giovedì 22 giugno 2017

N. PARDINI: "IL VIOLA DEI CISTI"


Il viola dei cisti

Il viola dei cisti sulle dune
fa l’occhiolino al mare e il maestrale
risponde coi buffetti sulle guance
ai figli dell’estate. Tutto tace
su questa spiaggia sola e abbandonata.
E’ luce attorno. Ma è vera sinfonia
di palpiti gentili, di nascosti
linguaggi primitivi, di strumenti
che arrivano con gli archi
nei meandri dell’anima. L’azzurro
è il primo attore. Ti prende e ti trascina
in isole lontane, all’orizzonte;
ti è fonte d’illusioni, di astrazioni,
di sperdimenti. E più ti riconosci,
non ti ritrovi più oltre gli affanni;   
sei ospite di terre in mezzo al mare
lontano dai rumori della vita.
Se poi viene la sera e dalla riva
odi Chiari di luna di Glen Miller,        
l’ombre annuncianti l’aria della notte
ti chiamano a godere dei profumi selvaggi
che tutt’attorno irrorano fragranze.

 15-06-2017



MARINA CARACCIOLO: "OMBRE SOGNANTI"

Ombre sognanti

Ombre sognanti si adagiano
nell’ansa del cuore.
Nugolo di rondini nell’azzurro!
E dentro girandole di sole
fasciato  di nebbie, bianco di luna
saturo di tradizioni antiche
-ci sei tu – dolce Pontremoli.
E i miei sogni, cristalli evanescenti,
languidi, verecondi
lievi respirano
per non ridestare soavi primavere
assopite sopra cuscini di stelle.
E mentre l’anima esasperata d’attesa
vagabonda sulla riva della solitudine,
gli occhi esausti di malinconia
si nascondono dietro teneri veli
di rimpianti.

(Da Oltre i respiri del tempo, BstogiLibri, 2016)

CLAUDIO VICARIO: "INEDITI"


Claudio Vicario

Guardo i miei passi

Guardo i miei passi di ieri
che paiono tanto romiti,
e la ginestra che volge al sidereo,
lontano da ogni città,
in questo borgo senza luci
privo dell’eco delle grandi voci,
dove tutto è già programmato.
Questa è terra di ghiaccio
che cattura e si espande
in un vortice spazio temporale
su bianche tele di sorrisi screziati
ove tutto il mondo finisce
tra solchi tracciati dalle rughe
della vita che si consuma
e ardente è il sognare,
ammantato d'Universo,
verso voli siderali senza vincoli,
senza visioni di estati perdute
o domande sfumate nel dubbio,
e i sensi prendono forma
creando silenzi smisurati
aridi come pareti che crollano
mosse dal sospiro del mare
elegante nella sua spuma di cristallo,
nel velo d’argento del riflesso lunare
che cade in fiori dal cielo stellato,
mentre brezze di vento alitano
il leggero profumo della ginestra
e s'ode lontano un flebile canto.

Ho scritto questi versi…

Ho scritto questi versi
per farmi perdonare
per averti chiamata poche volte:
“Amore”.
Una parola semplice,
un soffio intimamente divino
disperso nell’indifferenza dei troppi
nella calma della sera
e del suo incanto,
nell’ora più attesa e sincera
per una carezza,
picco di roccia solitario
in una fusione magica di suoni,
di brividi di tenerezza
che, complice, guarda, tace
e ci strappa dal mondo
dandoci l’universo.
“Amore”:
una parola ispirata
da remote riflessioni,
mai debellata nel vorticoso
tumulto dei pensieri,
soffermata per contemplare
spasmodici momenti,
utopia di poetici sospiri
di oscuro misticismo,
reclusa nell’indifferenza
che si addentra nel quotidiano
di un attimo fugace
nel rituale degli incontri.
Inerme,
mi ritrovo sospeso nel vuoto
là dove una carezza suscita emozioni
dissimulata dalla penombra crudele
e le vane speranze
assumono le più svariate aspettative,
non placando, nel loro incedere,
la mente, ma soprattutto l’anima.

I miei passi

I miei passi mi portano lontano
per non tornare indietro,
le mie orme restano impresse
sull’umida terra  fangosa
e la pioggia bagna il mio volto
con le sue gioie e i suoi dolori
che voglio far miei, miei
come il respiro nel riposo
che oscura la lunga notte
in un tacito esercizio di assenze
lungo la strada del mio tempo
in cerca di una forza ascensionale
nell’ombra che fugge la luce
in un magico incontro
tra un incommensurabile
valore aggiunto ed un folle
rapporto che perpetua
e ingigantisce il sorgere
di una consapevolezza
che si tinge di fatui colori.
L’innocente ebbrezza della morte,
strappata ad un tempo lontano
sotto una luce beffarda e provvisoria,
è un manto nero, violento,
dove i bambini non cantano più
mentre il vento continua a soffiare.

 I tuoi occhi

Irresistibilmente travolgente
è il tuo sguardo,
un salto nel profondo dell’intimo
ed io mi arrendo ai tuoi occhi.
Li guardo,
temo la vertigine degli spazi infiniti,
della seduzione inconsistente,
degli angoli chiusi senza tempo,
dell’ombra nella luce,
della passione senza abbracci,
del canto di una sera di carezze mai vissute.
Il buio mi accompagna
e aspetto una scintilla che mi conduca.
La mia paura è di non saper volare
come i gabbiani lungo la riva.
Ascolto il mare e non intendo
ciò che sento, privato del tuo respiro.
Vorrei udire l’essenza dei giorni passati,
della dolcezza dell’oggi,
di un giorno sospeso ad un sospiro
specchiato in una complicità
che non ha paura.
Mi sembra di camminare
sopra pietre taglienti come pugnali
per amore di quell’angolo d’ignoto
che illumina tutti i dubbi
mentre esploro l’infinito,
solo, con il mio smarrimento
per parlare al tuo cuore,
per non lasciar appassire un fiore.

mercoledì 21 giugno 2017

N. PARDINI LEGGE: "PIU' NON NASCE IL SUO CANTO FRA LE SPIGHE" DI M. EBE ARGENTI




Maria Ebe Argenti: Più non nasce il suo canto fra le spighe. Genesi Editrice. Torino. 2017. Pgg. 104. Euro 12,50


E’ la prima poesia a mettere da subito in evidenza quello che sarà il percorso narrativo della silloge; che fa da prodromico ingresso, da antiporta ad un excursus fortemente critico nei confronti della società in cui viviamo, e soprattutto su certi comportamenti inaccettabili, tristi e avvilenti di certi Uomini ; Siamo messi molto male, secondo la poetessa. Per quanto tempo ancora si dovrà restare indifferenti a questi eventi? A questa assenza di rispetto e di spiritualità? A questa violenza che impera a scapito della grazia del gentil sesso? Sembra che poco o niente sia stato fatto per risolvere questi problemi: due i momenti fondanti dell’opera: il primo dedicato alle vittime di tale massacro; secondo a tutte quelle grandi figure che hanno dato del loro per il bene e la crescita del mondo civile:

Tante sono le Donne del Pianeta
in balia dei marosi della vita
per avere uguaglianza fra i due generi.
Quanto lungo e tortuoso fu il percorso
disseminato di minacce e trappole
costellato di luci intermittenti
sui diritti e misure da adottare.
(…) (Davvero siamo messi molto male)

E la poetessa, con grande creatività, affida alla allodola, al suo simbolico canto, il compito di elevare al cielo le anime che hanno subito tanta violenza. Un uccello che cessa di cantare di fronte a tanta malvagità ma che riprende il suo trillo verticale di fronte a tante anime nobili che danno forza e animosità ad un nuovo volo.
Maria Ebe Argenti si presenta sulla scena letteraria con questa nuova silloge di impegno civile; di grande intrusione umana e sociale. Un vero prosimetro, un alternarsi di poesie a ritagli giornalistici e commenti che riportano i delitti più cruenti commessi soprattutto sulle donne. Questa la tematica centrale: la condizione della donna nel mondo occidentale. La poetessa affida al suo stile personalissimo, fatto di  endecasillabi sciolti di euritmica sonorità, tutto il suo impegno civile e umano; tutta la sua filosofia sulla vita e sul rapporto, quale dovrebbe essere, fra Donna e Uomo. La versificazione si scioglie in una fluidità contaminante e contagiante, in un procedere talmente musicale che non di rado, con la sua euritmia, stride di fronte ai tali argomenti trattati, crudi e esiziali per i loro risvolti disumani: il massacro delle due diciassettenni Donatella Colasanti, e Rosaria Lopez; l’uccisione del sindaco Angelo Vassallo; l’uccisione di Chiara di Vita e di Fiorella Maugeri per mano dei rispettivi mariti….  Ma quello che più ci affascina e più ci coinvolge è la potenza inventiva e la forza creativa di Ebe; la sua metaforicità che la trascina in un mondo di ingenue trasparenze: l’allodola, che rappresenta la purezza del volo verticale, che simboleggia il profumo della Bellezza e la simbiotica fusione con la spiritualità delle anime gentili, è demandata ad occupare un ruolo determinante nel testo. Suo compito è quello di portare le anime lassù:

(…)
Nell’aria è tutto un sussultare d’Anime
da portare lassù. Dio ti perdoni
se al bimbo e al cane dai la precedenza
e se non te la senti di cantare. (Dio ti perdoni)

E il racconto continua con i crudeli eccidi di Nicoletta Giannarusso, di Magda Vacelian, Antonia Osaf, Andrea, ragazza transessuale, … fino ai versi dedicati al silenzio del volatile:
“Ed ecco l’allodola- scrive la poetessa- inserita nelle misere storie di dolore e di morte, alcune delle quali tenderebbero all’antitesi del “femminicidio”. Parola lugubre, soprattutto sbagliata, che mai potrebbe oscurare il grande valore di tante Anime  splendide, per le quali l’allodola non deve smettere di cantare.
Quindi, con altri occhi esplorerò altre terre.
Se verrà il buio, accenderò le stelle. Non sarà un viaggio verso Paesi lontani. Sarà come ripartire  da un nuovo punto di partenza”.

(…)
Ora il tuo canto non si sente più,
poiché il dolore  ti congela il cuore.
Mi duole il tuo silenzio, allodoletta. (Mi duole il tuo silenzio)

E la storia cambia il suo registro nella seconda parte, quando l’Argenti,  in un novello Paradiso, incontra anime nobili che hanno dato la vita per il bene della comunità; hanno speso il loro esistere facendosi esempi di tradizione morale, edificante. Si alternano così personaggi di grande spicco umano, di cultura e di influenza etica: NUOVE ISPIRAZIONI: Sant’Agostino, Emma Bonino, Samantha Cristoforetti, Fabrizio De André, Luciano De Crescenzo,… fino a Camillo Sbarbaro, Vittorio Sgarbi, Maria Luisa Spaziani, David Maria Turoldo, Umberto Veronesi.
Uomini per il cui valore l’allodola, Spirito del Grano, riprenderà il suo canto in versi di ontologico nutrimento, di caldo afflato ispirativo, con animo nuovo, rinato, a inneggiare di fronte a tanta magnanimità; come a quella di Vittorio Sgarbi che, nelle tenebre, trova la forza dello spiraglio di luce (L’ombra del divino nell’arte contemporanea, Siena, 2011).
Questo il canto a lui dedicato dall’Argenti:

(…)
 Mi può tenere in scacco un giorno intero
fino a manifestarmi la Bellezza
dell’ultimo, vibrante raggio viola
che il sole sfoggia, prima del declino. (Luce)

Un susseguirsi di versi, capaci di contenere un’anima tutta volta alla bellezza del cielo e della spiritualità, fa da corpo ad idee e trasporti emotivi di grande intensità lirica.  A volte, di fronte ad argomenti di tale impegno culturale, l’ispirazione potrebbe venire meno, avere delle defaillances, delle soste in tanta narrazione; ciò che non succede in questo racconto folto di personaggi storici di urgente rilevanza rappresentativa. Sì, la Poetessa sa tenere la barra di comando dritta ad un porto luminoso e di sicuro ancoraggio. L’animo si fa sempre più fulgente, le parole si susseguono con ritmo incalzante, senza tante dispersioni retoriche, tanti congegni iperbolico-allusivi; tutto scorre liscio  e leggibile; e la sintassi poetica si offre generosa ad uno spirito zeppo di rimandi e di esemplari vicende.

(…)
Anche il giardino dorme e tutto tace.
Felicità: soltanto qualche bolla
iridescente può averti concepita,
ma se mi viene voglia di sfiorarti
subito tu mi scopri fra le dita. (Basta crederci) (Al libro La mia Sardegna, di Grazia Deledda)

“Il problema della guerra e della pace sarà radicalmente diverso il giorno in cui le donne contribuiranno con lo stesso peso dell’uomo alle sorti del genere umano. Le madri e le mogli hanno una sola risposta a questi problema: la pace”, scrive Sofia Loren.

E la poetessa:

(…)
La via vuole sempre averla vinta,
mai paga di quei doni che le rendono
più morbido lo sconto di una pena.
Anche la mente mia si disorienta.
Cirri sfrangiati dai riflessi d’oro
lentamente nel cielo si dissolvono.
Pace, l’invoco. Dimmi che ci sei.” (Dimmi che ci sei)

Il testo si chiude con alcuni emblematici pensieri dell’Autrice, fra cui “… mentre io persisto nell’affermare che sia principalmente la parola”femminicidio” ad avere grosse pecche e magari, chissà, anche grosse colpe. Essa, infatti, simboleggia le femmine, non le Donne. Fissa l’attenzione sulle vittime, non su chi uccide.
Non sonno questioni da poco. (E mi domando: potrebbe dirsi “maschilicidio”  se fossero le Donne ad uccidere gli Uomini?”.

Ed infine:

“… Soprattutto vorrei che tali omicidi, comunque denominati, non accadessero più e che l’allodola riprendesse finalmente a trillare i suoi bellissimi canti di gioia.

Quale allodetta che ‘n aere si spazia
Prima cantando, e poi tace contenta
De l’ultima dolcezza che la sazia,

tal mi sembiò  l’imago de la ‘mprenta
de l’eterno piacere, al cui disio
ciascuna cosa qual ell’è diventa. (Dante Alighieri, La Commedia, Paradiso, XX, 73-78)

Ed è così che la silloge si conclude, con la voce del divino Poeta.

Nazario Pardini



DAL TESTO

La lenza si alzò lentamente e regolarmente e poi la superficie dell’oceano si sollevò davanti alla barca e il pesce uscì…. (dal libro Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway)





In riva al mare, con la luna piena

Si fa sera. Lamine d’argento
scendono in mare e su beati scogli
per regalarti un po’ di paradiso.
Cosa  mai ti trattiene dal fidarti.
Ascolta. Ascolta il mare che ti parla,
mettiti comodo in panchina. Senti?
E’ la più bella musica del mondo.
Se chiudi gli occhi, puoi lasciarti andare
e il pensiero, che in cima ha la follia,
disembrica e smattona ogni dolore.

E se ai confini del tuo cielo
l’orizzonte è investito dalle nubi
ed un riflesso vigile propina
una tenebra immensa ed angosciante,
rimani pure sulla tua panchina
in riva al mare, con la luna piena
là, dove un’onda simile al delfino
salta, s’impenna e si rituffa in acqua
srotolandosi adagio sulla rena,
fra i bimbi che l’accolgono gridando.

S’arriccia l’acqua sugli scogli aguzzi.
Nessuno ha mai risolto il grand’enigma
dell’onda che lambisce e prende tutto
lasciando tante scorie sulla spiaggia
e possono contarsi sulle dita
gli ultimi guizzi dei suoi pesci vivi.
E tu avrai sempre intatta l’emozione
di una serata come questa,
pur modellata da sottile angoscia
che più dolente fa il tuo sentimento. (Pgg. 66-67)

lunedì 19 giugno 2017

FRANCO CAMPEGIANI: "INCONTRO CON MARIO CAVOTTI"



Antologica di Mario Gavotti presso la Sala Lepanto di Marino
(17-25 giugno 2017)


Franco Campegiani,
collaboratore di Lèucade

L'incontro con lo scultore Mario Gavotti, promosso dall'Accademia Castrimeniense di Marino con il patrocinio di Retina Italia Onlus ed in partenariato con gli Assessorati alla Cultura e ai Servizi Sociali della Città, apre scenari di grande suggestione artistica, dei quali tra breve parleremo, ma nello stesso tempo alimenta memorie comunitarie legate alla vita, e alla vita artistica in particolare, della nostra Città, polarizzata intorno all'Istituto d'Arte "Paolo Mercuri", oggi Liceo Artistico, dove il maestro ha operato per tanti anni, dando il meglio di sé. In queste stesse sale espositive erano allestiti un tempo i laboratori dell'Istituto, dove generazioni di studenti si sono avvicendate, formandosi e acquisendo conoscenze che hanno loro consentito di svolgere professioni altamente specializzate nei vari campi dell'arte, dell'artigianato artistico, del design, della grafica, e quant'altro, veri fiori all'occhiello della nostra comunità. E c'è da aggiungere che questa tradizione vitale, ma tutto sommato recente, si è collegata con l'altra, vetusta ed atavica, legata al lapis albanus, la pietra lavica eruttata dal vulcano laziale tra i 600.000 e i 20.000 anni fa, la cui lavorazione ha vivacizzato per secoli e millenni la vita cittadina.
L'estrazione del peperino, oggi esaurita, anche se la pietra ancora abbonda nei crinali e nei costoni dei Colli Albani (pensiamo alle famose pèntime), è stata nel secolo passato un cardine particolarmente vivace dell'economia cittadina, affiancata da una vitalità artistica di rilievo, sotto l'influsso di maestri come Lorenzo Guerrini (cui venne conferita nell'80 la cittadinanza onoraria della Città) e Umberto Mastroianni (che invece fu cittadino marinese nell'ultima fase della sua vita), e poi Aldo Calò e Roberto Melli, i quali tutti hanno dedicato alla nostra pietra particolari attenzioni. A quell'influsso, molto significativo ma elitario, ben noto agli addetti ai lavori, si è aggiunta, come detto, la spinta educativa e popolare promossa dall'Istituto d'Arte, con la sua sezione del marmo, oramai chiusa da anni, associata all'indimenticabile figura del Prof. Eraldo Abri, ma anche di altri maestri, quali lo scultore Giglio Petriacci, Preside a più riprese dell'Istituto stesso. Fra costoro è certamente da annoverare Mario Gavotti che, dopo avere frequentato le più importanti botteghe di marmorari, è passato all'insegnamento presso lo stesso Istituto, contribuendo alla formazione di giovani che si sono poi lanciati nell'avventura artistica a livello nazionale ed oltre.
Della poetica di Gavotti e del suo mondo artistico ho già avuto modo di occuparmi in passato, ed ora, osservando i pezzi storici della sua produzione scultorea, unitamente ad altri  più recenti, raccolti in questa Antologica a lui dedicata, sento di poter convalidare quanto già detto e scritto. La sua è una poetica fluida, flessuosa, elastica e profondamente armonica, dove la ruvidezza del polemos, della guerra di tutti gli esseri, che l'artista rappresenta evocando il biomorfismo acquatico del mare, si risolve in abbraccio e in danza corale. E' la poetica dell'armonia dei contrari e sembra davvero di udire Eraclito, osservando i suoi lavori, quando dall'alto del suo magistero, diceva: "L'accordo è nel disaccordo stesso", alludendo a una pace non ideologica, ad una pace che non fa guerra alla guerra, ma sa accoglierla entro i propri confini. E ciò è pienamente in linea con la personalità umana dello scultore, che tutti sappiamo essere uomo pacifico, persona mite e priva di spigolosità. Una visione del mondo che si riflette pienamente nella sua poetica sinuosa e rigida, rugosa e morbida, ispirata al vitalismo festoso e tragico del mare.
La mostra ripercorre un arco quanto meno trentennale dell'intenso lavoro svolto dall'artista, che negli ultimi lustri, per motivi di salute, ha dovuto rallentare la sua dedizione alla pietra per sviluppare attenzioni verso altri generi artistici, come la meno epica, ma più interiore e profonda, raffinatissima, produzione di smalti. Il versante più propriamente scultoreo della mostra è contrassegnato, come possiamo vedere, da una poetica dell'espansione, dell'invasione dello spazio, del riempimento di vuoti. Attorcigliamenti e sdoppiamenti, masse contrastanti e combacianti in un movimento unitario e senza interruzioni, la cui spinta propulsiva è al tempo stesso avvolgente, come un'onda marina che s'impenna e ritorna su se stessa, contorcendosi e distendendosi in modo armonioso. Femminile e maschile, Yin e Yang fusi in un unico respiro. Il mare è tutto: vita e morte, culla e tomba, moto e quiete. E' stravolgente affanno e ondeggiante dolcezza, teatro di battaglie cruente e di pacificanti abbandoni, luogo di eventi luttuosi e tragici, ma anche di maestose e riposanti armonie. Sempre uguale a se stesso, il mare, e sempre diverso da sé. Sempre in bonaccia e sempre tempestoso.
Come diceva Talete, anche per il Nostro il mare è l'archetipo per eccellenza, il principio di tutte le cose. Lo scultore lo presenta, evocando le forme viventi da cui è popolato: meduse, molluschi, seppie, coralli, stelle marine, delfini, conchiglie e celenterati, sorpresi nei più segreti fondali, con cariche allusive dense di significati. C'è l'agguato della murena e il violento attacco degli squali. C'è il polipo proteiforme, attorcigliato su se stesso, che lascia intuire quel movimento introspettivo ed autoanalitico teso alla conoscenza interiore, cui più tardi lo scultore dedicherà in maniera sempre più convinta le proprie attenzioni. Il materiale tradizionalmente preferito è il lapis albanus, il peperino di cui si è già detto, ma nel tempo lo scultore ha ampliato la gamma delle sue pietre, ricorrendo allo statuario di Carrara e al travertino, come pure ad altri materiali (legno, argento e bronzo), in un crescendo di stimolazioni sperimentali.
I suoi racconti mitici - ma mai onirici, bensì furiosamente vitali - sono divenuti sempre più essenziali, sicché, gradatamente, gli interessi dell'artista si sono spostati dal biomorfismo iniziale, debitore, se vogliamo delle suggestioni surreali di un Arp, verso un'astrazione sognante e geometrica che trova sfogo in un incentivato interesse per le lastre smaltate, già precedentemente collaudato. Qui prendono vita giuochi gentili e sogni innocenti, in un simbolismo fantasioso e ritmico, combinatorio e magico, dove fa capolino lo studio delle essenze che fu proprio del Suprematismo e del Neoplasticismo (Malevic e Mondrian), dell'Op Art e dell'Arte cinetica, come nei giuochi ipnotici e nei labirinti psichici di Bruno Munari, protagonista dell'arte programmata e del design industriale dei nostri tempi, dando vita a una sorta di geometria sacra o di fisica eterica, a dei veri e propri mandala, potremmo dire, che proiettano la mente verso suggestivi orizzonti di conoscenza interiore.

                                            Franco Campegiani


MARCO DEI FERRARI: "CALVINIANA"


Marco Dei Ferrari,
collaboratore di Lèucade

CALVINIANA  (titoli-1)

Sabbia di magìe d’opposti
postume Lezioni su Pietra nasconde
di Gorgòne sconcerto
caotico tracciante Perseo
tra letture di strade d’alberi Giardino
muri a secco e pali di vigne incantati
tempo di alghe e frastagli spersi
in mille foglie d’uomo
dimezza Visconte l'Intero aspirando
per Sentiero fantasticante ragni
Pin… il Cugino… Kim… mani di pani
non essere Cavaliere d’essenze
 Barone si compie
favola di lucciole rampanti
antenati al vuoto sottrae
 liberi dal buio irrompe
 di Giornata infelici
da Nuvola di gas mutante
speculano mostri di mali deformi
ricoveri d’incubi
impeti sepolti nell’attimo
imperfette utopìe
 sofferte d’inferno nell’oggi
ombre duellanti senza domani
                        
Marco dei Ferrari

Fantasia e intelligenza; reale e fiabesco. Arte plurale carica di ambivalenze e corrispondenze dialettiche di un intellettuale ironicamente guardingo, sottile e anche compiaciuto della sua sofistica eleganza. Un narratore-poeta che gioca su un realismo sottile, autobiografico, allusivo, zeppo di una simbologia acuta, che dichiara un amore sviscerato per una natura messa in pericolo dall’uomo moderno.   Il sentiero dei nidi di ragno (lotta partigiana. Pin che vive coi partigiani una serie di vicende picaresche). Il visconte dimezzato, Il barone rampante, Il cavaliere inesistente, Fiabe italiane, e impegno etico-civile con La giornata di uno scrutatore (la sua esperienza di membro di un seggio elettorale). Marcovaldo lo spirito libero affidato alla  pura immaginazione di un “poeta” che cerca di anticipare tutte le incongruenze sociali, umane, ambientali, e demografiche, della rivoluzione industriale con un uomo di campagna che in città vive momenti fra l’ironico e il tragico, fra il comico e il grottesco: la prosa raggiunge vette di grande coinvolgimento lirico. Il tutto si dipana su un tessuto fra il fiabesco e il realistico piacevole e avvincente. Non sono ancora presenti le elucubrazioni mentali o i cervellotici sconfini del Calvino della maturità, che spesso si perde in rocamboleschi e intricati travagli cerebrali. Calvino ha bisogno di volare sul carro trainato da cavalli di nuvole in balia di spazi incontrollati. E’ lì che può concretizzare tutto il suo mondo; tutta la sua filosofia, permettendosi di spedire Marcovaldo a fare la villeggiatura sulla piazza della città, o a vedere nel semaforo la luce della luna; di disegnare un uomo che vive con nel cuore la sua campagna profumata d’erba e di rubicondi tramonti.  Leggetevi La villeggiatura in panchina, e apprezzerete la vera proposta poetica calviniana.
Le cosmicomiche e ti con zero ci portano in una dimensione fantascientifica dove agisce un personaggio dal nome impronunciabile. Il cavallo dei destini incrociati e Se una notte d’inverno un viaggiatore vengono costruiti sul rapporto fra l’opera dello scrittore e i suoi consumatori.

Ma perché tutto questo preambolo prima di scrivere sulla poesia di Marco. E’ presto detto: per mettere in evidenza le capacità logico-culturali, e emotivo-strutturali di un poeta che fa della sintesi il suo cavallo di battaglia. Sulla sua forma abbiamo espresso più di una volta il nostro giudizio, paragonandola ora al flusso singhiozzato di una fiasca rovesciata, ora a quella di un tale Ermetes Trimegisto, ed ora ad una celiniana e convulsa cascata di ruscello… Insomma una personalissima maniera di sintetizzare brani di storia o di letteratura; di coglierne i punti focali, en passant, l’uno dietro l’altro, fino a cucirli in “Poemi” di grande rilevanza umana. Sì, la sua poetica gioca tutta sull’urto dei significanti, sulle assonanze o dissonanze lessico-foniche, o su lemmi di oculata intrusione sintattica. Si va anche oltre il gioco ritmico-verbale, dacché Marco ha bisogno di spazi, ha bisogno di orizzonti vasti, di infinite tratteggiature, da cui trarre conclusive e ultimative impressioni meditative. Il tutto in un assemblaggio segmentato e canoro; in un intrecciarsi di rigagnoli che sembrano perdersi ma che confluiscono con mansueta lena nel corso principale. Qui è il suo Calvino: un autore che ha letto,   memorizzato, incamerato, rielaborato, e pensato per darlo alla pagina in veste nuova, quale quella che si è formata dentro la sua anima. Sono le parole in neretto a tracciare il percorso del suo far poesia; parole che oltre a delineare il succedersi della storia letteraria di Calvino, ne mettono in risalto, con lemmi fugaci e significanti, la sua intima macerazione, il suo patema esistenziale, il suo disgiunto e dicotomico esistere fra banalità terrena e sublimazione da cui osservare i malanni umani:
Sabbia, Lezioni, Pietra, Giardino,Visconte, SentieroCavaliere, Barone, Giornata, Nuvola: 
 Sono qui, in queste parole in neretto, le avventure creative, gli azzardi che Marco Dei Ferrari compie per agguantare i reconditi messaggi calviniani, le estensioni metaforiche dello scrittore; a Marco interessa vederci qualcosa di più, leggerci quello che un occhio umano non riesce; nelle sue sintesi si nascondono le rielaborazioni concettuali  e le impennate foniche che nascono nella sua mente come fiori di campo in piena campagna a primavera.

(…)
speculano mostri di mali deformi
ricoveri d’incubi
impeti sepolti nell’attimo
imperfette utopìe
sofferte d’inferno nell’oggi
ombre duellanti senza domani
                                                                           
Nazario Pardini