lunedì 24 luglio 2017

CLAUDIO FIORENTINI: NUOVA PUNTATA DI "VISIONI DA CAPTALOONA"

Claudio Fiorentini,
collaboratore di Lèucade


In questa puntata parliamo

 di un interessantissimo saggio: Brigantaggio e rivolta di classe di Enzo Di Brango e Valentino Romano, e dell'ottima silloge Carmen Saliare di Alessandra Mattei. Alcune nostre riflessioni e la musica completano il programma. Buon ascolto!

Claudio Fiorentini

PREMIO INTERN. DI LETTERATURA "ANTICO BORGO"

Premio internazionale di letteratura
Antico  Borgo
2017 


La cerimonia di premiazione avverrà nella prima decade di Dicembre 2017 in un locale caratteristico  del  Golfo dei Poeti  alla presenza delle Autorità  ed esponenti del mondo dell’arte e della cultura.

Regolamento

1-      Le opere partecipanti dovranno essere inviate alla IV edizione del Premio internazionale di letteratura  “Antico  Borgo  (via della  Ghiara 9 – 19123 La Spezia) entro e non oltre il  15  SETTEMBRE  2017.
Per la sola sezione Poesia singola è consentito anche l’invio del materiale tramite posta elettronica all’indirizzo mail: infoanticoborgo@libero.it allegando nel file anche le informazioni richieste dal regolamento (nome, cognome, indirizzo r recapito telefonico).

2-      Le quote di partecipazione anche per coloro che inviano le opere in formato elettronico, potranno essere inviate preferibilmente con assegno bancario, assegno circolare, vaglia postale ordinario,  intestate al Premio  internazionale di letteratura “Antico  Borgo  .
Oppure  tramite il bonifico   IT 96S0603010702000046286187 intestato al
 segretario Mario Tarabugi.
Qualora si volesse fruire dell’invio  in contanti si  raccomanda  la spedizione tramite
raccomandata o assicurata.
           Chi volesse assicurazioni sul regolare ricevimento del materiale in concorso può inviare
            mail a    infoanticoborgo@libero.it

3-      Gli elaborati partecipanti al premio non saranno restituiti

4-      E’ consentito la partecipazione con testi in dialetto o in lingua straniera  purché corredati da traduzione.

5-      E’ ammessa la partecipazione a più di una sezione. Le quote di partecipazione possono essere comprese in un unico versamento.

6-      Coloro che non potranno presenziare alla cerimonia di premiazione, potranno delegare persone di loro fiducia per il ritiro del premio assegnato, oppure richiedere la spedizione a domicilio con spese a carico del destinatario. I premi in denaro dovranno essere ritirati personalmente durante la premiazione.

7-      Sono ammesse opere già premiate o pubblicate in altri concorsi.

8-      Ai vincitori ed ai premiati sarà data comunicazione  tramite posta prioritaria oppure  e- mail del premio conseguito e programma della cerimonia di premiazione.

9-      Il Verbale di Giuria è consultabile dal 15  Novembre 2017 sul sito concorsiletterari.net  ,
sulla pagina  Facebook  Antico Borgo  oppure richiederlo  a infoanticoborgo@libero.it
Coloro invece che fossero interessati a ricevere copia in versione cartacea al proprio indirizzo, possono avanzare richiesta a questa segreteria.

10-   Il giudizio della Giuria è insindacabile.

11-   La partecipazione al concorso implica l’accettazione del presente regolamento


Commissione Giudicatrice

Presidente       Prof.ssa ROSA ELISA GIANGOIA    di Genova

Membri           Prof. GIOVANNI DONATI                di Torino
Avv. IGNAZIO  GAUDIOSI              della Spezia
Dott.ssa  ROSSANA  TERZANO       di Sesta Godano
                        Prof. CARLO PIACENTINI               di Milano



Sezioni


Poesia singola
Il concorrente dovrà inviare la lirica  a tema libero, senza limiti di lunghezza, edita o inedita (massimo tre poesie) in TRE copie di cui  una sola recante nome e indirizzo, recapito telefonico ed  eventualmente e-mail dell’Autore.  La quota di partecipazione indipendentemente dal numero di  poesie inviate è fissato in 20,00 Euro.
Per la sola sezione Poesia singola è consentito anche l’invio del materiale tramite posta elettronica all’indirizzo mail: infoanticoborgo@libero.it allegando nel file anche le informazioni richieste dal regolamento (nome, cognome, indirizzo r recapito telefonico).


Libro edito di poesia
Occorre inviare  DUE copie di cui una sola con  indirizzo, recapito telefonico ed eventualmente e-mail.  La quota di partecipazione  è fissata in 20,00 Euro.


Narrativa inedita o inedita
Si partecipa inviando uno o due racconti inediti  a tema libero e senza limiti di lunghezza, oppure un saggio inedito o un romanzo inedito a tema libero e senza limiti di lunghezza   in  DUE copie, di cui una sola  con nome, cognome, indirizzo, recapito  telefonico  ed eventuale e-mail. 
La quota di partecipazione  indipendentemente dal numero delle opere è fissata in 20,00  Euro.

Per la narrativa edita si partecipa inviando un volume di narrativa   (romanzo, saggio, raccolta di racconti, narrativa per ragazzi) in DUE copie di cui una sola con  indirizzo, recapito telefonico ed eventualmente e-mail. La quota di partecipazione è fissata in 20,00  Euro.


Premi


Per la sezione Poesia singola
Primo     premio           Assegno di 300,00 euro
                                    Targa artistica personalizzata

Secondo premio          Assegno di 200,00 euro
 Targa  artistica personalizzata

Terzo     premio           Assegno di 100,00 euro
 Targa artistica personalizzata



Per tutte le altre Sezioni
Primo     premio           Assegno di 300,00 euro
                                    Targa artistica personalizzata

Secondo premio          Trofeo “Antico Borgo 2017”
  Targa  artistica personalizzata

Terzo     premio           Trofeo “Antico Borgo 2017”
                     Targa artistica personalizzata



Inoltre saranno assegnati altri premi consistenti in Trofei, Coppe, Targhe, medaglie e Opere pittoriche di Artisti contemporanei.

Ogni partecipante riceverà l’invito alla Cerimonia di Premiazione e su richiesta un attestato di partecipazione.


Per eventuali informazioni
Tel. 320 222 7  333
 infoanticoborgo@libero.it

Sono gradite solo intese telefoniche dirette, in luogo degli sms

venerdì 21 luglio 2017

DANIELA CECCHINI: "MADRE"


Madre
Ai bambini ingiustamente trascurati

Nulla più della tua tenerezza
guida rassicura conforta
se ho paura di cadere
nei sinuosi meandri della solitudine.
Viaggio di vita sempre interrotto
disagio dell’abbandono
peso dei troppi veti
piega le spalle mie.
Ricerca estenuante
di calore negato
estrema forza per ripartire.


Da Sinestesie dell’io, 2016

LINO D'AMICO: "LA SOGLIA DEL MIO IERI"


Lino D'Amico







La soglia del mio ieri


Smarriti pensieri nel vuoto di un nulla,
rimbalzano nel rincorrersi delle stagioni,
interrogano oracoli zitti,
inerti apparenze sulla soglia del mio ieri,
dissodato dal vomere del tempo
che inesorabile si sfalda,
svanisce tra utopia e realtà
in un vago altrove di silenzi,
 ostaggio di un destino di incognita regìa.



CLAUDIO VICARIO: "POESIE"

Parmi udire talvolta la tua voce






Parmi udire talvolta la tua voce,
che viene da lontano a risvegliarmi
tra queste mura, in questa mia prigione
tetra e ricolma della mia tristezza,
mentre la notte giunge a me il pianto
di te che più non sei.

Se per me gioia alcuna non consola,
né il silenzio mutevole, né luce
fa per il grande ciel limite al buio,
né voce nel silenzio, assurdo inganno,
che fa argine al fiume in sulla foce,
può frenare il dolore.

Parmi udir la tua pena farsi voce,
avara, priva di dolcezze ignote,
di sospirati inganni, e farsi carne,
gelida gioia mentre il sol tramonta
dietro l'ultimo colle e pur riscalda
queste mie fredde mani.

Se per me resta vivo un tuo sorriso
sciolto tra i tuoi capelli, morte foglie
cadono dai rami in questo autunno
mentre il cielo si veste di mestizia
senza un lamento, e fissa lo squallore
che lotta col suo tempo.




Mi sono perso
Mi sono perso
in questa apparente quiete,
solo,
mi sono perso
tra i ricordi consunti dall'attesa,
né allevia la sofferenza
l'immagine dei cupi silenzi
delle memorie
che aiutano ad invecchiare,
di quelle verità nascoste
nel mare delle ferite antiche
che non si leniscono,
sei lontana,
il mio sogno infinito
ora che solo il vento
mi parla di te,
sei la rugiada
che mi accompagna col suo pianto,
che mi regala amore
senza ricompensa,
sei un fiore leggero
come una nuvola all'alba
col suo canto che incanta,
come l'ombra che si allunga
al calare del sole
compagna del mio lungo cammino,
ma un giorno forse
mi specchierò ancora
in un tuo sorriso.


La vita


La vita
è come una poesia,
un fragile verso
che ci viene donato,
pieno di sogni
e di promesse,
che si frantumano
in questo mare impetuoso
che tutto travolge
e distrugge.
Ci vuole più luce
per illuminare la strada
sulla quale camminiamo,
più luce per i nostri occhi,
più luce dentro di noi
per sentirci vivi.
Ci sono infinite strade
che si possono percorrere
senza voltarsi indietro
nei giorni di noia,
nei giorni in cui il tempo
sembra essersi fermato
in compagnia
dell’ultima illusione.
Da dietro i vetri di una finestra,
indugio a guardare
la fredda stagione

che scorre lenta
e un pettirosso
che si posa sul ramo
di un albero spoglio
e grida al vento
la sua libertà.

LUIGI GASPARRONI: "CORRE IL VENTO"

Un tripudio di immagini, colori, sensazioni, melanconie; un mix di patemi d’animo che cercano equivalenze stagionali o naturali per dare consistenza al loro esistere. Ed è così che Gasparroni, con versi di dolce ed euritmica sonorità, riesce a narrare il suo inquieto ed ontologico percorso esistenziale. Lo fa affidandosi a tutto ciò che tende a sollecitare il memoriale, e dando forza ad una parola che va oltre il senso del suo etimo con cavalcate di sinestetica intrusione.


Nazario Pardini


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POESIE TRATTE DA:
CORRE IL VENTO















giovedì 20 luglio 2017

N. PARDINI LEGGE: " SINESTESIE DELL'IO" DI DANIELA CECCHINI



Daniela Cecchini: Sinestesie dell’io. La Caravella Editrice. Segrate (MI). 2016. Pagg. 86. € 10,00

Anima, spirito, corpo.
L’anima, prigioniera del suo involucro
si affanna, poi soffoca.
Ma mette le ali
quando si nutre
di vita interiore.
Spazio che non è lusso
ma scrigno di respiri di libertà.

Prigione, anima, spazio, volo verso l’alto, oltre i limiti che la vita ci impone; oltre le ristrettezze del vivere. Illusioni, delusioni, sottrazioni, oniriche alcove, ritmi incolori dell’esistenza, vereconda ricerca di precaria felicità. Iniziare da questi versi significa  andare da subito a fondo nel cuore della silloge; nel messaggio focale di uno spirito che è in cerca di un’isola di difficile approdo, dove le dimensioni umane si sfumano in lampi d’infinito; in viaggi improbabili; in disattese aspettative. Tutto sembra farsi illusione, sorrisi di pianto, inesauribile memoria, dove persino l’amore si fa gioco di ossimorici abbrivi: “… In fretta volto pagina,/ decido di non pensarti,/ ma le braccia mie/ vorrebbero accoglierti”. Un simbiotica fusione di luce e ombra che tanto sa di vita.
Sinestesia dell’io: tentativo di offrire all’anima, al respiro, alle palpitazioni, ad ogni vertigine sensoriale ed emotiva, i colori più vari dell’ontologica vicenda umana. Un io che si frantuma in mille sfumature per darsi ad una società non sempre egalitaria, non sempre disposta o disponibile a comprendere le esigenze di una realtà il più delle volte offesa dall’egoismo o  dall’indifferenza. Insomma un viaggio fra gente e  vicende di una poetica che attrae e convince per linearità strutturale, per tenuta metrica, per figure significanti ma soprattutto per una paradigmatica inclusione di significanza che gioca con effetti conturbanti sul nostro magma di viventi. Sì, un viaggio, un nostos, un nostoi; una navigazione su un mare zeppo di tranelli e di scogli appuntiti e aguzzi, su cui è facile perdere la rotta, perdere la visione di un faro che ci illumini; dacché il viaggio che noi ci riproponiamo in seno alle aporie di una convivenza difficile, è anche lo stesso che indirizziamo verso la luce del nostro esistere; della nostra coscienza; del nostro epigrammatico esilio in un mistero che ci avviluppa. Questo è il viaggio della Cecchini; la sua ardita immersione nei pelaghi dell’io. Dare soluzioni giuste e socialmente edificanti non è di certo difficile; lo è invece affrontare le questioni di una esistenza che ci vede qui invece che là; che ci vede in un mondo di estrema precarietà nei confronti di un tutto verso cui allunghiamo lo sguardo troppo effimero per le  miopie terrene: i perché irrisolti e irrisolvibili: chi siamo? Cosa vogliamo? Quale il ruolo della nostra vicenda esistenziale? Quale la fine del nostro patrimonio memoriale? E il nostro rapporto col tempo? Con quella clessidra che fa scivolare i suoi granelli senza tenere di conto del nostro esser-ci? Tanti gli interrogativi che ci poniamo durante il viaggio e a cui difficile è dare una risposta, soprattutto quando ci misuriamo con l’infinito, noi piccoli esseri mortali. Questi gli scogli aguzzi della navigazione. Questo il nostro andare per un mare a volte in bonaccia, altre tormentato da venti che squassano le vele. Sì, possiamo continuare con ciò che rimane dopo avere sbattuto; magari con una tavola superstite, non del tutto danneggiata, nella speranza di incontrare quella luce che ci illumini durante il cammino.  La Cecchini è fragile come ogni umano, è debole di fronte a una clessidra, di fronte al gioco dell’eterno su di lei cosciente della sua precarietà. Non c’è via di fuga:

casa senza finestre:
simulacro delle mie delusioni.
Nell’accecante buio brancolo,
via di fuga invano cerco.
Un dedalo di implosioni
dilanianti,
ma necessarie
per sperare nella luce.

Ma sa trovare i suoi convincimenti di fronte alle ingiustizie macroscopiche che si vede davanti. Lì c’è certezza; lì è necessario dare fuoco alle polveri; innervare la poesia di substantia; e tutto scorre ex abundantia cordis, da un’anima ricca di un patrimonio etico-civile che cerca una verbalità adeguata a dare corpo a tanto sentire: le parole si accavallano, si danno forza l’una l’altra, si impennano, si assiepano ora in iuncturae brevi e secche, ora in ampie cavalcate narrative per dire di Bambini tra macerie, di Diritto negato, di Innocenza venduta, di una Umanità ostaggio di male, di un Naufragio, di Un grido contro l’infibulazione, o di un Viaggio di sola  andata. Qui il grido a volte acuto a volte contenuto della scrittrice risuona sulle coste; sulla bocca del porto che ha imboccato; risuona, fa eco, entra, sperando di fare breccia, di svegliare le anime pigre, le anime mute; il tonante silenzio ereditato “da chi nasce madre,/ come me…”:

Tonante silenzio di anime mute
sempre più forte avverto.
Lo stesso ereditato
da chi nasce madre,
come me.
Solo sfingei,
impenetrabili silenzi
di rassegnata rinuncia.
Celati intenti,
intima mia coscienza
di ricerca negata.
Coraggio che non ci appartiene,
per uccisa dignità. (Silenzio A tutte le donne private della libertà d’opinione)

Questa la poesia di Daniela: è zeppa di vita, di meditazioni, di tracce, di solitudini e incontri. Un insieme di sinestetiche inclusioni riflessive, dove il verbo, con tutta la sua estensione significante, dà sfogo alla schiettezza di un sentire forte e vitale. Scrive Pascal: “Cos'è un uomo nella Natura? Un nulla davanti all'infinito, un tutto davanti al nulla, qualcosa di mezzo tra il nulla e il tutto.”. Sono affermazioni che danno un quadro esatto della stesura poematica della Nostra. Della sua ricerca interiore, di quello che prova di fronte alla complessità del suo essere. D'altronde la vita è questa e sono pochi i margini che lascia per uscirne indenni. Gli input emotivi restano, si  gonfiano, si moltiplicano dentro di noi generando malum vitae e perplessità.  Ma è proprio dal serbatoio di tali emozioni che nasce il malinconico flusso di saudade, il terreno fertile della poesia; dalla ricerca incessante di noi stessi in viaggio verso “casa” «Dove siete diretti?» la domanda ai viandanti nello Heinrich von Ofterdingen (1798-1801), di Novalis. La risposta «Sempre verso casa»: il viaggio quale odissea, quale metafora della vita.

Nazario Pardini
10/07/2017


martedì 18 luglio 2017

FRANCO CAMPEGIANI LEGGE: "DI MARE E DI VITA" DI N. PARDINI



Di mare e di vita, di Nazario Pardini

Franco Campegiani,
collaboratore di Lèucade

E' una terra di mezzo la bàttima di Nazario Pardini. Qualcosa di più della battigia, linea d'incontro e di separazione tra la terra e il mare. E' il luogo-non-luogo dove il respiro dell'immenso s'incrocia con l'affanno di un cuore che batte nel piccolo giro di quattro ossa mortali. "Di mare e di vita", il recente testo del poeta pisano, acutamente prefato da Sandro Angelucci, è fortemente intriso di tale problematica. In bilico tra voli metafisici e delusioni esistenziali, un essere dotato di un'ala e una gruccia, si aggira volando-franando sull'arenile. E' l'uomo di sempre, con un piede nella storia ed un altro nel mito, sospeso tra l'enigma dell'essere e la realtà del  divenire spazio-temporale.
Egli parla con il mare come con un vecchio amico. E gli risponde, il mare: "i miei pensieri, uomo, sono eguali / a quelli che tu provi quando tenti / di misurarti a Dio. Anch'io / vado da un mondo a un altro senza pace". Poesia della crisi. Poesia dell'equilibrio, presa nel dilemma dell'Essere e del Tempo. Poesia problematica, paradossale, dove l'essenza immortale è sensibile ai richiami della coscienza razionale, e viceversa. C'è l'uomo storico, orizzontale, e c'è l'essere dell'uomo, verticale, con "un senso di distacco dalla vita". Immerso nella realtà esistenziale, quell'uomo si sente calamitato altrove: "Davanti a me c'è un guado, / un guado che riporta, / quest'uomo ormai attempato / all'altra sponda".
Egli è qua e là nello stesso tempo. Sembra non avere fissa dimora, ma è proprio in quel nomadismo la sua più vera e fissa dimora. Un piede nel contingente e un altro nell'eterno, è questa la sua condizione. Ed è la dualità dell'armonia dei contrari, del bifrontismo tipico dei miti. Il che affiora particolarmente nel sentimento delle fluide stagioni, alimentando l'idea della ciclicità del tempo, di un ritorno perenne all'inizio venendo dalla fine. Tutto, in questa visione del mondo, torna sempre a capo: "Questo novembre pregno di marina / mi avvolge e mi trascina in ricordanze / evase dall'oblio". Come le onde della risacca che perennemente il mare si riprende per restituirle ancora e sempre alla riva.
L'autunno, e ancor più l'inverno, sono le stagioni preferite da Pardini. Per analogia, esse rappresentano il finire della vita, la consapevolezza che "presto l'oscuro mangerà il cammino / e il verde dei colli e le memorie". I ricordi verranno cancellati miseramente, ma è proprio l'oblio la condizione necessaria al risveglio in questa visione ciclica del tempo e della vita. Niente si estingue, nella stagione invernale, ma tutto sparisce dentro se stesso per prepararsi a nuove feste e a nuove esplosioni di vita. Dopo il lungo letargo nell'Ade, Core si trasformerà in Persefone e tornerà da sua madre Demetra facendo rifiorire la terra al suo passaggio.
Mnemosyne (la Memoria) deve purificarsi nel Lete, il fiume della Dimenticanza: a quel punto è pronta per rinnovarsi, e poco importa che sia un ritorno nella materia, oppure un approdo prettamente spirituale. Sarà comunque un altro inizio, l'avvio di un'avventura inedita, di una nuova esperienza vitale:
"E' febbraio. Non vedi per i campi / traccia di paesani, tutto è fermo. / Persino lo svolare / attende l'ora calda... / ... / ma è il mese che si avvia / a prometterci speranze... / ... / seppur la mia speranza / non cova rami in fiore. / Ora è voglia d'altro / che mi riporta a un fiume / e mi trascina ignoto verso il mare". Il nostos è molto forte nella poesia di Pardini, ma è sentimento mai disperato o tragico, bensì ricordo di stagioni continuamente perdute e continuamente ritrovate. Emblematica l'immagine del poeta sul bagnasciuga, d'inverno, sorpreso a contemplare "l'immenso piano tagliato dall'onde", il subbuglio provocato dal vento sulla superficie del mare. Una violenza che rudemente rinnova l'armonia.
E se è vero che tutto scorre e che, come dice Eraclito, "non è possibile scendere due volte nella stessa acqua del fiume" (motto riportato ad esergo di una bella poesia), è altresì vero che il senso della scomparsa non è tragico, bensì rigenerante e ciclico, visto che "il suo futuro è là col suo passato: / e il divenire continua nel vasto / mistero che torna sorgente". La corsa del tempo non impedisce di vivere appieno la vita, se si conserva integra la capacità di immergersi nei silenzi interiori, cancellando le parentesi in cui li poniamo. Ed ecco il poeta rivolgersi al padre per "parlare, parlare / di un'ora che sfuggì" e chiedergli perdono "di non avergli detto mille / e ancora mille volte del suo bene".
Ed ecco ancora i Canti per Delia: undici tempi per evocare amori giovanili trascorsi in struggente unione con il mare e con la terra, con la selva e con l'orto, con la pineta e l'arenile. Il sogno è più vero della vita reale: "Non ho tempo di vivere, / voglio solo rivivere con te / nei miei pensieri". Perché "Rinati / andremo contro il tempo. Torneremo / sul colle delle acacie, quando l'astro / fermerà la caduta all'orizzonte / per noi che tradurremo quell'immagine / in nuova realtà... / ... / e il sole furibondo di colori / a esplodere per noi dopo l'attesa". Purtroppo noi ci poniamo fuori dalla comunione universale e perdiamo i sapori delle armonie edeniche:
"... Che silenzio! / Che silenzio sul mare! Lo interrompono /  il fruscìo della bàttima ed il grido / del gabbiano irrequieto. Ma è silenzio. / Sulla strada c’è guerra. Si ritorna; / e un botto deflagrante irrompe attorno: / dei ragazzi violentano la vita / per qualcuno in dormiveglia con in mano / l’immagine di un Cristo Salvatore". Tutto è violenza tra gli uomini, tutto è detrazione e perdita, furto di cose che sarebbero a portata di mano, mentre in natura tutto è vivo e presente, nulla è assente e tutto è sempre al primo vagito. Così l'assenza si trasforma in presenza, il distacco in unione. Delia scompare, come scompare Euridice, ma in questo caso il poeta è consapevole che il sole che s'inabissa all'occaso risorgerà domani più radioso che mai.
Delia non è più nella storia, vive nell'hic et nunc, in quel Presente al di fuori dello spazio e del tempo, senza il quale né lo spazio né il tempo esisterebbero e neppure potrebbero essere pensati. Solo nel Presente, infatti,  possono vivere il Passato e il Futuro. Ma il Presente cos'è? non certamente un tempo, se è vero che il tempo è in divenire. L'abbiamo già detto: il poeta non possiede alcuna certezza. Neppure, però, quella dell'incertezza. Egli è semplicemente immerso nel mistero, nel dilemma dell'Essere e del Tempo, nell'enigma di ciò che muore e non muore, nell'equilibrio e nello squilibrio. Nell'armonia. Dolorosamente consapevole del panta rei, sa che la vita vera è quella che freme dentro, non quella che fuori fugge e scompare.
E giungiamo alla parte finale del libro, Era un giorno di luce, dove la riflessione poetico-filosofica si fa sempre più ardita: "A volte / l'inganno dell'azzurro che tracima / o una qualunque bellezza che s'impenna / ... / hanno la forza di darci l'oblio, / di azzerare quel senso dei limiti umani / ... / Ma poi ritorna il fiume, il maestrale, / l'onda rumorosa, lo stormire / ... / allora l'anima quasi dimentica / di questo suo momento d'ebrietudine / ritorna alla coscienza del suo esistere". La riflessione amara sul liquefarsi di tutte le cose, sullo "scorrere caduco di stagioni / che sembravano eterne" prende il sopravvento. Ma improvvisamente l'inverno - proprio lui, con il suo volto funereo - irrompe per chiamare in causa la vita: "E' dicembre eppure la natura / contraddice la morte con lo sforzo / del caco che si ammanta di Natale".


Franco Campegiani


CLAUDIO FIORENTINI: NUOVA PUNTATA DI "VISIONI DA CAPTALOONA"




Oggi parliamo di Francesco Casuscelli e della sua poesia, e del romanzo Il dossier Urania di Nicola Piovesanci accompagna, come sempre, la musica. Buon ascolto!
http://www.spreaker.com/user/performingradio/visioni-da-captaloona-17-07-17