venerdì 21 luglio 2017

DANIELA CECCHINI: "MADRE"


Madre
Ai bambini ingiustamente trascurati

Nulla più della tua tenerezza
guida rassicura conforta
se ho paura di cadere
nei sinuosi meandri della solitudine.
Viaggio di vita sempre interrotto
disagio dell’abbandono
peso dei troppi veti
piega le spalle mie.
Ricerca estenuante
di calore negato
estrema forza per ripartire.


Da Sinestesie dell’io, 2016

LINO D'AMICO: "LA SOGLIA DEL MIO IERI"


Lino D'Amico







La soglia del mio ieri


Smarriti pensieri nel vuoto di un nulla,
rimbalzano nel rincorrersi delle stagioni,
interrogano oracoli zitti,
inerti apparenze sulla soglia del mio ieri,
dissodato dal vomere del tempo
che inesorabile si sfalda,
svanisce tra utopia e realtà
in un vago altrove di silenzi,
 ostaggio di un destino di incognita regìa.



CLAUDIO VICARIO: "POESIE"

Parmi udire talvolta la tua voce






Parmi udire talvolta la tua voce,
che viene da lontano a risvegliarmi
tra queste mura, in questa mia prigione
tetra e ricolma della mia tristezza,
mentre la notte giunge a me il pianto
di te che più non sei.

Se per me gioia alcuna non consola,
né il silenzio mutevole, né luce
fa per il grande ciel limite al buio,
né voce nel silenzio, assurdo inganno,
che fa argine al fiume in sulla foce,
può frenare il dolore.

Parmi udir la tua pena farsi voce,
avara, priva di dolcezze ignote,
di sospirati inganni, e farsi carne,
gelida gioia mentre il sol tramonta
dietro l'ultimo colle e pur riscalda
queste mie fredde mani.

Se per me resta vivo un tuo sorriso
sciolto tra i tuoi capelli, morte foglie
cadono dai rami in questo autunno
mentre il cielo si veste di mestizia
senza un lamento, e fissa lo squallore
che lotta col suo tempo.




Mi sono perso
Mi sono perso
in questa apparente quiete,
solo,
mi sono perso
tra i ricordi consunti dall'attesa,
né allevia la sofferenza
l'immagine dei cupi silenzi
delle memorie
che aiutano ad invecchiare,
di quelle verità nascoste
nel mare delle ferite antiche
che non si leniscono,
sei lontana,
il mio sogno infinito
ora che solo il vento
mi parla di te,
sei la rugiada
che mi accompagna col suo pianto,
che mi regala amore
senza ricompensa,
sei un fiore leggero
come una nuvola all'alba
col suo canto che incanta,
come l'ombra che si allunga
al calare del sole
compagna del mio lungo cammino,
ma un giorno forse
mi specchierò ancora
in un tuo sorriso.


La vita


La vita
è come una poesia,
un fragile verso
che ci viene donato,
pieno di sogni
e di promesse,
che si frantumano
in questo mare impetuoso
che tutto travolge
e distrugge.
Ci vuole più luce
per illuminare la strada
sulla quale camminiamo,
più luce per i nostri occhi,
più luce dentro di noi
per sentirci vivi.
Ci sono infinite strade
che si possono percorrere
senza voltarsi indietro
nei giorni di noia,
nei giorni in cui il tempo
sembra essersi fermato
in compagnia
dell’ultima illusione.
Da dietro i vetri di una finestra,
indugio a guardare
la fredda stagione

che scorre lenta
e un pettirosso
che si posa sul ramo
di un albero spoglio
e grida al vento
la sua libertà.

LUIGI GASPARRONI: "CORRE IL VENTO"

Un tripudio di immagini, colori, sensazioni, melanconie; un mix di patemi d’animo che cercano equivalenze stagionali o naturali per dare consistenza al loro esistere. Ed è così che Gasparroni, con versi di dolce ed euritmica sonorità, riesce a narrare il suo inquieto ed ontologico percorso esistenziale. Lo fa affidandosi a tutto ciò che tende a sollecitare il memoriale, e dando forza ad una parola che va oltre il senso del suo etimo con cavalcate di sinestetica intrusione.


Nazario Pardini


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POESIE TRATTE DA:
CORRE IL VENTO















giovedì 20 luglio 2017

N. PARDINI LEGGE: " SINESTESIE DELL'IO" DI DANIELA CECCHINI



Daniela Cecchini: Sinestesie dell’io. La Caravella Editrice. Segrate (MI). 2016. Pagg. 86. € 10,00

Anima, spirito, corpo.
L’anima, prigioniera del suo involucro
si affanna, poi soffoca.
Ma mette le ali
quando si nutre
di vita interiore.
Spazio che non è lusso
ma scrigno di respiri di libertà.

Prigione, anima, spazio, volo verso l’alto, oltre i limiti che la vita ci impone; oltre le ristrettezze del vivere. Illusioni, delusioni, sottrazioni, oniriche alcove, ritmi incolori dell’esistenza, vereconda ricerca di precaria felicità. Iniziare da questi versi significa  andare da subito a fondo nel cuore della silloge; nel messaggio focale di uno spirito che è in cerca di un’isola di difficile approdo, dove le dimensioni umane si sfumano in lampi d’infinito; in viaggi improbabili; in disattese aspettative. Tutto sembra farsi illusione, sorrisi di pianto, inesauribile memoria, dove persino l’amore si fa gioco di ossimorici abbrivi: “… In fretta volto pagina,/ decido di non pensarti,/ ma le braccia mie/ vorrebbero accoglierti”. Un simbiotica fusione di luce e ombra che tanto sa di vita.
Sinestesia dell’io: tentativo di offrire all’anima, al respiro, alle palpitazioni, ad ogni vertigine sensoriale ed emotiva, i colori più vari dell’ontologica vicenda umana. Un io che si frantuma in mille sfumature per darsi ad una società non sempre egalitaria, non sempre disposta o disponibile a comprendere le esigenze di una realtà il più delle volte offesa dall’egoismo o  dall’indifferenza. Insomma un viaggio fra gente e  vicende di una poetica che attrae e convince per linearità strutturale, per tenuta metrica, per figure significanti ma soprattutto per una paradigmatica inclusione di significanza che gioca con effetti conturbanti sul nostro magma di viventi. Sì, un viaggio, un nostos, un nostoi; una navigazione su un mare zeppo di tranelli e di scogli appuntiti e aguzzi, su cui è facile perdere la rotta, perdere la visione di un faro che ci illumini; dacché il viaggio che noi ci riproponiamo in seno alle aporie di una convivenza difficile, è anche lo stesso che indirizziamo verso la luce del nostro esistere; della nostra coscienza; del nostro epigrammatico esilio in un mistero che ci avviluppa. Questo è il viaggio della Cecchini; la sua ardita immersione nei pelaghi dell’io. Dare soluzioni giuste e socialmente edificanti non è di certo difficile; lo è invece affrontare le questioni di una esistenza che ci vede qui invece che là; che ci vede in un mondo di estrema precarietà nei confronti di un tutto verso cui allunghiamo lo sguardo troppo effimero per le  miopie terrene: i perché irrisolti e irrisolvibili: chi siamo? Cosa vogliamo? Quale il ruolo della nostra vicenda esistenziale? Quale la fine del nostro patrimonio memoriale? E il nostro rapporto col tempo? Con quella clessidra che fa scivolare i suoi granelli senza tenere di conto del nostro esser-ci? Tanti gli interrogativi che ci poniamo durante il viaggio e a cui difficile è dare una risposta, soprattutto quando ci misuriamo con l’infinito, noi piccoli esseri mortali. Questi gli scogli aguzzi della navigazione. Questo il nostro andare per un mare a volte in bonaccia, altre tormentato da venti che squassano le vele. Sì, possiamo continuare con ciò che rimane dopo avere sbattuto; magari con una tavola superstite, non del tutto danneggiata, nella speranza di incontrare quella luce che ci illumini durante il cammino.  La Cecchini è fragile come ogni umano, è debole di fronte a una clessidra, di fronte al gioco dell’eterno su di lei cosciente della sua precarietà. Non c’è via di fuga:

casa senza finestre:
simulacro delle mie delusioni.
Nell’accecante buio brancolo,
via di fuga invano cerco.
Un dedalo di implosioni
dilanianti,
ma necessarie
per sperare nella luce.

Ma sa trovare i suoi convincimenti di fronte alle ingiustizie macroscopiche che si vede davanti. Lì c’è certezza; lì è necessario dare fuoco alle polveri; innervare la poesia di substantia; e tutto scorre ex abundantia cordis, da un’anima ricca di un patrimonio etico-civile che cerca una verbalità adeguata a dare corpo a tanto sentire: le parole si accavallano, si danno forza l’una l’altra, si impennano, si assiepano ora in iuncturae brevi e secche, ora in ampie cavalcate narrative per dire di Bambini tra macerie, di Diritto negato, di Innocenza venduta, di una Umanità ostaggio di male, di un Naufragio, di Un grido contro l’infibulazione, o di un Viaggio di sola  andata. Qui il grido a volte acuto a volte contenuto della scrittrice risuona sulle coste; sulla bocca del porto che ha imboccato; risuona, fa eco, entra, sperando di fare breccia, di svegliare le anime pigre, le anime mute; il tonante silenzio ereditato “da chi nasce madre,/ come me…”:

Tonante silenzio di anime mute
sempre più forte avverto.
Lo stesso ereditato
da chi nasce madre,
come me.
Solo sfingei,
impenetrabili silenzi
di rassegnata rinuncia.
Celati intenti,
intima mia coscienza
di ricerca negata.
Coraggio che non ci appartiene,
per uccisa dignità. (Silenzio A tutte le donne private della libertà d’opinione)

Questa la poesia di Daniela: è zeppa di vita, di meditazioni, di tracce, di solitudini e incontri. Un insieme di sinestetiche inclusioni riflessive, dove il verbo, con tutta la sua estensione significante, dà sfogo alla schiettezza di un sentire forte e vitale. Scrive Pascal: “Cos'è un uomo nella Natura? Un nulla davanti all'infinito, un tutto davanti al nulla, qualcosa di mezzo tra il nulla e il tutto.”. Sono affermazioni che danno un quadro esatto della stesura poematica della Nostra. Della sua ricerca interiore, di quello che prova di fronte alla complessità del suo essere. D'altronde la vita è questa e sono pochi i margini che lascia per uscirne indenni. Gli input emotivi restano, si  gonfiano, si moltiplicano dentro di noi generando malum vitae e perplessità.  Ma è proprio dal serbatoio di tali emozioni che nasce il malinconico flusso di saudade, il terreno fertile della poesia; dalla ricerca incessante di noi stessi in viaggio verso “casa” «Dove siete diretti?» la domanda ai viandanti nello Heinrich von Ofterdingen (1798-1801), di Novalis. La risposta «Sempre verso casa»: il viaggio quale odissea, quale metafora della vita.

Nazario Pardini
10/07/2017


martedì 18 luglio 2017

FRANCO CAMPEGIANI LEGGE: "DI MARE E DI VITA" DI N. PARDINI



Di mare e di vita, di Nazario Pardini

Franco Campegiani,
collaboratore di Lèucade

E' una terra di mezzo la bàttima di Nazario Pardini. Qualcosa di più della battigia, linea d'incontro e di separazione tra la terra e il mare. E' il luogo-non-luogo dove il respiro dell'immenso s'incrocia con l'affanno di un cuore che batte nel piccolo giro di quattro ossa mortali. "Di mare e di vita", il recente testo del poeta pisano, acutamente prefato da Sandro Angelucci, è fortemente intriso di tale problematica. In bilico tra voli metafisici e delusioni esistenziali, un essere dotato di un'ala e una gruccia, si aggira volando-franando sull'arenile. E' l'uomo di sempre, con un piede nella storia ed un altro nel mito, sospeso tra l'enigma dell'essere e la realtà del  divenire spazio-temporale.
Egli parla con il mare come con un vecchio amico. E gli risponde, il mare: "i miei pensieri, uomo, sono eguali / a quelli che tu provi quando tenti / di misurarti a Dio. Anch'io / vado da un mondo a un altro senza pace". Poesia della crisi. Poesia dell'equilibrio, presa nel dilemma dell'Essere e del Tempo. Poesia problematica, paradossale, dove l'essenza immortale è sensibile ai richiami della coscienza razionale, e viceversa. C'è l'uomo storico, orizzontale, e c'è l'essere dell'uomo, verticale, con "un senso di distacco dalla vita". Immerso nella realtà esistenziale, quell'uomo si sente calamitato altrove: "Davanti a me c'è un guado, / un guado che riporta, / quest'uomo ormai attempato / all'altra sponda".
Egli è qua e là nello stesso tempo. Sembra non avere fissa dimora, ma è proprio in quel nomadismo la sua più vera e fissa dimora. Un piede nel contingente e un altro nell'eterno, è questa la sua condizione. Ed è la dualità dell'armonia dei contrari, del bifrontismo tipico dei miti. Il che affiora particolarmente nel sentimento delle fluide stagioni, alimentando l'idea della ciclicità del tempo, di un ritorno perenne all'inizio venendo dalla fine. Tutto, in questa visione del mondo, torna sempre a capo: "Questo novembre pregno di marina / mi avvolge e mi trascina in ricordanze / evase dall'oblio". Come le onde della risacca che perennemente il mare si riprende per restituirle ancora e sempre alla riva.
L'autunno, e ancor più l'inverno, sono le stagioni preferite da Pardini. Per analogia, esse rappresentano il finire della vita, la consapevolezza che "presto l'oscuro mangerà il cammino / e il verde dei colli e le memorie". I ricordi verranno cancellati miseramente, ma è proprio l'oblio la condizione necessaria al risveglio in questa visione ciclica del tempo e della vita. Niente si estingue, nella stagione invernale, ma tutto sparisce dentro se stesso per prepararsi a nuove feste e a nuove esplosioni di vita. Dopo il lungo letargo nell'Ade, Core si trasformerà in Persefone e tornerà da sua madre Demetra facendo rifiorire la terra al suo passaggio.
Mnemosyne (la Memoria) deve purificarsi nel Lete, il fiume della Dimenticanza: a quel punto è pronta per rinnovarsi, e poco importa che sia un ritorno nella materia, oppure un approdo prettamente spirituale. Sarà comunque un altro inizio, l'avvio di un'avventura inedita, di una nuova esperienza vitale:
"E' febbraio. Non vedi per i campi / traccia di paesani, tutto è fermo. / Persino lo svolare / attende l'ora calda... / ... / ma è il mese che si avvia / a prometterci speranze... / ... / seppur la mia speranza / non cova rami in fiore. / Ora è voglia d'altro / che mi riporta a un fiume / e mi trascina ignoto verso il mare". Il nostos è molto forte nella poesia di Pardini, ma è sentimento mai disperato o tragico, bensì ricordo di stagioni continuamente perdute e continuamente ritrovate. Emblematica l'immagine del poeta sul bagnasciuga, d'inverno, sorpreso a contemplare "l'immenso piano tagliato dall'onde", il subbuglio provocato dal vento sulla superficie del mare. Una violenza che rudemente rinnova l'armonia.
E se è vero che tutto scorre e che, come dice Eraclito, "non è possibile scendere due volte nella stessa acqua del fiume" (motto riportato ad esergo di una bella poesia), è altresì vero che il senso della scomparsa non è tragico, bensì rigenerante e ciclico, visto che "il suo futuro è là col suo passato: / e il divenire continua nel vasto / mistero che torna sorgente". La corsa del tempo non impedisce di vivere appieno la vita, se si conserva integra la capacità di immergersi nei silenzi interiori, cancellando le parentesi in cui li poniamo. Ed ecco il poeta rivolgersi al padre per "parlare, parlare / di un'ora che sfuggì" e chiedergli perdono "di non avergli detto mille / e ancora mille volte del suo bene".
Ed ecco ancora i Canti per Delia: undici tempi per evocare amori giovanili trascorsi in struggente unione con il mare e con la terra, con la selva e con l'orto, con la pineta e l'arenile. Il sogno è più vero della vita reale: "Non ho tempo di vivere, / voglio solo rivivere con te / nei miei pensieri". Perché "Rinati / andremo contro il tempo. Torneremo / sul colle delle acacie, quando l'astro / fermerà la caduta all'orizzonte / per noi che tradurremo quell'immagine / in nuova realtà... / ... / e il sole furibondo di colori / a esplodere per noi dopo l'attesa". Purtroppo noi ci poniamo fuori dalla comunione universale e perdiamo i sapori delle armonie edeniche:
"... Che silenzio! / Che silenzio sul mare! Lo interrompono /  il fruscìo della bàttima ed il grido / del gabbiano irrequieto. Ma è silenzio. / Sulla strada c’è guerra. Si ritorna; / e un botto deflagrante irrompe attorno: / dei ragazzi violentano la vita / per qualcuno in dormiveglia con in mano / l’immagine di un Cristo Salvatore". Tutto è violenza tra gli uomini, tutto è detrazione e perdita, furto di cose che sarebbero a portata di mano, mentre in natura tutto è vivo e presente, nulla è assente e tutto è sempre al primo vagito. Così l'assenza si trasforma in presenza, il distacco in unione. Delia scompare, come scompare Euridice, ma in questo caso il poeta è consapevole che il sole che s'inabissa all'occaso risorgerà domani più radioso che mai.
Delia non è più nella storia, vive nell'hic et nunc, in quel Presente al di fuori dello spazio e del tempo, senza il quale né lo spazio né il tempo esisterebbero e neppure potrebbero essere pensati. Solo nel Presente, infatti,  possono vivere il Passato e il Futuro. Ma il Presente cos'è? non certamente un tempo, se è vero che il tempo è in divenire. L'abbiamo già detto: il poeta non possiede alcuna certezza. Neppure, però, quella dell'incertezza. Egli è semplicemente immerso nel mistero, nel dilemma dell'Essere e del Tempo, nell'enigma di ciò che muore e non muore, nell'equilibrio e nello squilibrio. Nell'armonia. Dolorosamente consapevole del panta rei, sa che la vita vera è quella che freme dentro, non quella che fuori fugge e scompare.
E giungiamo alla parte finale del libro, Era un giorno di luce, dove la riflessione poetico-filosofica si fa sempre più ardita: "A volte / l'inganno dell'azzurro che tracima / o una qualunque bellezza che s'impenna / ... / hanno la forza di darci l'oblio, / di azzerare quel senso dei limiti umani / ... / Ma poi ritorna il fiume, il maestrale, / l'onda rumorosa, lo stormire / ... / allora l'anima quasi dimentica / di questo suo momento d'ebrietudine / ritorna alla coscienza del suo esistere". La riflessione amara sul liquefarsi di tutte le cose, sullo "scorrere caduco di stagioni / che sembravano eterne" prende il sopravvento. Ma improvvisamente l'inverno - proprio lui, con il suo volto funereo - irrompe per chiamare in causa la vita: "E' dicembre eppure la natura / contraddice la morte con lo sforzo / del caco che si ammanta di Natale".


Franco Campegiani


CLAUDIO FIORENTINI: NUOVA PUNTATA DI "VISIONI DA CAPTALOONA"




Oggi parliamo di Francesco Casuscelli e della sua poesia, e del romanzo Il dossier Urania di Nicola Piovesanci accompagna, come sempre, la musica. Buon ascolto!
http://www.spreaker.com/user/performingradio/visioni-da-captaloona-17-07-17

MARCO DEI FERRARI: "LA NAUSICAA OMERICA... DI NAZARIO PARDINI"


La “Nausicaa omerica”
nelle “parole gestuali
di Nazario Pardini

Marco dei Ferrari,
collaboratore di Lèucade


Questa Nausicaa è una sinfonia di effetti naturali che vivono, o meglio indirizzano un tema delicatissimo nella lirica pardiniana: il tema del mito realistico.
Ulisse – Nausicaa – il Serchio – i naufraghi – le fanciulle gioiose e leggiadre – i Feaci – gli Dei – la Natura...
Tutto l'universo di questo affresco sprizza ricami affinandosi “verso su verso” e raffinandosi tra personaggi e ambienti.
Più ambienti: dal fluviale (il Serchio) che si disperde melodioso nel mare al corporeo (Ulisse) riscoperto dal sonno del naufrago e dalla sorpresa di un urlo; dalle pinete di foglie, sognanti e gioiose, al gioco (la palla) del canto di fanciulle “arzille” (ancelle) come divinità immaginarie per ogni richiamo; dalla nudità sfolgorante nella scultorea creazione dei marosi al rapimento nella bellezza dell'amore, un valore assoluto anche per Nausicaa...
Più scenari poi si compenetrano in questi versi d'ambiente così elevati nel ritmo lirico da flettersi serenamente nel gesto plurimo (la fuga – il flusso dei marosi – il riposo – la dispersione – la sorpresa - lo splendore...) che Pardini intreccia e armonizza con soffici immaginari  espressivi – compositivi sino a darci l'impressione di una propria concreta presenza sulle sponde del Serchio all'incontro omerico. “Storia” risognata nell'impegno di un progetto poetico dove ogni momento si sostanzia di visioni e incantevoli inniche alla coralità universale. Sì, perché per il poeta il sogno si trasforma nelle parole omeriche dell'anima-corpus dove il risveglio (di Ulisse) dei verbi gestuali significa musicalità permanente e cesello comunicante...
Cesello di un mito che si compie: Nausicaa e Ulisse si avviano verso la rocca dei Feaci, la Natura si arrende al presagio, i protagonisti si inchinano al valore omerico del Fato che neanche gli Dei possono condizionare.
E il destino mitico nel racconto poetico ribalta quindi le gerarchie, valorizza il dettaglio, esalta l'amore della globalità e sigilla la “parola” nelle sue articolazioni più misteriose per avvicinare il “mistero” di Nausicaa stupita dall'insolito divino. E' la grande capacità intrinseca di un linguaggio “arcadicamente” (o quasi) incentrato sulla visione del Serchio, corso d'acqua rivalutato e rivisitato da un raffinato prosatore-poeta (che dire poi del suo “fulgore del bello” o del “candido corredo esposto al sole” o delle “labbra in fiore” o dell'Ulisse “sbigottito”- espressioni icasticamente protese al “compendio” subliminale di un'energia creativa “pura” e semplice?).


Marco dei Ferrari      

N. PARDINI: "LETTURA DI "PENSIERI DI UN VIAGGIATORE..." DI S. MENICHETTI

Ogni giorno, nel mio costato il tuo percorso scavo.
Ho quasi ultimato la galleria. Tra le braccia porterai il fiore
di cui non conosco profumo. L’assenza lascia i sensi orfani.


Riflessioni di un migrante che, lontano dai suoi, pensa al “fiore” che la compagna porterà tra le braccia  e di cui  egli non conosce profumo. Questo il quadro. Questa la fusione fra le intrusioni meditative della poetessa e i pensieri del migrante.
Un tema di grande attualità, in cui non è difficile cadere nel melenso, nello scontato,  in un debordante sentimentalismo. Quello che non accade assolutamente in questa poesia. Serenella tiene dritta la barra verso un porto di luce e di speranza. Il suo è un verso che si fa cavalcata narrativa, poematica immissione ontologica, decisa e sentita forza espositiva. Si aggancia ad un simbolismo di natura baudelairiana. Ad una metaforicità  di rara significanza. E il contenuto scivola leggero e avvolgente, coinvolgente e convincente verso  mete di natura umana, etica e sociale. Ma più che altro lirico-emotiva in una immedesimazione dal sapore di casa, di famiglia, di radici perdute. Ha immagazzinato, Ella, fatti e accadimenti di ogni giorno; soprattutto sulle spiagge assolate, dove poveri cristi, vestiti di sana pianta, si trascinano dietro fardelli di cianfrusaglie nella speranza di venderle e accumulare qualche soldo per mangiare. Scene a cui Srenella assiste ed ha assistito con una certa malinconica partecipazione. Le ha lasciate riposare in un animo carico di infinita sensibilità; ha immaginato il  viaggio assieme a quegli sfortunati, ne ha vissuto la storia, si è commossa; ha rivisto una barca partita dai lidi africani in balìa dei venti contrari. Ha metabolizzato immagini e profumi che richiamano storie di migranti.” Nel sogno di te, ho partorito il nostro bambino” dalle cui labbra ha succhiato latte di cocco. Alla fine del ramadam un dattero, al tramonto, per chi ha patito, fame, miseria, guerra. Deserti e mare per chi, seduto sulla spiaggia in attesa di un arrivo, ha messo da parte una coperta calda “…Quando esso sfoggerà smeraldi, sarà l'ora. Ed io mi siederò su questa spiaggia, ad aspettarvi”. Il tutto in una versificazione abbondante e suadente. La poetessa ha bisogno di parole, di una verbalità  densa, polisemica e plurale, per soddisfare tanto sentire. Ed ecco l‘equilibrio del canto: un melologo, un ecfrasi, un mix di forza visiva e di ancoraggi spirituali; un tripudio di emozioni che trovano concretezza e fertilità in un avvicendarsi di ritmi da vero melodramma.

Nazario Pardini


PENSIERI DI UN VENDITORE ABUSIVO

Ogni giorno, nel mio costato il tuo percorso scavo.
Ho quasi ultimato la galleria. Tra le braccia porterai il fiore
di cui non conosco profumo. L’assenza lascia i sensi orfani.
La presenza è il nulla che prende la tua forma.

Nel sogno di te, ho partorito il nostro bambino,
gli ho dato occhi di agata nera e bocca di rosato corallo.
Fresco petalo d’orchidea, il palmo suo sopra il mio.
Dalle tumide tue labbra, ho succhiato latte di cocco.
I tuoi ambrati seni, come pesci guizzano.

Sette giorni alla fine del ramadam.
Ho mangiato un dattero al tramonto.
Sette giorni alla fine della solitudine.
Fame, miseria, guerra. Deserti e mare.
Con Allah al timone certo sarà l’approdo.

Ho messo da parte, una calda coperta.
Qui le notti sono fredde e ostili, come certi volti.
Tu avrai un pettine dal colore rosa.
Oggi, ha sguardo torbido il mare
Quando esso sfoggerà smeraldi, sarà l'ora.
Ed io mi siederò su questa spiaggia, ad aspettarvi

Serenella Menichetti



lunedì 17 luglio 2017

N. PARDINI LEGGE: "LO SPEGNERSI DI OGNI GIORNO" DI EMMA MAZZUCA



Una poesia piena, plurale, polisemica, dove il ritmo del verso con tutti gli accorgimenti etimo iperbolici e sinestetico-figurativi, dà corpo a sensazioni di panica ebrietudine. Tutto si fa umano in un antropomorfismo visivo di grande impatto emotivo. Non di certo in funzione di un  correlativo oggettivo di stampo eliotiano, quanto di un armonia interiore che cerca in fidenti toni georgico-bucolici lo stupore e la freschezza del bambino. Venature metempsicotiche, scarti semantici, tripudi iconici, danno al contesto un alone di cordialità creativa  di urgente resa lirica. Ulivi, lumiere, quadranti mattutini, limoni, venti che corrono tra i nidi, figure che fanno a gara per rendersi complici di un’avventura d’amore; di dolci illusioni; di amorosi sensi; d’incanti; di immersioni in semenze soffocate dai rovi: “… dimenticarti come l’ombra su sassi infuocati/come la semenza soffocata dai rovi.”. Forse non resta che involare al sole un tempo immutabile per appigliare alla luce la fragranza della vita.

Nazario Pardini


Lo spegnersi di ogni giorno

Oppressione d’ulivi notturni
le lumiere si logorano nel dimenticarti -
aperti quadranti i mattini mi osservano
fitte più amare del limone
più tenere dell’agnello.

Parlarmi del vento che corre tra i nidi
che sferza paludi giù negli antri del cuore
dove le genti del lupo e del gufo
contano i rimpianti
·                     assurdo scotto di falsi giuramenti
di simulate inquietudini

dimenticarti come l’ombra su sassi infuocati
come la semenza soffocata dai rovi.

Lo spegnersi di ogni giorno
crea errori sempre più ostinati
per fissare il sangue nel cuore
il sospiro sotto la pelle
per involare al sole un tempo immutabile. 


Emma Mazzuca




domenica 16 luglio 2017

MARIA GRAZIA FERRARIS: "LEGGENDO NAUSICAA AL FIUME..."

LEGGENDO NAUSICAA  AL FIUME….

Maria Grazia Ferraris,
collaboratrice di Lèucade

Nausicaa la giovane, la bella, la innocente fanciulla che gioca sulle rive di un Serchio immaginario. Il sogno, l’ideale utopico  di ogni Ulisse: “lo splendore degli anni, il bello dell’amore.”
Lui sa: “ Ha navigato percorrendo gli oceani perché tutto scorre, nulla è mai come  pensi che sia… perché la Medusa, fragile eppur pericolosa,  ti attira verso l’inconoscibile, infinito desiderio…”,…  perché l’onda che si abbandona sulla spiaggia ti porta, vecchio ormai e cieco dopo tanta bellezza, forse  a Penelope oscura, forse a Calipso la nasconditrice,… forse a Nausicaa, la fanciulla incantata…. Lei unisce stupore, ammirazione  e bellezza.
Ferma innanzi gli stette. La veste le si avvolgeva bianca, intrico ai ginocchi, le gambe snelle, le spalle delicate, il petto acerbo.
“Il fulgore del bello”.
La palla splendeva d’oro e Nausicaa la lanciava, la riprendeva, correva verso il sole,… poi le sfuggì di mano.
E un vecchio- occhi fonte di dee- venne, le porse la palla:  < Come sei bella, Nausicaa.. sei donna o dea?>, disse, e si perse nell’intrico verde. … , e narrò la peregrinazione,  e venne  tra loro   evocato il forte iddio, traboccante desiderio. Lei, la dolce, la innocente fanciulla,  non ha ancora declinato ammirazione sapienza e amore. La serica veste fu strappata. Inutile spreco di un “uomo logorato dai marosi”, dopo  aver acceso in lei il desiderio di donare all’uomo la humanitas smarrita, la pietà, ammantata di necessità, di giustizia,  di coraggio  contro la debolezza.
Il labirinto dell’anima.
“…lei gli si scioglie, sorpresa  dalla vista
di un divino apparire, dalla grazia
di un fisico scolpito dai salmastri.”
L’amore. Poteva ormai continuare il cammino tra gli uomini, indifferente alle garrule voci del mondo? Eppure- e lo pensavano entrambi-  la vita è bella e riempie di frenesia che succhia il midollo, mostra le cose nel loro mistero.

Maria Grazia Ferraris




Nausicaa sulle rive del Serchio















Ho sempre immaginato che alla foce del Serchio
nel punto in cui il mio fiume sfocia in mare
ci fossero fanciulle arzille e gaie
a stendere il bucato sopra i rovi
che si assiepano attorno. E che nel fosco
delle pinete zeppe di frescura
ci fossero, sepolti dalle foglie,
naufraghi a riposare nell’attesa
di essere destati dalle grida
delle stesse fanciulle intente al gioco.
In ogni luogo delle mie canzoni
ci sono Nausichee a ricordare
lo splendore degli anni. Il bello dell’amore.
Il fulgore del bello. Nausichee
che si aggirano  su spiagge per narrare
canti di gioia, speranze giovanili,
sogni di dee, immagini di volti.
E nel mio mondo fittizio e nei dintorni,
su consiglio di Atena, giunta in sogno,
Nausicaa appresta il carro; vi dispone
con le ancelle che corrono al richiamo
le vesti da  lavare lungo il Serchio.
Il fiume si disperde e quieto è il mare,
le cui onde carezzano le sponde
con dolce melodia. Da quell’acque
esce spossato Ulisse, naufragato,
spoglio di panni e salvo dagli affanni.
Si addormenta in disparte, ricoprendo
di foglie sparse il corpo affaticato.
Intanto Nausicaa con le ancelle,
nude le forme e tondeggianti i glutei,
si mette a giocare sulla spiaggia
nell’attesa che il tempo renda asciutto
il candido corredo esposto al sole.
Ma la palla non sempre segue il corso
e questa volta dritta va nel fiume
facendo uscire dalle labbra in fiore
un urlo di sorpresa che risveglia
il naufrago assonnato. Egli da subito
strappa una frasca alla ridente acacia
per tappare sul corpo le vergogne.
Fuggono le ancelle in qua e in là
stupite dalla insolita presenza
di un uomo logorato dai marosi.
Ma Nausicaa resta. A lei si volge,
rapito dal fulgore dei suoi occhi,
Ulisse sbigottito, frastornato:
“Sei donna o dea? Incantevole visione?
Dai lividi del mare io scampato
rimasi venti giorni nei suoi flutti.”.
Per un nuovo sentir che la percorre
lei gli si scioglie, sorpresa  dalla vista
di un divino apparire, dalla grazia
di un fisico scolpito dai salmastri.
E insieme
si dirigono alla rocca dei Feaci,
dove suo padre regna.

Nazario Pardini 
13/07/2017