mercoledì 20 novembre 2019

MARCO DEI FERRARI: COMMENTO A "IL SONNO DEL SENNO" DI EDDA CONTE


IL COMMENTO SI RIFERISCE AL RACCONTO DI EDDA CONTE (IL SONNO DEL SENNO) PUBBLICATO QUESTO MESE

LA "RICERCA" DI EDDA

Marco dei Ferrari,
collaboratore di Lèucade

Molti racconti fascinosi di Edda Conte si riflettono in caleidoscopiche saggezze sempre edificanti e consolatorie.
Anche il "Sonno del Senno" appartiene a questo excursus etico nella sua ricamata progressione narrativa in apparenza leggera e semplificata.
Ma nulla è semplice nella verticistica sensibilità artistica dell'Autrice dalla stessa apparizione del "Senno" alla sua metamorfosi onirica che gli permette di frequentare gli umani (anziani... dissennati...) fino alla compagnia di giovani che lo circuisce canzonandolo.
Sorge spontanea una domanda: esiste proprio un "Senno" figlio di un Dio positivo o si pone solo una presenza della "ragione" negli esseri umani figlia di un Dio asettico e lungi dall'intervenire nelle vicende terrestri?
Una "ragione" eticamente neutrale tra il bene e il male peraltro da ritenersi impotente a schierarsi ovvero a modificarne indirizzi ed orientamenti?
Per Edda la "ragione", ingannata dalla "Follia", tende ad esorcizzare la negatività invadente (su incarico del Dio buono) visitando gli esseri viventi nelle varietà formative e ci riesce (sia pure con difficoltà...) con l'aiuto della cugina Fantasia ritrovando se stessa nella rinascita natalizia conclusiva.
E qui possiamo leggere la risposta (artistica) della narratrice che si articola su tre capisaldi essenziali: Senno; Follia; Fantasia; confluenti nel memoriale di altri tempi e di altre festività tradizionali.
Le tre tematiche comunque non si esprimono isolatamente ma in questa narratio si intrecciano con delicatezza direi onirica in un altalenante confronto mitologico senza vincitori né vinti. Ma nel contesto attualizzato, a voler riflettere, il Senno appare decisamente minoritario a fronte di una Follia dilagante e devastante che solo la Fantasia della creatività riesce a contenere in qualche limite del possibile.
La risultanza si manifesta in una celebrazione immaginifica ancorata ad un provvidenziale rigurgito di saggezza.
L'apparizione dunque si riappropria di scenari realistici e logici che celano rimpianti per un momento perduto (la "letterina" a scuola, l'addobbo dell'abete... i genitori contenti... la Maestra del Buon Natale...) che solo le "ali" del Senno potrebbero rivitalizzare.
Ecco come la "ricerca" dell'Autrice fuoriesce dagli schemi di una ordinaria narrativa per alimentarsi di sensazioni, visioni, personaggi, ambienti, spiritualità che supportano l'intuizione lirica sino alla percezione assoluta di una compresenza "virtuale" in tempi reali già trascorsi.
È il natale di un'Artista che fantastica tra il passato nel futuro...

 Marco dei Ferrari

martedì 19 novembre 2019

MICHELE BRUCCHERI: "IL PERSONAGGIO"


ROMA, “EMOZIONI SENZA TEMPO” DI SILVANA LAZZARINO PRESENTATO A VILLA TORLONIA
nov192019
di MICHELE BRUCCHERI – IL PERSONAGGIO. Poetessa e giornalista romana, collaboratrice de La Voce del Nisseno (versione online), ha vinto vari premi. Ne tratteggiamo brevemente il profilo 
 L'autrice, il suo libro e due opere di Garth Speight

Nelle scorse settimane è stato presentato il nuovo libro della poetessa e giornalista romana Silvana Lazzarino. Un volume dedicato alla natura e intitolato poeticamente “Emozioni senza Tempo” (edizioni EPC 2019). 



L’evento, condotto da Cesare Nissirio (direttore del Museo Parigino di Roma e curatore della mostra con Maria Grazia Massafra – responsabile del Museo della Casina delle Civette), era inserito nell’ambito degli incontri collaterali alla mostra “Il Giardino delle Meraviglie. Dipinti e cornici dell’artista Garth Speight” (alla dipendenza, appunto, della Casina delle Civette).
Silvana Lazzarino ha risposto alle domande di Nissirio. Ha evidenziato alcuni luoghi in comune, simili, con la poetica dell’artista canadese Garth Speight, le cui opere “restituiscono le atmosfere dai colori ora accesi e vitali, ora opachi e malinconici del paesaggio attraverso una visione onirica in cui si susseguono le meraviglie di una natura pronta a sbocciare e rifiorire ad ogni primavera, abitata da uccelli, piante e fiori”, spiega a La Voce del Nisseno (versione online) la nostra stimata collaboratrice romana.
Nella raccolta poetica di Silvana Lazzarino (la prefazione è a cura di Sandro Angelucci, affermato poeta, saggista e critico letterario), è rivelato un dialogo interiore “a partire da quanto affiora e si manifesta negli orizzonti di una Natura in divenire dove tutto è sospeso tra materia e spirito, finito e infinito, e dove il particolare si mostra nell’universale, nella ciclicità di un tempo senza tempo. Tutto torna e non finisce”. invece una componente onirica in linea con uno stile che guarda al Liberty.
Nella poesia di Silvana Lazzarino l’equilibrio si evince nel richiamo alla copresenza in natura degli aspetti contrari come il giorno e la notte, la primavera e l’autunno, aspetti che si armonizzano nella stessa, a dimostrazione che la nascita e la morte sono in armonia per la continuità della vita entro quella ciclicità proiettata verso un tempo senza tempo: sospeso, eterno. Il libro di poesie “Emozioni senza Tempo” si è aggiudicato il terzo posto alla XIV edizione del Premio Letterario internazionale “Voci città di Roma” organizzato dall’Iplac e anche il terzo posto alla XIX Edizione del Concorso Internazionale Poetico Musicale organizzato dalla Delegazione Provinciale di Lecce del Cenacolo Accademico Europeo “Poeti nella Società”, in collaborazione con diversi soggetti culturali e istituzionali.
In questa occasione, vogliamo scrivere diffusamente sulla nostra collega Silvana Lazzarino. È nata a Roma sotto il segno zodiacale dell’Acquario. È giornalista pubblicista, esperta in recensioni di mostre d’arte e anche di libri; lavora come impiegata nella Pubblica Amministrazione. Ha pubblicato quattro libri di poesie ed ha collaborato per diverse testate nazionali. Attualmente prosegue le collaborazioni giornalistiche recensendo mostre d’arte ed eventi per testate on line. Ha scritto la prefazione al libro “Sexappeal” del fotografo delle “Dive” Bruno Oliviero, scomparso quest’anno. Ha pubblicato su cataloghi d’arte per alcune mostre.
Collabora con i suoi articoli anche per l’associazione “Il Valore del Femminile”, di cui è presidente Virginia Vandini (sociologa, supervisor trainer counselor ad approccio immaginale, e direttrice della Scuola di Counseling ad orientamento psico-corporeo), che insieme al suo staff organizza e svolge corsi, seminari volti a formare figure professionali nel settore del counseling e a dare guide e percorsi per migliorare la propria vita, guardando al benessere interiore.
In campo poetico ha partecipato a diversi concorsi nazionali e internazionali raggiungendo ottimi risultati con premi e riconoscimenti.

MICHELE BRUCCHERI




lunedì 18 novembre 2019

SANDRO ANGELUCCI LEGGE: "FIUMI DI COLORE..." GUIDO MIANO EDITORE

Sandro Angelucci,
collaboratore di Lèucade


IN QUESTA ETERNITÀ CHE MAI SI SVELA

Tu, almeno tu pittore
nel conquistato istante
dammi luce
tu, che conforto cerchi al par di me
alle sopraffazioni della sorte
che d’infelici assenze
spense il cuore.


È la penultima strofa della lirica Tu, pittore che apre la raccolta. E non poteva che iniziare così una pubblicazione come questa: poesia e pittura che cercano conforto - mi sia consentito dire - l’una nell’altra.
Basta soffermarsi sul corrispondente figurativo che segue e completa l’ispirazione poetica: Big bang è una tela che esprime il desiderio dell’uomo di trovare la scintilla primordiale per fare ordine - attraverso il caos dalla stessa generato - nei propri pensieri e nella propria vita.
Ecco, quindi, ciò che dalla poetessa Pinella Gambino viene richiesto e dal pittore Stefano Donati prontamente elargito: un’esplosione di luce originaria e originante l’universo del tempo e l’universo dell’arte che - in fin dei conti - rappresentano un unico spazio.
C’è un altro dipinto che, subito dopo, riprende il sovra esposto concetto: mi riferisco a Pesco in fiore dove l’astrattismo e la sovrabbondanza di colori, seppure dominati dal rosa, nulla pregiudica; intensifica, invece, tanto l’idea della fioritura quanto quella - più maestosa e imponente - dell’espansione dello spirito primordiale in forma e sostanza.
Così, la citazione dei versi, tratti da Quiete e voluti in calce, bene ne esprime il significato: “… Sereno è il suo pulsare e nel battito distanzia / il vuoto ripieno di materia / di quel niente che l’universo insegue…”.
Una lirica, Quiete, che tanto ed immediatamente rimanda al Vuoto Santo di turoldiana memoria: padre David Maria Turoldo molto si era soffermato sulla convinzione che il Nulla non esiste in quanto tale ma è rivelazione del divino, del suo alito, della sua successiva e precedente presenza. Certo, successiva e precedente perché esistente a prescindere dalla materia che ne colmerà o ne ha già colmato lo spazio; “… ma spazi nuovi attendono / parabole di rondini e crepitii di vento”, recita la chiusa; e saranno quei voli, quelle folate a riempirli finché le rondini e il vento non avranno terminato, come tutto il vivente, il loro ciclo vitale. Anche allora, tuttavia, il vuoto resterà e sarà nuovamente pronto ad accogliere nel suo grembo nuovi germogli.
È questa l’eternità, se fosse altro sarebbe solo illusoria aspettativa e dogmatica o scientifica - non v’è differenza - costruzione mentale.
L’incipit della poesia seguente, Ci saranno ancora, ribadisce, senza mezzi termini, la volontà dello spirito di crescere, di spingersi verso qualcosa che, troppo grande per noi, non possiamo concepire: “Ci saranno ancora / albe da ritagliare / e silenzi in cui perdersi / mentre il tutto nell’eccesso si spande / e l’ansia confisca l’anima?”.
Versi straordinariamente coinvolgenti, tanto quanto l’espandersi dei colori sulla tela del quadro di Donati, Bagliori cosmici. In fondo è proprio così: è l’ansia che non permette all’anima di espandersi; se vivessimo senza paura ci espanderemmo all’infinito; non è forse questo che siamo? Bagliori cosmici, appunto.
Una poetica - quella che lega i due artisti - fatta di parole e colori che cercano all’unisono di deflagrare spandendo le schegge in spazi indeterminati. Un big bang che vuole fecondare (in molte delle tele qui riprodotte sembra di scorgere degli spermatozoi luminescenti; così come in molti testi si ripropone la speranza di una nuova fioritura: “… in questo tempo bruciato nell’attesa / della nuova stagione / ci saremo ancora…” (Ci saranno ancora).
Saremo ancora “immortali e fragili”, fino alla prossima Implosione, “in questa eternità / che mai si svela” (L’attesa di un re).

Sandro Angelucci

Pinella Gambino, Stefano Donati. FIUMI DI COLORE, Guido Miano Editore. Milano. 2019. mianoposta@gmail.com

FRANCO CAMPEGIANI LEGGE: "OGGI E' PRIMAVERA..." DI MARCO SOLARO




Rassegna I.P.LA.C., un altro fiore all'occhiello
"OGGI E' PRIMAVERA E IO NON POSSO VEDERLA", di Marco Solaro (Graus Editore, 2019)
(Grottaferrata, Istituto Neurotraumatologico Italiano, 16/11/2019)

Franco Campegiani,
collaboratore di Lèucade

"Senza conoscere il male e il dolore sarebbe stato impossibile conoscere l'altra faccia della medaglia, la bellezza del mondo". Così scrive Marco Solaro sul finire di questa lunga parabola "Oggi è primavera e io non posso vederla" (Graus Edizioni, 2019), dove si apprende che ogni opposto chiama in causa il suo opposto e tutto occorre all'armonia. Il bene ed il male, la luce e le tenebre, il conscio e l'inconscio, la realtà e il sogno: aspetti fra di loro oppositivi e complementari. Si potrebbe continuare all'infinito, anche per gioco, parlando ad esempio del maschile e del femminile, o della primavera e dell'inverno, per restare nella metafora stagionale suggerita dal titolo, ma è superfluo farlo. Mentre leggevo il libro, mi è venuto alla mente il noto grafico della Gestalt psicolgy dove campeggia, al centro, la figura di una coppa o di un vaso, mentre lateralmente, a destra e a sinistra, compare il profilo di due volti umani affrontati. Il disegno è a bianco e nero, e, a seconda che il nostro sguardo sia catturato dall'uno o dall'altro colore, noi annulliamo l'una o l'altra delle due figure, che pure sono compresenti nel quadro.
La domanda è: esistono due verità? La logica aristotelica, lo sappiamo, esclude tale possibilità, perché "o è questo o è quello". Per i sofisti, al contrario, la verità unica non esiste e tutto è doxa, opinione. C'è tuttavia una terza possibilità, quella socratica del conosci te stesso, ovvero la tua identità profonda, la tua essenza, secondo cui la verità è universale e individuale nello stesso tempo. E' unica, ma ha mille volti diversi. Ed è esattamente ciò che vediamo nel grafico in questione. Unità del Molteplice, Molteplicità dell'Uno: è quanto si ricava dalla lettura attenta di questo libro di Solaro. "Je est un autre", scriveva Rimbaud in una lettera a Paul Demèny: “Io è un altro". Non "Io sono un altro", ma "Io è un altro". Identità come alterità, il come Altro da Sé, e viceversa. Lo dice anche Jung, laddove parla del , così come lo dicono i mistici orientali. E perfino Socrate lo dice, per il quale l'interrogazione del proprio daimon ("conosci te stesso") non è che un metodo per raggiungere la concordanza universale.
Questo preambolo filosofico non spaventi. Il libro di Solaro, pur leggero e leggibile come una fiaba, in realtà gronda di pensiero filosofico. Vediamo perché. Tuffatosi nel proprio abisso interiore, il protagonista di questa parabola rischia di chiudersi e seppellirsi in se stesso, ma ritrova alla fine se stesso, la propria vera identità, scoprendo che il proprio volto segreto coincide con il volto e con l'identità dell'universo intero. E' un processo di rinascita, il suo, una catarsi che lo  traghetta, da uno stato iniziale di isolamento verso un'accettazione combattiva della realtà. Un percorso che lo conduce a prendere in mano la propria esistenza, e dunque a vivere, laddove prima preferiva lasciarsi vivere, trascinandosi in una sofferenza senza sbocco nel lungo e monotono andare dei giorni.
Le quinte si aprono con un non vedente seduto sul gradino di un marciapiede, un cappello poggiato sui sampietrini per l'elemosina e un cartello con su scritto: "Sono cieco, aiutatemi per favore". Il caso vuole che passi di lì un pubblicitario, il quale, versando una moneta, s'accorge che nel cappello ci sono pochi spiccioli. Allora gira il cartello e scrive un'altra frase: "Oggi è primavera e io non posso vederla". Non rivela il trucco all'interessato, ma a fine giornata costui si accorge di avere raccolto un bottino superiore ad ogni aspettativa. E' così che inizia il racconto, tratto da un episodio di cronaca realmente accaduto anni orsono, del quale molti hanno sicuramente memoria. Ed è intorno a questo fatto che l'autore costruisce, con una trama scarna e con pochissimi personaggi, uno straordinario ordito di riflessioni sul tema del linguaggio e della verità.
Il pubblicitario, nel sostituire la frase, non si pone problemi di autenticità. Se interpellato, infatti, il non vedente non approverebbe quella frase, perché lui, pur non vedendo la primavera con la vista fisica, è ugualmente in grado di riconoscerla e di poterla godere in molte sfumature. C'è indubbiamente un problema linguistico, di correttezza formale, considerata la polivalenza e l'ambiguità di molti termini, come appunto il vedere. Ma dietro questo problema se ne cela uno più serio, di natura morale. Le parole sono importanti, vuole dirci l'autore, e possono avere conseguenze imprevedibili. Se ingannevoli, possono gratificare moltissimo, anche oltre il dovuto, come nel caso del bottino esagerato del non vedente, ma c'è il rovescio della medaglia, e cioè l'aggressione ed il furto che egli deve subire per causa di quel guadagno insperato. L'inganno, pur sembrando innocuo e benevolo, mostra di essere un boomerang che si ritorce contro il suo autore.
Dall'inizio alla fine del racconto, il tema della verità è e resta fondamentale. Ma non si pensi ad una ricerca prettamente filosofica, astrattamente affidata alla dea ragione. Decisivo e imprescindibile, nella macerazione interiore del non vedente, è l'intervento dell'inconscio che turba e che scuote, rivelandosi nel sonno al momento opportuno. A lettura avanzata, scopriamo infatti che la prima parte del libro non è altro che un sogno, un lunghissimo e lucidissimo sogno del protagonista, destinato a cambiarne profondamente la vita. Egli si rende conto, a partire dal sogno, che l'handicap visivo di cui da molto soffriva era diventato nient'altro che un alibi dietro cui nascondersi. "Aveva approfittato della sua cecità per rendersi invisibile alla vista degli altri", scrive l'autore. E "in qualche modo aveva sfruttato il suo handicap. Si era nascosto dietro il buio dei suoi occhi".
Ed ecco che, preparato dal sogno, finisce per sentire il bisogno di uscire dal guscio, fuori dal proprio steccato. Il suo mondo interiore rifiuta l'ergastolo, non vuole star chiuso nei recinti dell'io. Vuole fluire nel mondo, dove è chiamato a compiere la propria esperienza esistenziale. E comprende che accettare il mondo non significa altro che farsene accettare. A quel punto la sua vita migliora, diviene più ricca e gratificante, più fluida ed armoniosa. E gli torna alla mente Borges, che aveva letto da giovane, prima di diventare cieco. Borges, che nel naufragio ritrova se stesso. Borges, figura fondamentale della letteratura del nostro tempo, afflitto anche lui da cecità progressiva, con la sua visione antischematica del mondo, ancorata al mistero, consapevole dell'impossibilità di afferrare certezze definitive. Una visione smarrita del mondo, dove tutto è sfuggente ed ambiguo, mobile ed inquieto, ma dove la distruzione dell'ego, delle corazze dell'ego, coincide paradossalmente con il fiducioso abbandono dell'uomo al mistero universale.
Fluire nel tutto: questo vuol dire cercare la propria identità. Vuol dire accorgersi che il proprio volto nascosto non fa che rispecchiarsi nel volto altrui. Gli altri sono in noi e noi negli altri. Sta qui la fratellanza, da intendersi innanzitutto come fratellanza dell'uomo, di ogni uomo, con se stesso. In quale altro modo potrebbero affratellarsi il Bene ed il Male? Gli uomini, aveva pensato da giovane il non vedente, "avevano deciso di mettere tutto il male dell'Universo dentro il Diavolo e tutto il Bene dell'Universo dentro Dio". Poi da adulto pensò che "senza conoscere il male e il dolore sarebbe stato impossibile conoscere l'altra faccia della medaglia, la bellezza del mondo". C'è tuttavia una domanda che sembra insormontabile: se è vero che ogni cosa è nell'altra, allora una persona buona può essere anche cattiva? E' una domanda che i protagonisti si pongono a più riprese, ma il fatto è che Caino e Abele, simbolicamente, sono una sola persona.
Non si deve separare ciò che è unito e unito deve restare. Il vero Male non è il Male, ma la separazione del Bene dal Male, è dividere il mondo in buoni e cattivi. Un conto è il Male sterile e fine a se stesso, un altro il Male dalle cui zolle germoglia il Bene in continuazione. Si potrebbero portare centinaia di esempi a sostegno, oltre quelli citati dall'autore. Valga un esempio per tutti: la Salvezza che viene dal martirio della Croce. Dio, di certo, non possiamo conoscerlo. Possiamo però tentare di metterlo in pratica, senza troppo teorizzarlo e nominarlo invano. "Papà, papà, perché mi hai abbandonato?", ricorda il salumiere nelle fasi finali del libro, quando decide di aiutare il povero cieco. "Perché quel Padre invisibile e silenzioso non si faceva mai vedere e sentire...?". E conclude: "Se non c'era un Padre immaginario disposto ad accogliere l'invocazione di un figlio, ci sarebbe almeno stato un fratello in carne ed ossa, in grado di aiutarlo".

Franco Campegiani





R. FULVIA FAZIO: "INEDITI"

Rita Fulvia Fazio,
collaboratrice di Lèucade


Senza sfogo, esausta

Non sopporto la falsità, l'ambiguità, / l'omissione, la stizza, /
l'invidia, il rancore, /
il cinico, il voltagabbana, /
il defilato, il pragmatico /
e sono stanca, stanca /
del coltello a doppio taglio /
con fodera di contumacia. /
Non c'è eleganza, raffinatezza, / 
finezza, accoratezza /   
o gioia / 
nella cultura fallace /
che trasborda / 
da quest'arca civica /
che ha falla /
d'arma letale.


Domenica di luce

Complimenti signorina! /
A lei che gettò con gesto /
deciso e liberatorio, /
il Martini bianco /
del malcapitato e fastidioso /
moscerino /
caduto in quel bicchiere. / 
E un altro ne versò, /
puro e non vischioso. / 
Colsi l'attimo, /
vidi la svolta, servita l'ebbi / 
nella rapida catarsi./
Assaporai il Martini /
e la varietà di idee, /
nella fresca mattinata di sole /
che certo non tollerava / 
malinconie e diatribe. /
Poi, fulminea mentre /
dividevo la piacevolezza / 
della lettura poetica / 
con la serena, cara amica, / 
un po' mamma, un po' compagna, / soavemente, /
poco più innanzi, /
sulla panchina fronte mare, / 
azzurro e vivace, /
baciata /
dal vento alle mie spalle, /
arieggiai l'aridità disadorna /
dei sentimenti altrui; /
raccolsi il filo di Arianna /
e di "quelle poesie" / 
voltai pagina.

Rita Fulvia Fazio 

domenica 17 novembre 2019

FRANCESCO CASUSCELLI LEGGE: "E ADESSO PARLO!" DI M. TERESA LIUZZO

Francesco Casuscelli,
collaboratore di Lèucade


Maria Teresa Liuzzo approda al romanzo dopo aver scritto numerose poesie raccolte in diverse pubblicazioni pluripremiate sia in Italia che all’estero. Una poetessa affermata che in una fase particolare della sua vita sente il bisogno di espandere la sua espressività iniziando questo percorso in prosa che mantiene una forte componente poetica come controcanto alla storia. Il romanzo s’intitola …E adesso parlo!, 
edito per i tipi di A.G.A.R editrice  Reggio Calabria. Un titolo evocativo di una reazione ad una condizione non più sopportabile. Infatti, la storia autobiografica si sviluppa su due direzioni, da un lato la narrazione dura, amara del male subito nella sua vita, dall’altra invece una storia parallela frutto della sua mente con una figura chiave che sostiene il personaggio principale del libro. Ed è proprio questa a mio avviso una delle forze del libro l’intreccio narrativo tra la realtà di una vita difficile in cui la cattiveria umana assume forme inaspettate e l’immaginazione declamata con un lirismo passionale pregno di colorazioni emozionali. Scrive nella prefazione Mauro Decastelli “ non è possibile raggiungere Dio, né farne conoscenza, senza l’esperienza del fuoco dell’amore che immola la nostra esistenza egoistica trasformandoci in cenere, dalla quale l’anima immortale risorge con una nuova vita.” E’ sorprendente che una bambina così bistrattata e maltrattata abbia potuto maturare risorgendo dalle ceneri della sua vita e mettere a frutto un talento speciale. Il personaggio di Mary ha dell’incredibile, si fatica a capire come sia potuto succedere che dei genitori e dei familiari abbiano esercitato forme di torture e sfruttamento senza che altri siano riusciti a impedire questa spirale del male. In questa famiglia non si salva nessuno, il padre, la madre, i nonni paterni, le sorelle e i fratelli ma anche la figlia ben presto assumono atteggiamenti da tiranni e carnefici pretendendo servigi speciali, solo per il gusto di tiranneggiare e sfruttare la predisposizione al bene di Mary. Solo la nonna materna la protegge e l’aiuta ma ben presto esce di scena e quindi la bambina è costretta a subire e trovare in sé la forza di fronteggiare il male. La povera Mary sempre aperta e disponibile ha visto mal riposta la fiducia e anche quando pensava che le persone fossero cambiate ecco che si verificano altri casi di sopraffazione e di macchinazioni per approfittarsi delle sue capacità e disponibilità economiche. Ecco perché Mary dopo essere stata indotta e aver poi tentato il suicidio costruisce una vita parallela con la fede in Dio e con Raf il suo Daimon che la sostiene e la consola curando tutte le ferite. Socrate ci insegna nel suo discorso a chi lo stava condannando a morte “Evitare la morte non è difficile, molto più difficile è evitare il male: il male infatti può ghermire ben più rapidamente e più velocemente che non la morte.” Ed è quello che accede a Mary, il male la colpisce più volte ed ogni volta con maggiore ferocia fino a svuotarla dell’energia vitale. Una sorta di sfida tra Eros e Thanatos che ogni giorno si fronteggiano in una battaglia continua che è la vita. Da questa vita di dolore la protagonista combatte contro il male non riuscendo a fronteggiarlo fisicamente allora lo sfugge in modo platonico ossia con la scrittura sua fedele compagna che oltre a funzionare come strumento di sfogo emozionale costituisce la forma di dialogo con il mondo. Scrive infatti “ Le pagine dove annotava i suoi versi erano la sua carne, l’inchiostro il proprio sangue.” La resilienza di Mary è encomiabile perché con la sua fede e con il sostegno platonico di Raf riesce a elaborare il male e generare bellezza con la poesia e con il perdono. Ed è in questo il valore supremo del romanzo la testimonianza della bontà d’animo la purezza che deriva dal bene, sempre disponibile e presente ad aiutare e sempre pronta suo malgrado, a subire con abnegazione per poi essere capace di regalare il perdono a tutti.
Una menzione particolare va anche al suo labrador che in un momento difficile è stato l’unico essere vivente ad essere rimasto accanto a lei ad aver condiviso le sofferenze con lei, per questo quando l’animale muore il suo cuore già provato una recisione ancora più profonda. 
Il daimon di Maria Teresa Liuzzo in questo romanzo attraversa lo spazio intermedio tra una discesa agli inferi e un salto in paradiso, il giardino dove al poeta è concessa la vita, genitrice di ogni musa. Figlio del dolore e dell’amore, il suo canto si innalza sulle vette più alte del firmamento con parole che sgorgano dalla loro unica e sublime esperienza. Un viaggio carsico nei percorsi interiori, che penetrano nelle pieghe più segrete dell’animo umano.
 Il bene che trionfa nella catarsi che questo romanzo esercita e la condizione del perdono, difatti essere stati perdonati non vuol dire bonificare la loro condotta ma la condizione per raccontare la sua storia rivelando la ferocia dei suoi carnefici. Un esercizio narrativo come denuncia di riscatto con valore terapeutico per superare le figure d’ombra che ancora l’avvolgono.
Nelle pagine dense di efficacia narrativa, si dipana il filo della matassa espressiva, dove il dramma è consumato nella costrizione al dovere di figlia e di sorella e lo spazio chiuso in cui viene imprigionata è quello dell’io sottomesso che non può portarsi al di fuori della sua missione, del suo fato.
L’autrice accompagna magistralmente i suoi lettori lungo il viaggio omerico che la donna bambina intraprende nel mare dell’anima; la sua penna incide sul foglio con il sangue, ma con uno stile squisitamente poetico dosandolo con un linguaggio fluido che sostiene la narrazione. La sua scrittura cavalca le onde del dolore supera la tragedia di una esistenza perseguitata e trasuda di vita e di poesia.
 Quest’opera è proprio la dimostrazione di come si possa divenire strumento della volontà divina, di come in fondo al tunnel si possa riuscire, sostenuti dalla fede, a intravedere la luce e a fare della propria vita una rosa di infinite possibilità.

Francesco Casuscelli

Maria Teresa Liuzzo è nata a saline di Montebello e risiede a Reggio Calabria. Ha pubblicato numerose raccolte di poesie e collabora con importanti riviste letterarie, con poesie, racconti, saggi teatrali e testi critici. Della sua poetica si sono occupati Antonio Piromalli e Vincenzo Guarracino. Nel 2000 ha fondato con Paolo Borruto, il bimestrale per il mondo dell’Arte e della Cultura “Le Muse”, della quale è anche direttrice.




SANDRO ANGELUCCI LEGGE: "OMBRALUCE" DI EGIZIA MALATESTA




LO SPLEEN CHE AIUTA A CREDERE

Sandro Angelucci,
collaboratore di Lèucade


       Ombraluce: così, Egizia Malatesta, titola la sua nuova raccolta poetica. Ed è proprio da qui, dall’intestazione, che voglio iniziare.
       Nella seconda strofa della lirica eponima si legge: “Funambola dei sogni / nascondo il buio / nel pugno di una mano, / l’altra dischiusa . . . docile / alle lusinghe della luce. . .”.
       Pochi versi, ma sufficienti – a mio modo di vedere – a farsi un’idea sul vertere dei contenuti che animano il florilegio di una poetessa che vive il suo tempo in una terra di demarcazione tra la Toscana e la Liguria.
       Un’indicazione geografica da non sottovalutare in merito a quanto mi appresto a dire.
       Già, perché – lo abbiamo appena rilevato dalla citazione – la Nostra si percepisce una “funambola dei sogni”; un’acrobata, dunque, che cammina sulla sottilissima fune della vita così come agevolmente si muove al confine tra la Lunigiana spezzina (dove è nata) e l’ultimo tratto di costa a ridosso della Versilia (dove risiede).
       Il tutto, senza perdere l’equilibrio, cercando di non sbilanciarsi né da una parte né dall’altra, né verso l’ombra – appunto – né verso la luce; celando il buio e tenendolo stretto nel pugno e palesando la luce sul palmo di ciascuna delle proprie mani.
       L’iconografia di copertina (una bella ed artistica immagine in bianco e nero) esprime il sopra citato concetto anche sul piano figurativo: due mani aperte - sul palmo dell’una l’ombra, su quello dell’altra la luce - in una posa anch’essa, in certo qual modo, contrapposta sia fisicamente parlando sia sul piano della lettura interpretativa del gesto.
       Sono in procinto di catturarla oppure l’hanno appena liberata la farfalla - io direi la falena - che vola poco più in alto? Un interrogativo al quale non è facile rispondere e neppure è giusto farlo.
       Deve restare in sospeso la domanda, come l’attimo che l’illustrazione riproduce. È tutta lì, in questa eternità, la vita. È nel non sapere se sta dirigendosi verso la luce oppure per essere chiuso nel cavo delle mani il volo del lepidottero.
       In un caso o nell’altro, ciò che conta è che le braccia si alzino, che lo seguano quel viaggio che, in un battito d’ali appunto, passa dal buio al chiarore e viceversa un’infinità di volte.
       L’esistenza è gaudio ed amarezza, afflizione e consolazione: ne abbiamo ogni giorno riprova, ma se non si accetta totalmente va a finire che il dolore ti schiaccia e la gioia non ha la forza necessaria a scendere nell’intimo dell’anima.
       È sotto gli occhi di tutti: il mondo è diviso in modo disuguale tra ricchi e poveri (con larga maggioranza dei secondi) ma, ancor di più, e ancora più veneficamente, dalla sperequazione tra felicità ed infelicità (anche in questo caso, con l’ago della bilancia che pende in favore di quest’ultima). Quello che, però, davvero sconcerta è che i cosiddetti felici, in realtà, non lo sono.
       Come mai? Qualcosa non torna. E qui si denuncia – con le povere armi della parola – questo stato di cose.
       Così, in Olga dorme (mi sia consentito reputarla la migliore del testo), l’autrice vede Olga Kogut (trentunenne ucraina) morire di stenti e di indifferenza, in un bosco alla periferia di Carrara, con un bimbo in seno di sette mesi. (legge Egizia l’intera poesia):


OLGA DORME

             Piove la luce dai rami
sul fragile nido di coperte e cartone,
non basta l’azzurro del telo:
porta il freddo da fuori
quell’inganno di cielo.
Intorno soltanto silenzio
e l’ostinata compassione dell’erba
che avvolge il riparo
consegnato ogni giorno
alla periferia degli sguardi ed al vento.

Olga dorme.
Il figlio nel grembo riposa,
è un boccio di rosa
ma ha il silenzio negli occhi
e il respiro è una nube leggera,
un velo da sposa…nel gelo.

Olga dorme,
l’Ucraina è lontana,
lontane le voci, trasparente il dolore:
e il respiro si perde,
nel buio…finisce l’attesa.
China il capo la rosa,
nel grembo appassisce,
non nato lo stelo.

Per i mercanti di sconfitte
e i venditori di rose senza odore,
sarà festa domani.
Porteranno all’occhiello quel fiore
ostentando un dolore
di poche recitate parole
racchiuse nel titolo
con foto in quarta pagina
di storia senza nome e senza memoria,
né colore…né patria…né terra…
né giustizia…né croce: senza più voce.

Soltanto l’ostinato lavoro dell’erba
Continua ad avvolgere il nido
abitato dal vento.
Olga dorme: intorno
soltanto silenzio.

       Giunti a questo punto - se mi è consentito - vorrei momentaneamente abbandonare l’esposizione ponendo all’Autrice la seguente domanda: “In che modo, secondo te, Egizia, il male di vivere aiuta a credere? Precisandoti che non mi riferisco soltanto a chi, come Olga, sperimenta sulla propria pelle il dolore del mondo ma anche a coloro che lo assorbono, come a te è capitato scrivendo la poesia che abbiamo appena ascoltato.”.
       Desidero, nondimeno, insistere sull’aspetto malinconico di questa scrittura: non è uno spleen fine a se stesso ma del tutto soggettivo e circostanziato quello della Malatesta.
       C’è una lirica – di nuovo – che può rivelarlo forse meglio di altre: mi riferisco a Un albeggiare lontano, dove la mestizia, oltre a non degenerare in amarezza e sconforto, neppure sconfina in quell’infelicità, artefatta e retorica quanto il benessere, di cui ho già precedentemente parlato.
       “Chiudo gli occhi / e ritorna / la mia età migliore / nascosta dentro / un’altra età / . . . . / Eppure mi sorride / un albeggiare lontano / di fiume che scorre / verso il mare / laddove il futuro / ritorna / verso il suo passato / in un eterno andare.”.
       Ecco, è in questo sovvertimento che mi piace scovare la cifra più alta della poetica che propone Ombraluce.
       L’immagine del fiume che risolve la sua corsa sfociando nel mare è chiara allegoria della vita: il ciclo dell’acqua non ha termine – di più – non si sa dove nasca né dove muoia l’acqua; evapora dal mare per alimentare la sorgente e, dalla stessa, sgorga per cercare il pelago salato.
       In modo analogo, Egizia, si rimette all’esistenza con fiducia, con la fede autentica di chi crede nella natura spirituale della realtà.

Sandro Angelucci