Parole nuove per giochi nuovi”)

 

In un mondo senza più santi né eroi, spetta ai poeti il ruolo di “fari nella notte” per evitare ai naviganti di infrangersi sugli scogli e metterli sulla rotta di un porto sicuro (“Urgono parole-risorse nuove”). Ecco che, allora, in questo “tempo sospeso” la poetessa scova nelle emozioni le giuste e opportune risorse per colorare nuovamente tutto e tutti. I versi, dunque, attingono le loro cromie alla tavolozza dei sentimenti, mentre la poesia si fa canto e danza. Le parole di Maria Luisa sono semi che si piantano nella terra del cuore… per far rinascere una vita fiorita.

 

Emozioni

 

EMOZIONI

 

Non so questo trillo da dove nasca, questo canto già

allungato in coro dilatato nell’aria in musicali note

so che al risveglio mi crea stupore mi turba

lietamente l’anima sospesa in questo limbo.

Oh melodia segreta dono al giorno così rinato.

Attimo di gioia dentro, canto iterato al vespero

sempre effuso dal mistero, mio input per ricaricarmi

dall’inerzia interiore dal delirio sociale.

Un canto d’insieme che si muta in un assolo del Creato

o divina natura a noi magistra

riverbero d’armonia sempre!

 

Oh emozioni emozioni vestali del cielo vostra dimora

là si libra la mia anima alata e tutto in me diviene

limpido volo d’umana speranza.

 

Un canto segreto che non muore mai si fa musica

poesia irradiata fra le ore al suono di un’antica

radio evocante Gelsomina La strada.

Struggenti note di Rota memoria eterna d’arte

proiezione luminosa nel dopo.

E tu Andrea da Soligo, mio vate, risorgi coi tuoi versi

ispirati dal magma prorompente del cratere felliniano

mitica poesia fantasia nel Recitativo

aàh Venessia aàh Regina aàh Venùsia.

Fragile l’oggi alla pulsione dei numeri

oscuro cammino il domani eterna voce la bellezza

promessa che dolore e morte vince e sublima.

 

MARIA RIZZI: "ARTICOLO DI SILVANA LAZZARINO"

 


https://occhiodellarte.org/maria-rizzi-e-vittorio-verducci-presentano-il-loro-saggio-romanzato-dedicato-alle-donne-della-storia-voci-di-donne-dalla-storia-graus-edizioni-2022/

venerdì 28 ottobre 2022

ORAZIO ANTONIO BOLOGNA: "RECENSIONE"

 

Riflessioni su

A oriente di qualsiasi origine

di

Annalisa Rodeghiero

 

 

La poesia italiana, che, prosecuzione d’un glorioso passato molto vicino, prolifica all’inizio del nuovo secolo, non è, per molti aspetti, facilmente accessibile, né inquadrabile in schemi preconcetti o, per meglio dire, precostituiti: emergono, infatti, personalità con caratteri così diversi e distanti tra loro, che è difficile ricondurle e inserirle all’uno della Poesia, intesa secondo i canoni della cultura alessandrina. La produttività, a scapito della qualità, sorprende per la facilità, con la quale si dànno alle stampe raccolte spesso insipide; e, data la varietà dell’interpretazione, lontane persino dalla lingua italiane, della quale emergono solo pallide reminiscenze, spesso deturpate e mutilate da ghiribizzi innovativi, o creduti tali. La grande lirica, che prende le mosse dalle consapevoli e intelligenti innovazioni di Carducci e di Pascoli e passa per Ungaretti, Saba e Montale sembrerebbe tramontata per sempre, se di tanto in tanto, non erompesse sulla scena una personalità fornita di solida statura: è il caso, non fortuito, del volume pubblicato da Annalisa Rodeghiero, la quale titola scientemente la sua fatica A oriente di qualsiasi origine.

Questo volume, che raccoglie riflessioni disseminate nel corso di lunghi anni e assidue meditazioni sulla poliedrica realtà dell’Uomo durante il percorso terreno, anche se da un lato dimostra a chiare lettere che la struttura poetica è insita nella mente umana, come da più parti si afferma, dall’altro rende consapevole il lettore che non tutti per motivi intrinseci sono in effetti poeti e che una certa poesia, per una particolare sensibilità, non può che sgorgare da una particolare cultura e sensibilità, incarnata nell’animo della donna. Per tal ragione il titolo, che potrebbe sembrare banale a una lettura superficiale, invia il lettore a una certezza indiscussa, verificatasi tra i Sumeri nell’ultimo quarto del terzo millennio prima dell’era volgare: richiama, infatti, il fruitore ad Enheduanna, poetessa accadica e sacerdotessa del dio Nanna a Ur. Figlia del re Sargon, Enheduanna è la prima donna, che nella storia dell’umanità scrive e firma la sua poesia, come attestano fonti contemporanee e successive, quando parlano della sua opera, scritta in sumerico e intitolata L’esaltazione di Inanna.

In ambito ebraico il titolo di poetessa si potrebbe scorgere nell’appellativo di profetessa dato ad alcune donne, come Ester, Debora, Anna e Abigail. Queste, a volte insieme con gli uomini, vivevano presso i templi correlati con le corti reali; rivolgevano suppliche alla divinità, protettrice della casa regnante, ed erano soprattutto consigliere del re, cui promettevano prosperità e successi soprattutto in guerra.

Le poetesse ebraiche, a differenza di Enheduanna, sono essenzialmente legate al desiderio della maternità, tema molto ricorrente e spesso molto sofferto, frustrato, o avvertito come tale, secondo l’autorevole parere di M. Gluzman. Questo innato sentimento, come in controluce traspare anche dalle liriche della Rodeghiero, è presente nei versi delle cosiddette «madri fecondatrici» della poesia ebraica al femminile, come si evince da Anda Amir-Pinkerfeld, Rachel, Esther Raab, Yocheved Bat-Miriam, le quali, emerse solo in tempi relativamente recenti, hanno portato un contributo fondamentale all’antica letteratura ebraica.

Collegato a siffatti legami, per lo più accantonati, il volume della Rodeghiero, nel vasto e complesso rigoglio della letteratura contemporanea, assume un ruolo del tutto particolare, segna una tappa, costituisce una pietra miliare nella produzione poetica di alto livello e per contenuto e per politezza lirica della versificazione. Difatti l’usus scribendi e, in modo particolare, l’habitus cogitandi, qualità essenziale per chi si accinge a scrivere poesia, allontana e distanzia la poetessa dalla trita monotonia della produzione odierna. È più che ovvio che Annalisa non è la sola che torreggia come un gigante nel paesaggio della poesia attuale: altri ingegni di altissima levatura, sebben pochi, rari nantes in gurgite vasto, continuano con onore la gloriosa tradizione della letteratura italiana; ma questi, purtroppo, sono per lo più sconosciuti al grande pubblico.

Si impone, a questo punto, un cenno sulla complessa e coesa cultura di Annalisa, la quale nel corso della vita non si è limitata solo agli studi liceali e universitari, ma con vigile attenzione ha rivolto sempre l’animo alle menti pensanti sia antiche, sia recenti, seguendo quanto il suo ego cogitans di volta in volta le imponeva. Per cui da Omero e dai lirici greci, senza trascurare la poesia latina, attraverso il Medioevo e l’Umanesimo è approdata ai poeti più significativi della poesia italiana ed europea dell’Ottocento e del Novecento, i nomi dei quali si possono leggere in controluce, come una filigrana, pressoché in ogni lirica.

I processi poetici e i particolari metaforici, sui quali è intessuta la lirica della Rodeghiero, oltre ad essere continuamente modellati su costanti cognitive di grande spessore, percepibili ora più, ora meno, quasi declinano il tema del viaggio, il quale, pur costituendo la trama portante, lega in modo quasi impercettibile tutte le liriche. In questo modo, sottile e sfuggente, la poetessa organizza e articola la complessa cognizione dell’uomo, della realtà presente e, in modo molto velato, del futuro, cui l’uomo va immancabilmente incontro. Seguendo la trama della narrazione poetica, i particolari culturali e cultuali, comuni e condivisi, canalizzano l’attenzione e la conducono a organizzare tanto la percezione, quanto il pensiero del lettore verso un orizzonte, che sfuma nel metafisico mondo dell’ens a se, mai nominato, ma presente; assolvendo, in questo modo, alla funzione paideutica, cui la Poesia è vocata sin dalle sue più remote origini.

Annalisa, però, nonostante cerchi in qualche modo di dissimulare, rappresenta la sua esperienza tanto cognitiva, quanto artistica come un viaggio nella vita, come necessaria condizione considerata non solo in sé, ma anche, e soprattutto, in relazione con gli altri individui, che tendono tutti, come lei, verso la medesima meta. Nella silloge, ben strutturata sotto l’aspetto artistico ed estetico, non nomina mai la Morte, che pure traspare da cenni molto colti e raffinati, percepibili solo immergendosi nella stesura metafisica della poesia e nella sua concezione eraclitea dell’esistenza. Non manca qua e là un’impercettibile venatura cristiana.

Gli studi filosofici, soprattutto di ispirazione hegeliana, hanno condotto la poetessa a considerare in maniera molto particolareggiata la fenomenologia dello spirito. Ciò permette di cogliere la conoscenza fisica della realtà nella coscienza del , dell’ego cogitans e, di conseguenza, agens, mediante una visione unitaria, che lega indissolubilmente la materia allo spirito, il pensiero all’azione, l’esistenza fisica a quella metafisica, il tempo presente, nel quale è fisicamente immersa, vive e pensa e agisce come ens rationale, alla dimensione metatemporale. L’analisi di questo aspetto è di gran lunga più interessante, per penetrare nei solchi della grande poesia tracciati con mano sicura e grande intelligenza.

La Rodeghiero, però, nonostante sia suggestionata dalla fenomenologia, cioè da ciò che fisicamente appare ai suoi occhi scrutatori, dalle forme apparentemente più semplici di conoscenza si eleva a quelle più generali, per condurre il lettore fino a quelle assolute, che vanno individuate e analizzate con estrema cautela. In questo percorso non trascura la logica di Aristotele, come, ad esempio, il principio di non contraddizione; non estremizza la teoria logica della dialettica hegeliana, che mette in continuo confronto con la logica del carpe diem oraziano e della Morte intesa in senso cristiano.  

La poetessa avverte lo scorrere del tempo, la trasformazioni fisiche, che avvengono nel suo essere umano di spirito e materia, la caducità di ciò che la circonda e con meditata consapevolezza scrive:

          Provvisori noi, nei sentieri d’oro del mistero

          che credevamo eterno - abisso e dimora,

          costole allargate al vasto respiro

          portavamo ignari, corone di rose.

          Niente era certo come il sangue.

          Noi eravamo quelli del tempo antecedente l’indugio

          Ruggito di natura vergine. Urogalli.

          I castelli non avevano torri.

Il lessema provvisorio, posto volutamente come termine incipitario della densa e pregnante lirica, non si presta a molte illazioni, perché la poetessa, volgendo lo sguardo alla brevità della vita, il sentiero d’oro, creduto falsamente eterno, assume il significato di precario, di effimero, di caduco, di temporaneo. L’elenco dei sinonimi non è stato citato per pura erudizione o, peggio, per sfoggio di linguaggio, ma perché il lettore nel leggere la lirica provi il sentimento di incertezza, di instabilità, che rimanda immancabilmente alla poco radicata idea che tutti, una volta iniziato il loro percorso terreno, devono necessariamente giungere alla fine. Questo concetto stride col bisogno prettamente umano di eternità, perché l’uomo, preso dalla materialità, crede che la vita, il sentiero d’oro ammannito dalla Natura, sia eterno. I primi due versi, come ogni lettore avveduto si è accorto, richiamano apertamente Leopardi, il quale, rivolgendosi a Silvia, con amarezza e disperazione dice: «all’apparir del vero / tu misera cadesti». La provvisorietà, però, rimanda anche a Ungaretti, quando nella brevissima poesia, Soldati, si ferma a considerare la fragilità e la provvisorietà dell’esistenza e scrive: «Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie». I significati di revocabile o di temporaneo nella mente della poetessa inducono a riflettere che se l’uomo ha costantemente davanti agli occhi questa realtà può alimentare il sogno di avere sempre la porta aperta per la libertà. Non a caso, infatti, la breve lirica è chiusa da un verso di icastica fermezza e saldezza: «I castelli non avevano torri».

La poetessa oblitera, almeno in apparenza, la lezione evangelica e rievoca in modo appena percettibile, al di là di ciò che i singoli lessemi e la stretta concatenazione dei sintagmi possano significare, la fenomenologia trascendentale di E. Hasserl, il quale accanto a fenomeni realisti pone la svolta trascendentale, abilmente evocata in «noi eravamo quelli del tempo antecedente l’indugio». Il tempo, infatti, è un quid dato all’uomo per viverlo, non per possederlo; è un’opportunità, un grande favore che l’uomo riceve e gli va incontro, senza interruzione: è come le «costole allargate al vasto respiro». Al tempo che scorre con ritmo incessante, il kronos della filosofia greca, la poetessa affianca in modo magistrale il kairos, l’opportunità offerta dalla speculazione di ispirazione mistica. Colta sotto questa dimensione l’esistenza terrena si arricchisce, perché l’uomo ha l’occasione di vivere il proprio ego in modo più concreto e nel respiro universalistico della psiche avverte la presenza del proprio simile accanto a sé, senza obliterare la natura, l’urogallo, della quale avverte le pulsioni e le antinomie.

Nello svolgimento diacronico della silloge, la lirica testé riferita è idealmente e psicologicamente legata con la seguente, di chiara ispirazione ungarettiana, almeno per le movenze esteriori e lessematiche della prima parte:

          Persi all’alba polline e veleno

          appesi si sta all’impermanenza   

          alla giusta distanza di salvezza

          riparo persino da noi stessi.

          Ma nella stanza c’è tutto un vuoto sacro

          da incontrare, una rinascenza d’acqua,

          lontani dalle brame si prova a separare

          ciò che vale da tutto ciò che lacera e scuce.

          Svanisce il dominio del domani.

In questa lirica, psicologicamente e filosoficamente legata alla precedente dal filo conduttore del tempo e della sua caducità, la lingua adoperata dalla poetessa non diventa strumento di comunicazione, perché questa presuppone comunanza di intenti con colui col quale si comunica. Come la lingua di Mallarmé, ridotta solo espressione di se stessa, Annalisa invita a cogliere l’essenza del dettato poetico celato sotto la concatenazione logica più che sistematica dei sintagmi. Ma a differenza del poeta francese, il quale parlava e scriveva per non essere compreso, la Nostra disambigua lessemi e sintagmi per un più pragmatico e pregnante messaggio naturistico-filosofico, cui il fruitore può giungere attraverso le vie delle conoscenze apprensibili. Bisogna anche sottolineare che la poetessa evita l’incomprensione e l’incomunicabilità di Mallarmé, ma ammicca con sottaciuta compiacenza a un certo ermetismo ungarettiano, perché preferisce le immagini forti e incisive alle idee, che, racchiuse in stilemi di non immediato impatto, spesso sfuggono e svaniscono, senza lasciar traccia.

Nella lirica precedente al lessema provvisori, collocato nell’incipit, in questa, a conclusione del secondo verso, in posizione chiastica con la prima, pone in modo non casuale impermanenza, che, sebbene di recente conio da parte di Bernardo Bertolucci, risulta molto efficace, per la pregnanza dell’immagine e della realtà evocata e ribadita dai versi successivi.

La suggestione, suscitata dalle liriche di Annalisa, esercita un effetto imperioso sul lettore, perché le garanzie del linguaggio adoperato, grazie alla studiata e stimolante musicalità impressa alle parole, accarezzano e incantano l’udito del lettore. La formazione scientifico-filosofica della Rodeghiero si rivolge a un lettore aperto alla comprensione multipla: eccita, in ultima analisi, il lettore a continuare un atto produttivo non concluso, ma sempre in fieri. In ogni lirica, infatti, la poetessa non si cura di giungere a una conclusione riposante, perché, mediante una propria produttività ulteriore, risveglia nel subconscio del lettore potenzialità, mediante le quali gli trasferisce la misura generante e un’infinità di atti interpretativi.

Il lettore, oltre alla lettura dei singoli lessemi e dei sintagmi, non deve tanto decifrare il complesso mondo del messaggio poetico, quanto entrare egli stesso nell’enigmatico mondo dell’essere, dove intuisce decifrazioni e rifrazioni, ma non le conduce a termine in anticipo, perché Annalisa con uno studiato sintagma recide ogni altro sviluppo, come, ad esempio, «Svanisce il dominio del domani», «e mai si arrende in noi questo volare inquieto», «la verità si rivela nel palmo». Le citazioni potrebbero continuare.

La lettura di questa lirica, alla prima quartina, nella quale all’incertezza e alla precarietà dell’ens cogitans, nella seconda, mediante un brusco passaggio, conduce quello stesso ens a prendere coscienza del proprio sé, a entrare nella stanza segreta del proprio ego ontologico. Questo particolare aspetto metafisico, presente nella produzione lirica della Rodeghiero, costituisce la cifra, lo sfondo vero e proprio della sua maturità lirica, apprezzata da più parti.

Con consumata maestria, mentre medita e riversa all’esterno il proprio sé, incarnandolo in lessemi facilmente logorabili, da lontano e ben nascosta dalla fitta coltre dell’impermeabilità lessematica, guida il lettore a comprendere lo svolgimento della sua poesia, e in modo che il processo innescato diventi inizio ed esecuzione di una conquista a livello ontologico. Questo schema, difficilmente individuabile a una prima lettura, risulta evidente dal fatto che in tutta la silloge ricorrono, a volte in maniera inconscia, gli stessi atti fondamentali, i quali conferiscono ai motivi, alle parole e alle immagini anche più semplici e di impatto immediato una dimensione metafisica difficilmente spiegabile solo sulla base di questi stessi elementi.

Si trascura per il momento l’esame critico di questo schema, perché la sua valutazione non può essere che sintomo di modernità, supportata da continua riflessione filosofica e religiosa, almeno allo stato embrionale. L’assoluta originalità del dettato poetico e del contenuto ontologico-metafisico, come retale e metatemporale consiste nel conferire alle esperienze fondamentali della modernità un’interpretazione universalistica. Anche se mancano nella densa e feconda silloge esperienze del fallimento sperimentato dalla passione per la trascendenza, per le incoerenze e per le immancabili e obiettive fratture, emerge un’incantata visione panica della natura, presente nel paesaggio alpino. Questo dato, che si coglie ora più, ora meno nelle brevi liriche, ravviva l’essenza del lirismo e coinvolge l’anima in esperienze trascendenti.

L’arte della Rodeghiero consiste, principalmente, nel fondere lo schema ontologico e la parola poetica nella sfera del suono ora vibrante, ora volutamente sottomesso, che sfocia non di rado nel fascino del mistero, asse portante e fondante della lirica. È in questo particolare che l’espressione lirica trova il suo terreno fecondo, anche perché sovente la poetessa concretizza l’essenza nella concretezza, come si legge nella lirica XXIV:

          Più che la libertà

          del volo invidio l’inconsapevolezza

          quel gorgheggiarla intera la vita

          senza battibecco dentro la selva

              - tersi di cielo i nidi - nella verticalità beata.

              Ché scavare, zampette isteriche

              non appartiene al disegno primigenio.

In questa manciatina di versi, con linguaggio apparentemente ermetico, Annalisa tende verso l’alto, verso il sublime spirituale mediante un innato desiderio di fuggire la trita realtà del quotidiano, presente già nelle teorie di Baudelaire e in gran parte della poesia prodotta da Rimbaud. Ma accanto a motivi storici e in stretta connessione con questi grandi poeti francesi la Nostra aggiunge la crescente presenza, e influenza, della letteratura naturalistica, come si desume dai velati e sentiti cenni all’incomparabile bellezza del variegato paesaggio alpino. Le vaste e incontaminate distese di neve viste da bambina sugli altipiani di Asiago sono vive nei ricordi di Annalisa e le evoca con accenti di accorata malinconia in metafore, che lasciano il segno, come «Cancellarsi come neve, come neve crearsi». In questo verso, collocato come chiusura della brevissima lirica XVI, con lo studiato chiasmo, insieme con l’omoteleuto dei lessemi verbali, conferiscono a tutto il componimento un elemento quasi magico, perché è strettamente legato al verso precedente, nel quale la neve assume un ruolo del tutto particolare: «Imparare dai campi riarsi, il sogno di neve».

Nel pregno stilema, d’ispirazione ungarettiana, i due emistichi giocano con la loro semplicità un ruolo del tutto particolare: all’arida e infeconda arsura del periodo estivo, per il naturale susseguirsi delle stagioni, subentra il periodo della fecondità recato dall’inverno, a torto ritenuto stagione morta. La poetessa, mentre scrive il secondo emistichio, ha di certo presente il sonetto di Pietro Mastri, Sotto la neve pane. Il poeta fiorentino, vissuto tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, era presente in tutti i libri di scuola elementare e media almeno sino alla fine degli anni Sessanta del Novecento. Anche se ebbe uno spirito del tutto indipendente in quell’arroventato periodo politico, trasse dal Pascoli non pochi motivi, che rielaborò in modo del tutto personale. Annalisa sembra allacciarsi a questo poeta, che fu un sensibile interprete della natura, ma nella tramatura della lirica rielabora con sensibilità quanto le ha fornito, forse in maniera inconscia, un poeta molto apprezzato prima e dopo il secondo conflitto mondiale.

La poetessa torna alla neve anche nella lirica XVII, dove scrive:

          Tu mi porti là, dove le cose vengono

          quando devono venire, con levità

          come di neve, se la neve torna al seme.

Nel flosculo riportato agli occhi del lettore balza la rima costituita da due trisillabi porti là - levità. Si osservi che l’enclitica , insieme col verbo porti, cui è strettamente legata, costituisce nella pronuncia un solo lessema: il verbo assume la funzione di proclitica rispetto all’avverbio di luogo.

Nello scorrere la bella silloge si nota che la poetessa tende costantemente al sublime, a ciò che è al limite delle possibili espressioni umane. Il sublime non è una categoria presente solo nel Romanticismo, ma risale all’antichità classica; e Saffo, Alceo, Catullo, Orazio e Lucrezio costituiscono ancora paradigmi insuperabili.

Quando Annalisa scrive questa silloge ha certamente presente nella mente quanto Kant scrive nella Critica del giudizio. Secondo il filosofo tedesco, il sublime apre all’infinito, presente anche un oggetto amorfo. Anche se questa osservazione, giusta nella sua soggettività, si discosta dall’idea del bello, che si riscontra nella finitezza e politezza del prodotto, dà vita al sublime dinamico, presente nell’animo umano, mentre tende ad esprimere nel modo più perfetto possibile quanto concepisce. Annalisa vive e versa tutto questo senza sforzo nei versi, consapevole di avere in sé un infinito in potenza, che diventa atto nel momento della scrittura, concretizzazione e proiezione della dimensione metatemporale e metafisica dello spirito creativo.

Nell’asciutta scrittura di Annalisa si nota un pacato, ma insistente, atteggiamento dialogico ora con se stessa, ora con l’altro, come antagonista di una commedia, che si consuma nello spazio vago e indeterminato dell’anima. È, questo, uno dei tratti principali, che caratterizza la lettura di un testo letterario. Ma, oltre a questo, che potrebbe considerarsi normale per il carattere paideutico della poesia, si possono individuare altri aspetti, ugualmente rilevanti, per un inquadramento più esauriente. Tra questi, trascurando altre proposte teoriche, che attribuiscono un ruolo centrale alla lettura e alla comprensione del testo poetico, particolare interessante, e imprescindibile, assumono i modelli mentali, riferibili al genere e all’elaborazione figurata. Nell’elaborare queste proposte C.F. Feldman ebbe come collaboratori J.S. Bruner e R.W. Gibbs, ingegni di altissima levatura, accumunati dal tentativo di definire non tanto le specificità della lettura letteraria, quanto dimostrare come i modelli mentali di genere o i modi figurati del pensiero siano insiti nelle costanti cognitive.

Nell’elaborazione e nella disposizione delle singole liriche, presenti nella silloge, emergono e trovano pieno riscontro le indagini e le riflessioni dei citati studiosi soprattutto sul costrutto di genere. Queste si innestano sul campo più ampio dell’investigazione, rivolta essenzialmente al pensiero narrativo.

 Legata a esigenze definitorie, normative e tassonomiche, ogni singola lirica assume dimensioni quasi oniriche, che permettono di percepire, insieme col fremito della Natura, l’intimo travaglio del dettato poetico, e svelano la ricchezza e la sensibilità interiori della poetessa, mentre scandaglia situazioni e stati d’animo difficilmente definibili.

Quale fosse la meta artistica, cui tende senza indugi o lungaggini logoranti, si coglie dalle molte espressioni programmatiche disseminate tra i sintagmi delle singole liriche.

Nel suo canto perenne alla vita, alla natura, che si rinnova o nelle fitte abetaie o sotto il manto bianco e immacolato della neve, la poetessa inocula nell’animo del lettore quel quid particolare, che sfiora ora solo l’umano, il terreno, il contingente, ora il divino nella sfuggente evanescenza dell’etere.

Alla preesistenza della natura Annalisa aggiunge invenzioni materiali, tangibili, mediante i quali conquista la vera libertà dello spirito, domina gli eventi e li impiega per veicolare l’eterno messaggio, insito nel mistero della mente. La poetessa non nutre, né inocula nel lettore il desiderio di sfuggire dalla realtà, come avviene nella teoria adottata da molti poeti contemporanei, ma si connette a motivi storici e geografici per delineare la nobiltà e la trascendenza dei valori insiti nella mente umana.

Accanto al reale positivo e in piena sintonia con esso, nel tessuto narrativo della lirica si insinua in modo impercettibile la fantasia creativa, che conquide più per le immagini che per le idee, ora sottese, ora presenti in modo massiccio. Nelle liriche il reale e positivo non contrasta con la fantasia creativa, né la condiziona, ma procedono insieme per cogliere l’avvincente varietà del molteplice, celato nell’immenso bacino minerario dell’animo. L’indagine sulla psicologia letteraria della poesia offre uno strumento ottico, che la poetessa offre al lettore per consentirgli di cogliere quel quid essenziale ed esistenziale, del quale, probabilmente, avrebbe ignorato persino l’esistenza.

 

Orazio Antonio Bologna

 

    

 

          

 

 

 

sabato 22 ottobre 2022

ENZO CONCARDI E LA SUA POESIA

C’e’ stato un incontro oggi enogastronomico fra editori  e scrittori. L’argomento si è prolungato sul tema della letteratura e in particolare della poesia: la poesia oggi. Momenti difficili per gli editori, che per sopravvivere devono ricorrere stratagemmi alternativi. L’editore in questione Miano Eitore, MILANO, si è dimostrato disponibile per pubblicare opere che tengono un livello alto di forma e contenuto. In questa occasione Enzo Concardi mi ha fatto dono di tre sue pubblicazioni: Carovane di sabbia, Sentinelle del nulla, Foglie e clessidre.  Concardi è uno scrittore conosciuto  non solo a Milano ma oltre tali sponde. Nella prima opera Carovane di sabbia il prefatore scrive con uno stile incalzante e moderno:<La speranza è reminiscenza, rigurgito indiretto, tanto che si nota fin da subito che abbiamo a che fare con uno scrittore scafato, pronto a mettere per scritto un animo schietto e sincero, abituato al verso e al suo dinamismo.    Scrive il prefatore: “… Concardi non dà tregua al lettore, avvalendosi  di un ritmo Idiomatico incalzante e moderno. La speranza è reminiscenza, rigurgito indiretto che si fa strada faticosamente  dalle esperienze interiori, attraverso  un paesaggio       urbano allucinato carico di simboli, proiettandosi sul versante di una religiosità (ispirandosi a Eliot), che è atto di fede e che risulta ultima analisi l’ancora finale di salvezza”. Memoriale, speranza, onìrismo, realtà cruda e netta, dove l’autore trova se stesso il suo mondo la sua vita,  gli affetti che toccano e fuggono in un andare di tempo che nulla risparmia, Iniziare dalla poesia incipitaria significa andare  da subito a fondo nell’arte poetica del  Nostro.  “ Parlano di te, questa sera,/ nelle assemblee degli uomini,/mentre tu sorvegli le mura.“. Lo stile si  sì fa nitido e reale, non c’è bisogno di ricorrere  stratagemmi simbolici o figurativi, il pathos e il logos si alimentano a vicenda per dare forza all’espressione  che risulta nitida e verace in un mondo in cui anima e senso danno lemmi di travaglio umano.    Altrettanto possiamo dire di Foglie e clessidre. Qui il tempo si fa attore principale, il tempo che fugge e tutto si porta, senza alcun risparmio. Basta leggere il finale dell’ultima poesia per rendersi conto del valore etimologico e epigranmatico-ontogico che propone l' espressione diretta  diretta del poeta: “Solo sul monte ho incontrato fratelli/aspaccare i nostri pervicaci dubbi”.

Nazarion Pardini


venerdì 21 ottobre 2022

MARCO DEI FERRARI: "NOVEMBRE" NELLA MAGIA SOLITARIA DI NAZARIO PARDINI

 DI MARCO DEI FERRARI

“NOVEMBRE” nella magìa solitaria di Nazario Pardini

Staticità e dinamismo nello scenario del Poeta si coinvolgono e reciprocamente manifestano moduli di sensibilità esistenziale pluridimensionali.

Cielo e Terra soccorrono l’animo di Pardini e il suo doloroso solitario osservatorio novembrino.

Solo il padre nel campo opera o sembra essere vivente nel regno di “ombre” che tutto avvolgono dalle nuvole al vento (lontano), dall'erba falciata agli uccelli (neri) che “volano alti”.

Anche la luce è isolata e si accompagna ai marmi di immagini sepolte nel freddo brinoso e nei lamenti dei figli e delle madri.

L'atmosfera novembrina del Poeta si declina sul ricordo che è vivissimo, quasi corporeo, degli assenti incardinati in perimetri regimentati da ritualità e tentacoli oggettuali/coscienziali (panni, frullane… che lisciano i marmi…) che dalla Terra si avvicinano al cielo ripulito dal vento.

Ecco come la forza vincente della Natura si ricompensa affiancandosi al percorso più logico di tutti i tempi tra vita e morte; ecco come il Poeta intrecci ogni componente in un sudario di memorie, simbologie (marmi), oggettistiche che vivono l'esistenza di un micro/tempo concesso a ciascuna individualità di essere ora per allora.

È la creatività ricorrente di un pensiero ciclico in Nazario relativo alla fluidità del “breve” per completarsi nel “lungo” periodo della vicenda umana.

La testimonianza più evidente si può ricercare nella realtà/verità poetica che si manifesta con la percezione totale del dinamismo ontologico applicato a tutti i messaggi di questo pardiniano “Novembre”.

Ogni parola ha un proprio ambito di corrispondenze.

Il cielo sembra immobile, ma nel suo essere tutt'altro che fermo: le sue presenze principali, tra nubi e vento, si polarizzano personalizzandosi oltre ogni limite che solo un cimitero può indicare ai mortali nei viventi.

E’ l'”essere” di ogni cimitero; è il sospiro filamentoso di figli e madri: ma nulla in questo scenario sembra attualizzabile nel vivente; tutto è ontologicamente ascendente solo nel cuore e nelle profondità spirituali insondabili del Poeta.

Così come si affianca nell'elenco di cose, esseri mortali, eventi, stati d'animo che appaiono estensivamente ad occupare le ombre sceniche delle verità di Pardini.

Le verità delle parole interpretabili come necessaria premessa al tema principale di un cimitero e di una sequenza di tombe solitarie.

Così sembra interpretare il Poeta nel suo interiore desiderio prospettico di articolare una indefinita spazialità in frammenti di corrispondenze vive come le frullane che specchiano i raggi o i sagginali viventi per il calore che sfida la brina o i panni che salvano il freddo.

Ecco come si auto decodifica Pardini che esce da ogni vincolo di scuola per approdare alla libertà dell'intuizione artistica più assoluta che si dilata mirabilmente sino all’incredibile di caratterizzare il gelo e identificarne le “guance”.

La duttilità dei significati si connette quindi nella metamorfosi di ogni contrario (l’indefinito ampliato nel definito).

Magìa di un vero artista.

 

  Marco dei Ferrari

lunedì 17 ottobre 2022

NAZARIO PARDINI: "RADICI"

 Dove sei

 

Borgo stretto,

il nostro bar in piazza Garibaldi,

l’Arno che scorre lento verso il mare,

Corso Italia con i tanti specchi,

dove miravi allegra il tuo sorriso:

sono qui; ma tu dove sei andata?

Dove sei, anima dei giorni miei?

Tutto è silenzio attorno. A rimbombare

solo le tue parole nella strada

dove urlasti amore.

Ma dove sei, anima dei giorni miei.

Portasti via con te la giovinezza,

la mia, l’allegria, i passi per la via,

un po’ buffi e sgraziati, mentre in alto

il cielo chiudeva una stagione.

 

E’ partendo da questa poesia incipitaria che si può entrare da subito nelle poetica di Nazario Pardini. Il suo stile classicheggiante, la sua forma endecasillaba, sciolta e eufonica, il suo dire dove una serie ininterrotta di endecasillabi si succedono uno dopo l’altro a costruire un messaggio unico e personale: il contenuto semplice e affabulante, dove padre, madre, fratelli si alternano coi nipoti a reificare momenti cruciali della  vita, sono le dominanti della sua arte. E’ difficile fare della vita un’opera d’arte, e il Nostro ci riesce, alternando momenti più incisivi del vivere. L’amore, il cuore, la civiltà contadina, coi suoi frutti e semplici e accattivanti, danno il sapore schietto e memoriale di uno stile dove pathos e logos si sostengono a dare sostanza ad un focus che rispecchia in profondità l’animo e la forma del poeta. Nazario si rifà ai tempi che hanno formato il suo carattere la sua indole: i tempi e i momenti di un esistere dove a briglie sciolte scorrazzava nei campi dove i sagginali coi loro aculei pugnali difendevano la sacralità del loro territorio. E’ qui che respirava a pieni polmoni l’aria dei suoi campi, l’ombra delle sue querce, il sapore di una terra bagnata appena dalla guazza  mattutina. La campagna fa parte della poetica di Nazario: i suoi freschi, la sua estensione, i suoi tralci, sono entrati nel suo dizionario, fanno parte di lui, della sua cifra fonetica. Non c’è bisogno di ricorrere a assonanze e consonanze, tutto è mansueto e leggibile, tutto scorre fluido come l’acqua di un torrente alle origini. La poesia scorre limpida e foriera di ricordi che animano i contenuti coi loro ammicchi di grazia e gentilezza. Ibi omnia sunt: memoria, amore, onirismo, realtà, reificazione di stati d’animo impellenti che bussano alla porta per uscire e farsi concreti. Questa è la poesia di un artista che vince col  suo articolato linguaggio ogni brandello di saudade per dare il suo eterno respiro, la sua eterna magia di compattezza tra stile e contenuto.              

 

venerdì 14 ottobre 2022

GIAN PIERO STEFANONI: "EUGENIO CIRESE"

 

EUGENIO CIRESE, IL MOLISE E IL SUO CANTORE

 

Di Eugenio Cirese (Fossalto, Campobasso, 1884-Rieti, 1953), figura di intellettuale finissimo ed appassionato dovremmo ricordare inizialmente la sua attività di educatore e di studioso delle tradizioni e del folklore della sua regione, servita a tutto tondo all'insegna dell'interesse per la sua lingua, soprattutto, al cui patrimonio seppe attingere e restituire in una pienezza di racconto, di storia e di indirizzo nel dialogo con un tempo nuovo sempre interrogato nel rapporto fondante col suo passato. Per questo, a partire dalla sua attività di insegnante, dapprima in sedi diverse del Molise poi in quella definitiva di Rieti, la sua attenzione anche didattica ai motivi del dialetto oltre ad ben aderire alle finalità educative nella scuola assegnatele allora da Giolitti va inquadrata anche in quelle istanze di fine ottocento "in cui l'originaria predilezione per il canto popolare si coniugava con la ricerca erudita delle tradizioni popolari" (Luigi Biscardi), nel dialetto fissandosi allora d'ogni terra lo spirito e l'anima più vera. A spiegarlo, con forza, sono queste sue stesse parole: "L'origine vera e profonda dello spirito e del carattere d'una regione è il dialetto, come l'origine dell'unità di coscienza d'una nazione è la lingua. Negare l'unità della lingua significa negare la Nazione, negare l'unità del dialetto significa negare la Regione, svuotare l'arte dialettale del suo contenuto e della sua funzione essenziale, che è quella di celebrare la regione col cuore e col linguaggio di tutti, di avanzare, con tutti, al possesso di nuovi valori". Se allora l'impegno dello studioso al servizio dell'identità storica, sociale, antropologica ebbe il merito di gettare luce su una area geograficamente ai margini pure quello dell'autore, del poeta finì con l'unire, ora nella ricerca attorno alla melica popolare ora proprio impronta stessa del verso, tutto l'impianto realistico e favolistico insieme di una terra mai doma nelle sue fatiche e nella sue aspirazioni antiche.

Bisognerebbe citare nell'esempio almeno due titoli tra gli altri, il primo Canti popolari e sonetti in dialetto molisano (1910), nella piena sostanza di una lingua successivamente intrisa oltre che di melica popolare e d'amore insieme anche di riferimenti ad una storia contemporanea (vedi la guerra di Libia) di prova oltre che  "da componimenti didascalici, favolistici e gnomici, nel complesso ideologici" (ancora Biscardi); e poi Gente buona, sussidiario per il Molise in aderenza al tempo della scuola e all'alternanza delle stagioni, in cui la varietà di brani geografici, storici, socioculturali accompagnati da notizie e nozioni nei più diversi riferimenti a realtà regionali, agricole soprattutto, ci restituiscono ancora adesso un quadro esatto del Molise dell' epoca (esattamente gli anni venti del secolo scorso). Eppure se, come chiaro, la sostanza dello studioso non può essere espunta da quella dell'autore ci interessa in queste pagine soffermarci sul valore di una lirica che ancora in queste terre non ha eguali. Più volte, doverosamente e naturalmente dell'attività poetica del Cirese sono stati sottolineati due diversi tempi, il primo di impianto melico, realistico (fino a Rugiade, 1938), il secondo, piuttosto, all'interno di mutate dinamiche storiche e personali  improntato a una pensosa e insaziata riflessività, più vicina anche pur nell'originalità del canto a contemporanee, moderne esperienze. Eppure mai una cesura netta è andata a segnare una distanza di istanze e riferimenti, la parte finale della sua scrittura libera di espandere i suoi motivi, e le sue modalità antiche nel riassorbimento maturo di una coscienza che a quei richiami sa dare funzione nel dialogo col nuovo. Soprattutto nella tensione della produzione finale caratterizzata da certa disillusa malinconia del tempo, la maestria poetica (che in questo lo avvicina forse ai grandi autori della poesia abruzzese) nelle crepe di un mondo che vede perdersi sa riaffermarne la presenza riaffermando se stesso all'interno di quello spazio di cantabilità, di figure, di evocazione, di melica liricità appunto che vive ma ripensate alla verifica della soglia sempre sanno riapparire e ridirci, presenti, in quello spazio tra il sogno e la dilatata concreta incarnazione che fa della poesia il luogo privilegiato dell'umano nello spazio delle sue aperte e sospese possibilità.

Un Molise così nell'immagine continua delle sue riproposte fedeltà, delle sue fatiche, delle sue aspirazioni come dei suoi inganni sovente nella sagoma di un'ombra, di un passante che cerca strada e voce alle rispondenze dei richiami, e che non è difficile identificare col Cirese stesso, e di una finestra su un mondo nel laccio di amori e di una natura al ribollire dei propri cicli, delle proprie inquiete sovrapposizioni e dei propri misteri cui, forse, solo il verso può trattenere ancora nell'incantata malia delle evocazioni e degli incontri, ridando sacralità a quello spazio che nell'esserci ci afferma (restando probabilmente Lucecabelle, del 1951, il suo capolavoro). Dignità allora che ha soprattutto nella "fatìa"("fatica")- di lavoro, di insieme, di vita stessa- che"quande chiù te pesa/ chiù te la puorte 'n cuolle" ("quanto più ti pesa/più te la porti addosso") il timbro di una terra di cui tanta passione vorrebbe esserne fino alla fine, nel suo servizio, il mietitore. Riuscendovi certamente nell'aratura di un fiorire che tutto considera e di cui tutto ha valore nell'eterno ricominciare del ricordo e del pane, nel dimenio di un'acqua nel cui domandare il cielo stesso va a riconoscersi. Perché è soprattutto nel sotteso esercizio di una rimessa liricità di elementi al dominio trasfigurante del mistero che nella compenetrazione li trasfigura, nella sua forza, tutta la confluenza e la sintesi di una poesia che dei suoi uomini e delle sue donne sa ridirne le voci nella intima concretezza delle mestizie e dei raccolti, la terra allora nel coro delle sue rotazioni. Il tutto certo nello strumento di una lingua, al servizio di una lingua di cui ancora nel Molise è ricordato come la memoria in quella consapevolezza umana e critica da Cirese stesso ricordata nel 1953 in alcune considerazioni a Pier Paolo Pasolini:"Il dialetto è una lingua. Perché possa essere mezzo di espressione poetica e trasformarsi in linguaggio e immagini è necessario possederla tutta; avere coscienza del suo contenuto di cultura e della sua umana forza espressiva. Nell'infanzia e nella prima giovinezza... ho parlato, raccolto e cantato canzoni, gioito, pianto, pensato in dialetto. Non sto qui a sostenere la maggiore efficacia espressiva del dialetto sulla lingua letteraria luogo comune non serio, perché ogni lingua ha pienezza ed efficacia di forme : dico solo che il possesso del dialetto agevola la ricerca di forme in atteggiamenti efficaci e immagini proprie: accresce insomma la possibilità di dare e questa è per me l'esigenza vitale della poesia dialettale qualche cosa di nuovo a se stessa e, perché no, alla lingua letteraria". Andando a concludere questo breve viaggio nella poesia di un autore dagli interessi vastissimi (si veda tra gli altri la fondazione de "La lapa", rivista di Argomenti di Storia e letteratura popolare, periodico mensile a cui collaborarono tra i più importanti intellettuali del suo tempo) e ricordando per una lettura completa dell'opera i due volumi di Oggi domani ieri. Tutte le poesie in molisano, le musiche e altri scritti per la cura del figlio Alberto (Isernia, Marinelli, 1997), ci piace lasciarci con un verso nella cui aderenza ai motivi veri del dire con l'uomo ci riconosciamo appieno: "Dentre a la vita méia m'arencontre/ e campe" ("Dentro la mia vita mi rincontro/e vivo").

 

 

GIUSY FRISINA "IL MISTERO DEL MARE"

 

IL MISTERO DEL MARE

 

Il mare aspetta sempre
dietro l'angolo,
nella sua infinita solitudine,
che qualcuno si ricordi
del suo incredibile miracolo.

 

Mentre a centinaia scompaiono

profughi per sempre

senza un miracolo che li salvi
tra le onde dello stesso

misterioso inquieto mare..!

 
Ma se oltre la vita c'é altra vita
soltanto il mare può dare  risposta,
unica voce dell'anima incessante.

 

E se al  di là del mondo c'é Dio
chi  se non l'infinito mare,

con il suo abbraccio straripante,
lo può mai  raccontare ?

 

Giusy Frisina da “Profughi per sempre”, Blu di Prussia, 2019. Prefazione di Nazario Pardini))

 

 

AMICIZIA POETICA  (A Nazario)

 

Una luce di cielo e di terra negli sguardi

e la nostalgia del mare:

gli incontri magici che una volta sola

si fanno nella vita.

Poi solo l’intensità di un’amicizia perenne

che non ha bisogno d’altro che di versi,

una vita di confine, con la guerra alle porte…

Noi affini nell’anima 

e profughi per sempre,

Una profezia che stranamente

ci condanna  e  ci salva.

 

Giusy Frisina (inedita, 2022)



 

 

 

 

MARCO DEI FERRARI: " UNA LAPIDE PER MARIA"

 UNA LAPIDE PER MARIA

(A PISA - 1715)

S’impolverano parole

seducente erosione

ignota lapide in Santo Sepolcro

forse racchiude

Maria Mancini nobile cenere

di Francia Mazarina nipote

amante vergine di Re Luigi

Principessa sposata Colonna

s’infuga romantica illusione

errabondo destino d’indomabile sogno

temuta cacciata esiliata spaurita

nomade complice di sé arrogante

Barcellona…. Provenza… Liguria… Pisa…

tre secoli schiudono 

intimi di passioni impetuose

impulsi indulgenti nostalgiche trame

Oggi sguardi veloci sfuggono ogni giorno

sfilano il tempo pregando curiosi

immemori inconsci

che sbiadita smemoria di muto sepolcro

Santo smarrisce.


Marco dei Ferrari


lunedì 10 ottobre 2022

nazario pardini: "novembre"

 Novembre. Tutto è fermo. Anche il cielo

si scopre e  le nubi si assentano 

portate dal vento lontano oltre il mio cimitero.

Tre paesani nei campi 

con frullane che specchiano i raggi del sole

falciano l’erba ai piedi dei peri,

fra quelli mio padre che pensa alla sera,

al ristoro di un giorno freddo e cristallino.

Uccelli neri volano alti

lontano dai tiri. Nei campi

si prendono il sole i sagginali 

felici del calore che scioglie la brina.

Non c’è più nessuno dintorno.

C’è solo la solitudine a far compagnia

ai miei morti che giacciono a terra

in attesa dei sospiri di figli e di madri

a lisciare i marmi con panni

che impolpano il freddo.   

Non c’è più nessuno in questo novembre

che solo, si gode la pace

sulle guance di gelo.