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domenica 31 agosto 2014

FRANCO CAMPEGIANI SU "LA POETICA DEL LEOPARDI"





Franco Campegiani collaboratore di Lèucade
Fuori discussione è la maestà dell'ingegno leopardiano. E personalmente apprezzo moltissimo la riflessione sull'infelicità degli esseri viventi con cui quell'ingegno disintegra la facile retorica di chi spara sentenze aprioristiche sulle valenze positive della vita. Tuttavia bisogna usare molte cautele, perché l'illusione può annidarsi dovunque, nell'ottimismo come nel pessimismo, mentre un realismo autentico si trova sempre in equilibrio tra i due. Felicità ed infelicità si alimentano l'una dell'altra. Non c'è l'una senza l'altra e non si può parlare dell'una se non si ha nell'intelletto la nozione dell'altra. Il che la dice lunga sul reciproco giovarsi della gioia e del dolore. Leopardi visse in tempi in cui occorreva spazzar via la spocchia ottimista e benpensante di uno spiritualismo di comodo e a buon mercato, ma da allora molta acqua è passata sotto i ponti e oggi occorre fare attenzione ai pericoli di un'opposta deriva: quella degli eccessi di un nichilismo non meno spicciolo, illusorio e a buon mercato. La negatività assoluta, non meno della positività assoluta, è il segno di uno squilibrio che fa torto al senso della misura e al relativismo nel quale viviamo.

Franco Campegiani

sabato 30 agosto 2014

LORELLA CONSORTI: "OMAGGIO A PONTORMO"

Lorella Consorti ultimamente ha partecipato  ad alcuni eventi importanti  tra cui Genova Arte Expo 2014 su invito e Royal Art Gallery  Londra, su selezione. La prossima  mostra importante, su invito alla Biennale Palermo 2015, sarà curata dal Prof.Paolo Levi, e inaugurata dal Prof. Vittorio Sgarbi. Inoltre il prossimo  6 settembre parteciperà a Empoli, precisamente a Pontorme,  paese natale del Pontormo, con il Circolo Arti Figurative, con l' opera qui postata: una interpretazione del grande Maestro, Omaggio a Pontormo. 


Acrilico su tavola cm 90x 70
La mostra dura 10 gg.

L'arte di  Lorella Consorti continua a collezionare successi su successi e soprattutto giudizi favorevoli 
di critici qualificati, addetti ai lavori.


MARIA RIZZI SU: "DECADENTI E SIMBOLISTI"



Maria Rizzi collaboratrice di Lèucade


IN RIFERIMENTO 
UMBERTO CERIO TRADUCE MALLARME'
AGOSTO


Stephane Mallarmé

Anch'io voglio complimentarmi con Umberto. Tradurre i poeti francesi decadenti e simbolisti non è arte di tutti. Va detto che, in particolare i Simbolisti cercano di rendere la poesia simile alla musica e alla nascente pittura astratta, i cui dipinti sono basati principalmente sull’effetto suscitato dall’accostamento dei colori. In altre parole, la poesia simbolista - che, attraverso lo sperimentalismo tecnico, si evolve nella direzione del verso libero - non si propone di rappresentare o cantare aspetti della realtà, sia pure misteriosi per la ragione e i sensi, ma di creare una nuova realtà, evocandola attraverso “pitture” e “musiche” costituite da parole che rappresentano simboli dell’ignoto e dell’Assoluto. Il principio de l’art pour l’art (scopo dell’arte è l’arte stessa), comune a Decadenti e Simbolisti, non spinge i Simbolisti nella direzione di un’esistenza “maledetta”. Stéphane Mallarmé, a differenza di scrittori dall’esistenza trasgressiva come Verlaine e Rimbaud, è sposato, inserito nel ceto medio e, nel contempo, caposcuola di una poesia che rivoluziona la letteratura. Lo scrittore intende affermare che la poesia è Assoluto e, contemporaneamente, annullamento della cosa concreta percepita dai sensi: scrivendo «fiore» il poeta evoca la realtà della parola, unica vera esistenza in un mondo ritenuto assenza e vuoto.
All’arte viene affidato il compito di salvare e riscattare l’uomo da quella che è ritenuta una grigia e squallida realtà. Poiché l’intreccio fra le parole e le immagini, in tale creazione di magia o sogno, è una sorta di arabesco aperto ad infinite interpretazioni, il simbolismo di Mallarmé diviene negazione dell’oggettività, cui viene sostituita, come nelle veglie notturne dello scrittore, la pura creazione linguistica, in cui sarebbe vano ritrovare un senso univoco se non, come nella musica, di ordine complessivo (non sono, infatti, le singole note che suscitano emozioni, ma la composizione nell’insieme).
Giovano a chiarire la poetica e le caratteristiche del Simbolismo le esemplari quartine di un sonetto proposte dal nostro Cerio.
Anche se la lirica verte sull’evocazione di un’angoscia e di un’assenza metaforicamente personificate in simboli fino a costituire figurazioni allegoriche, vano sarebbe cercare di dare un senso logico a tutti gli elementi che compongono le quartine, accomunate innanzitutto dall’eleganza e dalla bellezza delle immagini e dei suoni. Ciò che indubbiamente si percepisce, è il senso di frantumazione e di sconfitta che predomina al di là delle splendide forme verbali, metaforiche e sonore che costituiscono il testo. Un ringraziamento e un abbraccio. 

Maria Rizzi

MARIA RIZZI: "LEOPARDI TRA PESSIMISMO E PROGRESSISMO"


Maria Rizzi collaboratrice di Lèucade


RIFERIMENTO 
GIACOMO LEOPARDI: DIALOGO DELLA NATURA E DI UN'ANIMA
AGOSTO


Uno stimolo originale, difficile Il Dialogo leopardiano tratto dalle Operette morali. Di fronte al clima ineffabile creato dalle mirabili composizioni liriche, è lontanissima la requisitoria contro la forza misteriosa, nemica scoperta degli uomini, raffigurata sotto forma di un immenso busto, non di pietra, ma vivo, protagonista assoluto del doloroso monologo nel Dialogo della natura e di un islandese. La lezione ricavata dall’Operetta morale, proiezione della dolente anima del poeta, sembra portare il Recanatese a una vita metaforicamente rappresentata dal “viaggio di uno zoppo infermo con un carico sulle spalle che si avvia per montagne ertissime e luoghi impervi, alla neve, al gelo, all’ardore del sole”, che lo farà giungere “a un precipizio”. L'uomo sa che “è funesto a chi nasce il di’ natale” e che, di fronte alle vane speranze eternamente deluse degli uomini, ribadisce il demistificante “non so se il riso o la pietà prevale. Il poeta del Canto notturno di un pastore errante, però, vince il misantropo, perché il suo pessimismo si manifesta come rivendicazione vigorosa del diritto alla felicità contro tutte le forze ostili che soffocano quel bisogno costitutivo di ogni uomo. Anche in questo caso, insomma, egli “può toccare e rivelare i più profondi motivi del nulla, della noia-angoscia, della vita come morte, ma mai manca di dare a questi stessi motivi, pur così potentemente individuati ed espressi, un valore di stimolo all’energia virile dell’uomo, alla nobiltà del suo coraggio di verità e di resistenza ribelle”. Non vi sono dunque due Leopardi, “l’oscuro amante della morte” e il vate eroico e titanico, ma la persona riservata, che, dibattendosi tra il generoso slancio verso l’illusione e l’esplorazione coraggiosa del vero, in una lotta continua tra “pessimismo e progressismo”, pur navigando sull’onda della sua delusione storica e toccando i margini del nichilismo più disperato, segue sempre “una linea attiva che culmina nella prospettiva di solidarietà combattiva della Ginestra". 


Maria Rizzi


giovedì 28 agosto 2014

ROSANNA DI IORIO: "DONNA", DEDICATA

DEDICATA A NINNJ DI STEFANO BUSA'


DONNA
  
Sai, si fa presto a dire carpe diem
Perché il tempo, allorquando ti è fuggito
supera tutto e tutto ripropone.

E se poi siamo tra i non sorteggiati,
ci costringe ad esistere. Ignorando
che solo dopo un tocco, una scintilla,
dopo un battito, siamo differenti.

Ma tu sei sempre ferma sulla soglia.
In unattesa, come una distanza,
un distacco, un non essere. Sospesa.

E quando viene sera e il sogno non
si è avverato, ritorni dentro casa
come se nulla fosse. Non ti crea
spavento il ticchettio dellorologio
che ti ricorda che fra poco sta
per farsi giorno e tutto come prima.

Sempre pronta a partire, a scavalcare
ardui gradini e ciò che allocchio appare,
culli infiniti abbracci anche se celi
le lacrime silenziose nella tasca.

Cerchi una scorciatoia per altri mondi,
tentando di sfuggire al trabocchetto
del desiderio che ti fa sperare
mete lontane e inconsistenti. Ma
poi ti accorgi di essere in balia
di un miraggio che crea nel frattempo
nostalgie per quel tanto tralasciato.

Così rinneghi sogni ed amarezze
e ti abbandoni alle tue sorti già
decise con vesti da commiato.

Ritrovi abilità da equilibrista
rapidamente in una vita che
non avevi intuita, piena di
contraddizioni ignote e senza specchi:

Come Cassandra tu non puoi sapere
la tua bellezza sconosciuta. Tu
solamente dallalto sai amare

e riesci ad accendere le stelle.

Rosanna Di Iorio

MARIA RIZZI: "TEMPO", RACCONTO

Maria Rizzi collaboratrice di Lèucade

Tempo
 A PROPOSITO DI: "RIFLESSIONI SUL TEMPO"

“Voglio vivere. Ora lo so disperatamente. E forse è tardi. Ho finito il fiato, le unghie praticamente non esistono più e le gambe...
Ho camminato, funambolo idiota, sull’evanescenza delle parole, lasciando credere agli altri, a me  stesso, che nulla poteva incutermi paura.
Il palcoscenico, i deliri della folla, i viaggi, la vita di lusso, aiutano a perdere il senso del reale. Diventi mito e non cogli l’aspetto ridicolo di questo termine.
Voglio vivere e ogni respiro si trasforma in scheggia di ghiaccio, mentre i demoni dell’esistenza condotta fino a ieri mi perseguitano assetati.
Sono stato fortunato. O forse prescelto, visto che possiedo una voce straordinaria e un aspetto fisico attraente. Ho potuto scegliere di abbandonare gli studi dopo la maturità e dedicarmi alle audizioni. E ho lottato poco. A ventidue anni il mio primo disco era in vetta all’hit-parade e rappresentavo l’idolo degli adolescenti. Una vita in discesa; una vita di rock, donne, eccessi.
I topi raspano…Alcuni di loro sono grandi quanto scoiattoli. Il vento della notte fischia e miagola. Si sono allontanati tutti.
Il tempo si affolla nella mente come manciata di cristalli. Non ho saputo cavalcare l’onda della popolarità. Poco tenace? Forse troppo distratto dai soldi, dai vizi. Mi era comunque concesso vivere di rendita. Le feste, l’alcool, qualche striscia…le compagne belle, passionali.
L’amore? Elena, i capelli corvini sciolti sulle spalle, il suo profumo che sapeva di musica, gli occhi color miele e il sorriso incantevole… Le illuminava tutto il volto, era contagioso. Sentivo che sposarla avrebbe significato darsi da fare per conservarglielo e sapevo di non esserne capace. L’unica storia importante nei miei trentacinque anni. Avrei avuto tempo…
Ho sete. Un urlo di carne esala il suo respiro silenzioso. La voce, che mi ha dato tutto, non esiste più.
Nel mio atteggiamento egocentrico, puerile, arrogante, non mi sono mai chiesto se esistesse uno scopo nella vita. Ora, nell’inferno dei ricordi, incontro tutti gli scopi e mi vergogno.
Non avrei dovuto trascurare gli affetti… Mio padre, curvo da sempre sulla pialla, seduto sin da piccolo solo sulla sedia del dovere, non voleva un idolo, ma un figlio che di tanto in tanto si fermasse a cenare con lui, lo ascoltasse, gli sorridesse e magari guardasse in silenzio la televisione sul vecchio divano di pelle.
La mamma era orgogliosa per me, non di me… come ho potuto non capirlo? Mi carezzava con gli occhi fondi e parlava sempre di meno. Era in attesa…
I miei due fratelli, gli amici d’infanzia lasciavano messaggi nella segreteria telefonica, attendevano una visita improvvisa, ma io consumavo gli anni con le persone nuove, “affini”… Per gli affetti scontati ci sarebbe stato tempo…
Tempo… Forse la fine del mondo è più vicina del minuto appena passato, perché quello lo abbiamo perduto per sempre, non c’è scampo.
Perché lo penso soltanto adesso? Tra le macerie di quello che era il mio pied-à-tèrre, con le gambe intrappolate tra i sassi, esausto, afono, con la polvere che mi annebbia la vista e mi toglie il respiro?
Una banale fuga di gas. La palazzina è esplosa come un fuoco d’artificio. Gridavano in tanti al primo e al secondo piano. Carla era già andata via. Io, tra i fumi dell’alcool indugiavo nel letto. Era ora di pranzo, il portiere avrà dato per scontato che l’appartamento fosse vuoto.
E comunque ho urlato, fino alla fine del fiato, fino a sentire nei polmoni questo raschio. Tra le tante proprio la “mia” è rimata inascoltata. La voce del cantante.
A una certa ora hanno smesso di cercare. Riprenderanno domani?
Tempo… Domani sarò ancora qui a dare segni di vita, a inventare tagli di vetro nella voce?
Voglio vivere. Anche se quaggiù è più nero del nero, se i topi mi morderanno, se il battito impazzito del cuore m’impedirà di riposare.
Voglio vivere anche se le gambe non le sento più e immagino cosa significhi.
Voglio vivere… Ho disperato bisogno di tempo.



martedì 26 agosto 2014

SONIA GIOVANNETTI: "IL TEMPO DELLA POESIA"

Nel mio primo libro di poesie “Ho detto alla luna” scrissi, presentando il libro: “La poesia è per me quel tempo interiore che riesce a volare”. Partirei da queste parole per riflettere con voi sull’idea del tempo. Parlai di tempo interiore non a caso, essendo fortemente convinta che il “tempo” della poesia è il tempo dell’uomo, della condizione umana e il poeta che si ascolta e si guarda, vive del proprio tempo interiore. E’, volta a volta, il tempo del ricordo, della memoria, del futuro; è l’istante che si fa eterno. E il poeta contempla e fonde il passato e il futuro riconducendoli al tempo in cui scrive. Ogni poesia è un viaggio nel tempo. Ma il poeta che viaggia non parte mai veramente, dato che in ogni istante del suo divenire - in ogni parola, in ogni verso della sua poesia - egli in realtà rimane sempre presso di sé. La poesia nasce fuori da ogni tempo condizionato, fuori da vincoli e da obblighi. E’ un trasferirsi altrove, a cercare, a costruire il senso delle cose. E, nel farlo, è essa stessa a creare il tempo, il “suo” tempo, in ciò quasi proponendosi come l’equivalente profano della scommessa divina, della scommessa che Dio fa sull’uomo. E’ nel tempo, infatti, che l’uomo deve agire per meritare la vita eterna, a lui promessa. Ed è nel tempo creato dalla poesia che l’uomo cerca la conciliazione con se stesso e con la vita. Sembra che in ciò il poeta faccia tesoro anche della lezione della filosofia. Era Kant a definire il tempo come senso interno, come condizione di possibilità dell’esperienza umana, della conoscenza di sé e del mondo. E la poesia si fa forte di questa facoltà, ma a modo suo, plasmando il tempo a suo piacimento. Cos’altro è il tempo della poesia se non, in fin dei conti, un’arena dove lo spettacolo della vita, di quella vissuta e di quella desiderata, si mostra nella sua essenza più intima, ignorando le parvenze, i dettagli del reale che ai suoi fini risultano insignificanti. E’ perciò, il tempo della poesia, un tempo reinventato di cui il poeta ha bisogno per costruire paesaggi, dimensioni, luci, significati che egli mette insieme in un nuovo orizzonte di senso. In quello che, finalmente - direbbe Proust - è un tempo ritrovato, e perciò amico.
Sonia Giovannetti






CLAUDIO FIORENTINI: "IL TEMPO DELLA VITA"


Claudio Fiorentini collaboratore di Lèucade


Il ritmo della vita è scandito dal tempo, o il tempo della vita ha un suo ritmo, chissà quale sequenza di parole potrà definire al meglio quello che succede, che ci succede, nei nostri giorni, mesi, anni… le stagioni forse hanno un senso, più che di tempo dovremmo parlare di stagioni (per quanto negli ultimi anni le stagioni hanno perso il loro senso), o di ciclo naturale perché tutto è alterato dal nostro invadente e contaminante essere civili e fare storia. Io non so se quello che fluisce nella mia coscienza è tempo o è vita, il fatto è che sono nato che pesavo quattro chili e ora ne peso ottanta (ahimé), e che i ritmi biologici scandiscono i miei tempi tra gioia, tristezza, noia e preoccupazioni, facendo di me quello che sono. E i momenti che hanno tutti una stessa durata, quando sono intensi (belli o brutti) sembrano durare poco e quando sono diluiti sembrano eterni, non finiscono mai. Cos’è quindi il tempo? Il flusso delle stagioni, il susseguirsi degli anni, il continuo diventare (o divenire) storia cessando di essere futuro. Quindi c’è un istante, un unico prezioso istante che scorre insieme a me, in me, con me, o che è me, percezione e coscienza di quello che accade, perché la vita è fatta di accadimenti, di eventi e di attese, perché la nostra coscienza è vigile nell’attesa, mentre si lascia andare nell’evento, è impaziente nella pazienza, e quando invece vorrebbe trattenere il tempo, allungare l’attimo atteso, non ci riesce perché il tempo passa, vola via e l’evento si consuma. Resta il ricordo, parziale, unico, personale, pur se condiviso. Quindi l’istante, l’unico istante che scorre, come un punto che si muove su una linea contorta, perché la vita è contorta, quell’istante sono io, la mia percezione, la mia coscienza. Il passato non è quell’istante, semmai i ricordi ne fanno parte, il futuro non è quell’istante, quantunque i sogni ne fanno parte. L’istante è presente, solo presente. Ma c’è un problema: tra il presente e la percezione dello stesso, la sua assimilazione, passa un tempo infinitesimo, minuscolo, un attimo che fugge, e che attarda la nostra presa di coscienza. Sì, siamo in ritardo, il presente arriva prima che noi lo riusciamo a percepire, allora potremmo dire che il tempo esiste, il tempo è quel presente, solo che noi arriviamo in ritardo, siamo condannati a un perenne inseguimento del presente. Ma c’è un forse, c’è un a meno che di cui vale la pena parlare? C’è salvezza? Mi chiedo, e se i nostri processi mentali riuscissero a semplificarsi e ci consentissero di tornare bambini, o anche animali? Troppe sovrastrutture rallentano la percezione, denudarsi dalla nostra razionalità è forse l’unica via per essere un tutt’uno con il presente e per riuscire ad essere veramente vivi.


NINNJ DI STEFANO BUSA': "A PROPOSITO DEL TEMPO"



Ninnj Di Stefano Busà collaboratrice di Lèucade

                     A PROPOSITO DEL TEMPO!
                                        
                         di Ninnj Di Stefano Busà



Se parliamo del “tempo” come opportunità dell’uomo di formulare la sua provvisorietà e fugacità, bisogna tener conto che vi sono due tipologie di tempo: quello virtuale e quello reale, al quale si potrebbe aggiungerne uno particolarissimo che nessuno può sottrarci, un “tempo” meraviglioso, che torna a vivere ogni volta che ne hai necessità, questo tempo ti dà una carezza consolatoria, ti regala un sorriso meno greve di quello che la giornata quotidiana ti riserva, carica di lutti, di privazioni, conflitti, rinunce, veleni, sofferenze, assalti, delusioni: questo tempo si trova dentro ognuno di noi e ci rappresenta quasi biologicamente, oserei dire che ce lo portiamo sin dalla nascita, nel nostro DNA, nella matrice stessa del nostro “io” più profondo, che corrisponde al settore emotivo e attitudinale del pensiero, il quale in tal modo si fa terzo episodio del nostro tempo cronologico.
È l’unica parte di spazio temporale che nessuno ci può sottrarre, il solo tempo che differisce dagli altri, perché ci trasferisce in un oltre di noi che solo immaginiamo, e permane nella fantasia fabulosa, affascinante e superiore del pensiero. Questo tempo ci sublima,  ci compensa e ci conforta, talvolta ci assolve e ci sorride, mai ci tradisce o c’inganna, perché è quello che giustifica e lenisce, mai ci abbandona, mai infierisce, condanna...
Appartiene alla coscienza. Psicologicamente ci rende adatti a inibire gli stati di sofferenza, di disagio, di malattia, di paura, d’incertezza, di smarrimento.
Si tratta del tempo simbiotico, cioé quello che vive dentro di noi nell’immaginario, consentendoci una vita parallela, fatta di episodi che esulano dalla sofferenza reale di ognuno e, perciò, quasi ai confini della vita. Questo terzo elemento temporale che ci consente di neutralizzare la sofferenza e di riequilibrare lo strazio che ci vive dentro lo chiameremo –intervallo-
In quel tempo imprecisabile, alieno, creato dalla volontà di sopravvivenza e dalla forza d’animo che ciascuno (dico ciascuno) possiede, noi assumiamo una tempra fortificata dalla tenacia responsabile che ci caratterizza e ci inibisce: lo strazio, l’angoscia, le trafitture dell’essere.
Abita la nostra psiche e ci permette d’incontrare un mondo meno abbietto, più colorato, meno adulterato e soffocante. Solo quando ci troviamo dentro quel tempo “cognitivo” in temporibus illis di oraziana memoria, possiamo cogliere i sogni e abbandonare il <tempo> umiliante e adulcorato dagli affanni, ci sentiamo vivi, veri.
È un tempo dell’anima, un  -non tempo-  in cui riversiamo le nostre ansie, i desideri, i sogni, le emozioni, in cui immaginiamo immergerci per togliere le briglie alla tribolazione, dare libero sfogo al pensiero, alla creatività “altra”, catapultarlo in territori idilliaci le risorse umane e le caratterizzazioni dell’essere.
Il tempo reale scorre, malgrado noi, ci trascina in un ritmo infernale, ci annienta, ci delude, c’inganna, ci dà tristezza, smarrimento, disincanto, ci costruisce attorno una barriera di dubbi, incertezze, rimpianti, ci troviamo smarriti dinanzi alla sua voracità, instabilità, crudeltà. La sua folle corsa verso la fine di tutto ci disorienta e ci opprime, ci preannuncia in ogni momento l’atto finale, la resa dei conti, il trapasso...
Il tempo “virtuale” invece è più generoso, ci dilata le barriere del sogno, ci consente di eludere attraverso chimere o desideri, taluni irrealizzabili traguardi, ci blandisce con le sue delizie potenziali, ci fa sognare.

Mi viene da pensare che i poeti vivano in quel limbo solitario, abbiano spesso la facoltà di trascendere con la poesia i “non luoghi”, quelli deputati al dolore, e trasferirsi, anche se per un tempo limitatissimo, nella sfera dei virtuali abbracci dell’immaginazione, che si concretizza in noi come una “finzione” che non mente, facendoci godere fino all’ultima stilla l’invenzione fantastica di una vita <fuori di noi>, in tempi parcellizzati che però ineriscono alla gioia dell’anima, indicandoci la levità del cuore, estraneandola da quel concetto bruto di temporalità mortale tanto temibile, perciò, si dice che un poeta vero è immortale... 


NOTA AGGIUNTIVA DELL'AUTRICE



Chiarisco il concetto per il quale ho usato il termine "virtuale".
Ho inteso quello prettamente adibito alla fantasia, alla creatività, al benessere dell'anima e dell'intelletto, quello che sa nutrire i nostri sogni, forse più asceticamente atto a fornirci risorse "spirituali". Ho inteso quello che nettamente si disgiunge dal tempo "reale", perché quasi lo disattiva, lo sospende, lo neutralizza. Quello "reale" inerte e doloroso c'immette in un mondo di perverso automatismo, di temporalità anagrafica che ci trasforma giorno per giorno consegnandoci diversi al sonno eterno.
Quel "virtuale" da me adottato c'induce a comprendere meglio lo spaziotemporale, regalandoci il tempus immateriale, l'unità ritmica che commisura l'intervallo e la carezza consolatoria propria del - non- dover esistere solo per soffrire, ma proiettandoci in un mondo meno materico ci introduce in un'atmosfera ovattata, quasi perpetuità equivalente all'archetipo, cioé al tempo infinito in cui la rapidità del vivere non è violentata dal dolore, ma placida e serena trascorrenza senza più durata...

Ninnj Di Stefano Busà 

lunedì 25 agosto 2014

UMBERTO MESSIA: "RIFLESSIONI SUL TEMPO"


RIFERIMENTO 
A
http://nazariopardini.blogspot.it/2014/08/claudio-fiorentini-riflessioni-sul-tempo.html
AGOSTO


Leggendo Claudio Fiorentini (… “c’è molta più vita nel tempo dell’attesa che nell’attimo atteso”…) e Nazario Pardini (… “la vita è un alternarsi di tempo –attesa e non tempo - fine dell’attesa- …”), mi torna in mente il titolo di un melologo organizzato anni addietro: ‘Natale è… il tempo di aspettare che accada’. 
Il Tempo dell’attesa, il ‘tempo di aspettare che accada’, il ‘tempo di abitare l’intermezzo’, se non viene offeso dall’ansia del tempo cronologico, diventa allora l’occasione per riempirlo di significazioni e di senso. Diventiamo ‘viandanti del nostro tempo’, del nostro e di nessun altro: il Tempo ‘diventa privatamente e straordinariamente nostro’, pienamente posseduto da chi lo vive.
Eppure destinato a finire per fare strada ad un nuovo tempo: cerchiamo infatti di mettere ordine, di contenere, di categorizzare l’intorno a noi, per sfuggire al Caos e quindi all’imprevedibile. Ma il tempo fisico, che sempre scorre tutto ignorando, riprende la sua marcia interrotta solo nella nostra concezione categoriale, riconsegnando continuamente e perennemente le nostre vite al Caos, che“ irrompe” intorno a noi a ristabilire la tempesta, il disordine. E noi cercheremo di contenerlo con un nuovo rapporto sessuale o con un nuovo inizio, consegnandoci infine ad un nuovo tempo dell’attesa e ad un nuovo orgasmo-compimento, poi ancora e poi ancora, fino a quando il Caos non si neutralizzerà, di volta in volta, nel raggiungimento di un nuovo equilibrio. 
Questo è quanto stabilito dal II principio della termodinamica che teorizza un tempo indifferente e lineare nel quale c’è una lotta eterna tra l’ordine e il disordine, tra il trasferimento di energia da un corpo all’altro fino al raggiungimento dell’equilibrio: fenomeno in essere da sempre che permette l’evoluzione del pensiero, dell’uomo e dell’universo e che qualora si dovesse interrompere per il raggiungimento definitivo dell’equilibrio, porterebbe forse alla fine del tutto.

Umberto Messia

domenica 24 agosto 2014

FRANCO CAMPEGIANI: "RIFLESSIONI SUL TEMPO"

Franco Campegiani collaboratore di Lèucade
RIFERIMENTO A:
http://nazariopardini.blogspot.it/2014/08/claudio-fiorentini-riflessioni-sul-tempo.html
DI AGOSTO

Il Presente esiste? Si direbbe di no, se nel momento in cui lo nomino è già scivolato nel Passato. Nel fluire inesorabile del tempo, non sembra esserci spazio per il Presente. Noi parliamo di "tempi attuali", è vero, ma l'Attualità non è che un ritaglio arbitrario nello scorrere del tempo, un comodo "fermo immagine", del tutto abusivo, nell'incessante movimento diacronico del divenire. Il Presente è un'altra cosa: è quel "Non-tempo" di cui parla Claudio Fiorentini, che si trova fra le pieghe del Tempo e che all'improvviso scioglie le parentesi, interrompendo quel lineare processo che chiamiamo "Durata", il quale viene dal Passato e corre verso il Futuro. In tal modo il Tempo si rinnova, rivelando che la sua vera e interna legge è ciclica anziché lineare. 
Conosco e frequento Claudio da qualche anno, così mi sembra di poter dire, con discreta e ragionevole certezza, che la sua visione del mondo sia focalizzata su quell'attimo fuggente (ma non per questo chimerico) che esprime in modi unici e irripetibili la continua e sorprendente novità della vita. Non a caso, immagino, egli ha intitolato "L'incauta magia del mentre" un suo noto testo poetico (Kairos editore), dove il "mentre" sta esattamente ad esprimere quel "Non-tempo" di cui stiamo parlando, quella parentesi ritagliata nello scorrere del Tempo, del fluire del Passato verso il Futuro. Il "mentre" è per l'appunto il Presente (eterno) che fa irruzione nel Tempo per scuoterlo dal suo torpore. Dice Fiorentini: "Il mito dell'eterno ritorno, la rievocazione del caos primordiale, il tempo zero, l'inizio di tutto è racchiuso in un attimo in cui non esiste il tempo". 
Ed è la rigenerazione del Tempo, l'avvio di tempi nuovi, la nascita di un nuovo mito, la rivelazione di un inedito senso della vita. In quei momenti di grazia l'uomo ha la percezione di essere finalmente vivo, e non più di "lasciarsi vivere", come giustamente dice Maria Rizzi. O meglio di lasciarsi morire, "divorare dalla voracità dell'oblio", come scrive Nazario Pardini. In quei momenti di pausa riflessiva, si fa il vuoto mentale e ci si rigenera, si fa un nuovo pieno di energia creativa. Senza il Non-tempo (che a mio avviso è l'eterno Presente da cui tutto viene e verso cui tutto va) noi non riusciremmo a sentirci vivi e ci troveremmo catapultati nella morte del Tempo, nella disperazione di un viaggio senza senso. Ha ragione Matteo a ricordare "l'importanza del viaggio oltre che della meta", con l'aggiunta da parte mia che un viaggio senza meta è accettabile, ma un viaggio senza senso (cognitivo) no. 

Franco Campegiani  

PRESENTAZIONE DI "SOLTANTO UNA VITA" DI N. DI STEFANO BUSA'


Ninnj Di Stefano Busà collaboratrice di Lèucade



Ninnj Di Stefano Busà : “Soltanto una vita” (romanzo) Ed. Kairòs – 2014 – pagg. 230 - €  14,00 –


COMUNICATO-STAMPA

Grande affluenza di pubblico alla presentazione del primo romanzo della scrittrice Ninnj Di Stefano Busà. Ieri 16 maggio è stato presentato al Circolo della Stampa di Milano la sua ultima fatica letteraria: SOLTANTO UNA VITA. Un pubblico attento e disponibile a recepire il valore culturale di questa scrittura, oltre che il messaggio che l
autrice intende mandare a chi lo legge.
Ha avuto come relatori due protagonisti della storia letteraria di oggi: Franco Campegiani critico, filosofo, saggista e Ivan Fedeli un altro grande interprete della pagina poetica contemporanea.
Entrambi, in chiave diversificata hanno rilevato i punti salienti del libro, affrontando da diverse angolazioni la potenza espressiva della scrittrice.
Fortemente impregnato di lirismo, il romanzo ha saputo mantenere in asse l
equilibrio perfetto della sua trama, una saga familiare che si snoda tutta allinsegna dei sentimenti ineludibili che oggi sono deteriorati e rarefatti al punto tale da essere quasi assenti. Una società che bandisce i valori familiari, li depaupera e li mortifica da giungere a toccare il declino di essi.
Le mode sono cambiate, la scrittura ha assunto toni sarcastici verso i veri sentimenti, immettendo sul mercato editoriale tanta fuffa, sconcezze, e volgarità, giustificandone l
introduzione come un cambio epocale, una trasformazione della società, che giunge a mascherare se stessa con temi scadenti, di dubbio gusto e di estrema decadenza, perché priva di valori che la nobilitano. Lautrice è andata controcorrente: ha saputo a piedi nudi entrare in un tempio di bellezza, di verità e amore e trascinarsi dietro adepti (pochi ormai) che credono in un rinnovamento, un rinascimento dei valori della famiglia.
L
autorevole prof. Nazario Pardini autore della prefazione è stato più volte ricordato per leccezionale introduzione allopera, che ha saputo in modo eccelso, con grande competenza e compiutezza manovrare la trama del romanzo e felicemente penetrarlo. Un libro come pochi, davvero da leggere e da gustare per le numerose annotazioni, riflessioni, osservazioni che, oltre a farne un romanzo piacevole, riesce a dare con semplicità e dovizia di particolari, molti interessanti spunti, predisponendo a quella ricchezza interiore cui ogni individuo, per sua precipua necessità ambisce, senza deludere la lettura di nessuno, ma anzi introducendo il significato vero, profondo dei moti dellanima.
Si tratta di una scrittura alla quale non si giunge quasi mai alla prima prova d
esordio, ma dopo lunga, incessante preparazione, un lavoro di esperienza con un labor limae, e molto tirocinio in campo linguistico