venerdì 26 maggio 2017

FRANCESCO GALLINA PRESENTA: "SOTTO BELLA MENZOGNA"





La Signoria Vostra è invitata alla presentazione del libro Sotto bella menzogna di Francesco Gallina 

INVITO. Lunedì 5 GIUGNO 2017, alle ore 18, la professoressa ISA GUASTALLA e il critico culturale della «Gazzetta di Parma» GIUSEPPE MARCHETTI presenteranno presso la Libreria Feltrinelli in Strada Farini 17 (Parma) il libro di FRANCESCO GALLINA, Sotto bella menzogna (Helicon, 2017), vincitore del Premio fiorentino La Ginestra come miglior saggio. 

Il volume, corredato da illustrazioni, è introdotto da CARLO VAROTTI e GUALTIERO ROTA, docenti dell'Università di Parma. La copertina è opera dell'illustratrice ANGELA MALINCONICO.

IL LIBRO.
 La Beatrice di Dante è davvero Beatrice Portinari? Chi è, o meglio, che cos'è il "veltro"? La Commedia è concepita come finzione o come realtà? Qual è il ruolo rivoluzionario dell'io poetico nel "sacrato poema" dantesco? L'unico inciso puramente autobiografico che Dante ci racconta è di aver spaccato il fonte battesimale di una chiesa: fatto reale o simbolico? Perché Dante tace del Catarismo quando ancora ai suoi tempi un terzo del popolo di Firenze aderiva a questa religione eretica? Perché di tutto parla fuorché dei catari, trucidati per volere della Chiesa di Roma (e vituperati dalla sua ultima guida, Bernardo)? Farinata degli Uberti fu condannato di essere un esponente di spicco del Catarismo: perché Dante non ce ne parla? Dante non si volge verso Dio ma, più precisamente, vi fa ritorno: come si ripercuote il concetto del ritorno sul significato del viaggio dantesco? Com'è possibile che nel Limbo e nel Paradiso siano presenti personaggi condannati dalla Chiesa cristiana? Qual è il rapporto fra Dante e il commercio librario di testi islamici? A queste e a molte altre domande cerca di rispondere Sotto bella menzogna. Il saggio interpreta il Convivio e la Divina Commedia di Dante Alighieri attraverso le possibili influenze esercitate sul Sommo Poeta da correnti gnostiche, eretiche e islamiche, a livello narrativo, filosofico e teologico.

L'AUTORE. Laureatosi con 110 e Lode in Lettere Classiche e Moderne (con specializzazione in Critica Letteraria), Francesco Gallina ha 24 anni e svolge attività di docente, giornalista, critico letterario e teatrale. Relatore di conferenze e organizzatore di laboratori di scrittura nelle scuole, al momento è redattore presso alcuni giornali locali e curatore su «Il Parmense» della rubrica "Officina Parmigiana" , guida narrativa alla scoperta delle pievi romaniche della provincia di Parma.
Ha al suo attivo articoli e pubblicazioni su riviste specializzate, fra le quali «Purloined Letters», «Studi e Problemi di Critica Testuale», «Campi Immaginabili», «Arabeschi».


CLAUDIO FIORENTINI PRESENTA: "SINFONIA"


giovedì 25 maggio 2017

N.PARDINI LEGGE: "POESIE" DI GIORGIO MANGANELLI

Giorgio Manganelli: Poesie. Crocetti Editore. Milano. 2007. Pagg.  360. € 20,00


Un massiccio volume di ben 360 pagine, editato per i caratteri di Crocetti Editotre nel 2006 e nel 2207 come seconda edizione,  suddiviso in Poesie, Appendice I, Appendice II, Appendice IIA, II Altre poesie, III Poesie giovanili, che contiene l’attività poetica di un’intera vita di Giorgio Manganelli. Un libro di grande valore documentaristico e epigrammatico per conoscere la poetica e la filosofia di vita di questo grande personaggio del mondo intellettuale dell’altro secolo. E quello che risulta da una lettura diacronica del testo è un crescendo di attenzione che l’Autore pone alla forma, Forma come vita, come desanctisiano risultato, forma come totalità di pensiero, come contenitore di un’anima tutta volta a dire di sé a volte anche con un certo distacco, ma soprattutto a dire del rapporto fra l’esistere e la morte, fra thanatos e eros. La vita in tutta la sua complessità gioca la parte principale nella narrazione. L’inquietudine del fatto di vivere in spazi ristretti, l’insoddisfazione di fronte all’impossibilità di risoluzione delle questioni dell’esistere. D’altronde l’autore ricorre a rocambolesche strutture metrico-sinestetiche, a slargature sintagmatiche, a forzature sintattiche, anacoluti, a stratagemmi retorici per cercare di protrarsi al di là di un linguismo calcolato a misura umana. È lì il bisogno di fuga di Manganelli, quello  di andare oltre la gabbia in cui è chiusa  la sua permanenza terrena: un tentativo di volare o di agguantare il cielo, però coi piedi appesantiti dal fango della vita. Un peso che non ti permette di affrontare viaggi troppo spaziosi. Le ali s’ingrumano, sbattono sugli alberi, cadono al suolo. Ci sono orizzonti che vanno oltre i limiti del nostro sguardo, e che denunciano la povertà della nostra permanenza; una sottrazione che si traduce in saudade, spleen, malessere, inquietudine, coscienza di una precarietà di fondo che ti rende umanamente troppo umano. Il verso cerca con tutte le sue forze di agguantare gli input del pensiero, dell’intelletto, o della cavità emotiva; si fa sdegnato a volte, a volte sarcastico, irriverente, ironico, raramente lirico; risponde al bisogno di un nichilismo spesso invadente e anche quando le emozioni appaiono più placate e distese sono sempre in preda ad una melanconica visioni dell’oggi e del poi, confessando con voce franca e schietta “La gioia di essere tristi” come afferma V. Hugo. In una lotta corpo a corpo con l’immagine di Thanatos; in un confronto, a volte, all’ultimo sangue in cui Manganelli non cede le armi; si ribella fino a trovare un elemento di gioia persino nella morte:

C’è nel morire un elemento di gioia,
quando s’abbrevia il corpo
nella positura del grembo,
e la nudità fusiforme
s’appunta ad uno sforzo di luce:
mentre il niente morde
il cuore paziente, rosso,
della maturità. (Pg. 77)

Nazario Pardini


DAL TESTO

Sia lode a Dio per lo spazioso inferno
per l’assenza del sole, la sdentata
fame del vento sulle rosse foglie,
a la blesa querela dementi:
per ogni forma prefigurante
la violenza attiva
del ragionevole niente:
per la città sotterranea dagli angoli esatti,
luogo sintetico, oggettivo,
esente da speranza, imperfettibile –
per il, suo cielo di rame.
(1958, estate)


III

(il morto)
Eh noooo!
D’accordo ci riescono tutti/
Muoiono gli analfabeti, i cani
cimurrosi, i re di damasco,
i pederasti, figurati:
muoiono anche i fascisti.
Eppure:c’è morte e morte, cavaliere!
Eppure: io sono un feto:
fu facile, credi? No.
Un pezzo di dio salato d’anima.
Senza parole. Non stupido, ignaro.
Interrogami! Mi chiedi di dio:
del male e del bene.
Io sono figlio di dio, nient’altro:
un escremento.
31/III/ ‘61


L’indemoniato

Resterò qui accanto alla tua croce
Luogo sgombro, distante, solitario:
qui non salgono i dèmoni a toccarmi.
Ho capelli lunghi come fuochi
sottili,  aggrovigliati: ho la luce
che brucia nelle mani.
I dèmoni ogni giorno
cavalcano il mio corpo.
La mia carne ha paura di bruciare:
non so che pentirmi.
Porto i peccati sulle labbra:
non li voglio ingoiare.
Stringo il tuo corpo
deserto, lungo nell’aria:
la mia chioma minuta mi spaventa,
le dita rapide e sottili:
il terrore mi abbacina, mi salva.

Giuda

La notte estiva è lacerata
dai piedi degli angeli:
hanno spade ferme
nell’aria, hanno lance le mani luminose:
ora sono le mie mani
come quelle degli angeli: le mie membra
non sanno più corrompimento:
già mi ardono i capelli.
Ecco le spade, ecco le lance
ferme sopra di te nell’aria:
il mio corpo  illumina
la strada dove c’incontriamo:
ecco su di me discendere
il vento dolce delle lame.

Giorgio Manganelli


PREMIO MACABOR (DUEMILA EURO E CINQUE PUBBLICAZIONI...)



Comunicato Stampa

ANCORA DUE SETTIMANE DI TEMPO PER PARTECIPARE
AL PREMIO LETTERARIO MACABOR 2017
In palio Duemila euro e cinque pubblicazioni di opere inedite

Mancano soltanto due settimane per partecipare alla prima edizione del Premio Letterario Nazionale Macabor 2017 per l’inedito, indetta da Macabor Editore. Il concorso  prevede un premio in danaro complessivo di  2.000 euro  per la poesia inedita e  la pubblicazione di cinque opere inedite di narrativa, poesia, saggistica e teatro.
Queste le sezioni a concorso:
A - Poesia inedita in italiano  a tema libero - Premi: 1° Classificato Euro 1000; 2° Class. Euro 600; 3° Class. Euro 400; B -  Silloge  inedita di poesia ( minimo 20, max 50 poesie) - Premi: 1° Classificato:  Pubblicazione dell’opera (20 copie gratuite all’autore); C  - Raccolta inedita di racconti ( minimo 7, max 20 racconti) - Premi: 1° Classificato:  Pubblicazione dell’opera (20 copie gratuite all’autore): D -  Romanzo inedito ( minimo 30, max 200 cartelle) - Premi: 1° Classificato:  Pubblicazione dell’opera (20 copie gratuite all’autore); E – Libro inedito di saggistica ( minimo 20, max 200 cartelle) - Premi: 1° Classificato:  Pubblicazione dell’opera (20 copie gratuite all’autore); F – Testo teatrale inedito ( minimo 10, max 100 cartelle) - Premi: 1° Classificato:  Pubblicazione dell’opera (20 copie gratuite all’autore).
Le opere devono essere inviate entro il 7 giugno 2017.
La cerimonia di premiazione si svolgerà in Calabria nella prima settimana di ottobre.
Il bando completo del premio si può scaricare dal sito della casa editrice http://www.macaboreditore.it/home/index.php/9-news-eventi/4-premio-letterario-nazionale




martedì 23 maggio 2017

SANDRO ANGELUCCI: POSTFAZIONE A "RIBALTAMENTI" DI FRANCO CAMPEGIANI


Sandro Angelucci,
collaboratore di Lèucade


VOGANDO VERSO L’EQUILIBRIO DINAMICO


       Con questa dedica (ovviamente privata), che rendo pubblica per motivi che in seguito capirete, Franco Campegiani mise nelle mie mani il presente saggio: “a Sandro Angelucci, amico fraterno e compagno di remi sulla barca dello spirito, nell’avventuroso mare della vita”, chiedendomi se fossi disposto a stilarne la postfazione.
       Quello che avete letto è uno studio, ma significherebbe sminuirne la portata se lo si prendesse in senso rigorosamente filosofico – come sostiene lo stesso Prefatore, Nazario Pardini, inaugurando lo scritto –.
       “Occorre superare la filosofia – chiarisce Campegiani nel corpo del capitolo La grande relazione – per riscoprire il pensiero prelogico ed antischematico degli avi, la sua pregnante e ricca vitalità”, e ancora: “Il razionalismo è giunto all’esaurimento dell’intera gamma delle sue possibilità. Una lunga parabola storica si sta concludendo, e, come sempre, si torna all’inizio quando si chiude un ciclo [. . .] Al tramonto sussegue sempre l’Aurora. Ed è una nuova aurora [. . .] Dietro l’apparente trionfo del Nulla, bisogna allora iniziare a scorgere la premessa di un più equilibrato senso dell’Essere, di una più sana e armoniosa spiritualità.”.
       Ritengo inderogabile, a questo punto, un’ulteriore mia precisazione e – tengo a dirlo – non perché il concetto non sia sufficientemente esplicito, al contrario, per rafforzarlo, da “compagno di remi”, appunto, che aggiunge la propria vogata affinché la barca mantenga la rotta intrapresa.
       Sarebbe un errore; un macroscopico, fuorviante errore interpretare tutto questo  nel verso di un impossibile quanto utopico ritorno al passato. Qui, non si tratta di tornare indietro (Franco parla di una prelogica e di un antischematismo atavici – è vero – ma sempre presenti e, soprattutto, sempre nuovi nell’uomo); qui, si prende in considerazione la certa possibilità di un recupero che non ci fossilizzi, però, facendoci progredire davvero.
       Riscoprire “una più sana e armoniosa spiritualità” è indizio di una strada non solo esistente ma percorribile; senza eludere lo sforzo, tuttavia: l’autointrospezione e l’autocritica.
       “Ciascuno è nella Grazia e nella Salvezza – scrive Franco –, se sa risalire alla proprio scintilla divina, al divino di se stesso, che è poi l’umano di se stesso.” alludendo inequivocabilmente alla fatica interiore cui poc’anzi ho rinviato.
       Senza questo impegno – che non è meditativo ma intensamente e profondamente radicato nella realtà, nella quotidianità del vivere – ogni tentativo (anche laddove vi fosse) è destinato a fallire, ad affondare inesorabilmente nelle sabbie mobili della palude razionalistica, non in quelle della ragione.
       “La ragione è solo un particolare tipo di intelligenza. – sostiene (e condivido) Campegiani – Un’intelligenza, per così dire, seconda […] ma deve stare attenta a non degenerare pensando di potersi totalmente affrancare dall’intelligenza prima, se non addirittura di potersi sostituire ad essa.”.
       Siamo i soli – gli uomini, voglio dire –  ad essere dotati di quella forma d’intelligenza ma, alla luce delle considerazioni testé riferite, è innegabile che inorgoglirsi, insuperbirsi è deleterio, porta inevitabilmente a porre in secondo piano ciò che, invece, dovrebbe essere preminente.
       “Se per l’uomo è comunque importante conoscere, molto più importante  è la consapevolezza di essere, di vivere nel mistero”: ecco cosa intende il Saggista quando parla di prima intelligenza; disquisisce di una facoltà spirituale insita in tutto il Creato, in tutti i suoi regni.
       E non si resti stupiti se fa coincidere – meglio, identifica – la stessa con l’istinto.
       Proprio così: perché ogni essere vivente ha un’anima (dalla roccia all’albero, dal vento alla pioggia, dall’atomo all’universo) ed è lì, su quella tavola, che sono impresse le leggi cosmiche e divine.
       Ciò non significa, ovviamente, che la coscienza razionale vada misconosciuta né, tanto meno, demonizzata: se l’abbiamo, ha evidentemente un ruolo da svolgere (nulla, in natura, avviene a caso: laddove il caso non venga considerato qualcosa di fortuito). Dirò di più; il compito, cui la ragione è chiamata, è di fondamentale importanza: quello di mettersi a disposizione del mistero – non di svelarlo sopraffacendolo – cosicché l’uomo (quanto meno sfiorandolo, se non altro saltuariamente) possa tentare un difficilissimo ma non impossibile equilibrio.
       Ecco: siamo arrivati alla parola-chiave. Molto, ma molto chiaramente lo esplicita Franco nella riflessione che segue: “O noi riscopriamo il nostro individuale equilibrio, oppure sarà la catastrofe a livello collettivo. [. . .] Madre (e Padre) Natura si ribellerà e sarà una lezione d’amore, per insegnarci a rispettare noi stessi e tutto ciò che vive e respira intorno a noi. Madre (e Padre) Natura è qualcosa di più di quel che in superficie appare. Maestra di equilibrio, non disdegna di elargire, accanto alle carezze, le punizioni esemplari. Si dirà: non è giusto che paghino gli innocenti per i peccatori, ma dove sono gli innocenti? Sarei curioso di conoscerli per poter loro stringere la mano.”.
       Come dire: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”. E, qui, le pietre le stiamo scagliando – sempre di più e sempre più grandi – sul viso di una Maddalena che non abbiamo mai smesso di considerare una poco di buono, una che pensa soltanto al proprio piacere; senza capire che, soddisfacendolo, continua ad elargire amore quella ‘prostituta’, quella Madre che, così profondamente ama i suoi figli sparsi per il mondo da dare, non dico la vita (questo significherebbe odiarci fino al punto di desiderare la nostra morte), ma uno schiaffo potentissimo che provoca un dolore lancinante sulla suamano e – più ancora – nel suo
cuore.
       “C’è una violenza nella natura, una crudeltà che non va sottaciuta, giacché è indispensabile all’equilibrio”,  scrive Campegiani.
Non ci sono frutti proibiti – mi permette di aggiungere –; l’albero del bene e del male è sempre qui, disposto ad elargire i suoi frutti, ma bisogna coglierli e mangiarli senza neppure guardarli, con la certezza che sono incontaminati, privi degli anticrittogamici di una ragione presuntuosa ed arrogante.
       È giunto il momento di concludere: non perché, però, si esauriscano così gli spunti che l’edificante lettura di Ribaltamenti suscita (siamo di fronte ad un pensiero in continua evoluzione, proprio come la materia di cui tratta). Devo mettere la parola fine perché, per tutto, c’è una conclusione affinché possa esserci un sempre nuovo, inconfutabile inizio; affinché una ragione malata non tenti di convincerci che “per divenire adulti occorra seppellire il bambino”.

Sandro Angelucci






N. PARDINI: LETTURA DI "CHE' LUI MORIR NON VUOLE" DI MAURIZIO DONTE


Maurizio Donte,
collaboratore di Lèucade

Si presenta sugli scogli di Lèucade, sempre con gentili affreschi, Maurizio Donte, proponendoci un sonetto che fa del sentimento dei sentimenti il bello di un pathos; quello di un ardore che solo l’endecasillabo può appagare con la sua euritmica sonorità di cui Donte è divenuto un cultore infaticabile “Scivola senza suono sul selciato,/di sasso in sasso un raggio della Luna…”.  Non è solo la perfezione dell’ordito metrico che ci  convince (cosa ormai risaputa, conoscendo lo studio e gli interessi che riguardano l’Autore), ma anche, e soprattutto, l’abilità nel giocare coi sentimenti; nel ricamarli con tale vivacità visiva da richiamare nostalgie e effusioni di oggettiva risonanza. Se poi ci soffermiamo sulle finezze sinestetico-iperboliche di certi movimenti verbali, ancora di più ci rendiamo conto della valenza compositiva di “Ché lui morir non vuole”.

Nazario Pardini


Ché lui morir non vuole 
ABBA ABBA CDE DEC

Scivola senza suono sul selciato,
di sasso in sasso un raggio della Luna,
e nel silenzio attorno si raduna
la tua memoria, amor che ho sempre amato.

E dentro il cuor s'esamina lo stato
d'oggi e nella mia mente il mal s'aduna,
perché altre amai, ma come te nessuna:
a tal condanna mi ridusse il fato.

Pure sorgesti allora come il sole
all'alba, illuminando i prati in fiore:
su limpide sorgenti ed in campagna,

vedo i segni lasciati dall'amore,
che dal cielo alla ripida montagna
mi viene a dir che lui morir non vuole.

Maurizio Donte


CLAUDIO FIORENTINI: NUOVA PUNTATA DI "VISIONI DA CAPTALOONA"

Claudio Fiorentini,
collaboratore di Lèucade

Oggi ci sono Carlo Di Biagio e Sergio Marchi, il primo con una silloge molto particolare dal titolo Roma, poesie in posa, e il secondo con l'ottimo romanzo La tavola di smeraldo... come sempre proponiamo ottime selezioni musicali... Buon ascolto da Captaloona.

http://www.spreaker.com/user/performingradio/visioni-da-captaloona-2205

"LA SCRITTURA" - PER PRESENTARE I LIBRI AL TEATRO ARCILIUTO






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“Come per una mission…”

Questo lavoro vuol essere un tentativo di parlare della scrittura in modo nuovo e originale, al di là delle a volte eccessive ed autoreferenziali speculazioni critico-esegetiche dell’attuale panorama letterario nazionale, ma “dentro” questa volta, non solo all’animo, ma al neuronico mistero dell’inconscio e addirittura ai polpastrelli, alle dita, alla mano dello scrittore. La mano, infatti, è la “concrezione corporea” di ciò che culturalmente chiamiamo uomo così che, come dice Giordano Bruno nella “Cabala del cavallo pegaseo”, “Tutto questo, se oculatamente guardi, si riferisce non tanto principalmente al dettato dell’ingegno, quanto a quello della mano, organo de gli organi”.
Qui, dunque, si è voluto parlare di ciò che la scrittura significa in tutte le sue sfaccettature, da quella creativa a quella a vario titolo critico-epistemologica, da quella auto-terapeutica a quella grafologica.
Nell’epoca dei mille scrittori e dei cento lettori, della lenta agonia del foglio e della penna sostituiti da schermo e mouse, dell’editoria sempre più commerciale e del futuro in e-book, del veloce touch-screen dei “nativi digitali” e dell’ultimo successo in vendita all’autogrill; valeva forse la pena tentare un primo, solidale e accattivante  esperimento di  interpretazione globale.
I quattro autori che si alternano nelle pagine di questa sorta di esame clinico dell’antica arte di trasferire i propri pensieri nei segni comunicativi che ne permettono la comprensione ai più o meno casuali fruitori, si sono posti l’obiettivo di parlarne liberamente nel linguaggio – e con la  competenza – a loro rispettivamente congeniali.
E così, con una intenzionale consequenzialità, al saggio introduttivo sulle condizioni della letteratura contemporanea italiana del poeta e critico letterario Plino Perilli, segue il racconto – e nulla più – dello scrittore Francesco Paolo Tanzj; per poi proseguire con lo studio psico-semiotico della grafologa Anna Federica Fava Del Piano – direttamente connesso con l’analisi dei tratti grafici di alcuni tra i maggiori scrittori presenti e passati del panorama letterario nazionale – per giungere infine, a mo’ di sintesi interpretativa finale – al saggio conclusivo della psicoterapeuta Silvana Madia sulla scrittura come metodo analitico di liberazione e rinascita.
Ma forse la vera originalità di queste pagine consiste proprio nella presenza di alcuni dei maggiori scrittori italiani – parte dei quali contemporanei, altri non più viventi – le cui calligrafie sono state analizzate nei loro particolari tratti grafici per ri-scoprirne il carattere e la personalità provenienti dal profondo del loro più autentico sentire.
E così dal giovanissimo Paolo Piccirillo – definito recentemente  ‘uno dei migliori scrittori italiani under 30’ – ai già noti e collaudati Chiara Gamberale, Emanuele Trevi e Maurizio de Giovanni, fino al ben più maturo Elio Pecora – da annoverare certamente tra i maggiori poeti dell’attuale panorama nazionale -, tutti hanno accolto entusiasticamente la proposta di vedere analizzate le proprie scritture.
E che dire dei non viventi – ma ben presenti e vivissimi nel loro ruolo primario e insostituibile della grande letteratura contemporanea – che pur partecipano con i loro scritti manuali a questo unico, finora, esperimento grafico-analitico?
Dall’indimenticabile Raffaele Viviani al misterioso Carlo Emilio Gadda, dall’ineffabile Francesco Jovine al sofferto Sandro Penna, fino a Pier Paolo Pasolini, vate indiscusso dell’ultimo novecento.
Così i quattro autori del presente volume li anticipano, li accompagnano, li rappresentano con i loro interventi  - dall’esegesi critica alla narrazione creativa, dalla grafologia scientifica all’indagine sistemico-relazionale - amicalmente tesi a condividere il mistero della parola e del gesto che la descrive.
Per un uni-verso letterario - passato, presente e futuro – ancora tutto da scoprire.


                                                                            
La vita o si vive o si scrive.
        Io non l'ho mai vissuta se non scrivendola
                                                                                                  Luigi Pirandello – Il fu Mattia Pascal



lunedì 22 maggio 2017

N. PARDINI: "IL PROFUMO DELLA ROSA"




Il profumo della rosa
    
Quanto breve il profumo della rosa!
Nelle mani del vento,
nelle fauci del sole è di già spento
nonostante le guazze dei ricordi.
E tu fiore di campo stavi fuori
dai giorni delle rose, dai giardini dei fiori.
Ora è vano sederti sulla piazza     
alla bruma soffusa dei lampioni;
sono vuote le sere; senza mani
sul trepido rifiuto della gonna.
Gli incontri non avranno più le ali
con cui volavi avida di mari:
quei mari in cui affogavi le tue pene,
che rapivano ghiotti i tuoi sorrisi.
Inutilmente
ritorneranno i giochi della luce,
i passi di penombre a stuzzicare il cuore.

Quanto breve il profumo della rosa,
il suo bocciolo strinto da regina!
Dovevi respirarlo sorridente
quando sfidava il rosso dei tramonti.

Oramai
ossimorici abbandoni dentro te:
ritornerai abbracciata a una presenza 
con in seno il dolore dell’assenza.

Nazario Pardini
21/05/2017


sabato 20 maggio 2017

DOMENICA 21 MAGGIO "SERATA FRA POESIA E MUSICA"

Cliccare per ingrandire

MARIAGRAZIA CARRAROLI LEGGE "SI AGGIUNGONO VOCI" DI SANDRO ANGELUCCI




SANDRO ANGELUCCI

Si aggiungono voci   LietoColle Edizioni 2014 pp.88 Euro13
  

Sandro Angelucci,
collaboratore di Lèucade
COME MIELE NEL LATTE

L’immagine di copertina del libro ben introduce al clima di SI AGGIUNGONO VOCI di  Sandro Angelucci.
L’uomo, solo, calpesta un autunno acceso dentro la bruma. Tutto sfuma in bellezza, in una verticalità silenziosa che fa udire suoni altri e pensieri.
Pensieri che s’accorgono del mondo, dell’uomo, della sua abiezione e della sua grandezza.
Impara dai voli il poeta, a non inciampare sulla terra, guardando il cielo … a cantare, sorseggiando il silenzio, a vivere nella concretezza completamente immersi nel miracolo.
Il suo pensiero è in continua tensione tra la vita e la morte, la speranza e la paura, il silenzio e il canto, l’inappetenza e la fame, il sogno e il quotidiano, la pace e l’inquietudine. Contraddizioni tutte che la poesia consuma col suo fuoco, e trasforma in luce di cometa, in fotogramma di vitale totalità, così come nei versi seguenti :
In volo./ Tutti insieme./ Da terra verso i rami./ E l’albero/ torna con le foglie. / Come se ancora fosse/ primavera. ( p.30 Da terra verso i rami )
Le due sezioni del libro si completano intersecandosi l’una nell’altra. Nella prima il protagonista è il volo che plana nella seconda, Il grande respiro , dandogli ali ancora più vaste, tali da toccare l’Indicibile che è anche l’enigma della poesia :
Chi può dirlo/ da dove viene,/ dove arriva la poesia ? /…. / Svelare/ è il rischio. ( p.77)
Natura, mistero, silenzio, miracolo, canto … sono le strade dove il poeta sa più agevolmente camminare, dove anche si riposa guardando  una goccia di miele/ che cade nel latte bollente,/ precipita sul fondo del bicchiere/ e si dissolve …  così come fa la poesia di  SI AGGIUNGONO VOCI  che lascia al lettore la sua pura, ineffabile dolcezza, il suo denso pensiero, la fragranza d’una visione incantata di speranza nonostante il male del mondo. Una pozione, questa offerta da Angelucci, sospesa tra il tutto ed il nulla, e accarezzata dalla musicalità d’un  mare/ che bagna ogni sogno e ogni ardito, umanissimo anelito.

                                                                                             Mariagrazia Carraroli

Campi Bisenzio 16 maggio 2017







N. PARDINI: PREFAZIONE A "RIBALTAMENTI" DI FRANCO CAMPEGIANI



Franco Campegiani,
collaboratore di lèucade


Franco Campegiani: Ribaltamenti. David and Matthaus Edizioni. Serrungarina (PU). 2017. Pgg. 172. € 14,90



Scrivere su questa opera di Franco Campegiani significa andare al fondo del suo pensiero, della plurivocità di un artista a tutto tondo. Dacché l’autore è filosofo, sì, ma anche poeta, critico, saggista, cultore d’arte, con un animo pieno zeppo di input emotivi che lo rendono audace, polivalente e novatore nel campo letterario di oggigiorno. E ogni angolo della sua personalità si rifà a una teoria ben salda e precisa; a un modo di vedere la vita e la morte, l’universo umano e il suo palingenetico evolversi, con criteri ben delineati che sono alla base della autenticità, della freschezza e della compattezza del suo pensiero. Franco Campegiani è ligio alla sua filosofia e ne fa carburante per un racconto magistrale, armonico, umano e umanistico, ontologico e paradigmatico, paratattico e oggettivo, apodittico e odeporico-intimistico verso mete di rinascita e di miti. E non è certo un mitologo, quanto, piuttosto, un mitopoieta. Uno scrittore che fa del mito un’attualizzazione personale e vivace, lontano da un orfismo statico e immobile; vicino a un progetto che fa dell’uomo un essere attore, interprete primo di una natura madre primigenia rigenerata. In lui tutto è evoluzione, tutto è crescita e collaborazione verso una meta nuova, nutrita di un naturismo in stretta, simbiotica empatia con gli esseri umani. Con coloro che pensano all’ambiente non come cosa da sfruttare e da gettare, ma come armonia, come vegetazione utile alla respirazione, come ruscelli chiari e freschi per dissetare, come terra generosa nel dare frutti sani del color del tramonto e dal sapore eternamente piacevole e nutriente; un ambiente atto a ospitare ogni essere del creato affinché ognuno possa ricuperare quella parte di sé mancante, quel lato determinante per la sua complessa semplicità; un ambiente in simbiotica empatia con coloro che ripescano dall’antico quel nerbo, da cui l’umanità si è scostata, per farne un “inno al pane” di memoria varujaniana da trasferire oltre i limiti del tempo. Una natura amica di un essere che ritorna ad amarla perché gioisce di esserne figlio, figlio che non ha bisogno di cercare nel padre la sua identità, dacché l’ha nell’anima, come creatura vivente facente parte di un tutto che lo contiene, di un tutto che ha il passato, il presente e il futuro embricati indissolubilmente per il bene di un progetto voluto da un Ente Supremo; sentito da un novello abitante dei campi e dei frutteti, dei mari e dei cieli, della poesia e della vita; quell’abitante alla ricerca dell’alter ego, di quella parte di sé smarrita, che può dargli la piena identità solamente rinvenendola. Qui non si tratta sicuramente della solita storia di una Euridice e un Orfeo chiusi in un tempo passato e senza futuro, ma di un mito che si fa fortemente auspicante e visionario, infinito, diacronico; di una umanità che si fa universale, perché tale universalità è in ciascuno di noi. Quel ciascuno che vive la sua esperienza personale come se fosse di tutti, dove non esiste un’unica faccia della medaglia o solo bene o solo male, ma in cui convivono gli estremi di una vicissitudine che nella loro simbiotica fusione fanno l’anima del mondo: Caino e Abele, il giorno e la notte, l’ordine e il caos, l’alfa e l’omega, l’Ulisse e il Nessuno... Senza l’uno non esisterebbe l’altro, senza la notte non esisterebbe il giorno. Una teoria più passionale che razionale. Una visione facilmente traducibile in poesia, come il nostro autore ha avuto occasione di dimostrare nelle sue sillogi vincitrici di importanti premi letterari per la loro originalità. E non è facile accordare poesia e filosofia, dacché la prima ha come pilastri d’appoggio sentimento, parola, memoriale e musicalità, elementi che fanno della realtà
materia di decantazione affinché la realtà stessa si traduca in immagine: quindi passione, lirismo, libertà emotiva, che richiedono un verbo ardito, polivalente e multiplo per affiancare interiorità volte all’eccelso; la parola è di creazione umana, virtuale; l’anima è ultraumana e la difficoltà sta proprio nella ricerca di quella “forma” desanctisiana che determini l’equilibrio fra dire e sentire. La seconda è basata sulla speculazione razionale, fatta di compattezza teorica e dimostrativa. Il suo scopo principale è la chiarezza del linguaggio e l’obiettivo da perseguire; quindi di un linguismo scientifico avulso da figure allusive e affondi simbolici. Già ebbi a dire a
proposito della silloge Ver Sacrum: “... Dunque, se per poesia s’intende sentimento, immaginazione, sogno, ragione anche, a patto che sia zuppata nel pozzo infinito e misterioso dell’inconscio umano; e se poesia è attacco di note pucciniane su uno spartito che fa dell’armonia il sottofondo indispensabile del poiein; per il filosofo può diventare arduo il lavoro di coniugazione, a meno che faccia della parola quell’avventura di traslati, e di slanci iperbolici che vadano oltre il pensiero scientifico, che vadano oltre, insomma. E, venendo al sodo, la prima cosa a colpirmi, dopo le due letture, è stata la narrazione dell’uomo che parla di sé come essere sociale in conflitto, con impeto e riflessione, (ossimorica dicotomia che si farà teoria dei simbiotici contrasti in Campegiani) con l’intenzione di circoscrivere al suo ego il male di esistere, il taedium vitae, e fare di sé il componente involontario di una società in fallimento: ‘pro tempore i diritti umani/sono scesi dall’alto./Non farne squallide parole,/giornali ingialliti,/comizi,manifesti,/bla-bla-bla-bla.’ (Civiltà pirata). Ma il suo dettato è talmente e soggettivamente sentito che da ragione si somatizza in spirito universale, in messaggio forte di condanna e di speranza. Ver sacrum, quindi, come visione di una novella primavera che riporti l’uomo a ritrovare se stesso, la sua umanità, alla ricostruzione ancestrale di un tessuto sociale.
Ver sacrum, quale messianico annuncio, mitopoiesi di un’età dell’oro, preannuncio di terre feconde, di soli splendenti e di connubi rinnovati fra l’uomo e l’essere che è dentro di noi. Un mondo che si è allontanato sempre più dalla spiritualità, per naufragare in un materialismo che disconosce ‘il valore intrinseco della valorizzazione umana’ (dalla prefazione di Ninnj Di Stefano Busà). (...) Cercare in Leopardi il filosofo è un errore commesso più volte. In Leopardi ha valore quel progetto speculativo, tutt’altro che pessimistico, che ha nome poetica. Perché in lui vince il sentimento sulla ragione e la ragione stessa è disposta a favorire il più possibile l’espandersi dell’atto poetico. E in Campegiani tutto si risolve in Poesia: la parola si arrotonda, si contorce, si dilata, si amplifica, si smorza o si affievolisce in quell’azione di farsi unica responsabile della riuscita estetica...”. Quindi, difficile è marcare il confine fra poesia e filosofia in un uomo che fa della vita un dono alle vigne, un’apertura a squarci di cielo che piovono luce, una passionale dedizione ai profumi di campo, serbatoi di poesia. E anche se in questo testo gli intenti speculativi sono apparenti, non è detto che una vena calliopea non ne emerga, che brandelli di quei profumi non giungano all’olfatto di noi lettori. Mi piace concludere con la stessa nota critica che a suo tempo stilai su un suo scritto: “Cultura vasta, quindi, ma anche, e, soprattutto, spiccata personalità nell’utilizzo delle molteplici citazioni non a uso di una becera sapientia vocis, ma finalizzate a una dimostrazione organica, e autentica per vivacità intellettiva. Questo è il metodo. Non deve essere campato in aria o approssimativo, ma basato su dati di fatto che convergano verso l’enunciato. Basta, e non è poco, citare il passo che tratta la differenza fra mythos e epistéme, fra mitopoietica e mitologia, per constatare, soprattutto per chi conosce le teorie di Campegiani, la grande coerenza del suo dire; e quella conclusione che si staglia in alto, quasi come regola umanamente umana e infinitamente saporosa di Poesia: “Colui che non coltiva le origini (le proprie origini), non ha un pensiero proprio, autonomo, ossia un pensiero problematico, lungamente sofferto e meditato, ma un pensiero duplicato su quello altrui”. È una chiusa da ciliegina sulla torta.

Nazario Pardini