venerdì 19 luglio 2019

DOMENICO MODUGNO: "AMARA TERRA MIA", TESTO


AMARA TERRA MIA

Sole alla valle, sole alla collina,
per le campagne non c'è‚ più nessuno.
Addio, addio amore,
 io vado via,
 amara terra mia, amara e bella...
Cieli infiniti e volti come pietra,
mani incallite ormai senza speranza.
Addio, addio amore, io vado via,
amara terra mia, amara e bella...
Tra gli uliveti‚ è nata già la luna,
un bimbo piange, allatta un seno magro.
Addio, addio amore,
io vado via,
amara terra mia, amara e bella...


ADRIANA PEDICINI: "INEDITI"

Adriana Pedicini,
collaboratrice di Lèucade

Senza risposta

S’insinua il pensiero nei labirinti
della mente oceano finito di non finite
angosce. L’urlo atroce dell’intelletto
al tonfo cupo del senso delle cose
inaccessibile e degli eventi.
Si staglia la vita tra l’essere che sfugge
e il non essere che dilaga fango per le vie
in tempesta di pioggia e vento
a scoprire i tagli aguzzi delle pietre
dell’animo grondanti sangue
amaro fiele spargendo sulle carni.
Se parlasse la morte o coloro che non tornano
la mente prona troverebbe il conforto
o la ragione. Mostrati Santo Dio
l’errore mostraci in questo nostro errare
prima che dannato consegni alla terra
al silenzio eterno ciascuno il suo destino.

Memories

Non conobbi così presto il dolore
se non quando te ne andasti, mamma,
e fu la mano che si affievolì nella mia
d’un tratto come ultimo addio.
Non capivo il fremito che dalle dita tue
s’inerpicò sul braccio e mi trepidò nel cuore.
In me la tua energia morente
divenne flusso perenne di presenza
e vita aggiunta a vita  
quella che mi donasti
allorché il primo raggio di sole
mi corrugò palpebre.
Lo sentii, mamma, e fu per te
che impressi da allora passi doppi
dinanzi alle porte strenue degli anni
nei giorni sempre più esigui, sempre più,
piccolo intervallo al fatidico traguardo
dove tu più stanca di me per l’attesa
seduta sarai ad aspettarmi.
Ti restituirò all’incontro la calda carezza
come allora e il tuo amore e il mio
insieme saranno spirito di fuoco.

Due poesie scritte su commissione sulla Mefite di Rocca San Felice

Mefite, la Buona Madre

Nel silenzio della valle
Dalle brune zolle acqua sorgiva
Sale sbuffando in nebulosi vortici
Il respiro languido della Madre
Il pianto e il riso della Madre eterna
Di creature di fango.
Esseri di durata breve
Alla luce del Cielo germogli
Dal grembo alla vita superna.
Brancoliamo nel mistero come armenti
Nell’abbraccio mortale della soporosa aria.
Se l’età si grava di anni e di mali
Ed esausto si fa l’inesorabile destino
Premio è ritornare nel tuo grembo
Nella dimora avita polvere tra polvere
E sentire la tua carezza calda
E con te energia divenuti
Al richiamo del cielo risalire
In gassosa nuvola lungo lo stelo
Della ginestra anxantica.

Paesaggio notturno alla Mefite

La luna quando più bella splende
Nel cielo la solitudine scioglie
Sciogliendosi in te che le sbarri l’accesso.
Su lei non posi la cattiva fama, la tua,
allora che il vate latino ti cantò porta degli Inferi.
Tu, grande Madre, accogli l’astro
D’argento argentee danze intessendo
Di sbuffi odorosi e bianchi bollori di creta
D’intorno diffondi i segni di te nel silenzio vallivo
Sui rami grinzosi e le zolle spaccate di arida ocra
E reliquie di sprovveduti animali.
Ai curiosi passanti benevola tendi la mano lontano.
Non sia il passo oltraggioso nel termine sacro
Ove vita e morte in eterno si fondono.
Nel cielo dirigi lo sguardo alla luna
Compagna quando più bianca splende
Sul tuo manto infuocato nelle notti prive di stelle.
  
Catene

Il passo dell’anima lento prosegue
gli occhi stanchi fissano l’Oltre.
L’inganno è scoperto
pelle di serpente a squame sfogliata
cruda realtà rivela non mia non solo
Tutto è in bilico nella crudele apparenza
 di piedi a terra ben saldi.
Le parole sono nascoste
le parole non hanno più suoni
Babele è la torre di ogni città.
Confusi i colori, confuse le lingue,
gli odi e gli amori.
Il senso…il senso di tutto dov’è?
La gioia che brilla negli occhi morenti di un bimbo
l’abbraccio che solo nel dolore riscalda
è la misura del nostro soffrire o del nostro gioire?
La Tua Croce forse giustifica il senso
e ogni croce che spalanchi le braccia
dinanzi a un cielo senza catene.


PIERO BIGONGIARI: "LE PAROLE DELL'AMORE..."


Le parole dell’amore non hanno superficie

Il vento non si bagna in cima al mare
il vento azzurro non vuol diventare
verde, ingrommarsi, tergersi diverso
di verso in verso.
Ma le statue di sale che si voltarono
ora guardano il cosmo che non torna
caos ai loro occhi, se le fiamme
della bella città erano amore.
Mare asciutto… Ah staccarsi dal proprio essere
dove esso è più sottile, laminato
tra due bandiere: recto e verso, notti
e albe: le ere si congiungono
per disgiungersi, le ingiunzioni sono
le parole ora stesse dell’amore
da non gettare in aria, non potrebbero
tornare, il mare e il vento non si fondono,
o vuote, sopra il palmo alto del cuore,
moneta non impressa, non spendibile,
impronta cancellata dal suo fuoco.
Piero Bigongiari (1914 – 1997)


giovedì 18 luglio 2019

"GIUSEPPE CICCIA. LA SFIDA DI ICARO"


Comunicato stampa

“GIUSEPPE CICCIA. LA SFIDA DI ICARO”
Il mito greco rivive nelle tele e nelle sculture dell’artista siciliano in mostra
nel Lu.C.C.A. Lounge & Underground dal 9 luglio al 4 agosto 2019


Chi non ha mai cercato di uscire fuori dalla prigione ovattata delle convenzioni sociali, di liberarsi dai lacci delle prassi precostituite e diventare finalmente artefice del proprio destino? Partendo dal mito greco di Icaro, l’artista siciliano Giuseppe Ciccia affronta questa tematica nella mostra personale dal titolo “La sfida di Icaro”, a cura di Maurizio Vanni, che sarà ospitata nel Lu.C.C.A. Lounge & Underground dal 9 luglio al 4 agosto 2019 con ingresso libero. Per approfondire i temi e la poetica di Ciccia sabato 13 luglio 2019 alle ore 18,30 si terrà inoltre l’incontro con l’artista e il curatore.

Le opere di Giuseppe Ciccia sono l’emblema della libertà espressiva, un puro ritmo di segni, colore e luce, ma al tempo stesso anche degli stargate dimensionali che ci mostrano nuove ottiche di percezione della realtà. La sua è una costante ricerca dell’oltre per uscire dal labirinto della quotidianità e sconfiggere il Minotauro che la abita. “La leggenda ci insegna – spiega Maurizio Vanni – che il labirinto non può essere superato e che il mostro non può essere sconfitto se rimaniamo nella loro stessa dimensione. L’unica azione che può salvare l’uomo-artista è legata a un processo esoterico che lo conduce a trascendere la realtà narrata. Per mezzo dei suoi dipinti e delle sue perentorie gestualità strutturali, Ciccia ci ricorda che la realtà non può essere negata o destrutturata, ma può essere superata con la forza dell’ingegno, l’imprevedibilità della creatività e la determinazione delle proprie azioni artistiche”.

La caduta di Icaro e il suo perdersi nel nulla rappresentano il rischio dell’illimitatezza: un errore fatale quello di non rispettare i propri limiti. Icaro non ascolta gli avvertimenti del padre Dedalo e tenta la via di fuga. Visto con gli occhi dell’artista siciliano, il suo non è tanto un desiderio di immortalità o di confronto con gli dei, ma un processo di auto-conoscenza attraverso il quale scopre che il labirinto è di fatto una costruzione della mente, una struttura che rinchiude e inganna per una falsa idea di libertà che trasmette. “Ciccia – prosegue Vanni – propone lavori esperienziali, piattaforme emozionali e una fabbrica di ali che permettono un radicale cambio di prospettiva, un’ascesa verso l’alto per percepire il Tutto con più chiarezza e per allontanarsi dall’inganno del materialismo e dei facili successi. La soluzione del labirinto non si trova al suo interno, ma dentro ognuno di noi. Il progetto di Icaro è geniale perché lungimirante e possibile: uscire dal labirinto mette a repentaglio i pensieri e le energie negative (anche se andare oltre i nostri limiti può far sciogliere la cera che tiene unite le piume delle ali), e al tempo stesso ci offre i beni che hanno più valore: la libertà e la possibilità di essere artefici del proprio destino”.

Ciccia ci fa capire come ognuno di noi possa essere Icaro, incarnare la sua ambizione, la sua dedizione e i suoi insegnamenti scoprendo in sé qualcosa di unico, vitale e prezioso, che non corrisponde al respiro o al battito cardiaco, ma che abita nel cuore e nella mente e che nel sogno e nell’estasi si manifesta liberamente: l’anima.

Note biografiche Giuseppe Ciccia
Giuseppe Ciccia nasce a Messina nel 1946. Dopo aver conseguito il diploma  all’Istituto Statale d’Arte di Messina, si trasferisce a Firenze dove completa gli studi di pittura all’Accademia di Belle Arti con i Maestri Gastone Breddo, Giancarlo Caldini, Silvio Loffredo. Dopo la laurea, consegue l’abilitazione all’insegnamento come docente di Disegno e Storia dell’arte, Pittura e Anatomia Artistica.
È negli anni ’60 che emerge sul palcoscenico artistico con opere ispirate alla Pop Art anche se in seguito sarà influenzato dall’Espressionismo Astratto. Nel 1975 fonda il Movimento artistico denominato “Assurgentismo”, con il chiaro intento di riportare l’arte al centro della vita, alla sua condizione naturale intesa come evoluzione dello spirito, e partecipa alla X Quadriennale di Roma “La Nuova Generazione”.
Nel 1983 interviene alla Mostra Internazionale del Cinema della Biennale di Venezia con “Immagini/Azioni” delle postcard scelte appositamente per lanciare un messaggio attraverso un segno pubblicitario estrapolato dall’architettura della laguna.
Tra le mostre più rilevanti: nel 2002 “Tralci” presso i Chiostri e la Sala d’Armi della Basilica di S. Maria a Impruneta (FI); nel 2005 la partecipazione alla Biennale “The Art Card” allo Sharjah Art Museum, Emirati Arabi Uniti; nel 2006 “Alchimie… Silenzi e Vibrazioni” alla Galleria del Palazzo Coveri a Firenze; nel 2007 espone al Ming Yuan Art Center e al Wison Art Center di Shanghai, Cina; nel 2008, in occasione della Fiera del Lusso, espone al Mondo Arte Gallery di Dubai; è del 2009 “Finestra Sul Passato” all’Area e Museo Civico Archeologico di Fiesole (FI); nel 2013 “Memoria e Divenire”, retrospettiva 1963-2013 per il 50° di Attività artistica nelle Sale Fabiani di Palazzo Medici Riccardi, Firenze; è del 2015 la mostra “Assurgentismo”, per i quarant’anni del Manifesto, al Chiostro di Villa Vogel a Firenze.
Ciccia ha partecipato a varie Fiere d’arte in Italia e all’estero. Sue opere sono presenti in diversi spazi pubblici tra cui: Senato della Repubblica Italiana a Palazzo Madama a Roma, Gabinetto Viesseux, Biblioteca Nazionale e Gabinetto dei Disegni e delle Stampe della Galleria degli Uffizi di Firenze.


MOSTRA “GIUSEPPE CICCIA. LA SFIDA DI ICARO”
a cura di Maurizio Vanni
Lu.C.C.A. Lounge&Underground
Dal 9 luglio al 4 agosto 2019
orario mostra: da martedì a domenica 10-19, chiuso lunedì
Ingresso libero

Incontro con l’artista sabato 13 luglio 2019 ore 18,30
_______
Per info:
Lu.C.C.A. – Lucca Center of Contemporary Art Via della Fratta, 36 – 55100 Lucca    
tel. +39 0583 492180   www.luccamuseum.com  info@luccamuseum.com

Addetto Stampa Lu.C.C.A.
Michela Cicchinè  mobile +39 339.2006519 m.cicchine@luccamuseum.com


mercoledì 17 luglio 2019

ESTER CECERE: "NUDO STELO"


 La poesia ha ricevuto la menzione d’onore 
al premio Clemente Rebora

Ester Cecere,
collaboratrice di Lèucade

Nudo stelo

S’avvolge stretto al cuore
il nudo stelo.
Avrei voluto un fiore.
Un solo petalo rosso carminio
come scintilla di brace
a rinfocolare questo amore

Ester Cecere


martedì 16 luglio 2019

ORAZIO ANTONIO BOLOGNA LEGGE: "ORIZZONTI DI PELLE" DI CARLA MARIA CASULA

Orizzonti di pelle

Orazio Antonio Bologna,
collaboratore di Lèucade

Assai di rado capita di leggere una bella poesia, che, con morbide movenze, con ritmo fresco e serrato, rapisce l’anima e immerge il lettore nel mondo dei sogni, nell’Eden primigenio di un’umanità ancora vergine. I sensi, rapiti dall’incanto d’una celestiale armonia, varcano l’angusto orizzonte d’uno spazio limitato dall’egoistico appartenersi e donarsi, attingono ai fremiti travolgenti di un amore puro, cristallino. Davanti a un miracolo così alto, sublime, commovente e incommensurabile della genialità umana, lo spirito, aduso a carpire le sfumature più tenui che serpeggiano tra versi, rimane incantato, rapito in un’estasi di celestiali suoni, provenienti da un intimo che pulsa della stessa armonia dell’universo: l’Amore.
L’Amore, sia divino che umano, è donazione di sé. Non senza motivo Seneca rivolge all’Uomo una verità universale ed eterna: si vis amari, ama, perché chi ama si immedesima nell’alter, che da estraneo diventa parte integrante dell’ego donans e diventa, a sua volta ego donans. È, questo, il miracolo dell’Amore umano, che non si discosta da quello divino, se pensiamo che deus caritas est sempre, in ogni circostanza. È quanto vibra nella sensibile e sentita lirica, uscita dalla penna e sgorgata dal cuore di Carla Maria Casula, la quale, non a caso, intitola il breve componimento Orizzonti di pelle.
  Fermando l’attenzione sui versi, si nota che in più di un’occasione la Poetessa richiama stilemi presenti già nella produzione lirica di Saffo, la quale, estasiata, immagina, come se le avesse davanti agli occhi, le tenere effusioni d’amore di due fidanzati. Mentre rivive gli anni della sua giovinezza e delle prime esperienze amorose, avverte in tutto il corpo un fremito, che la scuote, un fuoco sottile, che la divora, alle orecchie un ronzio, che la stordisce. Il ricordo quell’estasi giovanile le richiama alla mente i sogni e le emozioni, che rivive nella sua freschezza nelle effusioni dei giovani, che si avviano alla donazione di sé. Davanti alla sfolgorante bellezza di Lesbia non diverse sono le sensazioni del giovanissimo Catullo, che, per esprimere il suo amore per quella donna, non esita a ricorrere a Saffo. E nacque un capolavoro.
 È, questo, l’eterno incanto della Poesia, che già un millennio e mezzo prima di Saffo aveva sperimentato un’altra Poetessa, Enheduanna, la prima ad aver firmato i suoi inni d’Amore dedicati alla sua divinità.
In modo molto simile, ma con spirito e sensibilità diversa Carla Maria Casula firma il personale inno all’Amore, ai fremiti avvertiti dal contatto fisico, all’appagamento donato e ricevuto nella sublimità dell’intima fusione dell’anima mediante il corpo. Questa donazione reciproca costitusce un momento di sovrumana bellezza. La Poetessa con tatto e sensibilità femminile rivive momenti di estasi e sollecita l’animo sensibile a sperimentare che la donazione non è fine a se stessa, ma anche, e soprattutto, per l’altro. Nel momento dell’incontro e della donazione reciproca l’ego completa e si completa, perché ama ed è amato. Si avverte in tutta la bellezza il mistero della reductio ad unum.
Già il titolo Orizzonti di pelle induce il lettore a riflettere che l’Amore è racchiuso nella pelle, delimitato da un orizzonte mobile e permeabile, duro e sensibile a un tempo. La sublimità dell’ego donante durante l’incontro trova appagamento e appaga, quando sfiora e sfonda l’impalpabile velo che, al contatto, svanisce per formare un unico, nuovo orizzonte.
Nella lirica, oltre a una consumata padronanza linguistica, la Poetessa controlla le emozioni, che racchiude nell’allusività dell’oculata e accurata scelta lessicale; si spoglia impercettibilmente dei veli bigotti e manifesta una femminilità vergine, naturale e religiosa, sempre intatta e pronta a cogliere gli attimi più dolci di un quid che solo l’animo sensibile riesce a percepire e cantare. Il carme è un inno alla Natura, è un’espressione della religio humana, della religio naturalis insita nel cuore e nell’animo di ogni Uomo, senza le barriere, che le convenzioni umane innalzano, spesso, senza ragione.
I versi, a mano a mano scorrono, rapiscono il lettore in uno scenario immaginario, cantilene spagnole di torri / adagiate in riva al monte; lo proiettano su monti lontani, sui quali le Menadi, in preda al furor destato da Eros si aggirano in cerca di quell’attimo sublime, cui tutti i cuori tendono fin dalla nascita, perché, dice la donna, il
il mio corpo è aiuola
sul tuo corpo d’acanto e granito
con spruzzi rossi di pudore
nelle mie guance bambine.

Orazio Antonio Bologna

           



lunedì 15 luglio 2019

ORAZIO ANTONIO BOLOGNA LEGGE: "ALMA POESIA"


A L M A   P O E S I A


Nel piccolo, ma interessante, volume si concretizza in tutta la sua ampiezza l’esperienza poetica di quattro personalità non ignote al mondo della cultura e, soprattutto, della poesia contemporanea. Il libellus, di catulliana memoria, al lettore aduso a navigare tra spazi poco accessibili al comune modo di comporre, e sentire in modo particolare, la poesia offre spazi, riflessioni, meditazioni, riflessioni tali da immergerlo immediatamente in un mondo nuovo, inesplorato. I Poeti suscitano emozioni sopite con il miracolo della Poesia.
I nostri quattro Poeti, nonostante tutto e la loro diversa, poliedrica personalità, trattano argomenti alla portata di tutti, fatti che si svolgono sotto gli occhi di tutti; evidenziano realtà, e verità, che nessuno ignora, ma sulle quali pochi fermano l’attenzione e ne considerano la portata. È, questo, il compito, meglio, la missione del Poeta, cui è demandato un magisterium, che pochi riescono o sanno espletare nel modo dovuto, perché non di rado il verseggiatore è privo o non possiede o non sfrutta debitamente la doctrina, necessaria per veicolare concetti che nascono dalla semplice osservazione di quanto accade, giorno dopo giorno.
Il poeta, come dice, e giustamente, Carducci, non è solo un artiere, un funambolo delle parole, ma, in modo particolare, una mente pensante, che offre al lettore di tutti i tempi il frutto della ricerca interiore. La Poesia, infatti, è un frutto interiore, che viene proiettato all’esterno e offerto ai lettori dopo un’accurata scelta delle parole, idonee a trasmette con i loro suoni e la disposizione dei singoli lessemi il senso e il significato, che solo la mente pensante può decriptare e rivivere a livello spirituale e sociale.
Alla base di ogni poesia, e i Nostri ne danno chiara testimonianza, insieme con la simplex apprehensio, c’è una costante ricerca estetica e contenutistica, che non devono essere minimamente trascurate dal lettore in cerca di un quid, che solo il Poeta può offrire. E i nostri quattro poeti offrono a piene mani un breve, ma significativo, tratto di umanità e di di spiritualità, che l’Uomo di oggi cerca attorno a sé, e finge di ignorare
Ciò che caratterizza il volumetto, e lo rende unico oggi, è l’amicitia, intesa in tutta la sua ampia, e complessa, estensione semantica. È davvero raro trovare quattro poeti, che si stimano, si ammirano, si emulano. E ciò a un osservatore comune, intento solo ai suoi interessi particolari e personali, è davvero strano, perché oggi, più che nel passato, anche immediato, l’uomo è, per usare un efficace sintagma plautino, homo homini lupus. L’Uomo, invece, secondo una toccante lirica di Umberto Vicaretti, Il prezzo da pagare, è il comes del comune viaggio verso l’unica meta, verso cui ogni uomo inesorabilmente tende. Ed è, perciò, vero quanto si piega su se stesso e, co un barlume di speranza, riflette:

     Amico lieve che ci lasci
     scrigni di parole adamantine
     (noi qui ancora in viaggio
verso transiti nascosti), anch’io
       ho grumi rappresi
       di memorie e un tarlo: se pena
       di scontare per ogni nuovo giorno
       sono gl’inesausti mostri
       di questo aggrovigliato labirinto.
       
Già la virtus dell’amicitia costituisce un valore tale, che basterebbe da solo a giustificare la presenza del prezioso, aureo libretto. Ed è proprio questa fondamentale caratteristica, che dovrebbe essere alla base della civitas odierna, a dare il titolo alla silloge: Alma poesia. La grande, stimolante e feconda amicizia tra Balestriere, Baroni, Pardini e Vicaretti è alimentata, sostenuta, cementata dalla Poesia, dall’alma poesis, che affonda le radici nella più pura e genuina tradizione classica.
La Poesia, per i suoi intrinseci valori e i messaggi, che attraverso la parola trasmette al lettore, in ogni tempo della storia umana, è stata alma, perché nelle menti più nobili e negli animi più sensibili ha alimentato sentimenti propri dell’umana convivenza. Il titolo, perciò, non è stato affidato al caso, ma è esso stesso un sintagma pregno di significati, che si snodano nelle quaranta liriche, che lo formano e gli conferiscono consistenza.
Gli autori, uniti da fraterna e sincera amicizia, resa salda da molti anni di intense e feconde esperienze poetiche, condividono senza riserve, pur con sfumature diverse, una spiritualità, che solo pochi spiriti eletti riescono a cogliere nella sua immensa grandezza. Oggi, più che nei tempi passati, si avverte, si tocca con mano un becero materialismo, fondato solo sull’appagamento degli istinti più bassi, cui i mediatori culturali forniscono e condiscono con l’accorta e continua somministrazione del più basso egoismo. Alla fraternità e alla comprensione dell’altro, del diverso, hanno lentamente introdotto un modo di pensare criminale, che si credeva estinto da tempo. Non c’è attimo, nel quale non si sentono blasfemi rigurgiti razzisti, celati ora dietro una pseudo libertà di pensiero e di una cultura acciabattata nei bassifondi più tetri, ora giustificati da una mistificata sottrazione di beni e di ricchezze a danno del proprio ego pusillanime. L’amico , come ha scritto Vicaretti, è l’altro, senza differenza di latitudine. 
Toccante, a riguardo, è la bella e intensa lirica Stabat mater, nella quale ancora Vicaretti riflette con amarezza un crimine contro l’Umanità, perpetrato nel silenzio e nell’indifferenza: la lapidazione di Aisha, una bambina di appena tredici anni. La riflessione su pochi versi, invita l’Uomo di oggi a riflettere sulla propria esistenza, su se stesso, sul proprio cammino verso il futuro, verso il quale deve proiettare la memoria del passato, perché il presente sia migliore:

       Ragazza mia che non hai memoria
       del fiume attraversato a piedi nudi,
       chiare le pietre amiche e levigate
       a carezzare il passo tuo gentile
       in volo dolce verso Chisimaio.

Quanti uomini, poveri e infelici, oggi vengono lapidati in modo diverso, ma non meno cruento, in nome di un egoismo e un materialismo sempre più imperante. Di ognuno di questi Vicaretti, come per Aisha, dice:

       Ora che il tempo, tutto, è consumato,
       di te ci resta questo tuo sorriso
       fiorito sulle labbra un po' arrossate
       (più grandi, e appena più perduti, gli occhi).
       Di te ci resta questo tuo silenzio,
       lama di fuoco a mutilare i sogni.

Nei quattro poeti netto è il rifiuto, e la condanna, della violenza, come traspare dai pochi versi citati. Davanti alla ferocia dell’Uomo anche la Natura sembra ribellarsi mediante le imprevedibili e incontrollabili catastrofi naturali, tra le quali i terremoti costituiscono la punizione più grave. Mediante le scosse sismiche, con i disastrosi sussulti, l’alma Terra punisce i figli ingrati, che così generosamente, e indistintamente, nutre. Questo grido di dolore è colto da Carla Baroni nella lirica La terra trema, che ricorda il terremoto che nel maggio del 2012 sconvolse Ferrara e distrusse molti centri abitati:

       Saranno ancora giorni di dolore
       Nati dalle bestemmie del destino.
       S’affronta il dio terrore, l’ansia appesa
       Alla lampada che a tratti vacilla,
       allo schermo che all’alba già diffonde
       il tam tam di notizie disastrose.

I sussulti della terra spaventano, non permettono sonni tranquilli, per cui l’uomo, per sfuggire alla morte, pensa e dice con la poetessa:

       anche stasera dormirò vestita,
       la luce accesa, la borsetta pronta …

Nonostante i continui moniti, l’Uomo continua a vivere nella sua protervia, alimentata da una cultura rabberciata ai crocicchi e negli angiporti e, nella migliore delle ipotesi, da faziose e devianti informazione diffuse dai mezzi di massa. L’Uomo, oggi, purtroppo, vive un’aberrante solitudine, come giustamente nota Giuseppe Balestriere nella lirica È morto ieri …piena di intensa, umana partecipazione:

       È morto ieri il barbone tra due
       fioriere, stanza da letto di Piazza
       Marina. È morto il gigante barbone
       nel suo cappotto-bara tra gelati
       soffi (saranno paghi i farisei
       della turistica immagine, sgombro
       il porto della sua presenza).

Questa breve, ma pregnante pericope, è, nello stesso tempo, grido dell’umanità ferita e denuncia del cinico comportamento dell’Umanità, che ignora l’altra Umanità, schiacciata dalla povertà e dal disagio.
L’Uomo, però, dall’esperienza quotidiana dovrebbe capire che anche lui tende verso il punto, da dove non si torna più indietro. E il Balestriere, nella lirica Quando passaggi di comete acutamente annota:

       … Ormai è tempo
       di sotterrare il seme
       per noi senza primavera;
       perché potremmo
       acuti canini snudare
       e trascinarci pendenti alle spalle
       mandrie di stelle a illuminare tatari
       infecondi per il nostro
       estremo cammino
       di puntigliosi taciti beduini.

La meditazione sul tempo che scorre, nella raffinata cultura del Poeta, dovrebbe condurre l’Uomo a riflettere con Orazio fugit invida hora o con l’ovidiano fugit irreparabile tempus che tutti sono chiamati a rendere conto alla Natura del proprio operato, secondo i canoni di una natualis religio, presente in ogni essere umano. Il Balestriere, per esprimere quanto gli urge nel petto, non esita a ricorrere a lessemi di rara bellezza e raffinatezza, come Nel tramonto a Paestum non esita a scrivere:

       A baciare templi ed erbe, del cielo
       si piegano le labbra azzurrorosa.

In questa brevissima pericope l’hapax contribuisce a creare un’immagine di grande efficacia evocativa: azzurrorosa, infatti, conferisce al tramonto un momento di estrema vicinanza alla realtà, osservata, e cantata, con occhi incantati.
Amareggiato nell’animo, invece, quando alla notizia che un barbone era deceduto tra l’indifferenza, e con la segreta gioia degli isolani, che vedevano in lui solo il miserando spettacolo, che offriva, una un’immagine di rara bellezza ed efficacia:

                                   Eppure
       gli bastava che la luna stillasse
       per lui viniferi grappoli di luce
       e di calore, …

Nell’animo amareggiato e affranto dell’Uomo, che medita sulla sventura del fratello, sul compagno di viaggio, anche gli elementi naturali, simbolo, una volta, di amore e di pietà, hanno perduto quanto li caratterizzava, e li mitizzava. Anche la Natura, secondo la pregnante dicitura leopardiana, è diventata matrigna.
Come Madre benigna e benevola, invece, incontrastata domina nella Poesia di Nazario Pardini. Il colto e raffinato allievo delle Muse, con la ritmica scandire del verso, si ferma, a lungo, a soppesare il monema, il lessema, il sintagma. Nella controllata e armonica disposizione dei suoni, Pardini riversa una rara sensibilità e coinvolge il lettore sia quando gli pone davanti le assolate distese di vigne, sia quando lo proietta nelle strade deserte della campagna e della vita. Nella raffinata lirica, Lo stradone di scuola, oltre a meditare sul fluire inesorabile del tempo, invita il lettore a ripiegarsi sulla sua vita e riflettere:

       Sono i solchi carrabili sbilenchi
       che incidono il tuo corso anche se pieni
       delle spighe giallastre di settembre.
       Lo stradone della scuola. Eppure perdi
       le verdi scaglie come un serpe obliquo
       in cuore alla campagna e mi dilati
       i cigli luccicanti di rugiada
       per rivestirmi il seno del fruscio
       della carta di un libro.

Nell’uomo, come nella natura, nella quale vive e della quale è parte non secondaria, lo scorrere inesorabile del tempo lascia tracce indelebili. L’ardita e ben costrutta similitudine incipitaria pone l’essere umano di fronte a se stesso e lo invita a riflettere sui profondi solchi, che, inesorabilmente scavati dall’età, gli ricordano il trascorrere del tempo e il trapasso, anche se ignoto, è imminente. Sembra che Pardini voglia ricordare e incidere nell’animo dei lettori il senecano cotidie morimur. L’Uomo ogni giorno vive le spighe giallastre di settembre. Questa ardita metafora, costituita da un forte ed eloquente adynaton pone sotto gli occhi del lettore poco avvezzo ai vibranti voli della Poesia e alla meditazione la brevità e la fugacità della vita: ogni giorno si muove sulla terra come le spighe avvizzite di fine estate. Le spighe, turgide e verdi e vigorose a primavera, a settembre, in autunno, sono giallastre, hanno impresso sulla loro fisionomia l’immagine della fine imminente.
La spiga con la sua ricca e pregnante estensione semantica è in diretto rapporto con il seno turgido della donna, quando, nel fiore degli anni, offre all’uomo le gioie dell’amore e ai figli il frutto del suo amore. Anche il seno, come la spiga, in autunno avvizzisce e preannuncia la fine.
Il concetto del tramonto, l’attesa dell’ultimo viaggio, che tutti gli esseri viventi sono chiamati ad affrontare, è ancora presente, e più netto, nell’accorata lirica, D’autunno i falò. Qui, per ovvi motivi, si ferma l’attenzione solo sui versi incipitari per la loro peculiarità e i riferimenti agli auctores, che alimentano la dotta e raffinata poesia di Pardini:

       Pian piano qui declinano le pavide
       ombre d’autunno e alle finestre verdi
       di paese sanguigni si appendono
       i gerani. Ogni novembre
       fremono all’aria smossa dei rondò
       dei cipressi irridenti. Il traboccare
       di foglie sul viale variopinto
       nel suo corso di rame intenerisce
       all’ora meridiana,

Nei primi versi il Poeta, la doctrina del quale e l’eruditio emerge in ogni parola, in ogni verso, richiama il ben noto sintagma oraziano: umbra sumus. E l’umbra, dopo il ridente periodo della primavera, dopo la febbrile attività dell’estate, nella quale l’Uomo cerca di realizzare e dare senso alla sua esistenza, diventa inquietante. In autunno le foglie, avvizzite, assumono sfumature più tenui, presaghe della fine imminente. Con i loro diversi, variopinti colori cospargono il viale. Il Poeta con un’efficace ipallage richiama l’attenzione non tanto sulle foglie, quanto sul viale, che alla fine della vita rende al viandante la breve esistenza più ricca di brevi, ma intense esperienze.
Da quanto fin qui accennato sembra che Pardini veda la vita e il suo fluire con tristezza e pessimismo. La riflessione sull’Uomo, sul suo destino, sulla sua vita costellata, forse, più di dolori che di gioie, non è mai pessimismo. La riflessone diventa tale, quando il cuore dell’uomo, in preda alla disperazione, perde di vista la meta verso la quale è diretto. Il Poeta crede nella Natura, che gli offre aspetti e gioie impagabili, come canta nella lirica Era settembre:

       Era settembre quando dai balconi
       brillavano i gerani alla tua festa
       ed i roseti.

In questa brevissima pericope, che prelude ancora una volta una mesta e paradigmatica riflessione sull’autunno, si avverte l’esplosione della vita. I gerani, anche se perdono subito i fiori, sui balconi e sulle finestre, a prima vista danno il senso della giovinezza, del vigore, della bellezza. È quanto coglie il Poeta nel pacato riferimento che l’autunno porta via anche quei colori rigogliosi, peni di vita e sensualità. Frequenti in questa lirica sono i richiami alla lirica di Leopardi, A Silvia, anche se non mancano riverberi dell’altra, e non meno nota, Il passero solitario. Nella produzione lirica pardiniana, come in quella di tutti coloro, che si possono definire Poeti, la lectio degli auctores è sempre presente, attuale, vitale. E i richiami sono, necessariamente, a volte chiari, a volte velati, a volte sottesi.
Sulla brevità della vita, con accenti diversi, ma non meno realistici, si piega anche Balestriere con un’intensa lirica, il titolo della quale è tratto da Ovidio: Labuntur anni:

       Il nichelino che ancora ci resta
       da spendere è moneta ormai da niente
       che a valutare sonante t’ostini.
       Presto, roche lucerne, abdicheranno
       al soffio d’aia ch’ora ci appartiene,
       che svanirà d’incanto per comporsi
       in nuove incarnazioni e sentimenti.

Con l’efficace richiamo al nichelino, del quale oggi si è perduto del tutto il ricordo, il Poeta riflette, e invita a riflettere, sul poco tempo che all’uomo, giunto ormai a maturità, ancora rimane. Nell’icastica immagine della monetina, nel richiamo alla lucerna e alla breve durata della luce, che dirada le tenebre della notte, invita a mediare sull’imminente trapasso verso un mondo e una realtà diversa, nuova. L’esemplarità degli stilemi classici conferisce al componimento la gravitas necessaria per scuotere l’uomo dal torpore e incitarlo a spendere bene il poco di vita, che ancora rimane. Accanto a immagini tratte dal mondo classico non manca la presenza dell’insegnamento e del messaggio biblico.
Il breve e dotto libricino, Alma poesia, oltre a questi messaggi, appena sfiorati, contiene anche altri, e più numerosi, spunti di riflessione, che l’accorto e sagace lettore saprà cogliere, introiettare, realizzare. A questa fatica non si può non aggiungere l’augurio che Catullo rivolgeva al suo libellus: plus uno maneat perenne saeclo.

Orazio Antonio Bologna