giovedì 19 settembre 2019

VALERIA BELLOBONO LEGGE "VIVO NAPOLI DI CORSA" DI FRANCO DE LUCA


Vivo Napoli di corsa



Sono per un quarto napoletana. E, lo confesso, è proprio il mio quarto predominante. Quella parte che tante volte si è persa nei vicoli dei Quartieri Spagnoli, respirando un’aria che sapeva di casa. Quegli odori, sprigionati dalle finestre aperte, quei rumori sottili, che si mutano in grida dai davanzali allegri, i sorrisi aperti,  le bocche dei bambini, piene di sorrisi e di sfogliatelle, le mani che gesticolano, i motorini truccati, le statuette di Totò, sanno di casa, sì. Sempre. Ricordo l’odore che esce dalle botteghe degli antiquari del centro, il fascino disordinato dell’ospedale delle bambole e l’eleganza sublime emanata da Posillipo. E ancora, la pizza di via dei Tribunali, la funicolare che mi ha sempre messa di buon umore, lo sciabordio delle onde, che, quando ti avvicini, ti parla. Come se ti conoscesse da sempre, anche se tu, quell’acqua, non l’avevi mai toccata. Napoli è sogno e magia, Napoli è ferro e pietra grezza, erba nella calce, Natale anche ad agosto. Napoli è il caffè al Gambrinus, ma anche  quello della bettola di periferia, preparato da  Antonio ormai da settant’anni. Sì, Napoli è questo. Sussurro e grida, schiaffo e carezza. Napoli è la sua gente. Che cambia e non la cambia. Ma che, poi, alla fine, cambia te.
E leggere Napoli in un libro che si snoda lungo le strade di quella che io definisco “la città che vive” per me è un’esperienza sensoriale. Una di quelle che assapori, respiri, accarezzi, ascolti, guardi, per poi ricominciare ancora, ancora e ancora. Non ti stanchi mai di Napoli. Perché se la conosci ti entra dentro, si attacca al cuore e non ti lascia più. Si aggrappa in maniera particolare. Lo fa raccontandoti la sua storia di città dolce e disperata, densa di canti e piena di guai. Una città che ti fa ridere, a volte commuovere, e ogni tanto disperare. Lo fa staccandoti un pezzettino di cuore e fissandone  uno più grande, rosso e vibrante come il sugo che sobbolle nella pentola della signora del vicoletto Scassacocchi. Così, quando si va via, il cuore è più grande, più pieno, pesante. E sei un po’ napoletano anche tu, perché è inevitabile che sia così. Franco De Luca, questa sua Napoli, questa nostra Napoli, ce la mostra in tutta la sua magnificenza, condensando sapientemente storia, folclore, luci e ombre, consegnandoci un testo che non è solo narrativa, ma è anche poesia.
Una poesia particolare, fatta di narrazione e immagini, lungo la quale si snodano vicende che si susseguono durante splendide giornate trascorse a correre e a raccontarsi. A vivere, insomma.  I protagonisti non sono, in realtà, i personaggi che l’Autore ci presenta, ma è proprio Napoli, che scorre  tra le pagine del romanzo e tra i passi di Luciano, Gennaro, Ernesto e Luca. I quattro decidono che per un anno intero si ritroveranno, ogni domenica, per scoprire la propria città correndo. E così, la loro vita viene dipinta come un acquerello. Si conoscono caratteri, forza e debolezze, fragilità e abitudini. Si incrociano nuovi amori, si fa il bilancio della propria vita e si entra nelle vicende rappresentate, facendo inevitabilmente il tifo per loro. E mentre si corre per i vicoli, per il lungomare o nei parchi, si impara qualcosa, dai segreti della biblioteca dell’università Federico II, alle statuine di San Gregorio Armeno, fino a conoscere nuovi personaggi che hanno fatto la storia della città, rendendola ciò che è oggi. È quella Napoli mostrata da un napoletano vero.
La struttura narrativa è densa ed estremamente interessante. Il libro si legge e si guarda. In ogni pagina è inevitabile soffermarsi sulle immagini del fotografo Ettore Cestari, dense e colorate, che rappresentano uno scenario, o magari un particolare raccontato. E così, non serve immaginare la storia narrata, ma la si può scorrere, per un momento davanti agli occhi, per poi proseguire la lettura, inseguendo i quattro, che continuano a correre, con fare indifferente. O forse no, magari, se guardiamo bene le pagine, possiamo scorgerli mentre ci osservano, sorridendoci e invitandoci a seguirli, per godere anche noi della brezza di una domenica mattina qualunque, ma in fondo sempre speciale. L’insegnamento è proprio questo: trovare qualcosa di magico nell’ordinario, perché ogni giorno può essere inaspettatamente straordinario e ogni angolo della città può nascondere sorprese inattese. Basta guardare il mondo con altri occhi, o magari indossando tuta e scarpe da ginnastica. In fondo, basta Vivere Napoli di corsa. O, se siete pigri, lentamente. Sarà comunque magia.
-        Perché hai pensato di raccontare la tua città in questo modo così originale, attraverso uno svolgimento testuale/ fotografico?
-        Chi sono davvero i quattro - anzi, cinque- protagonisti del libro?
-        Gli aneddoti narrati nel libro sono davvero singolari e interessanti. Pensi che sia Napoli a rendere peculiari le vicende o credi che siano le storie (e la storia) a dipingere la città?
-        Ma tu, davvero alle sette di domenica mattina, con la pioggia o il vento, rinunci al tepore e all’ozio per andare a correre? Un famoso detto napoletano, non recita forse: “U cchiù doce d’ ‘a vita è ‘u ddurmì”?




GIOVANNI MARTONE PRESENTA: "IL COMUNISTA"

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LIDIA GUERRIERI: "UNA LUCE GIALLASTRA"


UNA LUCE GIALLASTRA

Lidia Guerrieri,
collaboratrice di Lèucade

Una luce giallastra, intimidita
dall'asolo già fresco di Settembre
bagna di sguincio i rovi.
C'è già l'odore della solitudine
sotto questa navata di silenzio
dove, lustri di ghiande, i cerri tremano.
Così lontano il tempo degli svoli!
Tutto ora tace;
il sonno dell'Autunno è già nell'aria
e in un fiacco torpore avvolge gli alberi,
ancora verdi, ma di un verde eroso
da un suo languore opaco;
è un tronco spento l'albero più grande
risucchiato dall'edera
che della sua pietà s'è fatta grassa.
Vivaci più che mai, i miei cani sfrascano
il piede delle siepi, l'orlo irsuto
dei cespugli di more.
Se ne va via l'estate, sospirando,
sui sassi polverosi del sentiero
che laveranno a breve nuove piogge.



LAURA BARONE DA "OROGRAFIE DEL SENTIRE", IL BUIO UNIFORMA





Il buio uniforma

Di notte il silenzio
riporta cocente un’eco
ricolmo di pace
e parole in attesa.
Ricordi impiccati alle assenze
rimandano fremiti di flebili sogni.
Il buio uniforma i colori
ma basta una luce, un bagliore,
e riprende il rumore
incessante dell’anima
(da Orografie del sentire, Maurizio Vetri Editore, 2019)

RAFFAELE RAGONE, DA "L'AMARO DELLE NOCI": LA TERRA


La terra
(a Fernanda)


Rimetti al vento la tua vela,
navigheremo  insieme
lungo una rotta incerta,
senza guardare dove
senza sapere come,
perché sono perse le stelle
a quella plaga in almagesto;
ma è quella la terra
che devi immaginare.
Se sarò lì, non t’accorgerai
di me, perché sarà per caso,
e d’ogni nuova cosa imparerai
quasi fosse l’ultimo dei figli,
l’incanto quasi che ti prende
all’improvviso, quand’è colma
la valigia di quello che tu taci.
(da l’amaro delle noci, Guida Editori, 2018)  

mercoledì 18 settembre 2019

SANDRO ANGELUCCI LEGGE: "METAMORFOSI E SUBLIMAZIONI" DI R. FULVIA FAZIO


Sandro Angelucci legge:
“METAMORFOSI E SUBLIMAZIONI” di RITA FULVIA FAZIO
Guido Miano Editore, Milano, 2019
mianoposta@gmail.com




Bene fa l’Editore a collocare l’opera prima di Rita Fulvia Fazio nell’ambito della poesia elegiaca che ha caratterizzato gran parte del nostro Novecento (cfr. la citazione di Mario Luzi riportata in Premessa da Guido Miano).
E altrettanto appropriato mi sembra quanto asserisce Enzo Concardi nella sua prefazione quando sostiene che inizialmente troviamo quelle liriche che non esita a definire della “morte interiore”, dove “solitudine, dolore, disperazione, pianto, incomunicabilità” la fanno da padrone. “Poi - prosegue - consequenziali, giungono le liriche della ‘frantumazione ontologica’: i sentimenti rinsecchiscono, le volontà soffrono apatie, regna solenne l’indifferenza, il mondo è dilaniato senza essere e dignità, i sogni si spengono, frasi di odio e terrore chiuse alla speranza allignano in modo allarmante.”.
Ecco, è proprio su questo campanello d’allarme che vorrei soffermarmi: è vero e indiscutibile che “c’è un’urgenza di vita” (per tirare in ballo di nuovo Concardi) nella poetessa, ma è come se venisse soffocata.
Ci sono squarci d’azzurro che si aprono ogni tanto in un cielo sostanzialmente nuvoloso e minaccioso di pioggia: come in una giornata autunnale e ventosa che scompiglia, scombussola  e, a volte, persino sconvolge.
Così, la Nostra esorta a tenere “il respiro stretto / col proprio giorno / nella realtà quotidiana” per non perdere il contatto con la vita autentica, per non partecipare “l’ansia e la paura del nulla”, il “senso del vuoto / che illude / l’oggi del Potente”.
Entrare in Empatia (questo il titolo della poesia dalla quale sono tratti i versi sopra citati, e che, personalmente, ritengo la più riuscita dell’intera raccolta) significa “consegnare al fato”, ai nostri figli, all’Amore, “l’ultima verità”.
E mi sento di concludere con un’esortazione ed insieme una speranza che siano valide per l’Autrice e nondimeno per tutta l’Umanità: cerchiamola questa partecipazione emotiva e spirituale con chi non ha mai smesso di dimostrarci la sua, con Madre Terra; ne scaturirà una comunicazione intima e - nel senso letterario - verbale, che sarà il primo dei mattoni sul quale fondare il futuro.

Sandro Angelucci

R. FULVIA FAZIO: "LE TORRI DI SAN GIMIGNANO"



Di recente ho visitato lo splendido borgo medievale di San Gimignano, in Toscana, con le sue 13 torri innalzate nell'azzurrità del cielo.
Apparivano, ai miei occhi permeate dai colori caldi del sole, come rappresentate dal pittore Alessandro Andreuccetti, qui allegato: luminescenti geometrie che lo sguardo apprezzava, al di là del tempo e dello spazio.
L'interiorità reificava vibrazioni umane in simbiosi con quelle delle genti di ogni dove che, avide di luce, si perdevano nelle altezze del mistero. Il linguaggio poetico si scioglieva  in sublimi accostamenti, in immagini fuori dal tempo, che, solo il mito di madre natura eleva da fragilità a purità d'animo; a edenici messaggi di speranza e di bellezza.
Così lei, Nazario, con la sua sensibilità e ricchezza culturale, ha dipinto un quadro della mia complessità poetica. Che dire, grazie della sua profonda riflessione esegetica stimolante e profonda. Grazie a lei, che, con magnanimità, affida il patrimonio culturale e umano  a quanti hanno il privilegio di seguirla.

Un caro saluto
Rita Fulvia Fazio

P.S.

Il quadro era esposto e non in vendita presso la Casa settecentesca nobiliare FAI Campatelli: mi è stato fatto dono dalla figlia del pittore, attratta dal mio entusiasmo, per la simpatia che emanavo, mi disse. 





martedì 17 settembre 2019

NAZARIO P. LEGGE: "METAMORFOSI E SUBLIMAZIONI" DI R. FULVIA FAZIO, GUIDO MIANO EDITORE


Rita Fulvia Fazio METAMORFOSI E SUBLIMAZIONI, GUIDO MIANO EDITORE



Rita Fulvia Fazio METAMORFOSI E SUBLIMAZIONI, GUIDO MIANO EDITORE

Quasi una rinascita dell’architettura palladiana la stesura di questa plaquette: semplicità ed equilibrio delle forme. Candore di marmi su ardui colonnati di vicentina memoria


Leggere i versi di Rita Fulvia significa elevarci alle soglie dell’eccelso; ai gradini più alti dello spirito, mossi dalla stessa curiosità da cui è motivata la poetessa: “... Così poco agevole e a me del tutto inagibile, quella porta catalizzava la mia attenzione, la curiosità non mi lasciava mai. Esercitava una forte attrattiva il desiderio di scoprire cosa poteva esservi al di là, immerso nell’azzurro cielo...” (La raccolta dell’anatroccolo). Al di là; oltre quel segno, quella riga, quel confine, per guardare in faccia la conoscenza, il sapere, tramite l’anima della semplicità, della naturalezza, della forza di un verso che ti innalza all’alcova della pace estetica: «Se la poesia non nasce con la stessa naturalezza delle foglie sugli alberi, è meglio che non nasca neppure.» (John Keats).
Un volo in alto, sì, en haut, dove l’animo puro trova il suo nirvana edenico, la luce che lo illumina e che gli dà la quies dell’estasi. D’altronde è cosa umana, fortemente umana, cercare di superare le ristrettezze del quotidiano con azzardi verso larghezze di azzurrità; verso sinfonie di Bach affinché “il florilegio a due voci/.../sia libero di volare alto,/ costantemente/ nell’oasi di vita e di pace che è vita/ di pensare non è poesia per te/ mentre è rapito in estasi” (Florilegio a due voci). Palpiti emotivi, brividi sensoriali, amorosi sensi, input di aerei spazi dove: Assaporai quell’attimo:/ mi regalò/ una leggerezza delle membra tutte/ che pareva volassi!...” (Shiatsu); eros e thanatos, tappe focali dell’esistere; “… Il mistero del sonno e della morte è l’unico tema della grande arte...” affermava De Chirico. Cercare di oltrepassare il limen che ci condiziona, di scavalcare quella soglia che ci tiene vincolati alla terra, significa ri-trovare noi stessi, il cuore della nostra origine, l’amore per il sublime e tutto ciò che ci trascina dalla vita alla vita-altra, dall’incoscienza alla coscienza di esistere, hic et nunc. “Esisto, eppure/ non per me vorrei/ chiedere al tempo/ d’esistere... vorrei/ ma per... chiedere/ alla fonte d’essere viva,/ sempre;...” (Scintilla d’eternità). E riflettere sul tempo, sulla sua grande ingordigia, sul poi, su quello che sarà, è come misurarci con l’infinito, con l’estensione del mare, o con la pluralità delle stelle. È semplice sperderci nel tutto, fino a smarrire il senso della nostra identità. D’altronde l’uomo si è sempre sentito a disagio di fronte all’idea del niente e del tutto, di un’eco di bellezza, o un senso d’infinitezza: “In scintillio di luna e stelle/ conduci l’oscurità della notte/ eterna,/ infinitezza gentile...” (Eco di bellezza). Forse è proprio nella solitudine, nel faccia a faccia con noi stessi, che troviamo quel “Tu sai cos’è altro da te...” per vivere “il racconto irreversibile/ nella pienezza interiore/ ad innalzare fisicità/ di spirito/ nel presente del/ tempo infinito...” (Desiderio di solitudine). Tanta spiritualità in questa silloge, tanta polisemica attrazione, tanta pluralità di voci che chiama alla meditazione sull’essere e l’esistere: tempo, memoria, saudade, nostos, vita. E l’anima zeppa di emozioni trova forza ontologica reificando: Amplessi, Oltre, Peonie, Passi di danza, Livori, Respiri, questioni alla luna: “Eppure oso chiederti: /essenza,/ tu che togli il silenzio/ del silenzio del tempo,/ posso consolarti/ di tutto ciò che desideri/ anche di quello di cui avrei/ bisogno d’essere consolata io?...” (Io, luna). Tanti interrogativi che l’uomo si pone sulla sua condizione di anima vagante; tanti perché irrisolti e irrisolvibili per noi legati alla terra con lo sguardo rivolto al cielo: pascaliana diatriba tra rien e tout che ci rende inquieti, ci tormenta facendoci poeti; coscienti della nostra precarietà:
<<Tra noi e l'inferno o il cielo c'è di mezzo soltanto la vita, che è la cosa più fragile del mondo.>>. (Blaise Pascal, Pensées)

Nazario Pardini

lunedì 16 settembre 2019

SONIA GIOVANNETTI LEGGE: "OPERA INCERTA" DI ANNA MARIA CURCI

Anna Maria Curci

Sonia Giovannetti,
collaboratrice di Lèucade



Sonia Giovannetti legge "Opera incerta”, raccolta inedita di Anna Maria Curci

L’“opera incerta” di Anna Maria Curci lascia trasparire già dal titolo un’ispirazione intensamente poetica, poiché proprio in quell’aggettivo – “incerta” – si palesa un tratto decisivo della poesia medesima come attività creativa: “L’incertezza di significato è poesia incipiente”, scrive infatti George Steiner. E se poi l’autrice concepisce l’incertezza generatrice e connotativa dei suoi versi come un “mettere insieme elementi diseguali”, non possiamo, come lettori, non essere indotti a chiederci – e a chiederle – quale sia il collante con cui la poesia procede ad assemblare materiali ideativi affatto eterogenei. Ma forse lo chiederemmo invano – e, va detto, inevitabilmente invano –  se è vero che “la poesia è qualcosa di oscuro che fa luminosa la vita (Pasolini)”, è “un viaggio nell’ignoto (Majakovskij)” e “non è poesia se non racchiude un segreto (Ungaretti)”.
Se, inoltre, coniugare tra loro le diversità appare all’autrice una sfida ai tempi che corrono e, insieme e perciò stesso, la prefigurazione di un destino “inattuale” per siffatta poesia, quale altro e più decisivo indizio potrebbe definitivamente convincerci della fibra veracemente poetica di questa silloge, atteso che la poesia è, al tempo stesso, “cosa del tempo” e fuori dal tempo, figlia e madre di Crono, presenza immanente e vitale, ancorché discreta ed eterea, della vicenda umana.
Colpisce, nella silloge, un elemento ricorrente che fa da trama unificante alla pur manifesta diversità dei suoi temi: la presenza ammaliante del mistero, come in “Avvistamenti” (“Della sciarada resta l’anelito, l’attesa”), in “Iris Indaco” (Tu rannicchiati dentro l’anagramma, cerca lo schermo, cerca il nascondiglio”) e, accanto e frammista ad esso, una fascinazione utopica per il futuro, per il tempo invisibile – dunque mistero anch’esso –  variamente declinata come attesa, anelito, speranza (v. “Barcaiola” e, ancora,  “Avvistamenti”).
Ma non solo: se la realtà appare, secondo certa tradizione filosofica, come l’opera di uno scultore vagabondo che raccoglie, “un filo qui, una latta là, un pezzo di legno più in là” (Leibniz), unendoli tra loro come in una deriva naturale che si dipana tra caso e necessità, ma in realtà assecondando inconsapevolmente un’imperscrutabile finalità divina, nella poesia di Anna Maria Curci c’è l’intuizione di un “che” oltre il visibile il cui disvelamento, ancorché problematico e incerto nell’esito, è tuttavia una sfida a cui la poesia non può sottrarsi. 
Sembra infatti che l’autrice si affidi al proprio poetare come ad una sonda, deputata a scandagliare la realtà visibile per ricercarne il senso – “il prodigio” – nelle sue “fenditure”, oltre “i sipari i tuoni le tribune”. Ma non è forse, giustappunto, compito dell’arte incaricarsi di portare alla luce “ciò che non si vede”? Senonché, questa poetessa pare davvero proporsi ai lettori come un moderno Odisseo, intenzionata anch’essa a varcare le Colonne d’Ercole, a sfidare l’ignoto (come nella migliore poesia) e tuttavia ella si dispone all’avventura del viaggio – e alle sue…“incertezze” – indotta non solo dalla curiosità, metafora dell’essenza umana e chiave di ogni progresso, ma anche da una segreta fiducia in quell’”oltre” in cui si racchiude il destino dell’uomo e verso cui la sua Barcaiola”  traghetta se stessa con l’animo aperto alla speranza.
Infine: l’“attesa”, la stessa “speranza”, insieme ai ricordi (“8 settembre 1943”) sono non solo soggetti potentemente operanti nei versi della silloge: sono anche modi di coniugare il tempo al futuro e al passato. Il tempo, dunque, come “motore” della macchina poetica in questa come in ogni poesia degna di tal nome. Dove, infatti, se non nel tempo, trovano il loro posto – e la loro plausibilità – il sogno, la speranza, l’utopia? E dove altrimenti acquista senso l’impegno civile, il ricordo fecondo e vitale, la fiducia in un “noi” possibile, ancorché oggi inattuale?
Il tempo appare così il sottofondo implicito e necessario di questo verseggiare assai suggestivo, un’intuizione felice. Fu proprio Benedetto Croce, del resto, a definire la poesia “un’intuizione cosmica”; e si parva licet…
Si deve esser grati, dunque, ad Anna Maria Curci per averci messo di nuovo in contatto, grazie alla sua silloge meravigliosamente “incerta”, con il senso più genuino e profondo della poesia.

Sonia Giovannetti

Barcaiola
Siedi sull’altra riva e getti l’amo.
Io traghetto.
Nella scalmiera remo
bisbiglia con cadenza.
Lei, la tua mobile sostanza, smesse
le vesti torbide, mi accoglie.
Quando riprende il volo la speranza,
cocciutamente sai che non è fuga.
 Avvistamenti
In bilico su toni e fenditure,
cerca il prodigio il varco quotidiano
senza i sipari i tuoni e le tribune.
Tu prova a decifrare
linee forme colori.
Della sciarada resta
l’anelito, l’attesa.
 Jeanne, Johanna, Giovanna
“Par mon Martin!” soffiava
– era fuoco o bivacco? –
sugli altri copricapo la pulzella.
Dal pascolo al patibolo è un salto,
dietro le tende cifra la menzogna
e batte i denti.
“Ne avessimo da noi!”»
mormorava il nemico.
Di sante folli,
di candide sgobbone da incendiare?
C’è via di scampo dal fumo perenne
o resta il bivio di falso autorizzato
e prosa da scudieri?
8 settembre 1943
Mi hai raccontato tante volte, madre,
del giorno e delle corse
dalla casa al rifugio,
al tuo paese, tra i monti,
era già freddo.
Non avevi prescienza e nel tuo cuore
di ragazza, che serbi,
chissà cosa balzava col terrore.
Per questo oggi ti chiedo
e risposta m’è dono
il cuore del pensiero
e nel secondo idioma
che ho imparato da te
lo chiamo donna, “pensée”.
 2 agosto 2015
E oggi e sempre ero lì, nello spazio abolito
di fronte all’orologio, all’ora fissa,
domenica d’agosto, ma era sabato
allora, nel millenovecentottanta.
La sera, gola polvere macerie,
non ho detto a mio zio, sì, il ferroviere:
ricordo la paura e gli anni, trentacinque.
Viaggiavi al tempo lungo quel percorso
e mi portavi i rotocalchi sparsi
dai turisti tedeschi sui sedili.
Non gli ho detto: l’angoscia
per te, per gli altri, mi è compagna
(“tu non conosci il sud” mi nutrì
e il dannato ritegno all’espansione).
Traducendo Rose Ausländer
Una chiusa che sbarra
e i cordiali saluti
lanciati come sfida
all’offerta di aiuto
Keine Delikatessen
si diceva in poesia
E se il ghiaccio ci morde
tu Rose io straniera
ricerco la tua strada
tendo l’orecchio al canto
 Iris indaco
Tenue e tenace sogno solitario
iris indaco aroma della cerca
ombroso nella prole variopinta
bivio tra sensi desti e l’oltremare.
Ti invoco ancora e già torna la sera.
Distendo le narici rattrappite
da frenesie di smerci afrori spicci.
Aspiro e al fondo guidi l’immersione.
Tu rannicchiati dentro l’anagramma,
cerca lo schermo, cerca il nascondiglio.
Pure ti scoveranno, non badare
alla torma dei cani, avido strazio.
Il canto di Ischitella
Nella sera che lenta
scendeva i gradini
netta di note
carica di sorte
modulò la voce.
E fu canto
e fu romanza.
Prodigio capovolta tatto udito.
Pareti bianche incavate di grigio.
Liscio di luce si inchinò agli scuri.
Riso d’amore non è mai peccato.
Traducendo “Trasfigurazione” di Trakl
Trattiene a stento
la preghiera sommessa –
tramano già le mani giunte –
l’orrore muto delle bocche da fuoco.
Avvizzisce la festa
di pietre rovesciate
e la promessa di quel fiore azzurro.
                                                         
Dell’Angelo

Restano mute le parole di prima,
la luce stempera il bruno della crosta.
Tace il rancore, e l’ala ripiegata
aspetta l’altra, insieme voleranno.
L’occhio che anticipa e la mano protesa
accolgono il sorriso, dopo tanto.                          
A un’amica
                         A Cristina Bove, dopo aver letto “Sul margine”

«Chi legge non s’accorge» e forse
allaga e allarga il fossato.
Se coglie a tratti il suono e l’ultrasuono
si ferma, punta il dito: “dici a me?”
Ma la pazienza di aspettar risposte
il cocchiere le lascia ad ogni tappa
di quel viaggio normale e accidentato.
I vanti magri sono ignoti ai molti.                                             
Stendo al sole

Stendo al sole fasce per polsi
con cura, dopo averle lavate.
Tendo la tela rossa
e i miei pensieri.                                     
Di nuovo a casa

Di nuovo a casa,
nella prima di avvento,
la luce aggrovigliata dentro ai vani
fa cenno di aspettarla.
Non ho fretta                                 
EUR (eucalipto, un ricordo)

Additando quell’albero, sorpreso,
ti sei rassicurato sul suo nome.
Di contrabbando, dietro ad un fast-food,
scorza e foglie incuranti del fritto
schiudevano sornione il ricordo in agguato,
l’eucalipto piantato da mio padre
per tutto il condominio. Fu una festa
con il mare nel naso
e noi bambini, fieri.                                         
Giungo da un sogno altrui
                                                       A mio padre e mia madre
Inseguo ancora, sai,
vostri sguardi e pensieri
e Madame Butterfly
che cantaste, leggeri.
Un fiore di ciliegio
è la risposta, forse.
Taciuto a lungo il fregio
all’enigma, alle corse.
Posa la mano
Posa la mano ora sul ghigno amaro
la ruga appiana di constatazione.
Prenditi sottobraccio il riso
Saluta i sassi e cammina nel sole.
                                                     

Anna Maria Curci
(Poeta, giornalista e critico letterario. Docente di tedesco)
Opera incerta è il titolo della mia raccolta inedita che raccoglie testi scritti nell’arco di diversi anni, fino a quello in corso, il 2019. Il nome, come già accadde per la prima raccolta da me pubblicata, Inciampi e marcapiano (LietoColle 2011), coincide con un termine usato nell’architettura. Qui si fa riferimento all’opus incertum, di cui Vitruvio scrisse: «Le pietre dell’opus incertum, invece, poggiano l’una sopra l’altra ad embrice, formano muri non altrettanto belli, ma più solidi del reticolatum» (Vitruvio, De architectura, Trad. di G. Florian, 1978). L’opus incertum si caratterizza per il suo mettere insieme elementi diseguali. Le pietre dell’opera incerta non sono pre-tagliate e predisposte per l’assemblaggio. Mettere insieme le diversità in vista di un’opera comune: una sfida quanto mai attuale e mai come oggi condannata all’inattualità, messa nell’angolo e sfiancata dalla brutalità, dall’oblio e dalla menzogna, triade elevata a esercizio del potere. Sull’oggi brutale e dimentico si affaccia l’aggettivo “incerto” con l’interrogazione permanente posta dalla poesia. Esemplare guida è in tal senso il componimento di Marie Luise Kaschnitz È ancora incerto: «Se, in più, non ci toccherà imparare il linguaggio di chi bussa da cella a cella,/ spiare il prossimo, essere spiati dal prossimo, e dover piangere alla parola/ libertà. Se ce ne andremo di soppiatto in tempo su un letto bianco o/ periremo per l’attacco nucleare centuplicato, se ce la faremo a/ morire con una speranza, è ancora incerto, è ancora incerto.» Poesia come veglia, quesito costante, costruzione di senso, coesistenza delle diversità: opus incertum(Anna Maria Curci, 30 maggio 2019)

Soia Giovannetti



DONATELLA ZANELLO: "INTRODUZIONE AL PREMIO "CESARE ORSINI" 2019 E GRADUATORIA



PREMIO NAZIONALE DI POESIA "CESARE ORSINI"  ANNO  2019, PONZANO SUPERIORE – 15 SETTEMBRE 2019. 35° EDIZIONE

"Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell'avere nuovi occhi."(Marcel Proust)
                                                                                                                                                                                                 Questa frase di Marcel Proust ci fa riflettere ancora una volta sul significato del fare Poesia. E' doveroso ringraziare tutti i poeti partecipanti al Premio, per avere voluto guardare la realtà con "nuovi occhi". Uno sguardo sempre nuovo sul mondo: questo è essere poeti. Le poesie premiate in questa trentacinquesima edizione 2019 sono molto legate alla Natura, al paesaggio vissuto come specchio dell'anima umana. Un tema importante ed urgente, quello della tutela ambientale, che ci riguarda e ci accomuna tutti. Il pianeta è la nostra casa ed i cambiamenti climatici ne stanno alterando l'equilibrio. Questa è la sfida per le generazioni future: il rapporto uomo – natura. La ricerca spirituale, come la scienza, parte dal mondo naturale. La Poesia è  contemplazione  della infinita bellezza del mondo.
Nell'introdurre la cerimonia ringrazio l'Amministrazione Comunale, nella persona del Sindaco Paola Sisti, e tutti coloro che danno vita al Premio e lo rinnovano nella continuità, come manifestazione storica rinomata a livello Nazionale. In particolare ringrazio Laura Massari, Annalisa Pellegrini, la Giuria, Roberto Rolla ed il Maestro Aliano Frediani. Permettetemi di ricordare con affetto, oggi, anche una persona che è stata importante per questa comunità, un' insegnante, che ha contribuito a fondare il doposcuola e la Pubblica Assistenza locali, una grande donna impegnata nel sociale, Vicepresidente e Presidente dell'Auser di Santo Stefano Magra. In alcune edizioni è stata membro di giuria di questo Premio Letterario: Lucia Mazzoni. A lei è dedicata la Sezione Giovani. In questo anno 2019 il nostro Premio Cesare Orsini si ricollega a due importanti celebrazioni: i Cinquecento anni dalla morte di Leonardo da Vinci, ad Amboise, in Francia. Ci uniamo idealmente alle iniziative in tutta Italia e nel mondo. Anche qui, attraverso pittura e fotografia, musica e poesia, ricordiamo questo Genio, simbolo del Rinascimento. Leonardo si definiva "uomo senza lettere", tuttavia la Poesia, dal greco "Poièo", verbo che significa "fare, creare", è l'essenza della creatività e riesce a permeare di sè tutte le altre arti. Quando un'opera d'arte, infatti, ci colpisce particolarmente, siamo pronti ad affermare che in essa vi è Poesia. In questa speciale occasione è importante fare riferimento ad un'altra commemorazione: i Duecento anni dalla scrittura della lirica "L'Infinito" di Giacomo Leopardi, un altro orgoglio italiano, colui che raggiunse, attraverso lo studio "matto e disperatissimo" ed un percorso di vita difficile e doloroso, la perfezione della parola. Duecento anni eppure è sconcertante la sua modernità, la sua contemporaneità, nell'interrogarsi sul grande mistero dell'esistenza. La Poesia è eterna. Concludo questo mio intervento invitandovi ad ascoltare la lettura dell'"Infinito" da parte di Roberto Rolla. Ascoltiamo queste meravigliose parole, all'insegna del rinnovamento di tutte le arti e della Poesia, come forma assoluta di meditazione e di creatività.
                                                                                                 Donatella Zanello


Elenco dei vincitori del 35 ° Premio Nazionale di poesia Cesare Orsini. Il premio si è tenuto a Ponzano Superiore Domenica 15 Settembre. Nell'arco della giornata ci sono state molti altri eventi,
L'elenco dei vincitori:
Le poesie vincitrici sono:

1° Premio "Una vertigine che contempla e incanta" di Giulio Dario Ghezzo
2°Premio "Palmaria" di Angela Maria Fruzzetti
3° Premio" E' un enigma il nostro gioco" di Ida Cecchi

Segnalazioni Sezione adulti:
"Risveglio nel borgo" di Maria Consuelo Barsacchi
"Onde" di Dario Petucco
"Un attimo di quiete" di Alessandra Magnavacca
"Tempo perduto" di Ornella Caltabiano

Segnalazioni Sez. Ragazzi
"Nessuno è qualcuno" di Anna Parisi
"Per lei" di Matteo Novelli





RODOLFO LETTORE: "LINKS DI POESIE RECITATE"

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