martedì 18 giugno 2019

FRANCO CAMPAGIANI LEGGE: "TITIWAI" DI SANDRO ANGELUCCI




Sandro Angelucci,
collaboratore di Lèucade

Nell'ambito della rassegna I.p.la.c.
TITIWAI, DI SANDRO ANGELUCCI 
(LADOLFI EDITORE)
presentato a Roma, presso Hora Felix, il 15 giugno

Franco Campegiani,
collaboratore di Lèucade

Da quando nel pensiero greco si cominciò a distinguere i concetti, accadde che il Bello, il Vero, il Buono, eccetera, iniziarono ad apparire come valori separati ed autonomi, addirittura antitetici gli uni agli altri. Una frammentazione che a lungo andare, radicalizzandosi, doveva inevitabilmente condurre alla distruzione di ogni valore e del senso stesso della vita, come è accaduto realmente con l'avvento del nichilismo. In tempi arcaici, al contrario, la mente umana, tutt'altro che ingenua come potrebbe sembrare, era dedita ad un solo obiettivo: la ricerca della Sapienza, del Senso della vita, di quei valori universali che non sono pregiudizi, ma Princìpi effusi nel creato dalla creazione stessa.

Una fede che non dava nulla per scontato, in quanto fondata su una macerazione interiore costante, su un'autocritica tesa all'abbattimento di ogni puntello di comodo e di ogni facile illusione. Fede alimentata dal dubbio, che non può essere scambiata per ingenuo fideismo. Ebbene, è a questa fede, propria del pensiero prelogico e misterico, mitico-sapienziale degli avi - fede per la verità mai abbandonata del tutto dal genere umano, pur essendo caduta largamente in oblio - è a questa fede, dicevo, che si collega la ricerca poetica di Sandro Angelucci. Vi si ricollega da sempre, ma particolarmente in quest'ultima fase del suo canto, Titiwai, che è tutta una ricerca delle Leggi effuse nel creato dall'iniziale big bang.
Una poesia, pertanto, che va molto al di là delle bellezze formali, del narcisismo autoreferenziale e delle superficiali emozioni tanto care ai poeti intimisti. Un dire piano e sommesso, quello di Sandro, lirico e filosofico nello stesso tempo, capace di scendere nelle profondità dell'essere per donare emozioni e stupori profondi, legati alle vertigini universali del primo giorno che la terra fu. Poesia come risveglio dell'uomo nella verità, nella sua propria verità. La natura è al centro di questo amore e di questo canto. Natura non intesa arcadicamente, come luogo di vita amena, bensì come depositaria di principi impervi di cui ogni vivente è custode nel profondo.
Solo Adamo è riottoso, scontento. Soltanto lui è in cerca di espedienti per aggirare le regole. Per lui, dice Sandro, "è un lento, progressivo allontanarsi". Come Ulisse da Itaca, cui pure è destinato a tornare e tornerà. Un viaggio, una fuga infinita da se stesso alla ricerca di se stesso, della verità che porta dentro, nel segreto scrigno dove luci e tenebre si abbracciano in complice armonia. Alta tensione inquietante, da cui Adamo (Ulisse) si svincola per inseguire altre, astratte e illusorie, armonie: "Siamo tutti liberi. / Siamo tutti uguali. / Siamo tutti buoni. / Siamo tutti belli. / E nessuno lo è davvero".
Ma la salvezza è dietro l'angolo: "Torneremo ad esserlo / quando saremo prigionieri, / differenti, cattivi, brutti". Quando cioè, svanite le illusioni, saremo maturi per accogliere anche il male alla nostra mensa. Così ci troveremo di nuovo nell'Eden, negli equilibri iniziali, e risorgerà la Fenice. E finalmente ci accorgeremo del Paradiso che non ci ha abbandonato mai: "Navighiamo per mari stranieri. / Cerchiamo in terre lontane / la creta che abbiamo nel cuore". Sta dentro di noi e non lo sappiamo, ma ritroveremo la rotta ovunque orienteremo la prua. Anche se c'è un prezzo da pagare, purtroppo: il rogo apocalittico.
Poi, tornato a Itaca (ovvero a se stesso), Ulisse sarà di nuovo pronto per rimettersi in mare. Un'altalena perenne, la sua, perché c'è sempre bisogno del contrario, e del contrario del contrario. Non si può vivere sempre nella grazia. Bisogna attraversare la disgrazia per potersi guadagnare di nuovo la grazia. Segnalo in proposito una poesia, Big bang, dove il poeta ripercorre nel pensiero le tappe della prima incarnazione umana. Un viaggio interstellare che lo conduce, novello Adamo, sulla terra, dove, spaesato, si scopre di nuovo "smanioso / di cogliere il frutto / del melo proibito". 
Questo il nucleo poetico-filosofico di Titiway. Un nucleo denso di echi alti e di profondi richiami, con l'apparizione di archetipi fondamentali, quali Madre Terra e Padre Cielo in azione congiunta e speculare. Un canto sciamanico che irrompe con boati silenti, rigeneranti, nel grigiore assordante della cultura postmoderna in cui viviamo. Nella prima parte della silloge, Il giorno della legna, si parla dell'uomo, del suo stampo archetipo e della sua perversione mentale. Nella seconda parte, Pan Flute, l'orizzonte si sposta dalla metafisica pura alla metafisica incarnata e sanguigna del creato.
Dal mistero dell'Assoluto lontano, al mistero vicino, ma non meno profondo, della Relatività. Il che accade dopo avere collocato al giusto posto gli interrogativi metafisici: chi siamo? dove andiamo? Domande prive di risposte, ma non per questo infondate. Se è vero, infatti, che non si è autorizzati a rispondere, non si è neppure autorizzati a sigillare la propria coscienza di fronte al mistero. Chi siamo? dove andiamo? Domande che non sono solo domande, ma anche e soprattutto risposte, giacché fede e dubbio sono fratelli siamesi. Facce della stessa medaglia, inseparabili tra di loro.
Ciò che conta è vivere con pienezza nella realtà in cui viviamo, dare umilmente fondo, in quella parte dell'Universo, alla sapienza che ci è stata data in dono. "E' così bello essere mortali / sapere di far parte del mistero". L'eterno è dovunque, non bisogna cercarlo chissà dove: "So soltanto / che ora è qui quel luogo, / in questi pochi versi. / Feroce come un pugno / dolce come una carezza". Basta leggere nelle pagine del cielo, respirare il vento e fremere nel sole, come sa fare ogni creatura. Oppure suonare nei prati e nelle selve, come fa il poeta soffiando su un filo d'erba o in una semplice canna.
Bisogna farsi piccoli per scoprire la grandezza. E' il gioco eterno dei contrari. Più si infrange la corazza dell'ego, più si fa spazio all'altro, al Gigante che è dentro di noi: "Fare il vuoto, poeta / questo ti chiede / quando - senza saperlo - / ne avverti la presenza. / Ti chiede di eclissarti / di toglierti di torno / di non essere invadente / con il tuo io / che si vergogna ad essere se stesso. / E fa il gradasso. / E non perde occasione / di reputare vero / ciò che al contrario è falso. / Ti chiede la libertà. / Lo spazio del silenzio / dove tutto parla, / tutto si ascolta. / E non si vive a vanvera".
Ma tant'è. Ulisse (Nessuno) sfida Polifemo (il Gigante che è Tutto), il nostro spirito, il nostro doppio ultrafisico, "l'occhio che ci guarda e poi ci mangia", pensando che sia "sufficiente un palo / per togliergli la vista. // Quando soltanto un cieco / può accorgersi del Sole / prima dell'alba". E' la lotta che la ragione ingaggia contro lo spirito, superabile soltanto quando riesce a comprendere di doverlo invece abbracciare. "Una, soltanto una / è la strada tracciata dalla vita", quella "di nascere giorno dopo giorno", come "ogni uovo è fatto per aprirsi / alla carezza di questa eternità".
Titiwai è il canto di un uomo che la vita ha messo a dura prova e che sa di dover passare "in mezzo ai rovi, tra le spine" per poter uscire "con le ferite rimarginate al Sole". "Io non sapevo / che credere significa soffrire / con il sorriso / che ti squarcia il cuore". E' la filosofia degli ultimi che saranno i primi, da intendersi in senso spirituale, e non materiale come si ostinano a fare i più. E' un tornare agli equilibri del creato, che non è un saltare all'indietro nel passato, nel tempo, ma uno scoprire che le origini son qui, perché noi viviamo sempre e comunque nella potenza dell'iniziale big bang (si legga Ristabilire).
Equilibrio è il nome segreto dell'Universo, e felice colui che può dire: "E' giunto il tempo dei bilanci. / Tiro le somme. / Ho vinto tanto. / Tanto quanto ho perso. / Bene così. / Guai mi fossi trovato in deficit / o in sopravanzo". Titiwai, il nome delle larve incandescenti che proiettano bagliori simili a stelle nelle volte delle grotte di Waitomo, è una stupenda metafora di questi equilibri, di questo mistero speculare, di questa dualità. E' l'incontro del Cielo con la Terra, l'abbraccio del Padre con la Madre, l'armonia tra lo Yin e lo Yang. La Terra non è che un Cielo capovolto, se possiamo trovarlo inabissato nelle sue cavità.

Franco Campegiani