martedì 9 aprile 2024

Anna Vincitorio :" Una volta cantava "

Due braccia si sporgono sulla ringhiera. Lei stende il suo quasi giornaliero bucato variopinto. Il vento muove i panni come volesse accarezzarli. Si intravede solo il viso perché la terrazza è coperta.

Lei canta.

Tanti gli anni che sono passati con il ripetersi di atti quasi sempre gli stessi. Era bionda, molto bella e eccitava le fantasie di due ragazzi al piano sottostante. Usciva sempre o quasi in compagnia del marito che l'avvolgeva con sguardi di possesso e di amore. Agli incontri per strada o per le scale, un sorriso, poche parole: “Come va? Tutto bene?”.

Due figli, poi andati via, il divorzio del maschio e la figlia musicista spesso in tournée. Avevano viaggiato molto con gruppi di amici. Esperti nel gioco del bridge che richiede concentrazione e abilità.

Lunghe vacanze e il marito che spesso, ironizzava sulla coppia sottostante, di mezza età e modesta istruzione. La scarsa considerazione che gli abbienti hanno per chi non lo è. Capita spesso di considerarsi superiori per proprie caratteristiche e non soltanto perché la sorte ci è stata più benevola. Negli ultimi tempi non udivo più la voce che cantava. Il marito piuttosto serio. Lei mi diceva che lui soffriva di esaurimento nervoso e di una forte depressione. Lui mi accennava a un susseguirsi di alterazioni di lei. “Venga a parlare, le faccia compagnia” mi diceva. I discorsi erano vaghi nel grande salotto dove da una parte c’era un lettino. A turno, non so perché, uno dei due si sdraiava. Ero perplessa. Mi sentivo inutile. Era come se qualcosa mi sfuggisse senza che riuscissi a comprendere.

Quando incontravo la figlia la vedevo cordiale, ma vaga.

Mi tornavano alla mente i tempi lontani in cui mio figlio quando lei suonava per ore l'oboe le scriveva bigliettini ironici pieni di parapà... parapà... parapà. “ma non potresti cambiare musica?”. Ricordavo con nostalgia le cene con i ragazzi: quello di turno di mia figlia a cui mi ero affezionata e il mio figlio minore che ascoltava partecipe i discorsi dei più grandi. Un piccolo mondo, allora festoso, intorno alla tavola imbandita.

Adesso incontro spesso il marito di lei con le borse della spesa. Si attarda. Ha bisogno di parlare. Ogni mattina, al risveglio, lei diviene aggressiva e volano parole. Quando la incontro per le scale è stizzosa e critica lui. La cosa mi stupisce. A volte dalla finestra aperta, la voce di lei e poi silenzio. Mi sento in colpa perché senza volerlo ascolto. Rivedo la figlia che mi parla della depressione del padre per colpa della moglie. Quando incontro lei mi racconta una situazione completamente opposta.

Un giorno una maglietta cade sulla mia finestra. M… suona al mio campanello: “Posso riprenderla?”. “Certo”, le dico. Mentre va via si scusa ripetendo ininterrottamente: “Scusa il disturbo… scusa il disturbo… scusa il disturbo…” Rimango perplessa. Non è normale quel comportamento. Mi ricordo di me bambina che accompagnavo mia madre in visita a una signora che continuamente ripeteva: “Avete letto cosa c’era stamani sul giornale?” Io ridevo, non rendendomi conto che nella testa di quella donna c'era qualcosa che non andava.

Un’altra mattina io esco per fare commissioni e P… mi ferma. “M… peggiora, a volte diviene violenta, al risveglio. Dopo colazione è nuovamente affettuosa”. Visite ricorrenti da più specialisti. La sentenza è ALZHEIMER. Non si può arrestare; soltanto contenere e poi gli psicofarmaci… Vivo in lui il ricordo di lei, i suoi occhi ridenti e vigili. Dove, la loro vita trascorsa, l'amore, i bei ricordi? I momenti di lucidità non riescono a coprire le assenze. È come un antico orologio che batte le ore sbagliate. “Finché vivo, sarò io a badare a lei; poi lo faranno i figli”.

Il bucato lo stende una donna che bada alla саsa. I panni sventolanti sembrano aver perso i loro colori. Quando talvolta mi affaccio e la vedo, le sorrido. Il viso di lei mi appare lontano. È lì, mi parla ma da un mondo senza stelle.

Vorrei tanto sentire ancora la sua voce che canta. È solo un ricordo!

Al piano inferiore il pianto capriccioso e insistente di un bimbo. È l'inizio di una nuova vita.

Firenze – gennaio 2024

Anna Vincitorio

Anna Vincitorio legge Georges Schehade":"Les Poésies"


Questo volume è stato pubblicato nelle edizioni Gallimard – nrf – il 24 settembre 1969.

“Il programma della Nouvelle Revue Francaise affermava attraverso una critica intelligente – l'indispensabilità dell'arte; si ispira quindi a una creazione totalmente svincolata dalle fluttuazioni sociali e politiche. Difende con notevole violenza l'indipendenza dello spirito. Il lavoro collettivo è la somma dei valori individuali. L'intelligenza appartiene all'individuo che la possiede che può usarne oppure no? Dibattito aperto tra letteratura e politica. Il merito della NRF è stato quello di aver cercato di affermare la specificità della letteratura e il suo ruolo nella vita umana”1.

In questa ottica possiamo avvicinarci a Georges Schehadé (Alessandria D'Egitto 1907 – morto a Parigi – 18 gennaio 1989).

Ogni stagione mi porterà

Una nuova malinconia

E vi amo come le parole che vi dico

Per un cavallo bianco come l'inverno

Le brezze si spogliano di rugiada

E gli uccelli muoiono delle ferite del mare

Coronate l'amore che tende un arco

Una rondine ha seguito la sera

Non ha colore né forza

Questa stagione non passerà

Senza un nuovo astro

Il suo azzurro ha il tepore di tutte le notti

Trad. Anna Vincitorio

Ho letto il testo più volte per cercare di penetrare il mondo di Schehadé. È un mondo cosparso di immagini spesso surreali che affascinano, disperdendoti. Si avvertono solitudine, amore, tristezza. Ricorrente l'infanzia, formativa per un essere dalla sensibilità accentuata. Noi stessi diveniamo ora “uccelli in volo che si frangono in una solitudine collinare”. Siamo alberi, meduse. Si avverte la necessità di aspirare a un infinito. Il poeta e altri come lui, seguiranno il cammino del cielo. Il poeta ama la natura e vede spirare nella campagna

1

Storia della Letteratura Francese – Garzanti ed. Vol. III.

“un'aria di prodigio perduto”. Le stelle a cui aspira, sono sfiorate dalla morte. In lui una ricerca di eventi, parole che affiorano dai ricordi di una lontana infanzia che ha il colore delle origini. Lui cerca un cammino “in una via di rosai”, ma nel cuore permane il dolore. Non può, un poeta essere felice. Gli è compagna la luna “in una solitudine di giunchi”. Le stelle sono lontane. Vicino a noi corsi d'acqua. Acqua in cui immergersi Per purificarsi o dimenticare? Le tempeste della vita spingono i fiori verso la morte. Il poeta è solo come “giardini che non hanno paesi/ in una solitudine d'acqua attraversata da colombi azzurri”. La realtà è il fanciullo che ricorda.

Poesia quella di Shehadé su cui soffermarsi ma che sfugge. Rimane in noi il sapore di immagini surreali e il rimpianto costante dei lenti anni in cui “Tu indossavi il grembiule di scolaro/… e dormivi ogni notte sulla tua infanzia”.

Anna Vincitorio

Georges Shehadé

Les Poésies

prefazione di Gaetan Picon


Poesie nº 1 – 1938

N.2

I capelli che sono l'età dell'amore

Come il vino che scorre tra le dita

Ricordati, ricordati dei fiori della terra

La vergogna portava la tua testa in un sacco

Mille frane segnavano i tuoi passi

Tu sei là in alto sulla collina

dove la luna posa le sue grandi braccia

Gli alberi fremono come fredde meduse

Ma tu non credi a queste grida della natura

Se le montagne potevano sfiorare l'aria

e così congiungersi alle stagioni

I tuoi passi seguiranno il cammino del cielo

A vent'anni c'è un tremore

di vedere i suoi occhi nell'acqua delle donne

La camera ha la parure del mare

Come due uccelli che volano si frangono insieme

Del silenzio infausto dei nidi

La notte ha congiunto le nostre età

O melodia della pietra delle isole

Il mio amore meraviglioso come la pietra che non avverte

Questo pallore che voi giudicate lieve

Ugualmente voi vi allontanate da me

Nell'ora in cui il sole e noi creiamo una rosa

Nessuno ha dovuto ritrovarla

Né il bracconiere né la veloce amazzone che abita le nuvole

Né il canto che dà vita alle abitazioni perdute

E siete voi donna e i vostri occhi irroravano

D’aurora la pianura della quale io ero la luna

Ogni stagione mi porterà

Una nuova malinconia

E vi amo come le parole che vi dico

Per un cavallo bianco come l'inverno

Le brezze si spogliano della rugiada

E gli uccelli muoiono delle ferite del mare

Coronate l'amore che tende un arco

Una rondine ha seguito la sera

Non ha né colore né forza

Questa stagione non passerà senza un nuovo astro

Il suo azzurro ha il tepore di tutte le notti

Io sogno gridando

nella casa delle foglie

Sono io sono io diceva la canzone priva della sua libertà

E che io mi allontani portando con me

Il manichino di perle

I boschi sono morti

E le foglie lese volano via

Soffia in campagna un'aria di prodigio perduto

Non si cercano gli occhi nelle musiche arcane

Un cuore grande le ha visitate

Vi saluto stelle che la morte non sfiora

Sulle vostre ginocchia fiori di spiaggia

La costanza conduce alla felicità

La mano nella mano come il cielo e il giorno

Questa melodia che ha il colore delle origini

Allora io percorro una via di rosai

E sento sorgere in me un grande dolore

Simile al sale del mare

IX

È l'ora del riposo

Le allodole sono sagome bianche

Appoggia la tua testa nel fieno dove il cavallo

s'impiglia

Lo zoccolo il più arrendevole

Ecco la luna

Lei non è rotonda perché tu sei triste

Solitudine dei giunchi

E l'Albero che addormenta le stelle

È scosso da un nido

Perché noi siamo senza notizie delle stelle

Gli angeli ci battono con grandi ferri

Fate luce voi che vivete sui corsi d'acqua

Quando il lampo spinge fuori verso la morte

Lasciate a me la vostra rugiada e la vostra cenere

– Oh benedette come le fiamme

Quando l'autunno tremava sulla montagna

Adorna il tuo cavallo con l'occhio dei cigni

Nel vento la bellezza e l'ora è scura

Io ti amo me l'hanno detto

Poésies II

1948

Su una montagna

dove le mandrie parlano col freddo

come le fece Dio

Dove il sole è nato

Ci sono granai colmi di dolcezza

Per l'uomo che cammina nella sua pace

Nel mio sogno questo paese dove l'angoscia

è un soffio d'aria

Dove i sonni cadono nel pozzo

Io sogno e sono qui

contro un muro di violette e questa donna

Il cui ginocchio lontano è una pena infinita

III

Ci sono giardini che non hanno paesi

E sono soli come l'acqua

Dei colombi azzurri li attraversano e non hanno un nido

Ma la luna è un cristallo di felicità

E il fanciullo si ricorda

Di un grande sereno scompiglio

XIII

Come questi laghi che portano tristezza

Quando l'autunno li copre e illividisce

Come l'acqua col suo gorgogliare

che mille volte si ripete

Non c'è riposo per te alla mia vita

Gli uccelli volano in stormo

Ogni sonno è diverso

E tu nelle foglie di questa pianura

Davanti al volto soltanto un addio

VI

Al fanciullo che corre in una foresta

piena di soffi di vita

Dico che prediligo

Colui che dorme in un giardino di giugno

Con un leggero cruccio

Per la solitudine delle immagini

E l'alba e i ladri d'acqua

XII

Un violino cieco piangeva per noi

una fontana di pietra

L'inverno stagione senza volto

Quando i grappoli d'uva sono neri

XIII

Mi schernirò in un giardino di pomi

In quest'acqua della campagna

a passi immacolati

E per te amica dei salici della morte

Le colombe che volano senza aura

L'assenza più lunga che gli anni

XV

Se tu sei bella come i Magi del mio paese

O amore mio tu non piangerai

I soldati uccisi e la loro ombra che fugge la morte

Per noi la morte è un fiore dell'anima

Bisogna sognare gli uccelli che viaggiano

Tra giorno e notte come una scia

Quando il sole si allontana negli alberi

E rende il loro fogliame simile a un prato

O amore mio

Abbiamo gli occhi blu dei prigionieri

Ma il nostro corpo è adorato per i sogni

Allungati come due cieli nell'acqua

E la parola è la nostra unica essenza

VII

Quando la notte si dilata con la sua luce

In quel momento il pensiero è inviolabile

Io dico fiore di montagna

per dire solitudine

Dico Libertà per dire disperazione

Io vado boscaiolo dei miei passi

a smarrire le menzogne

In una foresta di boschi

Ricolma di giustizia e di canti

VIII

O amore mio non vale che noi amiamo

chi ne fugge come l'ombra

Come queste terre lontane dove il proprio nome si perde

Nulla ci trattiene

come questo pendio di cipressi che dormono

Dei fanciulli di ferro bluastro e morti

I corsi d'acqua e le rose delle battaglie

Bandiera dolce cullata dal ferro

Pianure senza paesi che brillavano

Per la neve malvagia e bianca

Le formiche mangiavano la veste delle meraviglie

Quanto lenti erano gli anni

Quando tu indossavi il grembiule di scolaro

Quando tu dormivi ogni notte sulla tua infanzia

Poésies III

1949

La stella ritornerà sul giardino distrutto

Simile alla goccia d'acqua delle origini

Si apriranno gli uccelli dalla pazienza perduta

E sarà il sogno della prima notte

O amore mio sono in una prateria

Con gli alberi della mia età

Ma le gazzelle passano tra le mie ciglia

Socchiuse di sonno

Questa sera la morte è figlia del Tempo ben-amato

IV A Pierre Robin

Quando l'uccello si tormenta col suo canto

Le foglie nella loro malinconica incertezza

Talvolta pongono fine al loro lamento

L'aria a lungo si consuma e non vuole più ascoltare

Noi passiamo allora coi nostri cani di domenica

Sul cielo e nel frutteto

E per l'esilio delle nostre immagini

Doniamo un’ombra a ogni fanciullo della sera

V

Dell'autunno ingiallito che trema nel bosco immoto

Permane una strana malinconia

Come queste catene che non sono né per il corpo

Né per l'anima

O stagione i pozzi non hanno ancora disertato la vostra grazia

Questa sera noi avanziamo nelle vostre foglie che passano

Nei pressi di una cascata di triste follia

Ed ecco in una nuvola di grande trasparenza

La stella simile a una scintilla di fame

IX

Io vi chiamo Maria

Un casto corpo a corpo con le vostre ali

Siete bella come le cose che ho visto

Dapprima non c'era il vostro Figlio nei paesaggi

Né il vostro piede d'argento nei letti

Io vi invidio Maria

Il cielo ti copre di dolore

Dei corvi hanno toccato i tuoi occhi blu

Tu mi inquieti fanciulla

Il fogliame è folle di te

X

Quando noi avremo

Delle dolci spiagge da sfiorare con lo sguardo

E questa vita dove l'ombra si apre al giorno

Il riposo giungerà con i suoi tesori

Voi ed io sulla Terra delle spiagge

O amore mio che chiedete al sonno i viaggi

Se tu incontri un colombaccio

1951

Se tu incontri un colombaccio

In un bosco cosi giovane per la vita della sua neve

Quando gli occhi hanno il sembiante dei nodi della sera

Distaccati da tutto ciò che la riguarda

L'età della foresta amore mio è un sogno

III

Per ritrovare il corpo e l'anima dell'infanzia

In una stanza dolce alla quale i ladri danno luce

Le mie mani sono leggere quando penso

Un asino giungeva dalla patria dei dipinti

I rumori allora erano privi di memoria

Sono così gli oggetti della grazia

L'uccello di zucchero con la sua storia e il cielo blu di niente

XII

…Figura di sogno sul selciato

Stella che brilla e ferisce

Piccola cosa come il fiore di Dio

Dopo viene il clangore nell'immobilità degli angeli

Il sole che crea la luce e non ritorna

Mentre tu passi col tuo bianco vestito

O tristezza prima delle tue ombre

O chimera dei tuoi abiti

XIV

In questa campagna dove il sole muore

come un cavallo beve

L'erba e il tempo soffrono la stessa pena

Un violino allontana le ombre dalla sua mano

Ricorda gli stagni del lontano mare

Quando dormirai nella terra dei fanciulli

Le formiche mangiavano la veste delle meraviglie

Quanto lenti erano gli anni

Quando tu indossavi il grembiule di scolaro

Quando tu dormivi ogni notte sulla tua infanzia

Ho pensato di riportare in questo ambito la prefazione di Gaëtan Picon a Les poésies2. Si oppone al lanzonismo3.

Figura di alto spessore: L'imaginaire di Gaëtan Picon fondation d'une bibliothèque intellectuelle. Gli anni 1944 – 1950 e 1951 – 59 sono particolarmente importanti. Ricordiamo il periodo di Beyrouth alla Scuola Superiore delle Lettere con Schehadé e L' Institut Francais de Florence con Giuseppe Ungaretti e Piero Bigongiari e l'École des hautes études de Gand che inseriscono Julien Gracq e Yves Bonnéfois.

“Io apro questa raccolta Les Poésies dall'articolo insolitamente chiuso come un cofanetto che si può trasportare dappertutto con sé, estrapolandolo dai due anni laterali delle prime poesie e di Se tu incontrerai un colombaccio (1938 – 51); il tempo che lui ha perso per dar vita al lapidario (stile), all'erbario (collezione di piante); si io l'apro come un cofanetto incrostato di madreperla dalle pareti di cedro e di sandalo e c'è un profumo che esala che io soprattutto riconosco fra tutti gli altri, bene perché appartiene a una essenziale e intemporale poesia come, camminando, occhi chiusi in questa foresta, io so che ha un sentore così complesso e sottilmente equilibrato che non lo ritroverai in nessuna parte e a me mancano le parole per darle un nome, e che io sono giunto all'altezza di una siepe familiare.

Sensazione unica, incomparabile. Senza dubbio appartiene a una terra più lontana di quello da cui io vengo per parlarne e dove io calco le innumerevoli foglie dell'autunno. Terra dove il sole muore come un cavallo beve, dove scorrono le pagine della grande Bibbia di pietra dove resistono, loro soltanto, alla grande sete del sole, delle essenze rare e violente. E pertanto, non è la violenza di Mezzogiorno. È piuttosto la notte come nell'autunno di ogni giorno, il rifugio delle fontane “senza l'acqua della luna” l'ora mentale immaginaria dove le cose sono filtrate, setacciate, per la loro attesa e le loro memorie; e lontano e lungi da affermarsi in una evidenza troppo forte per essere sensibile, loro colano delicatamente come il succo dei frutti che noi spremiamo dalle nostre mani, loro creano nell'aria i colori cangianti delle rose, del gelsomino, della violetta. Notte sovente più luminosa del giorno, primavere, autunni, più ricchi dell'inverno e dell'estate, penombra rassicurante dove le immagini rispondono al nostro appello. Ma questa flora d'una più lontana terra è soprattutto quella “d'una lontana interiorità"; l'Oriente è quello del cuore e dell'immaginario; il giardino è più antico conservato meglio degli altri e tale da

2

G. Picon, critico e saggista francese – Bordeaux 18 sett. 1915 – Parigi 15 agosto 1976 – Viene considerato uno dei precursori e dei maggiori esponenti della Nouvelle critique francese.

3

Parola derivante da Gustave Lanzon – critico letterario e filologo francese – Orleans 1857 – Parigi 1934 – che esercita un'influenza profonda su diverse generazioni di studiosi. Per lui la visione critica deve essere rigorosamente scientifica e storica senza però negare il carattere estetico della letteratura. Da L'Enciclopedia di Repubblica vol. XII pag. 67.

essere sfuggito agli impiegati del catasto, ai guardiani e ai controllori del tempo; l'erba non è stata calpestata.

Giardino dell'infanzia? Direi piuttosto d'una vita che non ha altra età che l'infanzia. E giustamente perché non è stata avocata alla luce di un'altra età; non si parla di una infanzia ma dell'epoca ferma dove il bambino, l'uomo adulto, la donna, sono i cittadini con eguali diritti di una capitale favolosa che il drammaturgo chiamerà Paola Scala o Belvento, ma che il poeta non ha bisogno di darle un nome. L'infanzia non è l'oggetto di una nostalgia; è la voce inflessibilmente ingenua di una vita che non ha un altro suolo.

Il poeta non ha imparato niente; non ha niente da apprendere; lui incontra al termine del suo poema ciò che sapeva aprendolo e di sorgente sicura. Le parole, pertanto inventate, gli sono donate.

Non vengono le une dalle altre, ma loro stesse da questa sicura sorgente. E se possono loro stesse avere un profumo, quando non parlano di profumo, come l'acqua pura ha il suo odore, e non può essere che lui, immediatamente riconoscente e insolito della semplicità. Questa poesia non è una esperienza sul linguaggio; è una parola scaturita dall'esperienza. Non costruisce parole in parole, la passerella che gli farà lasciare la sua terra natale – la terra dove passa, sotto il cielo cosmico, il tempo senza ora né età. Fatto di parole, sicuramente, ma che non riconoscono la loro chimica, non vedono la loro formula; lei dice semplicemente, di un solo alito, ciò che lei ha sempre saputo, lei persegue il fremito della sorgente e della sua reminiscenza.

Perché è anche un rumore che sento e riconosco; non meno del suo profumo ogni volta che apro il libro; ed è in lei che si perde la mia lettura… Io sono un attore più che un lettore. Ma questa voce che io restituisco al poeta sento che è essa stessa d'una voce più antica, la cui autorità fora attraverso il fascino dell'inflessione personale, voce profetica sentenziosa dell'Antenato, quella che parla col freddo dall'alto delle montagne, come Dio l'ha creato, dove alla soglia del giardino che noi abbiamo lasciato, quando il mondo si è aperto davanti a noi e dell'esilio e del dispiacere non ci sarà fine. A questo rumore di meraviglia e tristezza, a questo profumo d'ombra e di ambra non siamo sottomessi come a un incanto – imprigionato, un po’ assopito, ingurgitato. Noi ci inseriamo nella cantilena di ogni poesia; ci perdiamo nella goccia a goccia della vasca; noi ci lasciamo questo leggero odore inebriarci. La poesia ci avvince, non ci butta fuori armata della sua forza nello spazio che il suo chiarore avrebbe aperto. Pertanto, ecco l'immagine, come la stella scintilla di fame.

Lei rompe l'incanto e noi ci scopriamo attivi e vigili. Noi la sottolineiamo nella poesia e noi riguardiamo, fuori di lei verso il mondo che trattiene la sua prova. Improvviso lucore delle immagini, colpo di gong, strappo di seta… Io non conosco nulla di più vero, essendo sufficiente vantaggio per loro stesse queste parole dove vivere indefinitamente… C’è anche la luna che sale “come

un animale di uragano, gli alberi che si muovono per il loro rumore, le stelle che viaggiano con gambe di sale, gli armadi della vecchiezza dell'uva; Ha l'occhio, questo animale, affascinante...” Ma io noto che l'immagine raramente dà fine alla poesia. Il movimento del testo non ha per scopo di condurlo, come se fosse il trofeo della sua vittoria, ciò che ci permetterebbe di staccarci dalla poesia. Guardando di lui soltanto questo lucore di lame per il nostro proprio combattimento. Se la poesia 18 di Poésies 2 ci dona il colpo di grazia sulle fontane senza acqua della luna invece di buttarsi su “Il tutto passa come se io fossi l'uccello immobile”, ci lascerebbe al bordo di una finestra aperta, esposti e vigili; ma la sentenza finale – piuttosto una verità che noi ripetiamo che questo pomo della discordia dell'immagine capace di illuminare gli altri fuochi – ci fa penetrare il canto, alla penombra materna della poesia. E io noto anche che l'immagine non è che un incipit frequente. Non ho per scopo di aprire uno spazio particolare, di provocare l'inebriante meccanico di cui la poesia moderna non si tedia. Solo un poema di giovinezza – il VI di Poésies 1, è costruita su un movimento di enumerazione che evoca molto precisamente Apollinaire. Disseminata, talvolta unica, l'immagine è al cuore della poesia come l'icona illuminata nell'angolo oscuro della camera, come la macchia di sole nel fondo del pozzo.

Meglio: lei è alla sua cresta, la brusca lucentezza dell'onda – dolce onda mediterranea tra la montata e le cadute – al tempo stesso tesoro, estremo lembo della visione e illusione, riflesso inafferrabile, intrasportabile nell'aria libera. Perché se questo momento dell'immagine è quello dell'intensità, della presenza, non è separabile dal movimento a causa del quale noi andiamo verso di lui e che inaugura il poema; né di colui che, negli ultimi versi, ce lo sottrae. E allora,

prima di sorgere, l'immagine è già offuscata – nascosta. Il tempo dell’incipit in effetti, è tanto il passato come il futuro, dove un verbo ha valore di futuro.

Quando ogni cosa dormiva nella casa fedele…

quando noi avremo

delle pagine dolci da toccare con lo sguardo…

e ancora

Se tu incontri un colombaccio…

Ma come il progetto del desiderio non è altro che un passato

da ritrovare, il tempo in cui credere è quello di un futuro

di reminiscenza

La stella ritornerà sul giardino distrutto…

Noi ritorneremo corpo di cenere o rosaio…

Noi andremo un giorno fanciulli della terra –

Tempo ambiguo del quale non sai tanto di ciò che ci dà,

del quale non sai in ogni caso ciò che ci dà al presente,

che cancella la cesura dell'immagine

noi impedendo di rapirla nel fondo di queste acque

mescolate, alle quali si abbandonano, con diletto le nostre mani.

Qui qualcosa avviene come lo provano queste congiunzioni di tempo, di finalità, di comparazione, di supposizione che aprono così frequentemente il poema. Qualcosa è annunciata, viene, poi si cancella.

Ogni poema è dunque un dramma ma lo stesso con i suoi due movimenti, i suoi due atti che mantengono la fragile costruzione come un quadro, con a suo modo, l'immagine, talvolta la O interiettiva, immobile come l'uccello che plana. La partenza dei fanciulli termina e subito dopo sorge la stella che ha guardato il loro cammino per il loro ritorno nella terra eterna.

Esplicita o no, la clausola del poema, è sempre – Il tempo innocente delle cose – Dramma, ma di una sola azione, di un solo personaggio, di una sola verità; non conosce voci antagoniste, né collisione, né alternative. In un senso: dramma senza tensione, perché ciò che accadrà è conosciuto, ineluttabile, i passi rientrano nei passi, non si può avere che una ripetizione, una oscillazione, mai una rimonta insperata, mai più di un rifiuto disperato.

La verità che ogni volta si rivela, mai si riconosce, si sa poi sempre; parla con voce dolce, sorridente, e irraggia lo slancio così come il grido...

Quale dunque il segreto della sua seduzione dal quale vengono questa scheggia di rugiada, questo tintinnare di cristallo che ognuno riconosce, quest'aria d'una frescura così deliziosa? Da dove viene che percependo la tristezza del poema noi la perdiamo in esso? È che le parole rinascono dalle loro ceneri. O piuttosto no. Le parole non lasciano cenere. Bruciano sempre a fuoco dolce, piccolo mucchio di selce sulla linea del deserto, fedeli, dolci custodi nella notte della camera. E noi vediamo bene queste notti che ci disegnano. Ma è a loro che appartiene la vera presenza, il vero persistere – quello di ogni luce fissata”.

Gaëtan Picon

Trad. Anna Vincitorio

lunedì 8 aprile 2024

XXVII PREMIO NAZIONALE MIMESIS di poesia 2024

 

 



 

Il Premio Nazionale Mimesis di poesia (di seguito detto Premio) è indetto e organizzato a cadenza annuale dall’Associazione Culturale Teatrale Mimesis in collaborazione con il Comune di Itri (LT), con il supporto di Wikiamo web agency, A. Caramanica Editore, il blog Alla volta di Leucade e il Circolo IPLAC.

 

REGOLAMENTO

SEZIONE A) Poesia inedita: Si partecipa con un  massimo di tre poesie a tema libero, in lingua italiana o in uno dei dialetti d’Italia (con indicazione della provenienza e traduzione). Per poesia inedita s’intende mai divulgata tramite qualsiasi mezzo né associabile all’autore fino all’esito della classifica. Se nel frattempo fosse pubblicata o associabile, la segreteria potrebbe spostarla nella sezione B in seguito a comunicazione dell’autore.

SEZIONE B) Poesia edita: Si partecipa con un massimo di tre poesie a tema libero, in lingua italiana o in uno dei dialetti d’Italia (con indicazione della provenienza e traduzione).

Non si può partecipare con opere già premiate in questo concorso. L’inosservanza delle regole comporterà, senza preavviso, l’esclusione dei testi  anche a premi attribuiti.

GIURIA DEL PREMIO

Presidente Nazario Pardini (ex ordinario di Lingua e Letteratura Italiana, poeta, critico letterario, blogger), vice pres. Patrizia Stefanelli (presidente dell’Associazione C. T. Mimesis, poetessa, regista teatrale e organizzatrice di eventi), Salvatore Mazziotti (docente di storia e filosofia, assessore alla cultura del Comune di Itri), Alessandra Corbetta (scrittrice, poetessa e blogger), Vittorio Di Ruocco (vincitore 2023), Gianfranco Domizi (vincitore Premio Nicola Maggiarra 2023), Alfredo Panetta (vincitore 2023), Segretario: Giovanni Martone.

La giuria, pro bono e con giudizio insindacabile, valuterà le liriche in forma anonima e stilerà una graduatoria di 12 vincitori per sezione.

Le opere premiate saranno pubblicate in un volume a spese del Premio. I poeti, conservando tutti i diritti, ne autorizzano la stampa senza nulla a pretendere.

PREMI SEZIONE A Poesia inedita

classificato: € 500 offerti dal Comune di Itri, targa con motivazione incisa, 5 copie dell’antologia.

classificato: € 200, targa con motivazione incisa, 5 copie dell’antologia.

classificato: € 100, targa con motivazione incisa, 5 copie dell’antologia.

VINCITORI dal 4° CLASSIFICATO: Targa con incisione della poesia, 5 copie dell’antologia.

PREMI SEZIONE B Poesia edita

classificato: Contratto editoriale per la pubblicazione di una silloge di 64 pagine in 100 copie, targa con motivazione, 5 copie dell’antologia.

classificato: € 200, targa con motivazione, 5 copie dell’antologia;

classificato: € 100, targa con motivazione, 5 copie dell’antologia.

VINCITORI dal 4° CLASSIFICATO: Targa  con incisione della poesia, 5 copie dell’antologia.

PREMIO  “NICOLA MAGGIARRA” Trofeo e una copia dell’antologia al primo classificato tra i poeti della provincia di Latina non presente tra i 24 vincitori.

TARGA SPECIALE “ GIURIA STAMPA”

Conferita a una poesia, tra le 24 vincitrici,  dai giornalisti: Franco Cairo, Orazio La Rocca, Gaetano Orticelli, Orazio Ruggieri.

La segreteria spedirà (senza costi per i poeti)  il trofeo/targa e una copia dell’antologia. Per i premi in denaro e il contratto editoriale è richiesta la presenza degli autori.

La serata di premiazione, preceduta dalla conferenza stampa per Lazio TV in cui i poeti saranno intervistati, si terrà a Itri nella terza settimana del mese di agosto 2024. Al termine della conferenza sarà offerto un buffet.

MODALITÀ D’ISCRIZIONE

L’iscrizione al concorso prevede un contributo, di €15 per una sezione e €25 per due, da versare tramite:

-ricarica PostePay n. 5333171222725364 intestata a Patrizia Stefanelli Cod. Fiscale STFPRZ60D50D708D. Causale: Contributo per spese di segreteria.

-PayPal a: info@associazionemimesis.com

-bonifico bancario verso Associazione Culturale Teatrale Mimesis IBAN IT 04N 01030 74000 000000658870 MPS filiale di Itri (LT). Causale: Contributo per spese di segreteria.

INVIO OPERE: entro l’8 giugno 2024

Tramite e-mail a info@associazionemimesis.com

Scrivere nell’oggetto: Premio Nazionale Mimesis, nome e cognome del poeta partecipante, sezione.

Allegare: 1) Poesie in unico file formato word, carattere Times New Roman 12, senza alcun segno particolare; 2) dati anagrafici, domicilio, n° di telefono, indirizzo e-mail; 3) copia del versamento.

Tramite servizio postale: a Giovanni Martone, Contrada Campanaro Alto, 9 - 04020 Itri (LT). Spedire una copia di ogni poesia scrivendo sul retro i dati personali e la sezione in cui si concorre. Accludere al plico copia della quota contributiva versata. Farà fede il timbro postale.

Tutti gli autori riceveranno notifica della corretta ricezione delle opere e dell’iscrizione al Premio.

Risultati in www.associazionemimesis.com

htthps://www.facebook.com/premiomimesis/ e nel blog Alla volta di Leucade. La segreteria del Premio contatterà i vincitori, tramite e-mail e telefono, almeno 15 giorni prima della data di premiazione. L’autore, con la partecipazione al concorso, accetta le norme del bando, dichiara la proprietà delle opere, acconsente al trattamento dei dati personali ai sensi del d. Lgs. Nr.196/2003. Telefoni utili: 3475243092/ 3403243843

Giusy Frisina legge :" “Volevo il Pulitzer” di Jacopo Chiostri "....una introduzione alla lettura


 

I romanzi di Jacopo Chiostri da un po’ di tempo sono spesso all’insegna del paradosso, come del resto lo è tutta l’arte che si rispetti.  Ne è un esempio il fatto che mentre i primi quattro - Cemento armato, il segreto del terzo violino, L’ultima luna su Firenze, Pera Cunca e la collana di morte, dai titoli sempre molto accattivanti sono i titoli di un tipico romanzo poliziesco, cioè all’insegna del giallo giallo) , gli ultimi tre sono dei romanzi gialli molto sui generis, al punto da cambiare colore nel grigio/ nero o bianco dell’ombra e della luce, per usare una metafora tutta da meditare.  Hash MD5   è una sorpresa, una giostra di personaggi    paradossali che in una mia recensione avevo chiamato, come avrebbe detto Montale, delle “disturbate divinità” dove, pur nella trama impeccabile del giallo (di cui però non è poi così importante indovinare il colpevole ma semmai capirne il meccanismo perverso), si toccano temi filosofici e psicologici quali quelli della banalità del male e del disagio esistenziale. Invece “Non è un caso”, il penultimo   romanzo, è stato da me particolarmente apprezzato per aver fatto scontrare l’umanissimo capo della mobile dottor Gennaro, con l’esperienza della sincronicità, un argomento caro tanto alla fisica quantistica quanto alla psicanalisi junghiana. Succede così che la linea razionale dell’indagine, fondata sulla logica di causa-effetto e sulla successione ordinata dei fatti viene improvvisamente messa in discussione e può accadere che un atto criminale del tutto indipendente avvenuto a Torino, si intrecci misteriosamente con un omicidio accaduto a Firenze molto tempo dopo , e che  questo omicidio si colleghi, in modo solo apparentemente casuale , con la sparizione di una giovane rom. In questo romanzo, come già nel precedente, venivano inoltre toccati importanti temi sociali, come la condizione rom o la violenza sulle donne.

E questa volta quale sorpresa ci riserva l’inesauribile e imprevedibile scrittore? Senza bisogno di dover raccontare la trama del giallo, ecco alcune indicazioni per farvi affrontare senza traumi le novità. Intanto devo annunciare con un po’ di dispiacere che il commissario Gennaro non è più protagonista dell’indagine, visto che qui un giovane giornalista diventa lui stesso protagonista dell’inchiesta, arrivando a spacciarsi addirittura per poliziotto, cosa che gli costerà la perdita del lavoro al giornale riducendolo a  vendere spazi pubblicitari o a lavorare in una mensa per sopravvivere.

Ma qual è qui il paradosso?

Intanto, come dicevo, si tratta di un giallo che non è un giallo perché l’intrigo internazionale scoperto da Fabio del Colletto (questo il curioso cognome del protagonista) è sì la vicenda di cui tratterà il romanzo, ma di quale romanzo stiamo parlando?  Perché c’ è un romanzo nel romanzo che poi è il romanzo stesso.

Mi spiegherò meglio.  In un gioco di specchi il nostro autore, giornalista egli stesso, che ben conosce come funzionano gli ambienti della stampa e del dovere di cronaca, si proietta nella storia di questo giovane giornalista ambizioso e desideroso di fare al meglio il suo lavoro. facendolo parlare in prima persona.

Pertanto è il nostro stesso protagonista che ci racconta dell’intrigo internazionale da lui scoperto e raccontato in un romanzo che infine ha deciso di provare a pubblicare, arrivando curiosamente a dire che se i lettori lo leggeranno vorrà dire che il progetto sarà andato a buon fine, rendendo così la finzione verificabile.  Solo che il romanzo giallo, la cui trama è rigorosamente disegnata dalla perizia dello scrittore d’inchiesta, diventa il pretesto per un altro romanzo che il nostro autore c i racconta, sempre per bocca del suo protagonista.

 E di che genere di romanzo si tratta se non di un romanzo di formazione, dove il protagonista, come nelle fiabe analizzate da Propp, deve poter superare delle prove per raggiungere l’obiettivo?

Soffermiamoci un attimo sulla copertina, dove campeggia il “giallo”. Il titolo, Volevo il Pulitzer, rappresenta il sogno, il desiderio irraggiungibile, l’America. Come pensa il nostro eroe di inseguire quel sogno proprio nel momento in cui cade in disgrazia? Scrivendo un libro, ovviamente.

Il disegno sulla copertina è emblematico, si vede uno scrittore sulla scrivania con il pc davanti, ma in mano ha una penna o una matita e sta per scrivere qualcosa sul foglio.

L’autore, per inciso, una volta ha raccontato che i suoi romanzi li scrive sulla scrivania dove il suo prozio, Carlo Chiostri, disegnava le tavole per Pinocchio e i suoi romanzi in un certo qual modo sono fatti di immagini tradotti in scrittura, anche se digitati sulla tastiera, ma come se fossero disegnati. Il suo personaggio fa altrettanto, anche se non può dirsi quello di Chiostri un romanzo autobiografico se non nel senso che molti di noi, come lui, ci possiamo riconoscere in quel desiderio di raggiungere un mito, cambiare vita e città, magari nel paese dove sembra sia tutto possibile, anche vincere il Pulitzer perché no? Oppure rimanere e continuare a sognare ma raccontando il vero attraverso la scrittura?

E nel paradosso di questo dubbio si introduce ancora una volta la sincronicità. L’intrigo internazionale che dagli Stati Uniti rimbalza come per caso nella provincia fiorentina, perché un assassinio che nasce da un fatto banale e che scoperchia un vaso di Pandora, quello della lotta per le elezioni del Presidente americano, permette a Fabio Del Colletto di ricevere nientemeno una lettera di ringraziamento da parte di John Biden. Peccato che non potrà tenerla e usarla per il suo curriculum ma forse potrà scrivere un romanzo che potrebbe cambiargli la vita, chissà.  Il nostro eroe conduce infatti una vita monotona e solo questo evento sembra davvero scuoterlo, dopo che la morte del padre e l’abbandono da parte della fidanzata, che lo vede come un presuntuoso fallito, si ritrova solo a fare conti con una madre che lo vorrebbe tutto per sé ma che nello stesso tempo si preoccupa per la sua autonomia e prova cercargli un lavoro quando viene licenziato dal giornale. La cosa più difficile per Fabio è tuttavia liberarsi dai condizionamenti che l’educazione familiare gli ha inculcato fin da bambino, come il senso del dovere e del sacrificio e, soprattutto, il senso di colpa, nonostante i tempi siano cambiati. Ma il nostro quasi non si ritrova nella società fluida nella quale pure si trova immerso. E questo suo essere diverso oltre che un ostacolo potrebbe essere una ricchezza, ma per seguire la sua strada Fabio deve cambiare il modo di vedere le cose. Forse l’amicizia è la via che può aiutarlo a non sentirsi solo, ma anche una maggiore fiducia in se stesso e la voglia anche di rischiare per arrivare alla verità, ma senza dimenticare che la mamma proprio quel giorno gli aveva chiesto di accompagnarla a una visita medica. E senza rinunciare a sperare che un nuovo amore forse- o forse no – possa ancora cambiargli la vita.

Ma la vita cambia davvero quando ciascuno di noi diventa se stesso, ed è proprio questo che il nuovo bel romanzo di Jacopo Chiostri in fondo vuole dirci.

                                                                                                                        Giusy Frisina

Cinzia Baldazzi legge la trilogia poetica “Toamo” di Giuseppe Piluso

                                                                    Piluso
 

 

 

 Terra, vita e libertà

Colloqui utopici con i filosofi nella trilogia poetica “Toamo” di Giuseppe Piluso

 

di Cinzia Baldazzi

   Se avesse ragione Gottfried Wilhelm von Leibniz e la dottrina della Creazione portasse a concepire il mondo presente come il migliore dei mondi possibili, allora il termine “Toamo”, neologismo coniato da Giuseppe Piluso, costituirebbe il leitmotiv di ogni discorso, di ogni studio e, lo riscontriamo nelle note introduttive a La dama, la terra e il leone, esisterebbe «tra l’essere umano e Dio» e «tra persone di genere differente, ma anche uguale».

   Da parte mia, è ovvio, non posso garantire - lo sosteneva il logico-matematico di Lipsia nel tardo Seicento - che il diritto naturale o della terra conduca (lo scrive Alberto Peratoner) «a non ledere alcuno, a dare a ciascuno il suo e a vivere in modo onesto».

   Il componimento C’è (Pensiero) - anche in vernacolo rendese - mostra di condividere il rigetto delle aspettative: «E finisco di illudermi… / per non deludermi… / per non avere delusioni… /deglutisco amari bocconi…». Ma prosegue: «Però… / tempo dopo riapro il cassetto, / un palpito nel petto / viver mi fa», fino alla conclusione: «Amore c’è».

   Sotto il titolo Toamo - di cui comprenderemo poi il significato - è stata raccolto una trilogia composta da La dama, la terra e il leone (2020), Le due Anime, la Libertà e la Doxa (2022), La Lotta, la Vita e l’Amore (2023). Tutti e tre presentano un nucleo centrale di componimenti poetici corredato da importanti sezioni iconografiche dedicate a fotografie, riproduzioni di quadri e disegni, nonché da scritti in prosa di vario genere: pensieri e considerazioni, invenzioni mitologiche e proposte politiche, racconti e testimonianze.

   Nel corso della lettura accadrà che durante il commento io abbia disseminato qua e là enunciati significativi dell’aura etica, storica, filosofica, politica dell’autore, allorché si avvale dei versi o della prosa, collocandoli in punti strategici del contesto ma lasciando solo ad essi l’onere di sopravvivere con altre istanze magari contraddittorie oppure complementari. Non alludo, comunque, a un errore espositivo, tantomeno creativo: quasi nell’antica cultura greca Piluso volesse riproporre il rigoroso rispetto coltivato da Socrate e Platone a riguardo della scoperta personale, imprevedibile e continua, insita nelle risposte degli ascoltatori.

   La poetica pilusiana, così come procede nelle tre distinte opere cronologicamente successive, ripropone altrettante fasi esistenziali primarie del Mito della Caverna platonico: lo scrittore scava nella psiche travolta dapprima dal buio della conoscenza parziale (la terra, l’abisso ontologico), quindi la accompagna nel mondo della luce (la libertà, l’opinione), infine ne favorisce l’incontro con l’esistenza (la vita, l’amore) coincidente con le idee.

 

*       *       *

 

   La dama, la terra e il leone (2020) allinea tre sezioni: La dama, scelta di brani con il sottotitolo “Poesie & Cronaca”; La terra, immagini fotografiche del luogo natìo; Il Leone, che sotto l’espressione “Gli abissi dei miei pensieri” presenta analisi e proposte.

   Lungo le numerose tappe della civiltà, in sintonia con Blaise Pascal (vissuto in Francia negli anni di Leibniz), anche in Piluso può prender vita «un rapporto di coppia tossico ove uno dei due individui tradisce, umilia e non protegge il partner, anzi lo lascia a sé stesso esposto alla derisione altrui». In un frangente del genere, il termine “Toamo” non può essere applicato. Come supera tale impasse la sua poësis, al punto di creare i versi di Cuore tra le braccia? «Vicino a me stretta / sembra di stare / su una vetta, / che ho conquistato, / questa volta, non / ho barato, / le mie carte / bene ho giocato!». Presumo lo abbia ottenuto onorando l’importanza del meditare su Dio e sulla dimensione di fede nell’esperienza in specie quotidiana, implicita nel sottotitolo “Poesia & Cronaca” della sezione di apertura.

   Dopo la parte centrale inerente alle fotografie, con l’hic et nunc rimasto intatto (suggerirebbe Walter Benjamin) dei paesaggi illustrati, nell’ultima sezione, densa di riflessioni, ritengo interessante evidenziare l’aspetto negativo contemplato nel promuovere una grande alleanza di Stati, ossia nel «rinunciare alla sovranità statale consegnandola a un Ente superiore costituito». Credo sarebbe con noi Piluso nel tentare di “positivizzarla” appellandosi in via utopica al progetto platonico di ricorrere a filosofi-governanti, nel quale - lui stesso rivela - si potrebbe «pensare anche a una forma costituzionale che tenga a cuore e dia più valore alla carta dei diritti umani».

   Dove trovare, però, la chiave del successo? Ancora una volta esemplificando Platone, annota Roberto Radice: «Per la precisione, il punto di accordo è l’anima del filosofo considerato come un telescopio puntato sul cosmo delle idee, da dove trae regole e idee da applicare agli eventi contingenti per segnare l’ingresso del Bene nella storia».

   In sostanza, Giuseppe Piluso sembra voler indicare la necessità di sviluppare una visione del mondo umano non dissimile da quello naturale - cioè della “terra”, tema dominante del volume - in cui l’idea del Bene filtrerebbe platonicamente attraverso la mediazione dell’ordine geometrico e matematico nella sfera materiale.

 

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   Il secondo volume della trilogia, ovvero Le due Anime, la Libertà e la Doxa (2021), presenta anch’esso una tripartizione. Le due anime è composta da due sotto-sezioni: le poesie de “La farfalla bianca” e i quadri e i disegni (sviluppati dal 2002 al 2020) de “La chimera blu”. Analogamente, La libertà è suddivisa in due parti: “La Libertà di lottare per la vita”, animata da una poesia introduttiva e da un racconto-testimonianza di un trapiantato di fegato, e “La Libertà di lottare per la propria terra”, con istantanee dei luoghi di origine, tra chiese e vicoli. Il terzo blocco, intitolato Doxa, contiene - spiega lo stesso Piluso - «mie opinioni e riflessioni su tutto ciò che concerne lo stato di diritto (il nostro Paese), lo stato d’essere, la sessualità, ma anche la filosofia, la poesia e l’unione tra queste ultime e altro».

   Nel libro Le due Anime, la Libertà e la Doxa (2022) il quid poetico-letterario, come anticipato, risulta accompagnato da una ingente quantità di riproduzioni di quadri figurativi e astratti dell’autore. Che cos’è, in definitiva, l’opera d’arte? A dire il vero fa tutt’uno, si integra perfettamente con l’input di ποιητική τέχνη (poietiké tècne) del libro, quando, lo enunciava Benjamin nel 1936, «il valore dell’opera d’arte “autentica” ha la sua base nel rituale»: viene così a coincidere con il rapporto tra rappresentazione e reale, da un lato come la concepisce l’artista, dall’altro come la recepiamo noi. Infatti svela Giuseppe Piluso: «Oltre che esprimere i miei sentimenti concreti, ovvero di ricerca, di giustizia sociale, oltre che di sentimento, cerco di raccontarvi, attraverso i miei quadri, un po’ di me».

     Affiorano i due poli rituale-espositivo e personale, in grado - soltanto loro - di indurre il dominio delle forze naturali ad abdicare in favore del regno della libertà: «Il tema centrale di questo secondo libro è quello della libertà (libertà di lottare per la vita e libertà di lottare per la propria terra) […]; le due anime sono l’anima poetica invisibile ma concreta (poiché in essi ci sono frammenti di vita vera e concreta) della farfalla bianca; poi vi è l’anima visibile, ma non concreta».

   Nelle pagine dipinte e in quelle scritte, in breve, accogliamo le parole del saggio di Walter Benjamin: «La serietà e il gioco, il rigore e la disinvoltura si mescolano intimamente nell’opera d’arte, seppur secondo differenti gradi». Nell’inquietante altalena di fascino e timori, tipici di una simile attività ludica, leggiamo in Rimango (prima dubbio, ora certezza) questi versi: «Non sono scappato / non me ne sono andato / ed ora abbiamo ricominciato / da te rassicurato / senza perché tutto ho azzerato. / Cattivi pensieri dentro me / tutti che iniziavano con se. / Andiamo avanti mi dissi / e le mie mani strinsi».

   All’interno del motivo conduttore di un χρόνος (crònos) ritrovato, il suo segno-segnale, pur azzerato, costringe a cercare la via per raggiungere l’obiettivo: come essere liberi? Giunti a questo punto della ποίησις (pòiesis) di Piluso, siamo consci di quanto, nella scrittura del nostro poeta, la riflessione sulla libertà non derivi dal semplice incontro della volontà di possederla e di pensarla, poiché «nel noi io credo / ed è forte il sentimento / che vedo». Del resto il philosophe francese post-strutturalista Gilles Deleuze ricordava: «I concetti non esistono già fatti in una specie di cielo in cui aspetterebbero che un filosofo li afferri. Bisogna fabbricarli». Ed è esattamente un’operazione simile a condurre Piluso tra una riga e l’altra, fra un’immagine pittorica e la successiva. Nessun significato scaturisce chiaro da sé, il generarsi collima con la genesi dell’atto di pensare nello stesso tempo: «Altro non credo», confida Giuseppe Piluso in Cuorlevante, «e ad alta voce / pensando lo dico, / quando penso… / voglio subito / voglio tutto / nulla di più brutto».

   Ed ecco la chimera: indica un point of view della coscienza che non vuole in misura gerarchica fare i conti con la sfera empirica, bensì sostituirla. Da René Descartes a Immanuel Kant, da Edmund Husserl a Karl Jaspers, la coscienza rappresenta il limite rispetto al quale le illusioni della trascendenza si rigenerano: «La verità nelle / briciole era, / tu illusione… / felicità di chimera» [Era]. Sul terreno umano, nel culto del ricordo delle persone amate, lontane o defunte, l’unico rifugio ambìto sembra appartenere al rituale dell’opera d’arte: «Sul letto carte / dove prima c’eri tu» [Blu]. Nemmeno Gilles Deleuze, recuperando un giudizio relativo a Spinoza, trascurava il concetto, sebbene eccezionale, che l’immanenza («la sera» di Piluso) collimasse con il confine della trascendenza assoluta («senza frontiera» oppure «un’altra era!»). 

   In conclusione, perché il vocabolo δόξα (dòxa, opinione)? Nella sezione ad essa dedicata, posso supporre quanto l’oscurità iniziale sia il frutto di un’immagine dogmatica della ragione, soprattutto causata dall’angoscia totale della mancanza di un concetto godibile e chiaro del desiderio annesso alla politica: lo leggiamo nell’Οἰδίπους (oidìpus, Edipo) di Sofocle, il cui testo è stato eletto come matrice ideologica ai tempi della teoria di Deleuze formulata (con lo psicanalista Felix Guattari) ne L’anti-Edipo nei primi anni Settanta.

   Al contrario dell’interpretazione dello psichiatra-psicoanalista Jacques Lacan, la coppia di studiosi era convinta che «il desiderio è un puro e inarrestabile processo produttivo», specifica il professor Fabio Treppiedi, «da pensare in chiave materialistica più come una fabbrica che come un teatro».

   In tale ambito, il filosofo Clément Rosset dichiarava: «Il mondo si vede raddoppiato da un altro mondo quale che sia, a favore dell’itinerario seguente: l’oggetto manca del desiderio; dunque il mondo non contiene tutti gli oggetti, ne manca almeno uno, quello del desiderio; dunque esiste un altrove che contiene la chiave del desiderio (di cui il mondo manca)».

   Nella trilogia di Giuseppe Piluso, l’aspetto “desiderante” è rappresentato proprio dalla parola “Toamo”, esperimento linguistico o neologismo capace di unire dentro sé le espressioni “Ti amo”, “Ti voglio bene”, “Ti adoro” ma soprattutto “Ti desidero pienamente”. La sintonia è ancora con le parole di Deleuze: «Se il desiderio produce, produce del reale. Se il desiderio è produttore, non può esserlo se non in realtà, e di realtà».

   Lo sconforto transita così in direzione della gioia: «Per quanto buio ci possa essere in una notte senza luna e senza stelle», racconta Piluso, «e magari con vento e pioggia battente, questa situazione non è per sempre, la pioggia cesserà, le nubi se ne andranno e si vedranno le stelle e la luna, facendo capolino, sarà presente; e mentre il sole sorgerà, lasciando il posto a quest’ultimo la luna ci sorriderà e sussurrerà ai battiti del cuore: “Domani splenderò solo per voi!!!”».  

 

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   Il terzo e più recente contributo alla trilogia “Toamo” è La Lotta, la Vita e l’Amore (2023). Nella parte iniziale, La lotta, il lettore troverà trenta poesie seguite da “Mito, Pensiero & Racconto”, contenente la descrizione di una inedita figura mitologica, alcuni pensieri e una breve prosa narrativa. “La Vita propone fotografie scattate in terra di Calabria (“Lo Stupendo Sud”), elaborazioni grafiche (“Quadri e quadretti d’un fiato”), prove di logica (“Gioco semplice”). L’ultima sezione denominata L’Amore contiene “Giocando con le parole”, giochi linguistici e neologismi, infine una mini-antologia intitolata “Poesie appese”.

  In La testa va… solo con te! Giuseppe Piluso confessa: «Massaggiando / gustando / le azioni più belle, / e quando innaffio / contemplo le stelle. / Ma ciò viene dopo / molto dopo un sentire / è l’amore che / non ti fa fuggire». L’instancabile ricerca, qui orientata a identificare le «azioni più belle» dell’onnipresente e onnipotente Toamo, riconduce alla mente la sistematica di Edmund Husserl - caposcuola della Fenomenologia e maestro, tra gli altri, di Martin Heidegger - quando affermava: «Non dalla filosofia, ma dalle cose e dai problemi deve provenire l’impulso alla ricerca». Infatti, prosegue Piluso: «Quel sentimento che tu / tutta sei mia e io / tuo tutto sono, / e il nostro sentimento / è più grande del tuono». Il fondamento fisico-concreto dell’ἔρως (èros) supera nella conoscenza quello mega-naturale del boato sonoro del tuono, se non addirittura astratto, in quanto può produrre in noi immagini fantastiche del creato.

   Ancora di più, il filosofo di Prostějov, nella scoperta del microcosmo nella totalità, pur discreditando il pensiero come unica fonte conoscitiva, ribadisce un contesto circostante costituito non solo di “cose” (tavoli, sedie, elettroni, galassie) ma anche di elementi “psichici” dotati della caratteristica di essere “a proposito di” tavoli, sedie, elettroni, galassie. In realtà, nell’ideologia del suo maestro Franz Brentano ho rintracciato un concetto straordinariamente aderente a certi passaggi poetici di Piluso, in particolare alla poesia La testa va… solo con te!: «Ogni fenomeno psichico contiene in sé qualcosa come oggetto», annotava Brentano. «Nella presentazione qualcosa è presentato, nel giudizio qualcosa viene accettato o rifiutato, nell’amore qualcosa viene amato, nel desiderio desiderato».

    Allora, come è fatto il mondo, si chiede lo studioso husserliano Pier Alberto Porceddu Cilione, «se esso include, oltre alle cose, anche una dimensione autocosciente che pensa se stessa e il mondo come suo oggetto? E come è fatto il mondo, se la nostra coscienza è “coestesa” a esso?».

   Dopo aver sfogliato pagine occupate da fotografie, grafica e quadri di varie fonti ispirative, a loro modo risolutivi del quesito di Husserl, l’autore risponde all’interrogativo nell’alternare l’efficacia di un mito di sua creazione, la dèa Téosy, paladina sia delle lettere sia della φιλοσοφία (filosofìa), a quella del Sole, stella e nume esso stesso nella veste di Ἥλιος (èlios). Ma cos’è il μῦθος (miùthos) nella testimonianza di un grandissimo che di certo non ne fu un simpatizzante? Alludo a Platone il quale, al di là di una propensione sospettosa nei confronti della mitologia - a quell’epoca, pensate - la usò con disinvoltura nel suo sistema, delegando solo agli dèi l’onere di provare certe tesi e di condurre alla ricerca del vero. Un simile arcano di natura mitica, in qualche misura credibile, viene sciolto dalla divinità di Giuseppe Piluso: «Lei non guida, ispira solamente i sui adepti e li lascia liberi di esprimersi e di auto-determinarsi nei pensieri, ma non nelle azioni; per scelta sua demandando ad altri dèi il compito di aiutare gli umani in altre situazioni».

   L’apparente incoerenza platonica, a parere di Roberto Radice, si spiega «intendendo il mito nel senso di racconto, cosa che la lingua greca permette, in quanto in essa “mitologia” indica sia l’uno sia l’altro termine. Tuttavia Platone interpreta il primo tipo di mito, quello omerico, come “racconto del falso”, mentre il secondo tipo - quello che lui stesso inventa - è un racconto verisimile». Una scelta stilistica del genere si combina con il cliché adottato nell’intera trilogia, quando Piluso rappresenta la divina Téosy nell’atto di affidare ai «suoi prediletti una coroncina di fuoco che non brucia e consuma, ma dà energia psichica e fisica, quanto basta per produrre».

   Concludo evocando un ultimo colloquio utopico dello scrittore con il pensatore da me preferito all’interno del ‘900, ossia Ludwig Wittgenstein. Se fosse con noi, suppongo consiglierebbe al nostro poeta: «Tutto ciò che la filosofia può fare è distruggere idoli. E questo significa non crearne di nuovi». E Piluso, nonostante metafore e allegorie, aforismi e sentenze, di questo inganno non è rimasto prigioniero.

 


 

 




Giuseppe Piluso (1987), nato a Cosenza e residente a Rende, ha conseguito nel 2016, presso l’Università della Calabria - Unical, la Laurea Triennale in Filosofia e Scienze Umane con la tesi di Filosofia Morale Il male nella Teodicea di Leibniz, quindi la Laurea Magistrale in Scienze Filosofiche.

Dal 2014 in poi ha lavorato presso l’emittente locale Radio W.A.Y. come co-conduttore della trasmissione Gli anni d’oro della Musica, quindi ha diretto il programma di letteratura e musica Onda di china a Ponte Radio Unical.

Collabora con l’associazione socio-culturale “Club della poesia” ed è componente di giuria in vari concorsi letterari. Nel 2018 ha aperto il suo sito www.giuseppepiluso.it dove raccoglie recensioni, video-poesie, fotografie, immagini e video delle sue serate di poesia.

Dopo le raccolte poetiche edite da Santelli Vita! (2015) e H come… cuore (2017), ha dato alle stampe con l’editore Kimerik la trilogia “Toamo” comprendente: La Dama, La Terra e Il Leone (2020), Le Due Anime, La Libertà e La Doxa (2021), La Lotta, la Vita e l’Amore (2023).

Dal 2022 è socio della Società Filosofica Italiana - SFI.

Come studioso ha pubblicato Il male in Leibniz (2016) e successivamente The Theory of Love. The Problem of Evil in Leibniz (2021, in lingua inglese), saggio sul male secondo la teodicea di Leibniz, rivolto a studenti con dislessia e quindi corredato da mappe mentali e concettuali per agevolare lo studio. L’ultimo lavoro, con le stesse modalità del precedente, è La Galassia Pace. Etica, diritto e pace tra Kant e Bobbio (2022), attualmente in fase di traduzione nelle lingue inglese e francese.