mercoledì 1 aprile 2020

NAZARIO PARDINI: "ALLA FRONDE DEI SALICI"


ALLE FRONDE DEI SALICI

Noi che siamo sull’isola di Lèucade a meditare sulla vita e sulla profondità del mare; a emozionarci sul dirupo bianco del tuffo di Saffo; noi che guardiamo con animo lesto le bellezze dei dintorni, e di tali bellezze facciamo delle policrome concretizzazioni dei nostri stati d’animo; noi che ci emozioniamo ad ogni cambio di stagione, e che facciamo del memoriale il fulcro del nostro canto; noi che conosciamo una sola poesia, quella del sentimento e della musicalità; quella della passione e delle immagini, e rifiutiamo quella della spersonalizzazione dei minimalisti; noi, ora come ora, appendiamo con Quasimodo la cetra alle fronde dei salici perché in questa bufera di morte e di virus persecutorio, in questa desolazione, in questa perdita di amici e di spazi, in queste strade di scheletri di defunti, abbiamo perso il contatto con la nostra musa; anche lei, triste, si è ritirata in disparte a piangere: più non ci invia messaggi di poesia; e noi, inariditi, abbiamo la gola arsa dai salmastri dell’isola.

Nazario Pardini    

EDDA CONTE: "LA GIOIA"


Edda Con
collaboratrice di Lèucade









Non chiedermi cos'è la gioia
come parola io non la conosco....
è forse l'aria che respiri
l'amore che ti scalda il cuore
il giorno che saluti come dono..
un abbraccio prezioso
nel calore di un sentimento
che dice for ever...
O forse è il sorriso nascosto
 nel mistero della vita che continua?

Edda Conte


NAZARIO PARDINI LEGGE: "ALLEGORIA" DI SANDRA EVANGELISTI


Sandra Evangelisi. Allegoria. Biblioteca dei Leoni. Noventa Padovana(PD). 2020


- La parola è dono,/ l’intelligenza curiosità -  e con tale curiosità ci apprestiamo a caricare la scena di figure che reifichino cose, persone, per dare corposità a impulsi emotivi che dentro covano, dato che “non siamo più che un battito/ di rime frastornate dal mare”. E’ il tempo a  dirci della nostra precarietà, del breve frangente concessoci per sbrigare i nostri affari. Quindi sbrighiamoci e diamo fiato a Imperatrici (Teodora dagli occhi di ghiaccio, l’imperatrice/nido di vespe e dono di dei/ troneggia al tuo fianco), Schiave (questo è il mondo in cui viviamo/ e Roma non è immune da corruzione…), Decadenza (la decadenza dei tempi è alle porte), Selene (Qui Selene accorda la cetra/ e continua a cantare,/ con la lingua mozzata, se occorre…), l’amore (se sono libera è perché ho amato), Germanico (E tu, valoroso Germanico, non nutrirti dello stesso/ veleno di Cesare)… Eccola la parola. D’altronde è l’uomo che ha sentito l’urgenza di dare il nome a fenomeni che nome non avevano. Una rappresentazione surreale, uno spettacolo kafkiano, in cui l’autrice porta alle estreme conseguenze i frutti della metafora. E Sandra intraprende un  viaggio di trabucchi e marosi,  senza il timore degli scogli che sbucano dalle acque e veleggia intrepida verso un’isola che  assiepa la mente: vita, morte, amore, interrogativi, questioni che fagocitano risposte; insomma  tutte quelle intrusioni esistenziali che affiancano il fatto di esistere. D’altronde “La morte attraversa la vita e passa oltre,/ ma tu, regina del nulla, allontanati / dal corpo dell’amato,/ del mio bene supremo/ che se dovesse fuggire/ potrei dissolvermi assieme a lui.”. Altro che epigonismi, tuffi mentali, o rigiri di parole; alla fine tutto si fa normale, tutto rientra nei canoni di eros e thanatos e la poesia si fa chiara coi suoi slanci di lirica passionalità. E quella che doveva essere una allegoria per velare un dettato narrativo, alla fine si fa comune poetica di interrogativi e questioni esistenziali dove niente è sperimentale, forse solo il linguaggio, che allunga il tiro per allontanarsi dalla tradizione. Resta, per questo, il fatto che la Nostra rivela tutto il suo disagio di fronte all’antitesi ora-sempre: “Io so, se ho vissuto, è per tremare/ all’ombra di un’anima”. Chi dice che non sia proprio l’anima a dolersi della futura fine del connubio col suo corpo.            
Una silloge ontologicamente zeppa di riflessioni e azzardi verso un mondo che toglie, con le sue icasticità, spazio alle ricostruzioni, alle realizzazioni immaginifiche. D’altronde l’uomo ha bisogno di intraprendere voli che vadano oltre il contingente; rientra nella sua natura, dato che la sola parola non è sufficiente a costruire quei castelli che immaginiamo, e a cui aspiriamo. Lo stesso Montale, come riporta la scrittrice, dice al lettore   di non chiedere la parola dacché il poeta può solo dire e descrivere quello che  vede attorno; e quello che non sappiamo è l’unica certezza che ci ripaga. Allegoria, il titolo della plaquette, che, ripartita in cinque sezioni (Allegoria, Primavera, Le ere e le età, Alta velocità, Nell’Ade) si offre ad un linguaggio afferente alle richieste delle diverse occasioni: ora di ampiezza quasi prosastica, ora di una versificazione in aumentazione o in diminuzione, ora di uno spartito secco e asciutto in cui la sola parola è sufficiente al verso, ora (soprattutto in Alta velocità) di composizioni brevi e apodittiche, i cui ritmi  sono intervallati da interrogativi che fanno da fil rouge nell’epigrammatico corso dell’opera. Credo  che non sia superfluo riportare una pericope tratta dallo scritto di quarta: “L’allegria, si sa, è quella figura retorica per cui in letteratura qualcosa di astratto viene espresso attraverso un‘immagine concreta per mezzo della quale chi scrive esprime e chi legge ravvisa un  significato riposto, diverso da quello letterale, un senso allusivo, ulteriore rispetto a quello che è il contenuto logico delle parole. Ecco la chiave per penetrare fino in fondo nel mondo e nelle intenzioni di questa nuova raccolta intitolata appunto Allegoria…”. Allegoria per allegoria, intraprendiamo un viaggio, e invece di soffermarci alla semplice metafora, prolunghiamone il percorso, come ci insegna Dante con la sua Commedia: un nostos in cui la navigazione è lunga e periglioso. La barca è forte, robusta, esperta di onde, e gli strumenti della navigazione sono pertinenti. Quello che conta è andare, proseguire, e non arrestarsi. Di sicuro la metafora è molto vicina alla vicissitudine umana, alla miopia che la contrassegna se consideriamo il tout e le rien di memoria pascaliana riguardante l’uomo, sebbene questo “manifesti… le sue virtù straordinarie e addirittura miracolose, offrendo opportunità ed esperienze intense e in ogni caso decisive”. Resta il fatto che siamo umani e come tali disorientati in mezzo al mare; e anche se scorgiamo un faro a illuminare una parte  dei pelaghi, il resto è in preda ad una oscurità che intralcia il percorso; che lo rende incerto e insicuro; e anche se in possesso di mezzi (vedi quelli prosodici e filosofico-lessicali di Sandra) non sono di sicuro sufficienti a darci sicurezze risolutive; a invalidare i dubbi che ci portiamo dietro; quelli di cui soffre l’uomo nel vano tentativo di squarciare le tenebre per proiettare lo sguardo al di là dei limiti. Siamo destinati a vivere nella inquietudine del nostro esistere: nessuna certezza, nessuna sicurezza. Ci si può solo affidare alla parola, congegno  morfosintattico debole e fragile come il nostro vivere, come la  nostra storia. Non ci resta che  abbandonare il cuore e la mente   ed iniziare a scrivere di pancia. Senza allungare il collo al cielo, a quelle impennate meditative che ci procurerebbero dolore e splenetica soluzione. D’altronde si sa che il verbo è limitato, in quanto creazione virtuale, umana, mentre quella soglia a cui aspiriamo è di fattura a noi negata, considerando il circuito in cui siamo vincolati.  Non si può fare altro che patire della nostra imperfezione. Sì, ci potremmo aiutare superando il sintagma; magari  con invenzioni stilistiche, dato che la poesia vuole sempre qualcosa di più; magari ricorrendo a quegli accorgimenti prosodici, a quegli scarti topici  per  oltrepassare il confine entro cui è chiuso il lessema, visto che la parola è dispettosa, compare e fugge. Si acchiappa come un passero fra i rami, e i poeti impazziscono   per questo: non possederla appieno quando si concede.  Un linguismo che si avvale di una semplicità complessa e polivalente, questo di Sandra.  Può fare di tutto,  ogni cosa coi suoi mezzi espressivi, e il suo poetare avvince e convince, “solo con le mani sporche di sangue/ si può scrivere”, afferma la Nostra. Niente al caso. Solamente dopo avere percorso la via crucis, e dopo avere ingoiato l’amaro delle nostre vicende; dopo avere pensato e ripensato a quanto sia limitato il nostro essere, si può tentare di partorire dei versi, vere confessioni di patemi: “Discutono/ i poeti letterati/ del più e del meno/ e dell’andare a capo./ Dell’uso di parole e metrica/ e della novità del linguaggio./ Aboliti sogno e redenzione/ la renovatio sta nel dipingere la vita/ così come è…”. Riflettere, dunque, sul bene e sul male, sul perché siamo qui invece che là; riflettere sul cotidie morimur senecano o sul dum loquimur oraziano, significa affondare la lama  nella polpa; soffrire ancora di più, magari, visto che davanti al sempre e al nulla ci accorgiamo della nostra inadeguatezza. Però  significherebbe, anche, non dare spazio solo alla forma che tanto è ed è stata a cuore dei letterati, ma tirare in ballo questioni che tanto assillano il fatto di esistere. Le tante affermazioni che riguardano la poetica in generale e che si traducono in metapoesia, ci offrono lo spunto di accostarci ancora di più a questo spartito ricco di proteiforme valenza epistemologica: un gioco di antitesi  forma-significato, che tanto ha coinvolto la storiografia critica, si fa motivo di riflessione poematica. Meglio sarebbe navigare su una barca in equilibrio fra scafo e peso imbarcato. “E la parola resta muta,/ priva di vita, un suono./ Res composita solvantur./ Non sia così/ storia, tempo, luogo, noi, tu; /non lo Io; gli italiani scrivono/ lo stesso minestrone da un secolo./ Petrarchismo o dantismo?/ lirismo e realismo/  - si escludono?/ … La storia è in noi, noi siamo storia…” (Satira). Una critica a tutto tondo a coloro che colgono sui prati i fiorellini, una vera rivoluzione tecnico-semantica, in gran parte mancata, come da sopra accennato. Ho letto, comunque, tanta roba di autori diretti a rivoluzioni di positura prosastica o altro. La poesia, secondo me, deve contenere una vicenda innescata su una storia consolidata, dato che i sentimenti sono sempre gli stessi, e le inquietudini esistenziali non sono mai cambiate da Saffo a Montale. Tocca, semmai, alla parola piegarsi, contorcersi, allungarsi o placarsi per tenere dietro agli input intellettivo-emotivi. La poesia deve essere di tutti. Un dolore, un pensiero, una storia, una vita; nolenti o volenti ha sempre bisogno di vicissitudine, basta non sia pianto decadente e mellifluo; occorre dignità, quel senso umano che dell’umano tiene il cuore e che dell’umano si porti i fremiti di ognuno, per approdare al tutto.   Comunque attendere che torni la vena non è male: “Tu piangi troppo/ (Scusate non volevo)/ Tu vorresti spiegare la tua poesia/ Ma la  poesia non ha bisogno di essere spiegata/ (mi sto sfogando sperando/ Che la vena torni).

Nazario Pardini                       

NAZARIO PARDINI LEGGE: "FOGLIE" DI MARIAGRAZIA CARRAROLI


Mariagrazia Carraroli. FOGLIE. Balda Editore. Prato. 2019


Maria Grazia Carraroli si presenta sulla scena letteraria con una nuova silloge editata per i caratteri di Balda Editore, dal titolo FOGLIE; un titolo che con tutta la sua portata iconica  ci mette già in viaggio attraverso boschi e frescure, verso un’isola felice, dove la natura con tutta la sua potenza visiva e contemplativa fa da concretizzazione degli stimoli panici della versificazione. A questo punto credo che sia importante, per entrare da subito nel mare magnum della poetica dell’autrice, riportare una pericope che si legge sull’aletta di copertina: “Sono affascinata dal bosco, dal suo verde coniugato in mille sfumature, percorso e sorvolato da respiri selvatici e voli. Quelli, per esempio, di Carpineta, un angolo nascosto dentro le selve dell’Appennino tosco-emiliano.  Un rifugio d’anima, dove respirare la natura: una piccola  casa circondata per tre lati dal bosco e accarezzata da un prato dove due annosi meli danno ancora frutti ai caprioli... Così, a te che leggi, vorrei consigliare di sfogliare queste pagine, come fossero  foglie di un albero che si incontra, si guarda, magari si ammira, con la consapevolezza, però, che la forza, la bellezza, il ristoro e il dono vengono dalle radici che non si vedono, dal loro lavoro profondo, sotterraneo, capace di far circolare il nutrimento in superficie.”.  Iniziare da qui significa inoltrarci nell’empatica fusione fra la Carraroli e la natura che la circonda. Una fusione intima, d’amore, di pace, di respiro e nutrimento. L’autrice si fa tutt’uno con l’ambiente panico, con gli alberi, il verde, le radici, le foglie; e trae da tutto ciò la linfa necessaria a concretizzare il suo pathos. Sì, perché è da l’ambiente floreale e arboreo che trae lo spirito giusto per un mondo di edenico riposo, di amore oblativo. Recondite armonie, per tirare in ballo il mio maestro Puccini, che attirano e abbracciano, che turbano e inquietano, che  avvolgono e ispirano, facendosi sostanza netta per una ispirazione pulita e liricamente fluente. E’ proprio la poetessa a invitarci a prendere in mano le sue FOGLIE, a accarezzarle, a respirarle con lo stesso afflato, che Ella infonde nel suo Invito: “... Lasciami spighe da raccogliere/ per un pane spezzato in parole/al banchetto festante/ di nozze condivise”. Una vertigine ontologica che richiama gli empiti ispirativi di Daniel Varujan, nel pieno del suo Cantico al pane. La lingua non può dire tutto, non è capace di  reificare coi suoi sintagmi il magma di un animo in piena ispirazione; la poesia ha bisogno di qualcosa di più ed è per questo che la poetessa allunga il tiro rifacendosi a figure retoriche di ampio respiro, a sinestesie, a iperboli, a metafore così che il linguismo assuma significanti che vadano oltre i significati, per toccare le corde dell’eccelso. Contribuisce  non poco l’intervento di Luciano Ricci, che, con le sue immagini disseminate nel testo, dà forza e visività agli abbrivi emotivi di Maria Grazia. E tutto scorre con  eleganza formale, con euritmica sonorità, come se l’autrice volesse eguagliare con la versificazione l’armonia del creato:

da Carpineta:

“... rattengo lacrime
davanti alla porta di casa
quella piccola nostra con prato
e tutto l’ingorgo di verde
che m’inghiotte e stupisce...”

a Pianta:

“Le radici hanno il colore
della luna
affondano nei suoi crateri
crescono con sogni
e pianto...”.
Il verso scorre limpido e segmentato, per tenere dietro agli input emotivi: si fa apodittico, breve tanto che non è raro che una sola parola si faccia essa stessa verso. Un vero diagramma di alti e bassi, di salite e discese, come l’animo richiede,

da Diospiro

“... Ho chiesto un albero in dono...”

a Il fico:

“... L’altalena saliva scendeva saliva
più ardita
a vincere l’alto delfico...”

da L’albicocco a l’Olleandro, da Il rovo a il Tronco, a Lezione:

“Da quali dita magate
l’olmo apprende
la pazienza della trina...”

Così lo spartito, diviso in tre sezioni (Invito, Poranceto, fogliefogli), procede con abundantia cordis per tradursi a volte in narrativa poetica in certi commenti di particolare intensità lirica. Per farsi prosimetro in questo testo articolato. Tutto è plurale, polisemico, proteiforme, tutto è vòlto a tradurre un animo intento a rendere umano un bosco di orchestrali e poeti: “... noi bosco/ al sensibile/ rspetto dettiamo/ contemplazione sosta/ e d’equilibrio/ esatta radicata metafora/ noi/ orchestrali e poeti/ ritmi diversi/ componiamo alle stagioni/ d’identica inattesa/malia/” (Poranceto). Uno si perde facilmente in un bosco di tanta esplosione panica; fra un verde che ti cattura e ti invita a godere dei suoi profumi; in un bosco che ti invita al dialogo, con le sue radici che recitano poesie. Ed è in questo anfratto di pace e silenzi che mi piace stendere le mie membra per  ripulire il respiro dagli inquinamenti giornalieri, ricorrendo ad un  lacerto di Sandro Angelucci che nella sua postfazione  ci invita a chiudere in bellezza questa recensione: “... Testi come Violino, ad esempio – lo strumento che prende la parola per raccontarsi – non sarebbero mai nati se la Natura, precedentemente, non avesse trasfuso il fruscio della selva, i respiri dei nidi, il sapore del miele, il colore della resina in quel corpo di legno, e mai e poi mai il violino avrebbe potuto “suonare la foresta che (è) sublimata”.

Nazario Pardini

SUBWORD E AGITAZIONE CULTURALE


Subword è un collettivo aperto di agitazione culturale, composto in prevalenza da poeti e pittori, sorto come esperimento d’interazione tra la comunità underground hip hop ostiense e alcuni ambienti dell'arte, della controcultura e dell'educazione alternativa del Litorale romano.
Di seguito la nostra storia.
Ostia HH e Subword

Le origini e i primi progetti

Subword (dal prefisso latino sub, "sotto", e la parola inglese word, "parola", "al di sotto della parola") è originariamente il nome dato da un gruppo di 13 artisti del Litorale romano a una sala in disuso della biblioteca Elsa Morante da loro riqualificata nell'autunno del 2017 grazie a un intervento artistico collettivo mosso dal valore unanimemente attribuito alla conoscenza e alla cultura in generale. Si tratta di un gruppo eterogeneo di artisti di Ostia composto prevalentemente da b-boys, pittori e street artist, nato in seno ad assemblee che hanno riunito la comunità Hip hop del territorio, in tutte le sue generazioni e discipline, per la costituzione di un archivio storico che ne raccolga la produzione artistica dagli anni '80 ad oggi (rinvenibile all'interno del "Fondo Ostia" nella struttura). La scena Hip hop, come da suo DNA, si "apre", si confronta glocalmente con altri stili e approcci artistici, anche tradizionali, al fine di condividere ed applicare assieme il principio positivo e trasformativo che da sempre la caratterizza. I cunei tematici su cui fa leva l'incontro creativo dei tanti artisti sono: comunità, memoria, evoluzione, con particolare attenzione al territorio e la sua storia. Realizzate le opere pittoriche, murali e installative, il gruppo ha tenuto un ciclo di visite guidate e di laboratori diretti alle scuole elementari e medie del Litorale introducendo le nuove generazioni alla storia dell'Hip hop, a quella del territorio ma, soprattutto, al dialogo fecondo e al clima di reciproco rispetto e di sinergica interazione che ha permeato l'entusiasmante lavoro comune. Essendo l'Hip hop trai generi più ascoltati dai più giovani e grazie alla guida di esperti educatori interni al gruppo artistico, i bambini hanno partecipato con profondo interesse e, assieme ai frequentatori di corsi di lingua straniera e di Italiano per stranieri, hanno aperto la sala al quartiere e alla comunità.

Per approfondire:

   video-intervista di Aldo Marinelli de "La mia Ostia" agli artisti promotori del progetto:

   video-intervista della Mediateca del Comune di Roma alla direttrice della struttura Rita Petroselli e a Simak, street artist partecipante al progetto: https://youtu.be/59o3aDiy_K8

   articolo di Mirko Lucchini, pittore partecipante al progetto nonché educatore dell'Asilo del mare, nuova realtà educativa e scolastica fiore all'occhiello del territorio:   https://associazionemanes.it/stanza-magica-biblioteca/


Il Gruppo Subword e il progetto SubLine


Concluso l'inverno con i progetti dedicati alle scuole, alcuni artisti dell'esperienza Subword incontrano la poetessa, scrittrice e regista ostiense Laila Scorcelletti, che entra a far parte del collettivo artistico il quale va sempre più caratterizzandosi per la prevalenza attiva interna di poeti e pittori. Dall'incontro e dall'entusiasmo che lo pervade nasce l'idea Subline, ciclo di eventi culturali mossi dalla condivisione di un comune impeto di rinnovo civile e dal desiderio di animare cultura sul territorio come antidoto alla violenza, all'intolleranza e al degrado di una periferia difficile e bella come quella del Litorale romano, oggi nota esclusivamente (o quasi) per gli episodi di corruzione e criminalità di stampo mafioso che gonfiano la cronaca nazionale e ispirano seguitissime webseries. L'invito lanciato è quello di seguire una linea di azione sotterranea, un cammino pratico sotto traccia (di qui il nome "Sub-Line") volti a dar luce e memoria alla parte positiva, propositiva e intelligente del quartiere, spesso ridotta all'oblio e alla solitudine tanto reali quanto mediatico/virtuali. Sul versante organizzativo, ogni evento ha previsto, nella stessa giornata, un appuntamento teorico-informativo al mattino in biblioteca (spesso presentato da un esperto specializzato nella materia trattata e corredato da proiezioni di video e documentari) e una proposta pomeridiana/serale di tipo laboratoriale-performativo, più viva e partecipata, presso strutture e associazioni del territorio quali Affabulazione, il Teatro del Lido, Casa Clandestina, CMH Lipu Ostia Litorale e il Parco Letterario "Pier Paolo Pasolini". Tanti gli ospiti, gli amici e gli agitatori dei 7 eventi realizzati, che a titolo gratuito e con passione profusa hanno preso parte al progetto: il pittore Leonardo Crudi, il giornalista Fabrizio Berruti, l'etnomusicologo Enrico Simoniello, i poeti Luca Giordano, Sandro Angelucci, Franco Campeggiani, Ugo Innamorati, il regista Pio Ciuffarella, l'attore Paolo di Santo, il pittore Silvio Parrello, le professoresse Antonia Baraldi Sani e Liviana D'Uffizi, i musicisti del Laboratorio Sociale Afrobeat di Bologna. Molteplici, inoltre, le realtà artistiche del posto come la compagnia teatrale Le Maghe, lo street artist SMK, l'artista Mario Rosati, la critica dell'arte Federica Stramaglia, l'ass. culturale Arteka32, le tante pittrici partecipanti alla Baccante Postmoderna (Vania Benini, Zlatka Grgurevic, Patrizia Ferranti, Maria di Paolo, Zelda Salvi, Susanna Stronati, Aurora Pilati, Ermelinda Pontillo, Elisa Dionisi), il poeta Diego Vecchi, il gruppo post-rock Senza Traccia, il pittore e indipendent public artist Lorenzo Guidi "Liroi". Tra gli eventi più partecipati si ricordano "Pasolinea", reading poetico itinerante di testi pasoliniani per le strade del quartiere (lettura a piazza Gasparri: https://youtu.be/Cr3kjkkDYnI); il "Laboratorio Sociale Afrobeat", lab session poetico-pittorico-musicale contro il razzismo (https://youtu.be/Rq0x8TwEZDY); "La Baccante Postmoderna", creazione collettiva al femminile di un'opera pittorica destinata a un nuovo Centro AntiViolenza di Ostia (docuvideo con interviste alle pittrici: https://youtu.be/116lViKG4AE). Connotato precipuo del ciclo SubLine è stato il tentativo costante di aggregare, mescolare, mettere assieme persone attraverso il libero esercizio dell'arte, con attenti riferimenti a storia e tradizioni culturali come solchi di spunto per prospettive di trasformazione del presente.

Progetti futuri

 L'attenzione per la comunità e la memoria storica, la natura propriamente artistica del gruppo e l'origine "street" dei primi progetti hanno condotto all'apertura di un tavolo di dialogo con l'Assessorato alla Cultura del X Municipio che ha proposto al collettivo la realizzazione di un'opera di street art sul territorio. Lo spot destinato al lavoro è la facciata posteriore della stazione Lido Nord, prospiciente la via del Mare, dove il gruppo ha proposto di rielaborare il tema delle origini storiche di Ostia moderna e, in particolare, la bonifica delle paludi locali da parte delle cooperative di scariolanti romagnoli. Come in altre opere ed eventi precedentemente organizzati, Subword lancerà, anche sulla stazione, un tentativo di incontro sinergico tra verso e di-segno, esprimendo la duplice anima, pittorica e letteraria, che caratterizza il gruppo nei suoi componenti. L'intervento artistico costituirà la più imponente opera street art presente sul territorio e sarà la prima ad essere realizzata interamente da un collettivo multidisciplinare di artisti tutti provenienti da Ostia.

L'intervista di Aldo Marinelli alla conferenza stampa conclusiva del ciclo di eventi https://youtu.be/zAy2pq3PBhs

Di seguito i riferimenti e contatti del gruppo:

E-mail: ostiahhlab@gmail.com
Facebook: https://www.facebook.com/subword/
Instagram: https://instagram.com/subword?igshid=8skbwjh1le2c

Cell. 3476934133 /3391797452 / 3286626785









































CLICCARE PER INGRANDIRE

NAZARIO PARDINI LEGGE: "IN TEMPI DIVERSI..." DI ANNA VINCITORIO


Anna Vincitorio.In tempi diversi il mio ritorno. Blu di Prussia. 2020

Anna Vincitorio, una scrittrice di lungo corso, plurale, eclettica e versatile. Si presenta sulla scena con un libro in cui riassume le voci dei più noti critici che hanno dato voce alla sua scrittura, ben fatto per impaginazione, veste grafica, caratteri, copertina, che,  editato da Rebecchi per i tipi di Blu di Prussia,  ci fa da prodromico avvio ad una lettura di cospicua valenza critica. Molti i nomi che hanno accompagnato la scrittrice nel suo proteiforme percorso scritturale:  Anna Balsamo, Paolo Valesio, Giovanni Cristini, Duccia Camiciotti, Paolo Ruffilli, Vittorio Vettori, Oreste Macri, Giorgio Barberi Squaotti, Giancarlo Oli… Una monografia storica che divisa in: Prefazione, La parola  verso l’anima, Esistenza e racconto, Racconti, In Antologia, Antologia poetica, Poesie inedite, Traduzioni, Bibliografia, Premi, Autori, tocca tutta la sua produzione e il rapporto con gli autori che hanno scritto o hanno beneficiato del suo apporto recensivo. Molto il materiale inedito, anche, a incrementare  un’ulteriore conoscenza sul suo operato. Ma mi piace, tra gli altri, riportare il breve giudizio che G. Barberi Squarotti ha scritto per lei: “Cara e gentile Vincitorio, leggo le sue poesie di dolore e di tragedia con piena partecipazione: sono appassionate e vere, sono una straordinaria lezione morale nell’orrore della storia e nell’indifferenza della cronaca”.  D’altronde la Vincitorio è famosa per sapere adattare il linguaggio ad ogni tipo di scrittura: poetica, critica, narrativa; grande traduttrice dal francese e dall’inglese ha dato luce a diversi testi stranieri. Troppo lungo sarebbe citare il numero di opere uscite dalla sua infaticabile penna. Ma una cosa  va subito detta: Anna è una donna generosa, disponibile, sempre pronta a scrivere per autori che le chiedano  prefazioni, commenti o recensioni; e grande valore assumono gli scritti che riportano la sua firma. Un’amica che sa valorizzare l’altrui produzione, con tatto e intelligenza, con modestia e umiltà. Da lei puoi ricevere parole buone, affettuose, che ti caricano, incrementando il valore e la voglia di scrivere. E’ sufficiente ascoltarla mentre legge le sue poesie per capire la grande anima di questa scrittrice.  
Tra le sue molte poesie mi piace riportarne una tratta da Sussurri del 2013:

Sul verde colle
calano in fuga
uccelli, ali spiegate
 che feriscono il cielo.
Quale l’auspicio
Trascolorano in dissolvenza
gli eroi del mito.
Inganno ed innamoramento,
nessun visibile legame.
Una tela   di ragno
accattivante, infida                      
soffoca il sole nella rete.

Un cospicuo testo, di ben 244 pagine, in cui la poetessa include tutta la sua storia, rammentando compagni d’avventura che hanno giocato ruoli più o meno determinanti  nella sua vita di scrittrice e non solo. La prefazione di Carmelo Mezzasalma ben ci avvia alla lettura del testo. “… E quando Anna, qualche anno fa, mi ha chiesto, per vera amicizia e stima, di raccogliere e ordinare tutto quel materiale “critico” che, per circa trent’anni, ha seguito, con altrettanta partecipazione e attenzione, la sua fatica letteraria, dopo qualche esitazione, non ho potuto dire di no. E tanto più che, a scorrere anche velocemente le firme di quegli interventi critici sulla sua  poesia, c’erano anche i nomi di una stagione letteraria irripetibile e che io stesso avevo conosciuto per la loro grande serietà con la quale vivevano la vita letteraria, a Firenze come altrove. Erano nomi che di sicuro non perdevano tempo con il primo venuto o con testi indecisi o dilettanteschi. Da Paolo Valesio a Gianni Cristini, da Ferruccio Masini a Gaetano Salveti, da Giorgio Bàrberi Squarotti a Palo Ruffilli, Claudio Magris, Gian Carlo Oli…”.
Credo  che queste poche righe tratte dalla prefazione siano sufficienti a mettere in risalto il posto che a lei spetta in questo mondo di letterati improvvisati, e leggere la prefazione per intero significa illuminarci sugli ambienti fiorentini e oltre che hanno formato la statura letteraria di Anna Vincitorio; significa, soprattutto, riconoscere, al fine, quello che a lei spetterà nel prossimo futuro. D’altronde sono i fatti che contano più delle parole.

Nazario Pardini

CLAUDIO COMINI: "LA SUA POETICA"




Un viaggio verso la spiritualità, verso le vette del Cielo per scansare Il vortice dei venti, la poetica di Claudio Comini


Credo sia opportuno, per una lettura esegetica puntuale della poetica di Comuni,   iniziare da una pericope tratta da una mia recensione: “Silloge compatta, articolata, proteiforme, che, divisa in due sezioni (Nuove poesie e Altre poesie), si sviluppa su uno spartito ancorato alla fede, all’amore, ad un credo verso la gloria dei Cieli. Non per questo il poeta vorrebbe dagli uomini una vicinanza più stretta al messaggio divino.    
“Il  vortice dei venti/mio immenso Signore,/ porta battaglie e guerre/ contro le avversità che la vita/ mi pone d’innanzi,/ nel cui contesto si crei la pace/ che dia respiro alla mia e alle anime/ di tutti i viventi(Giustizia). 
Partire da questa poesia incipitaria significa andare fin da subito nei meandri più reconditi, negli intenti  parenetici di un poeta che dà tutto se stesso al Supremo in un empito di forza trascinante. Amore, pace, serenità; invocazione a ché tutte le anime possano godere del respiro del Signore; della sua mano benefica portatrice di quiete a tutti i viventi. Giustizia. Questo chiede l’autore in un mondo che sembra indirizzato verso battaglie e guerre; verso le avversità che la vita ci pone d’innanzi.  Nella Tua giustizia mio Dio, il titolo della silloge di Claudio Comini, che, con limpidezza formale, reifica propositi e sentimenti con immediatezza, senza smarrirsi  nella palude dello psicologismo, negli astrusi epigonismi,  affidandosi ad un dire di effetto contrattivo ed estensivo; accompagnando gli input di un animo tutto vòlto a confessare i suoi patemi spirituali…”. 
Iniziare da qui, significa andare da subito a fondo nelle sue  meditazioni, nel suo ontologico discorso introspettivo.  Ad aiutarmi in questa ricognizione sono di sicuro gli otto  volumi che l’Autore mi ha fatto pervenire: La luce del cielo, 2011; Luci di un brillante lago, 2016; Nell’immensità di un lago stupendo, 2018; Sull’onda della felicità, 2018; Il percorso poetico, 2019; Crepuscoli su Firenze, 2019; Parole d’amore, 2020; Nella tua giustizia mio Dio, 2020. Le chiavi di lettura di questa abbondante produzione possono essere diverse: antropologismo, naturalismo, psicologismo, spiritualità; ma soprattutto due sono i codici per decriptare  l’alfabeto polimorfico del percorso: la natura e il divino, che poi si potrebbero ridurre ad una sola, in quanto il poeta fa del panismo una base essenziale per la sua ascesa; per elevarsi alle soglie di Dio. 
Già partendo dalla prima opera (La luce del cielo), e leggendo le poesie che la compongono, emerge una ricerca spirituale che, nel suo empito corale,  associa frammenti naturali (fiumi,sorgente, luce, prodigi, vento, sole, acqua,  neve…) alla luce del Creatore che tutto domina e guida. Un insieme che scaturisce da un animo vòlto alla pace che dà vitalità al cuore della gente: “Sono passati secoli,/ ma la Tua luce è sempre viva/ nel cuore delle persone/ a te devote, anche se la realtà presente/ tenta di disturbare e allontanare l’uomo/ dalla limpidissima sorgente/ del tuo immenso sapere…” (Ancora nel tempo). Il poeta fa dei suoi luoghi, delle sue endemiche visioni, le reificazioni della potenza divina. Proseguendo ci imbattiamo nella seconda opera (Luci di un brillante lago), dove Comini unisce le immagini del lago Maggiore (Angera, Luino, Caldè, Isola dei Pescatori, Maccagno, Isola Bella…) ad un afflato di metamorfica inclusione paesaggistica che lo prende e lo trascina in un eterno spiro di giovinezza: “Sei tu l’amica infallibile/dei miei pensieri,/ dei miei versi/ che corrono liberi come il vento/ e nulla possono contro il tempo…” (Natura)
E’ qui, sulle rive del suo lago, tra i paesaggi che lo attorniano, e i rumori profumati e leggeri degli alberi, che il poeta si sente a suo magio, dando il meglio di sé, con versi di rara potenza lirica. Ed è qui che riesce a mischiarsi con una natura polivalente, dimenticando le aporie degli uomini. La stessa fusione fra natura e poesia continua nella silloge del 2018 (Nell’immensità di un lago stupendo), dove il poeta vive un amore  avvolgente fra le bellezze del creato e la donna amata che ancora di più brilla di luce propria in una primavera appena iniziata: “Mia dolce Letizia/ tu che avvolgi il calore del sole/ in questa primavera appena iniziata/ sulle placide acque del lago dorato….” (Oggi ancora tu). Assistiamo poi, in questo excursus poetico,  all’immersione del poeta nei miracoli che attorno gli si dispiegano esplosivi Nell’onda della felicità. Un sussurro, un élan verso l’azzurro, una contaminazione floreale per un poeta sperso negli àmbiti del creato: “Scenario, Una finestra aperta sul lago,  Una nuova primavera, Come un sogno, La quiete sul viale, Colori sul lago, Come una farfalla, In riva al lago…”, ogni palpito si fa fresco e avvincente; e la natura sembra che prenda per mano il poeta e lo porti tra  i meandri policromi di un lago che rispecchia la sua anima: 
“Tutto si specchia in panorami bellissimi/ su un lago incantato/ tra l’inconfondibile e fiorente natura…” (La luce della natura). D’altronde basta leggere qualche lacerto tratto dagli scritti dei critici di Percorso poetico, del 2019, per rendersi conto della pluralità del viaggio di Comini. Prendiamo a conferma un frammento dello scritto di Pasquale Martinoli: “Comini, il poeta che fa il portinaio Castelveccana da autore per hobby alla consacrazione nell’élite dei versi sulla Storia letteraria del XX secololo: “… Il suo nome compare infatti, con biografia e giudizio della critica, accanto a quello di autori celebrati e il merito di questa sorprendente-nomination- è tutto racchiuso nella sua vocazione espressiva, coltivata da autodidatta, dando sfogo… <<allo sfogo dell’anima>>”. Per quanto concerne l’opera del 2019,  Crepuscoli su Firenze, l’anima del poeta si fa coinvolgere dalle peculiarità della città del giglio, e con intelligenza emotiva prende il pennello, disegnandone gli angoli più belli e famosi: Firenze: “Ci si immerge in te,/ simile ad un fiore,/ circondato dai petali/ fatti di arte e poesia…”; Piazza della Signoria: “D’incanto ti trovi di fronte Piazza della Signoria./ E il cuore si ferma…”; Santa Maria Novella: “… Subito, allora, ti immergi tra gente/ dal sorriso gioviale e comunicativo e ti senti a casa”. Ma è in Parole d’amore che il poeta si abbandona ad una confessione di erotico stupore per Letizia, la donna amata. Il lago fa sempre da cornice ai palpiti emotivi, alle effusioni sentimentali dell’autore: “Sul lago in quel giorno/ una brezza spirava/ e la tua viva felicità/ irradiava gli angoli più nascosti/ del mio cuore…/ attimi eterni accanto a te,/ mia cara e dolce Letizia/ la cui parola era di una gioia infinita” (La gioia).    
Bontà, armonia, umanità, gentilezza, sono gli appellativi che più si addicono a questo scrittore che coi suoi versi semplici e incisivi, fuori da ogni parafrastica complicazione, ci spiattella su un vassoio d’argento un animo pulito, fresco e generoso, disposto e disponibile a migliorare il mondo, la gente con la sua spinta verso l’azzurro. Chiudere il cerchio con un breve frammento tratto dalla mia esegesi su Nella Tua giustizia mio Dio, con cui ho iniziato il mio scritto, significa rifinire il significativo apporto di un autore polivalente al mondo della poesia; la sua semplicità espositiva; la pluralità della sua ispirazione: “… Con il lago che si fa epicentro di fede e di speranza e con Elegia d’autunno,  il poeta  chiude l’opera, affidandosi ad un canto di rara suggestione lirica che amalgama nel suo empito emotivo la tristezza di una stagione con la solida fede in una rinascita oracolare: “rispunterà nuovamente l’allegria, nei campi ora spogli”. 

Nazario Pardini  

         

MARIO SANTORO LEGGE: "IL RETAGGIO DELL'OMBRA" DI ROSSELLA CERNIGLIA; GUIDO MIANO EDITORE




“Il retaggio dell’ombra” di Rossella Cerniglia:
figurazioni, rappresentazioni, immagini, visionarietà
del linguaggio poetico.

Di Mario Santoro


Se la definizione esaustiva della poesia è praticamente impossibile, per le sue implicite potenzialità e per saper essere sempre altro, pur con le tante suggestioni messe in campo dal “vaso rotondo, liscio e bianco” caro ad Antonio Porta che “galleggia sul fiume tumultuoso” e, solo dopo essere stato centrato dal martello pesante del poeta “sprigiona tutta la sua luce”, alla poesia intesa come “la vita al suo più alto e intenso grado di partecipazione intima” secondo Mario Luzi, e alla indicazione di Garcia Lorca nel rimando al “granello di pazzia senza il quale è imprudente vivere”, certamente possiamo condividere il parere di molti esperti e sostenere che essa è, essenzialmente o prevalentemente, linguaggio che a tratti “imprigiona chi scrive” secondo un’indicazione di Piero Bigongiari perché rischia una sorta di costrizione obbligata, e “libera del tutto il lettore” che interpreta il poeta.
Linguaggio, dunque, modalità espressiva ricca, forza delle immagini che sanno richiamare altre figurazioni e rappresentazioni in una sorta di dinamismo continuo e ininterrotto, a tratti quasi fiume in piena, con dislocazioni di situazioni, rapide, impressive, visionarie o lente, ma ugualmente significative e radicanti, sembrano essere le caratteristiche dominanti della poesia di Rossella Cerniglia che sa assumere aspetti e connotazioni particolari illuminando i dati contenutistici che talora velano i contorni dei singoli elementi in favore di una visione d’insieme che cattura il lettore e lo incatena, dal principio alla fine, generando in lui il desiderio di una lettura che non abbia termine.
L’autrice padroneggia, a piacimento, la parola che plasma e piega alla sua volontà e controlla, in maniera attenta, vigile e scrupolosa, anche senza darlo a vedere, i versi, scegliendo fior da fiore le parole che, pur mantenendo alla base la necessaria denotatività, spesso o quasi sempre, sanno farsi inferenziali, imprendibili, se non per tratti soprasegmentali, sfuggenti, allusive e qualche volta, per contrasto voluto, si connotano come fortemente incisive senza perdere mai la tensione emotiva; di qui la scelta di quelle essenziali e il non abuso mai -e mi sembra gran pregio- delle aggettivazioni nella cernita sempre oculata e appropriata.
E ciò vale per tutte le sezioni che compongono il volume “Il retaggio dell’ombra”, anche se risulta evidente la diversità dello stile che balza agli occhi e che mostra, nella prima sezione, un verseggiare impegnativo, organico, robusto, a tratti tetragono, in coincidenza con la tematica trattata, mirando a mantenere sempre un’atmosfera densa di riferimenti, cupa nell’insieme, a forte carica allusiva e visionaria, quasi senza la possibilità di uno sgravio di tensione nel susseguirsi di situazioni che si aggrovigliano, si mescolano, si presentano come orribili, terrificanti, truculente, granguignolesche. Altrove si assiste ad un procedere alleggerito nel verso, che tende alla brevitas e spesso alla verticalizzazione pur in una visione di negatività, di pessimismo, di chiusura; viene continuamente tirata in causa l’esistenza collettiva quanto mai confusionaria, caotica, senza senso e senza ideali, caduti come sembrano essere taluni valori o pseudovalori, in una sorta di rincorsa frenetica, a volte forsennata, del contesto sociale con i fenomeni della violenza, della prepotenza, della sopraffazione, della ricerca del futile, del passeggero, del caotico.

Il linguaggio risulta sempre ben curato e le parole, a tratti, sembrano come rotolare e producono, in altre sezioni, un suono orecchiabile che scende fino al cuore così come, assai spesso, i versi non sono scanditi o delimitati dalle cesure e creano, per ciò stesso, ritmicità particolare di suoni e linee di armonia grazie ad una sorta di segmentazione che non interrompe il cosiddetto flusso sonoro ma, in qualche modo, lo restringono.
E, se nella prima sezione, Apocalypse, si ha forte la sensazione di trovarsi in una sorta di labirinto linguistico-contenutistico da cui non solo non si riesce ad uscire ma si rischia, da un momento all’altro, di lasciarsi sopraffare dalle situazioni, altrove, pur mutando il linguaggio, che tuttavia mantiene il senso della musicalità, mancando il filo miracoloso e salvifico di Arianna, si procede quasi a senso unico e si avverte una percezione di disorientamento e di assenza di via di uscita e, di conseguenza, si ha l’impressione di doversi arrendere o di implodere; eppure il linguaggio non cede alla dissolvenza con affreschi impossibili, ma mantiene la sua forza nella direzione del male di vivere, tra sensazione di implosione beckettiana e bisogno di esplosione joiciana.
Il lettore, come il poeta, rischia di rimanere invischiato nella non via di uscita, che sembra apparire, non come rete montaliana con la maglia rotta per la ipotetica salvezza di qualcuno, ma piuttosto muraglia “che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”.
Di qui l’appropriatezza del titolo del volume “Il retaggio dell’ombra” laddove il retaggio indica l’insieme caotico di violenza bruta che viene da lontano e si fa sempre più virulenta e l’ombra e la proiezione dello stesso sul mondo con la luce nascosta dietro un ammasso di nubi e con qualche vano squarcio che crea strane e paurose sagome tanto sul mare quanto sulla terra e, a tratti, origina condizioni di contrasto tra tempeste improvvise e calme piatte, tra chiarori fugaci e foschie impenetrabili. In situazioni siffatte l’uomo, che è sempre solo, destinato a soccombere, tenta invano la lotta e sopravvive a fatica pagando un alto prezzo. Il titolo richiama in qualche modo quella che potrebbe essere una delle tanta funzioni del poeta e lo sollecita a dare ordine al magma confuso, facendo emergere, o almeno tentando, ciò che è ancora immerso nell’oscurità o si mantiene in una situazione di ombra che non riesce a schiarirsi.
La poetessa dichiara apertamente il rifiuto di un Dio da vecchio Testamento, inflessibile, severo, a tratti terribile, giustiziere, vendicativo, un Dio che gli uomini, sebbene spesso tanto malvagi, non possono meritare e propende per un Dio di amore. Questa contraddizione di fondo fa sorgere molti motivi di dubbio e genera incertezza per l’uomo che è incapace di capire, per limiti impliciti e, se spesso è egli stesso causa del suo male, ciò non giustifica la presa di distanza di Dio, sicché il dramma dell’uomo che non riesce a soddisfare il suo desiderio di sapere e avverte forte il disagio della sua ignoranza, sembra giustificabile. Di qui, verso la conclusione della penultima sezione e in tutta l’ultima, quasi una sorta di lungo respiro e la sensazione non dichiarata di un recupero della lontana apocatàstasi di cui parla Origene nel negare l’inferno, nella speranza-certezza che, alla fine del mondo, tutti gli esseri torneranno a Dio e tutte le anime recupereranno l’innocenza primitiva.

Intanto, all’avvio, tutto il mondo lontano appare come immerso in una continua situazione di tempesta e di tragedia, che sembra fare il paio con l’oggi e spinge l’autrice ad interrogarsi sul senso più vero dell’esistenza e soprattutto sui mali, sulla sofferenza, sulla violenza del mondo nel richiamo all’Apocalisse di Giovanni ed evidenzia nella sua lunga, interessante e appassionata trattazione, la mancanza di luce e il dominio del buio che è certamente fisico ma anche e soprattutto spirituale.
L’ambiente appare, nell’immediatezza e con forza d’impatto “oscuro, tenebroso, frutto farneticante / d’una mente in delirio. Qui non vedo il Dio / di promessa salvezza / il pietoso dei mali della terra, il compassionevole / delle umane miserie” (Apocalypse, IV). E sono parole gravi, addirittura di fuoco, che la dicono tutta, e in maniera inequivoca, sulla difficoltà enorme a comprendere un Dio d’amore che consente tanto male e sembra quasi nascondersi o comunque disinteressarsi delle sue creature.
Con queste premesse il tema diventa subito angosciante e problematico oltre che misterioso e incomprensibile o almeno inaccettabile e la Cerniglia, con studiati versi, magnificamente costruiti, rende al meglio la situazione, sulla quale, grava come piombo il silenzio di Dio che ferisce la sua anima e sbigottisce anche perché riguarda tutti gli uomini, anche quelli di buona volontà.
E ciò fa decisamente riflettere con l’angoscia che attanaglia e la condizione immaginifica che l’autrice realizza e che rimanda, per certi aspetti, all’ottimo, ponderoso volume del sac. Vitantonio Telesca dal titolo “E Tu taci?”
L’autrice mantiene un tono, che non scade mai nel lamentoso, anzi tutt’altro, che si carica di tristezza nelle sconsolate riflessioni e realizza un’ atmosfera grigia e cupa, quasi da inferno dantesco: “Sono alle soglie giunto della più vasta ombra / che mai secoli produssero, un limitare dove l’anima / s’inoltra dentro il buio, nella spelonca, e la quiete abbandona / per un turbinare di tempesta” (Apocalypse, I).
Dunque la linea guida sembra essere l’ombra, con la polivalenza dei significati impliciti; essa prevale sulla luce, e non potrebbe essere diversamente, e domina quasi schiacciando, stendendo le sue informe mani ovunque e costringendo la poetessa a rimarcare la condizione di semioscurità fisico spirituale, nel richiamo ad orme non ben definite nelle insistita iterazione, “orme sulle orme, /…/ ombre che non si sfiorano” (ibid.), e ancora “vanno senza che un dove sia / una meta” (ibid.) e infine sono connotabili “come una triste turba di dannati” (ibid.) con la gravezza della non forma definita che le rende ancora più misteriose e incomprensibili e dunque paurose tanto più perché “un precipizio spalancato inghiotte” (Apocalypse, II).
L’immagine suscita, per strane connessioni della mente, il rimando fanciullesco alle monachine panzacchiane che “il camino nero inghiotte”, alle quali, tuttavia, sembra essere riservata la speranza di rivedere le stelle nel notturno cielo.
Qui la speranza è negata, o almeno celata, e si assiste ad un procedere incalzante, quasi un climax ascendente, turbinoso e confuso senza l’ombra di una guida, a guisa di un’imbarcazione senza timoniere, per un destino ignoto e particolarmente crudele.
E così, tutt’intorno è disastro e sfacelo, in una situazione da orrore che il linguaggio sa reggere, mantenendo alta la tensione, e l’autrice può scrivere: “ma l’illusione resta di poter contrastare nei millenni / lo sconcio che la creazione seconda ha generato” (Apocalypse, II). Ed appare del tutto coerente un passaggio certamente non addolcito ma meno tenebroso, quasi una sorta di spiraglio minimo che però si chiude all’istante perché al di sopra c’è  “un Dio non indulgente / che ignora l’infinito strazio della terra” (Apocalypse, IV). E siamo sempre al “Tu taci” di cui sopra.
Districarsi per l’autrice, nel racconto di San Giovanni, non è facile, anche per tanta simbologia presente nell’ indicazione dell’emblematico e iterato “sette”: le sette lettere alle sette chiese dell’Asia Minore e poi i sette sigilli che racchiudono i segreti del regno di Dio, e ancora i sette segni, i flagelli, le coppe e così via.
Non è semplice ma ella sa muovere i fili e punta, più che ai dettagli, a ricreare, con tratti marcati e con tinte forti, l’atmosfera orribile di dolore e di sofferenza che mantiene la sua gravezza cupa ed asfissiante e schiaccia l’anima con un profondo senso di annientamento anche se alla fine, quando il lettore ormai non se lo aspetta, sembra aprirsi una via d’uscita, una luce dopo tanta oscurità “a qualcuno devo grazie del verde ramo / che su me ora si china col vento, voglioso di sfiorarmi / e mi illumina lo sguardo un istante” (Apocalypse, IV). E si tratta di un istante decisamente salvifico.

Si apre una nuova sezione, “Dai margini oscuri”, e muta del tutto la modalità di scrittura non più a disposizione orizzontale. Già al primo impatto cambia registro e si ammorbidisce quasi nella tendenza alla disposizione verticale, al taglio rapido, anche se l’interrogativo di fondo resta lo stesso: senso dell’esistenza che resta, sempre e comunque, mistero inesplicabile, nel suo svolgersi, con i più o meno marcati cambiamenti che comporta e con atteggiamenti meditativi da parte dell’uomo man mano che il tempo passa. E la Cerniglia puntualmente annota: “Ecco cos’è la vita / è questo passo fattosi / attento sul marciapiede / per non barcollare / fretta su cui rallenti / consapevole / cercando leggerezza / al peso che porti / un’andatura conforme / al respiro della vita” (Ecco). Si tratta di versi straordinari, morbidi nella pensosità e nel richiamo a elementi di studiato contrasto come il passo che si fa attento e ponderato sul marciapiede, garanzia di sicurezza, e la ricerca della leggerezza con allusione anche a quella dell’anima, o come il peso, nella molteplicità inferenziale, e il respiro della vita, lieve o grave che possa essere, nell’alternarsi delle illusioni e delle delusioni, con un senso di appagamento o, più spesso, di smarrimento, di sperdimento fisico-spirituale e finanche di estraneità, come l’autrice sostiene altrove, richiamando elementi che generano sensazioni anonime come di cose inanimate: città, strade, piazze, angoli deserti o popolati di uomini ombra, senza la gioia di un sorriso, in una solitudine che appare, chiusa ad ogni sia pur lieve speranza.
E sembra servire a poco, e soprattutto non consolare, “il breve riposo del gatto / tra le tue gambe acciambellato” (Illusione). La stessa sensazione di vuoto esistenziale, di impotenza, di sconsolata rassegnazione, con il ricorso all’uso sovente del “tu” che resta sempre impersonale e non dialogativo, si può cogliere altrove, con o senza sgomento: “Null’altro c’è lì / dove tu sei, null’altro” (Figura).
Assistiamo alla rievocazione monotona di giornate di noia, ripetendo sempre le stesse insulse operazioni, mentre grava sul cuore la sensazione di un peregrinare vano e si risperimenta una assurda condizione di provvisorietà con il sentimento della morte che aleggia continuamente nell’aria.
Non a caso ovunque “Ci sono gabbie ai confini / attendamenti di morte selvaggi / alle frontiere e bivacchi funerei” (Esodo) e tutt’intorno ancora grave fumo, melma e rovine e ghetti improvvisati. La solitudine domina incontrastata anche in altri versi dove il tu, solo e senza altro intorno, cede il posto all’io senza possibilità di incontro: “Andavo a zonzo / nell’auto mia di un tempo / un pomeriggio soleggiato” (Cos’era?). Si comprende bene che il girovagare, quasi come un’anima in pena, senza un punto di riferimento, sembra adattarsi al “ricordo perduto / rinnegato” (ibid.) e come velato in una sorta di cono d’ombra.
La condizione di smarrimento perdura, anche se fa capolino la sensazione di una debole volontà di ripresa che, ugualmente, si rivela ingannevole: “Domani nuovamente / m’imbarcherò nell’impresa” (Domani), per tentare di percorrere strade senza sbocchi e del tutto anonime che contribuiscono ad accentuare il malessere che appare tanto più profondo con l’annuncio del Natale, foriero di inevitabile consumismo ben lontano dal “mite pagliericcio solitario” (ibid.). La dichiarazione di solitudine estrema è aperta denuncia in un mondo-cloaca, con il vuoto nel cuore e il deserto nell’anima e tuttavia sempre in attesa disperante di un po’ di luce e di calore umano, nell’impegno quasi titanico: “Che sforzo per sorridere / per essere normali / benaccetti / nella cloaca che chiamiamo mondo” (Che sforzo per sorridere)
Pure in tanta disperazione, con in cielo nubi nere che non diradano, l’uomo si predispone, testardo, in trepida attesa, ad un pallido raggio di sole, ad una flebile speranza, ad un fremito d’amore dal momento che “Un sentore di ramo fiorito / di biancospino” si sente nell’aria dove vibra “una rara armonia” (ibid.).
Non mancano i richiami alle stagioni come quella invernale con il “philodendron” con le foglie che tremano per il freddo, come pure compaiono “spazi siderali”, inaccessibili all’uomo che osa tuttavia protendere lo sguardo verso le stelle e gli abissi, ma quasi subito, alla sensazione di quiete, ritorna a sovrapporsi un’atmosfera cupa con immagini spettrali come annuncia la poesia Teschio e viole con l’immediato rimando alla morte e alla vita. E, ovviamente, prevale la prima sulla seconda con corpi che cadono sui colpi della mitraglia e formano mucchi di cadaveri: “giaccio nella melma del fondo / corpo oppresso / nel mucchio di cadaveri // il fango come un cane pietoso / mi lecca le ferite”. E, all’immagine fango-cane, seguono putredine, fetore, liquame metafisico, sangue grumoso, un quadro decisamente raccapricciante e poi, in una sorta di annebbiamento e di abbandono, quasi un deliquio nella perdita della conoscenza, un trovarsi tra la vaga sensazione di essere ancora vivi e la ineluttabilità della morte che non è certo “la signora vestita di nulla” di stampo gozzaniano. E addolcisce tanta pena l’idea delle “viole che fioriscono alla base / del mio cranio” quasi “immenso rigurgito di vita” (ibid.). Continua il senso della disperazione, della solitudine, della morte incombente: “non dissolvono / muri di prigione / dove impazzano gridi di silenzi” (Solitudine).
Compare anche il tema dell’esodo che non conosce limiti spazio-temporali ma è sempre ricorrente con la prepotenza che poveri sventurati subiscono, bivacchi alle frontiere in condizioni indicibili e l’illusione di poter varcare il vicino filo spinato, rinforzato da robusta rete di protezione nella quale difficilmente “scappa” la maglia montaliana per l’improbabile salvezza con la via di fuga da tentare verso “la città eterna intoccabile / e remota sull’altura” (Esodo). E anche qui pioggia e fango per i piedi nudi e memorie di violenze e maltrattamenti subiti.
Pure -e fa quasi sorpresa- talvolta prevale una malinconia profonda con il rimpianto di illusioni e sogni abbandonati sul nascere: “una vita verde / che guardavi a distanza / meraviglia di prati / lucide foglie / che barbagliano ai tuoi occhi / senza esserne sfiorata / la tua vita” (Ecco).
Tutto ciò procura ancora dolore e spinge a una sorta di premonizione amara: il sole non emanerà i suoi raggi e “nessun canto / sogna / nessuna voce / nell’aria / o bisbiglio” (Quando), nessun velo di illusione ergerà sul nulla a dominare. Di qui la rabbia e lo sconforto che spingono la Cerniglia al desiderio spropositato di poter cancellare il mondo anche se, subito dopo, sembra voler cedere al fascino della sera, non foscoliana e neppure pascoliana, che “sopraggiunge / con ignoto languore” (La sera sopraggiunge).

Il passaggio alla terza sezione, “Dissonanze dell’ora”, avviene con naturalezza dal momento che il “mondo freddo e grigio”, capace solo di “isterilire l’anima” (Fino al tempio dorato) con le sue ombre si carica di “mestizia di cielo / senza vento” (Alla tua immagini) e consente al ricordo, quasi improvviso e prepotente, di attenuare la ‘pena di vivere’ nel doppio rimando alla poetessa bambina tra le braccia della madre con la gelosia evidente della sorella appena più grande e di se stessa madre con la bimba tra le braccia “alla quale cantare ninne nanne” (Diaspora). E ancora il ricordo ripropone una lontana pioggia violenta contro i vetri dell’auto in autostrada, con il vento furioso, una bestiola morta sull’asfalto, e “l’acceso stupore d’un rosso tramonto” (Sull’autostrada), visto fugacemente nello specchietto retrovisore.
Ora i temi si susseguono con calma nel racconto di un Giorno qualunque che, per dichiarazione precisa dell’autrice, denuncia l’assenza degli uomini nella vana ricerca del Diogene di turno e con la presenza di cose morte, elementi inanimati, oggetti, stanze vuote, pareti bianche di calce, qualche verme nel fango e inutili “melagrane acerbe” che “marciscono sul ramo” (Racconto).
Siamo a una sorta di vaghezza di positività che risulta quasi evidente nella poesia Verrò consegnata al verbo di certezza al futuro e si ipotizza un ritorno nei luoghi dell’infanzia, da effettuarsi magari con pensiero per recuperare “le sementi lontane / di quel che ho piantato / un giorno, la memoria / di quando anch’io fui”.
E, sempre sulla linea sottile della positività si auspica la certezza di poter starsene seduta in serenità, senza voglie scomposte, e di distillare parole “come un fiore” tra “sillabe di petali” (Seduto).
Sembra davvero di trovarsi a un altro tempo se “Rintocchi lievi / spandono un senso / di perdute lontananze” (Rintocchi) e generano pace e quiete grazie anche a un orizzonte arrossato in un cielo finalmente pulito. Ora l’anima pare quietarsi ed aprirsi quasi a nuove prospettive e alla speranza che tende al rasserenamento.
E così si può leggere nella poesia Nei Cieli: “Un bagliore di sole / irrompe tra le nuvole / attimo che improvviso risplende / in occhi di noia opachi / e di senso li irrora e inusitata gioia”. L’autrice sembra davvero esserne convinta se continua: “Ora la vita / apre un passaggio / di solo sole / per la tua speranza / e Luce alta / nei Cieli”.
Segni fiduciosi compaiono a più riprese come la rosa “fiammante” o il “maculato verde” con “i polloni” e “i germogli” o ancora “l’oro verde” pur in presenza di qualche ombra da dissolvere che, tuttavia, non impedisce l’affiorare di un lontano ricordo “in non so quale strada / di una Chicago / di periferia” (Eravamo).
E così tutto sembra più accettabile e il cielo si mantiene chiaro e “il sole è speranza / e l’azzurro è l’Immenso / con una nuvola sbiadita / e dolce d’incertezza” (Oggi il cielo); e gradevole appare la compagnia di un libro “puro amante / che sfiori / tra le dita” (Un libro), così come dolce si presenta il tramonto quieto con “Il sole che cade / dietro i monti / apre cortine lievi / esile desiderio / in un roseo crepuscolo” (Chimera vespertina) e con il paesaggio che appare straordinariamente bello “verde selva e sassi / e acque sorgive / scintillanti” (Paesaggio).
E si potrebbe, ora, citare a lungo osservando “il candore tremante / di un biancospino / la cui anima amai / in un’infanzia remota” (Il tuo sorriso) o ascoltando “il gorgogliare ridente / dell’equoreo smeraldo” (Acque) o annusando “l’eterea fragranza / che tu emani, o bosco” (Visione), in una sinestesia multipla che conduce, gradualmente e con convinzione, ad un punto solo: “Ecco che sono: / il luogo / dell’impermanente, / dell’eterno passaggio / in ogni dove / il fluire fatale / di un Amore / che ogni cosa pervade / e Tutto muove” (Onda). E così si passa, dall’ombra primigenia alla luce…
Fin qui l’autrice che attendiamo a nuove avventure dello spirito mentre ora ripercorriamo situazioni in libertà con i silenzi che in certe condizioni, con l’evidente ossimoro, gridano ancora e altrove tacciono, o si mostrano come ‘flatus vocis’ come nel ricordo della “vuota casa antica / diroccata” (Non sai) o delle chiese “nude, polverose” (Celebrazioni), rischiarate a mala pena da una luce sinistra che genera paura con il “nero uccello / che taglia il muto stagno / scuotendo ali di cencio” (ibid.) che preannuncia la catastrofe con una evidente nota di malinconia e di rimpianto: “Non più gli incensi / nell’abside fastosa / e i salmi / che alti volarono nel vento” (ibid.).
E ci lasciamo sorprendere e incantare da certe espressioni dense di significati, oltre quello denotativo, e capaci di aggrumare sensazioni profonde, emozioni forti, rimandi a lontananza perdute o mai del tutto possedute, richiami a situazioni possibili, voglie scomposte, strane magie appena allucinate, intuizioni veloci, e con sempre una linea di amarezza serpeggiante o evidente ma anche di quiete serena. Ne citiamo, a mo’ d’esempio qualcuna: la “nota smarrita / che non ritroverò” (Che sforzo per sorridere); le “pupille inquiete / e meste, interroganti” (Inarrivabile); “Solitudine di vicinanze inutili” che non potranno mai dissolvere “muri di prigione” (Solitudine) e ancora “piccoli arbusti”, “viole” che “fioriscono” sia pure alla “base / del mio cranio” (Teschio e viole); “ali di cencio” (Celebrazioni) - e altre.
Ma qui siamo obbligati a tacere anche se la tentazione di ricominciare con altre annotazioni è forte.

Mario Santoro

Rossella Cerniglia. IL RETAGGIO DELL’OMBRA
Guido Miano Editore, 2020
mianoposta@gmail.com