martedì 19 febbraio 2019

NAZARIO:PREFAZIONE A "LE PALLIDE DITA DELLA LUNA" DI LIDIA GUERRIERI



Lidia Guerrieri,
collaboratrice di Lèucade


Nazario Pardini
prefazione
a
Le pallide dita della luna

di Lidia Guerrieri
  
La  voce del mare nella melodia del verso

LIDIA GUERRIERI.
LE PALLIDE DITA DELLA LUNA.
MAURIZIO VETRI EDITORE. 2019

La mia poesia è tutta nei tuoi occhi, è così che inizia l’opera, con una poesia che l’Autrice dedica alla figlia: un sentimento tanto potente che non sono sufficienti le parole a esternarlo, occorrono immagini naturali per dare colore, forza, ed esplosione allo stato d’animo: l’edera, il corimbo, il lattice, la luna...

A  ROMINA

La mia poesia è tutta nei tuoi occhi
d'edera e di corimbo,
sulla tua pelle
che a lattice di luna eguaglia il lume,
piccola donna mia  che tutto sai del mondo
e di cui il mondo non conosce il nome!
(...)

C’è il bisogno di ricorrere a configurazioni paniche, anche nel resto della plaquette, per concretizzare le vicissitudini; un antroporfismo  delicato e gentile che contribuisce non poco alla organicità dell’insieme: Marina, il mare, le viuzze, il Maestrale o il Libeccio che si fanno simboli di una storia in un dire di classica misura che tanto risente di studi umanistici e di ambiti culturali letterari, ma soprattutto di un animo zeppo di cose da narrare:

La giuncaia che fiuta il Maestrale,
l'onda che passa al vaglio sassi e rena,
e le pallide dita della luna
a frugare nel vento siderale
non sono poi lontani
dal falco  che scandaglia i fiumi azzurri
sopra le creste d'oro. Nè è diverso
colui che scruta l'anima o  che annaspa
tra le curve insondabili del cielo
dal verme che da secoli rovista
testardo i sottoscala della terra.

Sì, si respira aria di salmastro, odore di pinolo, e si ode lo sciacquio della bàttima. La Guerrieri è tutta qui, con la sua storia, con  la sua terra, con cui torna sempre a dare carburante al serbatoio del linguismo, del patema esistenziale.
Una silloge, questa di Lidia, che abbraccia con melanconici abbrivi le fragranze della vita; e lo fa scolpendo coi versi la materia da forgiare. Sì, la vita con tutte le peripezie, con tutti i dilemmi, con tutte le aspirazioni spesso tradite dal volgere della sorte. Ma quello che da subito risalta agli occhi e alla mente è il verso: un’architettura di intrecci verbali, di iuncturae simboliche assegnate alla grazia della melodia. E tutto si fa musica, euritmica sonorità, romanza che prende e non molla; che arriva e convince; che allunga il tiro a sponde di isole lontane, verso le quali la Nostra aspira, e a cui tenta di approdare in cerca di mondi puliti dove i tramonti sfiorano coi loro colori gemme pure e vergini, dove poter ri-vivere con volti amati e troppo presto scomparsi, e dove i sogni, le presenze e gli affetti non vengano scalfiti dalle mani del tempo. Un’isola, insomma, dove la vita è vita, l’amore è amore, e tutto si svolge senza trafitte dolorose, senza provare solitudini di un esistenzialismo esiziale:

(...)
Capita allora che ti accorga come
sia il cuore dell'Inverno solo un buco
grigio di luce, e freddo d'inquietudine,
e che, mentre il dolore graffia il muro,
ti chieda se potessi un poco entrare
ed asciugare  al fuoco questi panni
intrisi di rimpianti e solitudine.

Rimpianti, ritorni, rievocazioni... in versi nutriti di sinestetici accostamenti o di metaforici allunghi che tanto danno al cuore del canto.
Senz’altro la Nostra non appartiene a quella corrente di avventure sperimentali che tradisce il vero spirito della poesia; non appartiene di certo a  quella cerchia che ha contribuito con positure prosastiche a stravolgere l’anima del poièin. Direi piuttosto il suo “poema” un racconto interiore, una confessione che tanto si avvicina all’empito di un realismo lirico. E il tutto si fa dolce e fluente, amabile e nostalgico, vero e concreto come lo è la vita nel suo corso di andate e ritorni. Spesso c’è il tentativo di aggrapparsi a memorie di antiche primavere:

(...)
E sono  insieme, voci di bambini;
mi vedo con le trecce in mezzo a loro:
risa di cerchi e giochi,
e laggiù un echeggiare di campane:
“Io sono il tempo,
giro la ruota, tutto cambia intorno!
 E sempre vado avanti,
io non ritorno!
Mai più ritorno!”
E come in un ninnare di rintocchi,
ecco che le distinguo
e riconosco;
voci lontane, sperse nel profondo,
tornano a sussurrare dolci e piane
le parole sfogliate di anno in anno,
si smorzano ed in esse mi confondo;
ronzio che mi accompagna e che si perde
sulla porta del sonno...,

o il bisogno di ripescare volti e luoghi che hanno segnato tappe fondamentali nel percorso dell’esistere:
L'avete vista la ragazza bionda,
odorosa di mare e di bucato
per le vie alla Marina?
(...)
Va a spolverare tombe, quasi all'alba.
e poi di casa in casa,
fringuello che sfaccenda gorgheggiando
e dall'aurora torna al nido a sera.
Non parrebbe, ma a casa ha una bambina
che ha freddo ed ordinate vesti smesse,
oro di nonne e  baci,
vuoti nel cuore, ma la bocca piena.
L'avete vista, dite, la mia mamma?
Io la ricordo appena!

Versi che ti prendono e non ti  mollano; che dicono di dolore e sottrazioni; di saudade e melanconiche intrusioni per ricordi che tornano vivi a stuzzicare l’anima:
(...)
e camminai fra genti, e mendicante
chiesi pietà su quelle stesse vie
che con violenza avevo insanguinato.

Io, pensiero divino, io progetto
che ancora deve compiersi.

 È lì che la Guerrieri soffre e si fa triste per una  clessidra che ha fagocitato i momenti  più caldi dell’esistere, reificando un’inquietudine che attraversa come filo conduttore il sottofondo dell’opera, senza, comunque, volgere la rotta a un sentimentalismo mellifluo e decadente, ma mantenendola dritta verso la robustezza del dettato lirico. È la parola, il verbo, la spontaneità, a  volte vulcanica, a fare da padrona negli intrecci verbali, in quelli rinvigoriti dal mare, dai venti o dai pini dell’amata Marina. Soprattutto quando si dà all’anima la possibilità di girare libera fra gli anfratti dei suoi luoghi, fra gli angoli più segreti della sua terra, fra le cospirazioni emotive dei suoi dintorni; è essa che rincasando dalle perlustrazioni  si porta dietro immagini di onde verdeggianti, di case umide e fredde, solitarie, di piogge invernali, di autunni velati di tristezza. Sono lì, in quelle occasioni, i frammenti di un’anima tutta volta a cristallizzare i suoi abbrivi. Se poesia significa sentimento, immagine, memoria, e parola; se significa un mix di tutto questo con la poesia della Guerrieri ci troviamo davanti a pagine di vera intuizione lirica; di vero abbandono estetico, d’altronde non era E. A. Poe a definire nel saggio postumo Il principio poetico la poesia “creazione ritmica della bellezza”, convinto che “il sentimento poetico si ottiene nell’unione tra poesia e musica, giacché nella musica, forse, l’anima raggiunge quasi interamente il grande fine per il quale, se ispirata da un sentimento poetico, essa lotta… per raggiungere la creazione della Bellezza Suprema…”.
Quello che Lidia ottiene con uno spartito di settenari, doppi settenari, accessori di effetto contrattivo o estensivo, ipertrofie e ipotrofie formali, interpunzioni a centro verso per emistichi: il tutto in funzione di endecasillabi che risuonano come getti di corrente in cascate di musicalità.
Finché il cerchio si chiude con un inno all’amore; a quell’amore verso la figlia con cui l’Autrice aveva dato il via al suo racconto; e lo fa con una oracolare visione di forte impatto emotivo:

(...)
E poi che sarà colma ogni tua luna
e non avrai rifugio per accogliermi,
cercami più lontano, vieni, trovami !
Ti verrò incontro per deserti e rovi;
tu segui solo il filo del mio amore,
di là dai fiumi inutili del dopo,
dai folgoranti eserciti di Dio
fino a che non mi trovi, bimba mia!
non mi lasciare nell'eterno sola
e non mi dire,
non mi dire addio.

Nazario Pardini

DAL TESTO

Dedico questo lavoro a mia figlia Romina, il solo legame che mi resta con questa Terra

A  ROMINA

La mia poesia è tutta nei tuoi occhi
d'edera e di corimbo,
sulla tua pelle
che a lattice di luna eguaglia il lume,
piccola donna mia  che tutto sai del mondo
e di cui il mondo non conosce il nome!

Sbircia, il mio verso,
per l'usciolino schiuso del sorriso,
dentro gli orti leggeri del tuo cuore,
dove tu benedici cespi azzurri di spigo,
ciuffi bambini di menta e di timo,
tra grovigli di more polverose,
nell'arruffato, piccolo giardino
traboccante di rose.

E tu, rosa d'Inverno,
che dolce vieni dentro la mia casa
come pioggia d'Agosto,
gran prodigio  mi fosti! e non so come
mi venne dato bene sì giocondo,
piccola donna mia!
che tutto sai del mondo
e di cui il mondo non conosce il nome.



In rammarico, inquieto si contorce
il bacio che restò sulla mia bocca,
ne' prese il volo
al labbro corrucciato dell'amore,
o che alienò, qualche pudore erroneo,
dalla tua cara guancia.

E sa di amaro e polvere,
e sa di un frutto ruvido
che prosciuga la lingua e la fa muta,
e che dentro il silenzio graffia e geme
come nel cielo illune
le stelle in loro frangersi dolente,
nell'inutile sforzo di colmare
l'incolmabile vuoto della notte.



Non siamo che binari
lanciati su pianure
nude, di sale e polvere.
La vampa di una conca di papaveri,
o la benedizione verdeggiante
di un letto di trifoglio
sono stupore che ci stacca un attimo
dal chiodo fisso dell'ansia di esistere,
ma sgomenta la duplice intuizione
di un tutto, e di una faglia
fra il resto e questo guscio, e della nostra
divisione ci afferra la vertigine.

Solo l'amore, breve un'esplosione
di luce, un abbandono,
graffia la catafratta,
o di un amico il tocco sulla spalla
ci spigola un sorriso
e incide per un attimo la scorza
di questa solitudine.



Non siamo che binari:
brevi incontri agli scambi,
e ancora si allontanano
dentro nuovi silenzi.
Un giorno ancora
per ancorarmi in te, alle tue parole,
ripararmi alla gronda del tuo tetto
proibito a pioggia e vento,
ora che tuona sul mio capo  grigio
e il sorriso è una scarpa appesa al chiodo.

Questo azzurro serale, questa placida
luna di valli d'oro,
questo silenzio chiaro che interrompe
solo il coro immutevole dei grilli,
altri giorni li ho visti, e già sentiti:
(restano il grano e i sassi sempre quelli!)

Potrei voltarmi indietro, e ci sarebbe
l'ombra del tuo rimpianto
a cingermi le spalle in un abbraccio.
Ma è troppo caro il prezzo.

(...)