martedì 7 luglio 2020

MARIA GRAZIA FERRARIS LEGGE: "CONTEMPLAZIONI" DI SILVIA VENUTI



Maria Grazia Ferraris,
collaboratrice di Lèucade
Silvia Venuti, Contemplazioni
Ed. Moretti e Vitali, 2020

Ricevo da Silvia Venuti, (ben conosciuta e commentata su Léucade), che conosco personalmente da lungo tempo, anche se le occasioni della vita ci hanno portate lontano, in omaggio, con splendida dedica, il suo ultimo libro di poesie Contemplazioni, edito da Moretti e Vitali recentemente.
È la riconferma del suo solido genio poetico che ben si accompagna con la sua originale pittura, così come è sottolineatura e dispiegamento di quell’itinerario spirituale-religioso che la poetessa va compiendo da anni , in poesia ed in pittura, e che di opera in opera sempre più si avvicina al tema alto della trascendenza cui il suo spirito anelante e mai pago vuol giungere, come dimostra la scansione dell’ampia silloge Contemplazioni, strutturata in tre parti, in un climax ascendente: A occhi aperti,  A palpebre socchiuse, Oltre lo sguardo interiore.
Una poesia non comune, chiara nel dettato poetico, linguistico e descrittivo, apparentemente semplice, ma estremamente ardua nella articolazione della sapienza meditativa, fatta di una visione che diventa contemplazione, quel guardare silenziosamente con occhi nuovi, con assorto e intenso stupore, che caratterizza l’elevazione dell’anima sopra ogni modo ordinario di conoscere, un itinerario di lunga data (La visione assorta è il titolo della silloge pubblicata nel 2012 e La sacralità naturale nel  2008 a testimonianza delle tappe percorse), che pur non dimentica mai con emozione il mondo in cui siamo immersi.
La natura in primis è protagonista, la guida che le permette di non mai debordare, luoghi ben riconoscibili nella nostra quotidianità lombarda, immersi nel paesaggio verde e lacustre in cui Silvia vive:  “Oh lago calmo e lento d’acque/ nel silenzio della sera./ In attesa c’è chi sosta/ e mira senza impaccio./ S’attarda? Sogna? Ricorda?/ Oh lago di tutti!..” “Come silenziose  stanno/ le barche in attesa!/ Ascoltano l’onda che passa/ e narra storie antiche…” “Il ritmo dell’onda/ s’annida nel mio cuore/ e una pace naturale/ sfugge il pensiero e la parola…”, ed il giardino fascinoso, che gronda verde, e apre al tema miracoloso della Bellezza:“ La rosa rosa,/ da poco fiorita/ in un unico fiore/ mi reca in dono/a rami aperti la sua Bellezza”.
“Ombrose radure, assolati pendii,/ abeti, arbusti, carici./ L’aria pura filtra tra i rami,/ corre sui prati in tersa visione/ il mio sguardo.” Uno sguardo che è contemplazione nel silenzio: “Contemplare/ la trasparenza/ di una foglia/ o la luce della pioggia/ che cade/ è ritrovare il coraggio/ di vivere/ e ancora d’amare.” Non si deve lasciare il mondo senza il proprio sguardo d’amore, senza luce, nella solitudine disperante, ci dice convinta  la poetessa.
“Bellezza è coraggio, amore è coraggio, arte è coraggio, poesia è coraggio… speranza è coraggio, fedeltà a natura è coraggio. Sogno, vita, mistero sono coraggio!” e richiedono un cuore nuovo e capacità di sublimazione. Un grandioso canto di fiducia, d’amore e di tensione spirituale, un senso del sacro che immerge ogni cosa e sfugge a ogni dimensione riduttiva confessionalistica.
Certo. Anche la poesia è una prova di coraggio: “ C’è dell’eroismo/ nel credere nella libertà della parola/ nella sua forza vitale/ nel suo potere trasformante…” che sa giungere all’Universale. Nella gioia ci si unisce in una esperienza di luce nuova e di sapienza di vita. Un itinerario spirituale. Ascensione epifania che non abbisogna di lunghi discorsi, ma di abbandono fiducioso, emozioni rapide, incisive, paniche.

Maria Grazia Ferraris, luglio 2020



lunedì 6 luglio 2020

MARIA RIZZI LEGGE: "IL MERITO DEL MEZZO" DI FRANCO DE LUCA


Maria Rizzi su “Il merito del mezzo” di Franco De Luca – Narratori Rogiosi –
 
Maria Rizzi,
collaboratrice di Lèucade

Ho appena terminato il romanzo di Franco De Luca “Il merito del mezzo”,
il quarto che leggo di questo prolifico Scrittore napoletano, e credo che mi accompagnerà per sempre. Non si tratta, infatti, di un libro, che ci si può concedere di leggere e posare sul comodino. Resta tatuato nell’anima per le suggestioni, le immagini, i messaggi, le lezioni di vita. Una crescita ulteriore per Franco, che con testi come “La chiameremo vita” sembrava essere giunto all’apice dell’esperienza creativa.
Innanzitutto, ribadisco il concetto espresso in quarta di copertina dall’ottimo Nando Vitali, secondo il quale ‘il suono delle voci sembra salire dalle quinte di un teatro nella polifonia misteriosa della vita.”
Il romanzo è corale, non si possono trovare personaggi, solo protagonisti,
un’Opera circolare nella quale le storie si susseguono e si intrecciano con
maestria. Lo sfondo è ancora e sempre la città di Napoli, che consente a Franco di sentirsi a casa e di concepire ambientazioni e personaggi venati dai caratteri tipici del nerbo narrativo dello scrittore: senso dell’ironia, umanità calda, ricca di pathos, sentimenti di solidarietà. Inoltre l’intero testo è pervaso da un senso inquietante e persuasivo di mistero, una tunica che avvolge molti dei personaggi e che attrae in modo irresistibile.
Napoli è lo sfondo ideale, non la protagonista. Sono presenti le frasi in dialetto, le scene tipiche della vita partenopea, ma la città è riassunta, forse, dalla descrizione dell’avvocato Beretta, torinese di nascita, dirigente di un grande studio legale, che una volta trasferito a Napoli comincia a soffrire di esaurimento nervoso, eppure dopo la lunga attesa della pensione non fa altro che rimandare la partenza.
“Aveva con Napoli un rapporto altalenante: a volte la amava, a volte la odiava… Un po’ come tutti i Napoletani”. - estratto del libro.
Il romanzo si apre regalando al lettore l’impressione di trovarsi in prima fila mentre si schiudono le quinte di una commedia del grande Eduardo De Filippo. I personaggi, Augusto, Amedeo e Davide possiedono le caratteristiche di tali rappresentazioni: un protagonista, ‘una spalla’, funzionale al protagonista e un giovane dotato di un ‘dono’, che permettono di calarsi nell’atmosfera divertente e venata di malinconia tipica delle Opere dei Maestri dell’arte teatrale napoletana. Non manca la donna avvenente e custode, come Augusto, di un mistero che, come tutti i segreti, è noto ai più: Virginia Piscicelli, vedova del senatore Annibale Piscicelli, che riempie in seguito interi capitoli e si eleva in tutta la sua grandezza morale.
Il titolo dell’Opera, che è ben spiegato nella chiusa - diciotto pagine di altissima poesia, che trafiggono l’anima e lasciano letteralmente senza fiato -,  non poteva essere più indovinato. Tramite lo scavo psicologico che Franco attua di ogni personaggio si evince che ognuno di loro rappresenta un tramite per favorire qualcuno o qualcosa. Il concetto è spiegato molto bene dalle parole del muratore Agostino Esemplare, altro ‘eroe’ della vicenda, rivolte al commissario Petrillo:
“Non vi è mai capitato di sentirvi parte di un progetto più grande? Di vedere che intorno a voi accadono cose che si incastrano perfettamente tanto da favorire un determinato avvenimento? Di sentirvi una specie di… come dire? - una specie di pedina mossa sulla scacchiera di un’intelligenza superiore?”
La settimana di eventi, che si svolgono nel quartiere di Santa Caterina, nel cuore del centro storico di Napoli, vede un intreccio letterario che sembra statico, ma è in levare a ogni respiro. Le vie, i vicoli, il chiostro, l’edicola della Santa palpitano insieme ai battiti anarchici dei protagonisti delle storie, che simbolizzano elementi caratteristici della storia di Napoli, del suo presente, a tratti cattivo come i passi dei diavoli, e del suo passato, per sempre vivo nelle anime degli abitanti. Come in un carillon, che resta ‘teatro a cielo aperto’, la musica muove le scene al ritmo dei sentimenti e il bene controlla il male con celata costanza. Il commissario Petrillo, il pescivendolo Raffaele e il già citato Agostino custodiscono il bene, sono inconsciamente devoti a cause più grandi dei loro intenti.
E torna il concetto del ‘merito del mezzo’, che implica l’inconsapevolezza di coloro che compiono le azioni.
Nel testo esistono tre figure che regalano la misura dell’universo interiore di quest’Autore: Davide e il suo ‘dono’, che riserva non poche sorprese; Caterina, figlia del pescivendolo Raffaele, dodicenne destinata a vivere in carrozzina, muovendo in modo disarticolato le braccia e forse ridendo alle premure degli amici del quartiere; Paolo, detto Paolone, alunno del professore delle medie Dario Marelli, che è affetto da un ritardo e diviene ‘mezzo’ per una vicenda centrale ai fini del romanzo e della vita del suo professore di musica. Creature affette da debolezze, che Franco trasforma in punti di forza, rendendo i tre ragazzini infinitamente cari ai lettori e abbattendo, senza stereotipi, le barriere per creare ponti.  
La capacità di penetrare nei meandri delle anime dell’Autore diviene sconvolgente quando descrive la figura del senatore Annibale Piscicelli, che cresce a dismisura dinanzi agli occhi dei lettori, e gli fa definire l’amore in questo modo:
“Amore  sono due ali, Dario, due ali che spuntano tra le scapole squarciando e dilaniando le carni. Dolore e sangue, dunque, ma anche l’unico modo per librarsi in volo, e osservare dall’alto quanto sia meravigliosa e tragica la vita, e anche quanto siano piccole le orme che lasciamo sulla terra.”
Di diamanti simili l’Autore ne semina moltissimi nel corso dell’Opera dimostrando ai più che per diventare Scrittori non basta presumere di possedere la scintilla creativa, occorre sapersi cimentare in qualcosa di grande che lasci sulla terra ‘orme indelebili’ .
“Il merito del mezzo” possiede il lettore, lo rende schiavo felice dei suoi poteri, diviene mezzo per credere che “La vita è un calcio d’angolo” - musica e testo scritti dal professor Dario Marelli -, e per osservare il cielo nella certezza di scorgere due grosse cicogne che rendono belli i quartieri - dormitori in cui viviamo, le nostre case, le vite che troppo spesso ci sembrano prive di senso.
                                              

Maria Rizzi
                                                 



LINO D'AMICO: "RITORNO A C ALA LUNA"


Ritorno a Cala Luna
(Settembre 2019)
  
Nel silenzio del crepuscolo estivo
m’è passato d’accanto un ricordo,
m’ha sfiorato come refolo di brezza
e ho catturato una immagine di te,
quella sera, a fine estate
sulla spiaggia a Cala Luna,
insieme, mano nella mano,
sguardi smarriti l’un nell’altro,
dita a disegnare cuori sulla rena
che luccicava ai raggi della luna
mentre un morbido sciabordio di onde
li lambiva dolcemente, senza cancellarli.
E tu, ricordi?
Le speranze… l’allegria... i sogni?
Dieci lustri e più sono fuggiti,
un lampo sul sentiero del nostro andare,
siamo tornati, ancora, a Cala Luna
per lasciare orme sulla sabbia,
percepire profumo di mirto, ancora,
e poi, passeggiare sul bagnasciuga
a piedi nudi, come allora,
nel silenzi di quel luogo di magia,
dove parla poesia ed echeggiano i ricordi.



domenica 5 luglio 2020

LOREDANA D'ALFONSO: "INEDITI"


LA PARTE MIGLIORE

Prendi la parte migliore di me.
Così mi ha detto la Speranza.
Con Amore.
Abbracciami forte fino a 
sentirti
il mio legno addosso.
Intreccia le dita dei tuoi piedi
con le mie radici.
Riparati sotto la mia chioma,
ascolta la brezza tra le foglie.
Senti il mio profumo?
Non ti staccare da me,
siamo tutt'uno.


PAPAVERI

Ripongo
Ben piegata,
La coperta del passato
Ho un copriletto intessuto di papaveri
E gli stessi cuciti
Su un’armatura
Di velo
Arresa al sole


DANZA

Come in una danza
Dei Dervisci
Si apre la mia gonna di tulle candido
Canto la mia preghiera
Danzo con le braccia
Tese al cielo
Ebbra di luce.


E’ TEMPO DI RIPULIRE IL FIUME

E’ tempo di ripulire
L’alveo del fiume
Sassi , legno, reti di spago,
drappi di lana.
L’acqua non può scorrere fluidamente.
Ed è quello che vorrei.
Ma le assi di legno di hanno fatto superare
Le rapide
Sui sassi piatti ho camminato scalza
Quando l’acqua era bassa
Con le reti ho pescato,
avvolta nella lana ho dormito sulle sponde
dietro le canne
ho sentito versi di animali sconosciuti
e mi avvolgevo ancora più stretta
in quella coperta.
Ora è il tempo
Di riporre tutto in una bisaccia
E lasciare che l’alveo del mio fiume
Scorra placido
Sereno
Di acqua pulita che sfiora e leviga
Il fondo. 

Loredana D'Alfonso


MARISA COSSU LEGGE: "NEL FRATTEMPO VIVIAMO" DI NAZARIO P.



Marisa Cossu,
collaboratrice di Lèucade

Marisa Cossu legge “Nel frattempo viviamo”
di Nazario Pardini


Nel frattempo viviamo”, delicato e musicale settenario, indica subito gli argomenti della riflessione poetica del Pardini: il Tempo e la Vita; non un tempo qualsiasi, sebbene l’avverarsi nell’esistenza del poeta e nella sua visione del mondo in una avvertita contemporaneità degli eventi nel percorso del divenire. Vita e Tempo sono ampi concetti che la cultura, la maestria e la sensibilità del Poeta mettono in relazione biunivoca in modo che quel “frattempo” respiri un profondo senso di umana partecipazione tendente ad un’armonia immaginata.
Già il titolo riecheggia motivi e suggestioni letterarie: viene alla mente lo straordinario verso oraziano “Dum loquimur fugerit invida aetas: carpe diem, quam minimum credula postero” (Odi,1, 11) non tanto nell’accezione più diffusa dell’invito a carpire i piaceri del giorno fuggitivo, quanto nel significato etico di un tempo goduto pienamente, come immersione totale, dignitosamente umana, nel mistero che nel frattempo viviamo.
Quell’avverbio contiene il segmento di eternità che mette in sintonia con l’infinito, fa immaginare un giorno il cui sole non sia oscurato da pensieri troppo tristi e si possa convivere in armonia con le accettazioni necessarie a ritrovare tra sé, gli altri, la natura e le tensioni inevitabili degli opposti, l’equilibrio di tutte le “cose”. L’immaginazione consente di esplorare l’invisibile, sublima l’anima, possiede la forza spirituale da cui origina la disposizione alla poesia. In questa zona il Poeta incontra uno stato di grazia in cui si manifesta la musica del verso, l’amore per l‘Arte che prende forma e passione mediante la parola. È un attraversamento del “giorno”, che giunge a soluzione oltre la morte e, se il futuro è incerto, sono costantemente presenti i pesi e le gioie, l’amore, la fatica del vivere. Il mutare delle stagioni e l’incalzare della vecchiaia nulla tolgono all’intensa voglia di vivere che si manifesta nella memoria come “restituzione” delle passioni e dei sentimenti. Altri se ne accendono, in questa originale opera, nelle brevi e dense poesie che sorprendono per il ritmo, il verso, la forma, il realismo e la grande spiritualità: “Spazi, culto, pensiero, / Resurrezione, /sorte, vita, /non finisce il discorso, / è già finita” (pag.39). Sfugge al Poeta una nota di pessimismo leopardiano che dà luce a pensieri appena sussurrati tra sé e sé nella potenza della riflessione intorno al fluire delle azioni e delle idee di cui l’uomo si avvale per dare spessore all’ incerta percezione del sensibile.
È affascinante constatare quanto il desiderio della conoscenza intersechi i temi cari a Nazario Pardini.
È la condizione umana il fulcro della speculazione in versi, la condizione del Nostro, a permeare ogni parola, ogni scelta lessicale, a scavare nella coscienza e sapienza del Poeta con la ricchezza creativa e l’incisività delle immagini. Nazario dà voce alla fragile frammentarietà dell’esistente, alla soggettività fondata sulla effimera attendibilità dei sensi; ma avverte una forte unitarietà spirituale, rappresentata dall’Arte, che assiema ogni frammento, “il sesto senso che l’anima possiede” (pag. 16).
La condizione del corpo abbarbicato alla terra si stempera nell’idea che l’anima, attraverso la Bellezza e l’immaginazione abbracci in un sistema universale quei frammenti di realtà di cui è composto il mondo. Non sono atomi distanti questi, ma particelle dell’esistente che non avrebbero senso, prive della funzione unificatrice dell’Arte: “È nell’anima/ la stessa geometria/ molecolare”. (pag. 16)
Così il giorno che non muore contiene in sé tutto ciò che  s’annulla nell’eterno divenire :” Eppure quello strappo di cielo,/ quei campi brunastri,/il respiro di foglie di viti amarognole/ e il sole che prova le voglie/ di bersi le pigne stellanti di luce,/ immagini eppure si fanno, /essenze di corpi,/ per dirmi che l’anima un giorno,/era tatto, colore, profumo di fieno,/ sapore di bosco” (pag.43).
 Tutto rivive nell’ alito musicale del vento che restituisce le cose: l’ombra del fico, il rustico sul colle, le stanze vuote, le pietre e un barattolo che rotola. Il molteplice, con i suoi opposti, si manifesta nell’ unità a-temporale di una complessa topologia. Qui l’invisibile assume i contorni della realtà, forse un inganno dovuto alla mobilità e mutevolezza delle “cose”: “Siamo incastonati/solo per un attimo/ in un’immensità di vuoto/ che per non scorarti/ finge di essere blu” (pag. 42).
Lo spazio e il tempo stabiliscono tra loro una relazione possibile nella visione profetica del Poeta e nell’Oltre. Gli oggetti e i ricordi sono ombre che richiamano atmosfere, suoni, voci, affetti ancor vivi e penetranti: il barattolo che rotola, spinto da un ragazzo troppo presto sorpreso dalla morte, ripete un rumore cadenzato che ancora rintocca nella mente:
“Saltava contento, gioioso,
non aveva bisogno di riposo,
era decenne
indenne da ricordi.  (pag. 24)

Un serpente, “nel frattempo”, trangugiava insaziabile, un rospo: è il verificarsi della vita e della morte, in una contemporaneità fuori da ogni tempo: “il presente del presente, il presente del passato, il presente del futuro. Essi sono tutti e tre nell’anima.” (Agostino, Confessioni).
  La vita che esiste perché accaduta, assalta il Poeta scavando impietosa, ma allo stesso tempo provvida, nei sentimenti che ne hanno forgiato la poetica, le relazioni e la concezione del mondo. Nazario Pardini fa riferimento a fenomeni che non sono astratti e inafferrabili ma connessi all’esperienza dove ogni “cosa” è parte dell’altra, destinata a ricongiungersi nella realtà. Il tema della solitudine origina dal senso di incessante cambiamento del mondo visibile e di quanto immaginato nella contemplazione interiore. Si è soli perchè ad ogni istante viene perso un frammento di gioia, dolore, emozione; perché si cambia, si è diversi, mentre si assiste impotenti alle regolarità del Tempo, alla sua tirannia.; la solitudine è connaturata all’esistenza sebbene al Poeta sia chiaro che “nel mutamento le cose trovino quiete” (Eraclito, Frammenti).
“Si muove il cielo, la terra,
il sole,
l’universo;
ma dove andremo?
Come mi sento sperso!” (pag.29)

Incombe il silenzio dei mondi e la fragilità dell’uomo si confronta con misure planetarie; solo il fluire persiste, eppure una piccola foglia svenata dall’autunno e conservata in un barattolo, restituisce al Poeta e alla Vita un colore senza fine.
Il forte impatto emotivo di quest’ultima riflessione è diretto ad una realtà fenomenica più profonda dell’apparente, verso la quale si rivolge la domanda inquietante del Poeta, la sua ricerca di pacificazione. Il colore della foglia fa pensare al tempo del relativo e dell’assoluto, all’esperienza di un oltre tempo in cui sono calati le cose ed i vissuti, orientati verso l’infinito:
“Comunque
godiamo del beneficio
di esistere
o non esistere
a seconda delle occasioni”
(pag.77)

La vecchiaia è il frattempo che viviamo immaginando, pensando, amando, in una solitudine esistenziale ricca di consapevolezza e di ricordi; è un gancio che avvicina all’infinito e riesce ad estraniare il Poeta dal meccanicismo degli eventi.
Nella seconda sezione del libro conosciamo un Nazario Pardini volto alla considerazione di fatti concreti con la parlata, le massime, gli aforismi, della sua terra natale. Gradevolissima la lettura di queste pagine da cui trabocca un Pardini propenso all’autoironia, alla sagacia delle notazioni, ispirato da una cultura popolare che l’Accademico trasforma in saggezza narrante e in poesia. Tornano tutti i temi cari al poeta: la vita da gustare prima che sia troppo tardi, l’amore spesso calpestato o “soffio di un alato“, l’amore senso di “eterno e di infinito”; la gioia difficile da trovare. Di fronte alle cose concrete il poeta formula la domanda essenziale sull’esistenza: ciò che i sensi percepiscono esiste davvero?
“Se io penso che l’acqua esista
ma non la vedo e non la tocco
o non esiste l’acqua o non esisto io;
perché può darsi che io mi trovi
in un posto dove non esiste l’acqua,
ma io esisto?”
(pag. 77)

Si può forse coesistere senza esserne “coscienti?”
“La parola non è forse sostanza?”
E poi i “fatti” che il poeta narra con disincantato realismo ma anche con uno sguardo compassionevole carico di pietas verso i protagonisti e le vittime di un mondo banale, corrotto e crudele. Nazario non vuol vedere più nulla.
“Cessate, occhi, di nutrire la mia anima!

“Non ho più parole da consumare
e mi abbrucia
l’immensità imprigionata”
(pag.105)

Il Poeta fa quindi esplodere la poesia che gli canta in petto e la lancia nel volo di “palloncini di cuori”, in una “regata di poesia” dedicata allo stupore dei bambini di fronte ad un mondo incantato. E quando si fa sera si accendono a rischiarare l’incipiente oscurità “fuochi di fiabe”, perché nel cuore del Pardini brucia ancora la sorprendente fiamma creativa dei bambini.

Marisa Cossu


USCITA DEL N° 31 DELLA RIVISTA "EUTERPE"


Gentilissimi,
  
siamo felici di comunicare dell’uscita del n°31 della rivista di poesia e critica letteraria “Euterpe”, aperiodico tematico di letteratura online, ideato e diretto da Lorenzo Spurio e rientrante all’interno delle attività culturali promosse dall’Ass. Culturale Euterpe di Jesi.
Tale numero proponeva quale tematica alla quale era possibile ispirarsi e rifarsi: “L’”io” nella letteratura: individualità e introspezione”. 
La prima parte è dedicata al ricordo del poeta e scrittore brasiliano Julio Monteiro Martins (1955-2014) al quale il critico Lorenzo Spurio ha dedicato un excursus della sua significativa opera letteraria centralizzata, per numerosi anni, attorno alle prolifiche e prestigiose iniziative della rivista (e laboratorio) di Sagarana sua creazione, estintasi con la sua dipartita. Sebbene l’autore fosse prevalentemente narratore si è deciso, dato il taglio della rivista, di dare pubblicazione a una serie scelta di poesie del repertorio di Monteiro Martins, compreso un testo in portoghese, sua lingua madre.
Segue un ampio articolo a firma della poetessa e scrittrice Anna Santoliquido teso a tracciare l’importante percorso letterario e umano della poetessa e promotrice culturale (anima del Festival della Poesia di Francoforte) Marcella Continanza (1940-2020) recentemente venuta a mancare.
Hanno collaborato e contribuito con proprie opere a questo numero della rivista (in ordine alfabetico) gli autori: Ariemma Angelo, Baldazzi Cinzia, Bellanca Adriana, Bello Diego, Bernardo Lorenzo, Biolcati Cristina, Bonanni Lucia, Buffoni Franco, Buonomo Felicia, Bussi Alfredo, Calabrò Corrado, Carli Ballola Riccardo, Camellini Sergio, Carmina Luigi Pio, Carnovale Alessandra, Cason Elisa, Cavallo Domenico, Chiarello Maria Salvatrice, Chiarello Rosa Maria, Corigliano Maddalena, Cortese Davide, De Maglie Assunta, De Rosa Mario, De Stasio Carmen, Di Salvatore Rosa Maria, Enna Graziella, Ferraris Maria Grazia, Ferreri Tiberio Tina, Fiorito Renato, Follacchio Diletta, Fusco Loretta, Gallotta Federica, Gambini Giuseppe, Giangoia Rosa Elisa, Gilioli Luca, Grasselli Denise, Izzo Lucia, Kostka Izabella Teresa, Lania Cristina, Lenti Maria, Luzzio Francesca, Mainieri Maria Francesca, Manca Sandra, Mancinelli Paola, Marcuccio Emanuele, Marrone Giuseppe, Martillotto Francesco, Marzano Roberto, Moscariello Carmen, Novelli Flavia, Paci Gabriella, Pardini Nazario, Pasero Dario, Pasqualone Massimo, Pellegrini Stefania, Pierandrei Patrizia, Piergigli Matteo, Polvani Paolo, Proia Francesca, Raggi Luciana, Riccialdelli Simona, Ridolfi Massimo, Saccomanno Mario, Santoliquido Anna, Scalabrino Marco, Seidita Antonella, Siviero Antonietta, Spagnuolo Antonio, Spurio Lorenzo, Stanzione Rita, Tarantino Mattia, Tommarello Laura, Tosetti Carlo, Vassalle Mario, Vargiu Laura, Veschi Michele, Zanarella Michela.


Il nuovo numero può essere letto e scaricato in vari formati. Collegarsi a questo link: 

Di particolare interesse è la sezione saggistica del presente volume che si compone dei seguenti contributi:


ARTICOLI        
                                                                                                                     
ANTONIO SPAGNUOLO – “L’”io” in letteratura: individualità e introspezione”
CORRADO CALABRÒ – “L’”io” in letteratura: individualità e introspezione”
TINA FERRERI TIBERIO – “L’uomo tra smarrimento e ansia metafisica”
SERGIO CAMELLINI – “Io, super io (io lirico)”
MARIA LENTI – “Io-io, io-io, io-noi”
ALFREDO BUSSI – “Individuazione sessuale in D.H. Lawrence”
MASSIMO PASQUALONE – “Il primo Zeichen, tra individualità e introspezione (1974-1983)”
MICHELE VESCHI – “Se sono sogliole guazzeranno”

SAGGI
                                                                                                 
LUCIA BONANNI – “Semantica, espansività e pienezza in atteggiamenti di conformismo e uscita fuori dal sé”
MATTIA TARANTINO – “In difesa della morte”
ANGELO ARIEMMA – “L’”io” decadente”
MARIA GRAZIA FERRARIS – “L’”io” in letteratura. Individualità e introspezione”
CARMEN DE STASIO – “La semantica dell’esserci. Gli spazi introspettivi nella poesia di Sir George Gordon Byron”
DILETTA FOLLACCHIO – “«Abbiamo solo noi stesse»: l’io, la donna e la scrittura”
GRAZIELLA ENNA – “Ribellione e sgretolamento dell’io di fronte alla società moderna”
ROSA ELISA GIANGOIA – “Le origini dell’acquisizione dell’io”
MARIO VASSALLE – “L’io e il ruolo della sua individualità e introspezione nella letteratura”
NAZARIO PARDINI – “La filosofia dell’essere e l’arte dello scrivere”
DENISE GRASSELLI – “Luigi Pirandello: l’”io” e il suo “doppio”. Riflessioni sul concetto di identità nello scrittore siciliano”
CINZIA BALDAZZI – “L’itinerario del Sé attraverso i miti. Horkheimer e Adorno leggono l’Odissea

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Ricordiamo, inoltre, che il tema del prossimo numero della rivista al quale è possibile ispirarsi sarà “Poeti e scrittori nascosti e dimenticati”. I materiali dovranno essere inviati alla mail rivistaeuterpe@gmail.com entro e non oltre il 25/09/2020 uniformandosi alle “Norme redazionali” della rivista (http://rivista-euterpe.blogspot.it/p/norme-redazionali.html).
È possibile seguire il bando di selezione al prossimo numero anche mediante Facebook, collegandosi al link: https://www.facebook.com/events/285466152858916/


Per coloro che sono interessati, ricordiamo altresì i link per poter raggiungere:


Grazie per l’attenzione e cordiali saluti

Lorenzo Spurio
Presidente Ass. Euterpe