giovedì 11 luglio 2024

Giusy Frisina legge :" Monte Stella "



 SALITA AL MONTE STELLA

Elea non dev’essere molto distante da Salerno, provincia d’origine del poeta Luigi Fontanella, di cui ho letto con emozione la raccolta dal suggestivo titolo “Monte Stella”, riferito a un luogo chiave della memoria. Una raccolta divisa, quasi ritmicamente, in quattro tempi (più un epilogo), con una trama sospesa tra memoria e immaginazione. Il Monte Stella è il vertice di questa memoria, per cui mi piace immaginare qui di percorrere una “salita al Monte Stella” (simile, laicamente, alla salita al Monte Carmelo di Giovanni della Croce) , dove ritrovare le origini metafisiche di questa poesia.

Ma siamo in Magna Grecia ed Elea ad ogni modo era la sede, intorno al VI-V secolo avanti Cristo, di una importante scuola filosofica fondata dal venerando - e terribile, si diceva - Parmenide. Questo filosofo è noto per essere stato il fondatore del “principio di non contraddizione”, secondo cui A è uguale ad A e non è non A, ovvero del principio base della logica. Da qui ricavava che l’Essere è e non può non essere e che il non essere non è e non può essere, ed era difficile tenergli testa. Luigi Fontanella se fosse vissuto a quel tempo, molto probabilmente si sarebbe tenuto alla larga da quella scuola o, se ne avesse fatto parte, sarebbe stato sicuramente un eretico, come un certo geniale Zenone, inventore dei famosi paradossi costruiti per dimostrare tutto e il contrario di tutto. Perché per Fontanella, forse più vicino al pensiero di Eraclito e come per la poesia che si rispetti, il principio di non contraddizione non esiste, o meglio si capovolge facilmente nella contraddizione, se ogni fenomeno fluttua continuamente tra essere e non essere, tra verità e sogno, tra realtà e immaginazione appunto, senza mai trovare una sua veste stabile e definitiva. Nei suoi versi incontriamo infatti uomini e fantasmi allo stesso modo incerti tra sostanzialità e trasparenze, soltanto per un attimo intrappolati nel tempo e liberi di vagare tra un luogo e una suggestione, tra un passato irrecuperabile e un presente precario, ma con la forza di chi ha fatto della memoria, mescolata con i colori dell’immaginazione, il proprio vessillo, ovvero il salvacondotto che apre le

porte della mente e del cuore (soprattutto), mentre ci trasporta nei percorsi surreali del nostro passato.

Perché di ragioni del cuore si tratta, come direbbe Pascal, di affetti profondissimi vissuti dal singolo autore, eppure universali, nella parola che evoca le immagini più strane e insolite, eppure così intime e familiari, come un cortile, una piazza, un gioco, o “un richiamo di capelli e sorrisi, da un balcone all’altro” …

E questo anche quando la biografia dell’autore ci trascina da un continente all’altro, cambiando improvvisamente scenario, perché di sentimenti sempre si tratta, in ogni tempo e in ogni luogo, declinati dal linguaggio risonante della parola evocativa che emerge con la memoria, quando si è immersa nel mare dell’immagine. Ma che rapporto c’è tra memoria e immagine se non quello creato dalla stessa immaginazione che trasforma e trasfigura ogni cosa o persona, pur rimanendo assolutamente fedele all’attimo che l’ha suscitata?

Ed ecco che sfilano i volti di persone care scomparse o quanto mai vive e fonte di gioia ( come la figlia Emma), oppure solamente note - ma che hanno toccato l’anima del poeta (come Marilyn) - anzi girano come su una giostra, come nella” vita in cerchio”, titolo suggestivo del secondo tempo della raccolta, dove si affaccia forse l’ipotesi dell’eterno ritorno, dove nulla ha inizio ma nemmeno fine e sia la vita che la morte appaiono come un’illusione interminabile o come un presente dove tutto confluisce.

Così ogni cosa si sfuma e si alleggerisce, e le stesse ginocchia si fanno d’aria e le parole stesse si sciolgono con la pioggia che sostituisce le lacrime, come in quelle notti in cui finalmente si comprende che” la vita, non più ombra che cammina, altro non sia che amare” (A Irene).

Oppure sognare, quel “sognare smerigliato” che si volge al volo di un uccello ed in quel volo identificarsi con lo spazio, quello spazio che è respiro, o talvolta anche un pensarsi al di là dello

spazio e del tempo, dove è possibile immaginare anche l’incontro tanto aspettato, quello col padre amato e indecifrabile, scomparso troppo presto.

E allora il nostro impagabile poeta può anche ripassare da Elea e riprendere a dialogare con Parmenide, quando si accorge di aver scoperto che nulla scompare veramente e che, come ricorda Emanuele Severino, “Tutto è eterno" ossia che “anche alle cose e alle vicende più umili e impalpabili compete il trionfo che si è soliti riservare a dio.” Forse semplicemente perché il mistero umano ha in sé il divino. E di questo non può occuparsene solo la filosofia ma anche e soprattutto la poesia.

Giusy Frisina

8 INFINITO 8 – L’ARRIVO DEL GABBIANO di ADRIANA DEMINICIS


GUIDO MIANO EDITORE

NOVITÀ EDITORIALE

 

È uscito il libro di poesie:

 

8 INFINITO 8 – L’ARRIVO DEL GABBIANO

di ADRIANA DEMINICIS

con prefazione di Enzo Concardi

 

Pubblicata la raccolta poetica dal titolo “8 Infinito 8 – L’arrivo del Gabbiano” di Adriana Deminicis, con prefazione di Enzo Concardi, nella prestigiosa collana “Alcyone 2000”, Guido Miano Editore, Milano 2024.

 

Dopo la pubblicazione de La gemma di giada nel 2023 – che ha visto sempre la mia prefazione – ecco ora l’apparizione de L’arrivo del Gabbiano, seconda opera di Adriana Deminicis, appartenente al ciclo dedicato all’Infinito: ne è sicuramente la prosecuzione poetica ed ideale, riprendendone i motivi di fondo e la tecnica letteraria. La poesia incipitaria del libro cerca di illustrare al lettore il lungo cammino che l’aspetta per raggiungere mete e traguardi di spiritualità e benessere, nell’unione con il Tutto: porta lo stesso titolo simbolico della raccolta ed è una sorta di dichiarazione programmatica del significato della presenza dei gabbiani, ovviamente metafora da svelare. I versi chiave mi sembrano i seguenti: «… Il Gabbiano in volo rappresenta / il mio pensiero che ha trovato la via / per poter uscire ed intraprendere / il cammino, nel respiro liberato / che fluttua nell’Aria, ondeggia / ed a ogni batter d’ali / fa imprimere parole sentite, / sgorgano fluttuanti senza remore e paure / e dicon ogni cosa, / tutto quello che il mio cuore in questo momento sente...».

La mente e il sentimento della poetessa agiscono quindi all’unisono, investendo tutta la personalità, l’essere l’anima, i sensi per compiere un cammino di liberazione e di guarigione, simile alla funzione dell’antica “vis medicatrix naturae. Qui potremmo già citare - come esemplificazione – le liriche Il quarzo citrino («Non era un vezzo / senza significato / portare un ciondolo / di quarzo citrino /…/ lo vedevo luccicare / lo tenevo a me vicino / e i suoi effetti e benefìci / si imprimevano ben presto / sul mio corpo…»; La gemma di giada («Scompariva il dolore dal corpo / grazie alla preziosa gemma di giada /…/ erano il cielo stesso, l’aria, le acque del mare / a volere tutto questo...»; La gemma corniola («... / indossavo una collana al collo / avvertivo una energia diversa /…/ per non parlare della carnagione / che assumeva un colore diverso ringiovanito / grazie anche alla gemma corniola, / che portavo al collo»).

Gli elementi della Natura sono quindi protagonisti in questa poesia i cui contorni vanno gradualmente definendosi nel suo sviluppo e che incontreremo nell’analisi critica, elementi che sempre interagiscono con l’io dell’autrice, svolgendo un ruolo di alter-ego nel dialogo colloquiale, immaginato e vissuto nell’interiorità ed esternato attraverso il linguaggio poetico. Si tratta dunque di una poesia soggettiva, in definitiva auto-centrata sull’universo personale, una sorta di lunga confessione, un monologo che letterariamente assume la forma di una poesia-fiume che scorre nelle sue vene, trasformandosi in poesia-narrazione e sublimandosi in poesia visionaria, dove la realtà fa solo capolino, in attesa di trasfigurarsi in altro da sé.

In certi frammenti è come l’osservare i particolari di un quadro impressionista, poiché taluni versi ricreano quel tipo di atmosfere: «Vidi passare un fiore di canna rosso / nel cestino di una bici, / ho visto ancora un gioiello rosso / nella via del mercato ed un occhio blu, / si respirava finalmente un sorriso / nel viale del pigneto /.../ C’era anche una farfalla bianca, / quell’abitino senza maniche / mi faceva ancora sognare…» (La via del pigneto).

Ovviamente i richiami alla presenza dei gabbiani nei testi della Deminicis sono numerosi, per cui non possiamo esimerci dal proporne alcuni anche al lettore. Dapprima ci soffermiamo su Entrare nel flusso, lirica nella quale tutto è teso alla ricerca dell’armonia, della comunione vitale con l’energia dell’universo, dove l’arrivo del gabbiano porta al superamento delle contraddizioni, crea alchimie con tutte le creature viventi: la poetessa si alza in volo con lui e sogna l’isola immaginaria, ovvero il regno dell’Amore, la possibilità di un nuovo benessere. Significativa anche Il gabbiano, dove assistiamo ad un flusso ininterrotto di immagini legate ad associazioni di ricordi liberamente rivissute ed espresse, e dove i luoghi concreti si trasformano in contesti irreali senza nomi, tempi, storie, come se la poetessa si fosse seduta sul lettino di uno psicanalista e parlasse a ruota libera dei suoi sogni; così il mare ed il cielo l’avvolgono completamente fino a godere la pienezza del vivere, una completa felicità e le altezze dello spirito, grazie alle lezioni impartite dal gabbiano.  Ne I Gabbiani. Arrivarono in tanti, accogliamo un altro messaggio d’infinito e di rinascita, poiché – dice il testo – i loro sguardi andavano oltre i limiti del tempo, presagivano l’arcobaleno all’orizzonte dopo i tuoni del temporale, indicavano la ricchezza della gamma dei colori naturali.

Ed ancora La baia dei Gabbiani, tecnicamente un acrostico basato sul vocabolo poesia, con il chiaro incipit: «Nella baia dei Gabbiani si viveva di poesia…». Un altro sito onirico dove si attendeva la metamorfosi della vita, ma dove: «... Dovevamo essere aiutati, / dovevamo aiutarci perché qui vigevano / ancora la malattia e la vecchiaia / e c’era ancora tanta dipendenza / così da annullare le proprie ricchezze personali...». La poetessa usa il verbo al passato in quanto si tratta di sogni o visioni e quindi eventi già avvenuti, oppure perché sono stati esistenziali preesistenti ed ora superati: vige la legge della dinamica nel nostro vivere.

Nel complesso la poetica del libro sembra rispecchiare talune acquisizioni della filosofia conosciuta come New Age (“Nuova Era”), vasto movimento culturale che comprende diverse correnti psicologiche, sociali e spirituali di natura alternativa sviluppatesi negli ultimi decenni del secolo scorso, come certi concetti e pratiche quali la meditazione yoga, il ‘channeling’, la cristalloterapia, la medicina olistica, l’ambientalismo, l’astrologia, la cabala, la teosofia, le sincronicità numeriche... Tale visione sovente accomuna gli elementi della Terra, del Mare, del Sole, della Luna, dei Pianeti, e degli altri corpi celesti come fonti di energia per la vita umana. Le liriche della Deminicis che rispondono a queste caratteristiche sono numerose ed è interessante scoprire dai loro versi le affinità esistenti; ne segnalo alcune al lettore.

Leggiamo L’energia di Gaia (Gea, la Terra) e vi troviamo il desiderio di connessione con l’energia universale, guaritrice e benefica, apportatrice – dice la poetessa – di quel grande Amore che ha sempre ricercato nella sua vita. Visitiamo L’orizzonte e il mare dove si dispiegano vaste dimensioni spirituali, ontologiche, oniriche – e conosciamo l’influsso positivo del mondo delle acque, degli oceani con la voce del mare che parla a lei con tutta la sua forza. Così anche in Una conchiglia emergono i bisogni dell’anima, la necessità di una rigenerazione antropologica, dell’incontro con l’amore vero, di una sconfitta della solitudine perché siamo fatti per vivere evangelicamente riuniti ed accedere al Tutto. Ecco poi la divinizzazione del grande astro (L’amore del Sole) che ci regala la vita con i suoi raggi, ai quali non si può rimanere indifferenti: essi parlano e la loro voce ha molte cose da dirci. Il tema è ripreso e sviluppato anche in Una canoa. In tali visioni scontato è uno sguardo diverso verso la Luna: non la gelida ed ostile luna leopardiana, ma la calda, amica e benefica luna, poiché «...Luna eri venuta / per rimanere con me per sempre…». Accanto alla Luna ecco Marte, pianeta bellissimo che, come tutti gli altri corpi celesti, richiama il pensiero dell’Infinito. Infine la poesia astrale dell’autrice si sofferma su Gli anni dei Numeri, dai poteri magici e taumaturgici: «... Ogni numero mi avrebbe accompagnato / con il cuore in mano, ogni numero / mi avrebbe portato giorni generosi / pieni di Amore e di Felicità».

Per consegnare ora al lettore ulteriori chiavi di lettura chiare e sintetiche, ovvero fuor di metafora, come si suol dire, de L’arrivo del Gabbiano, ne enunciamo le più importanti. L’umanità, la vita, l’universo, il cosmo, sono spiritualmente interconnessi per cui partecipi della stessa energia: Dio è uno dei nomi di questa energia. La mente umana ha poteri profondi e vasti che possono modificare la realtà: ognuno crea la sua realtà. Ciascun individuo ha uno scopo sulla Terra e una lezione da imparare: la lezione più importante è l’amore. C’è un nucleo mistico comune in tutte le religioni, orientali ed occidentali: i dogmi, l’identità religiosa, l’intolleranza sono ostacoli al progresso della specie. Tutto ciò che accade ha uno scopo: in ogni momento siamo nel posto giusto per imparare la propria lezione. Il nostro obiettivo è diventare capaci di amare tutto ciò con cui entriamo in contatto, scoprire il divino in ogni cosa e l’unione dell’Uno con il Tutto.

Il poemetto finale dal titolo Un occhio blu vuole insegnare tutto ciò con il risveglio del terzo occhio, la guarigione interiore, dopo la prigionia kafkiana in un castello e l’alienazione psicanalitica con un dottore in camice bianco: l’incubo finisce e nella storia – che sembra un sogno sconnesso – il protagonista ritrova se stesso e la propria felicità.

Enzo Concardi

 

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L’ATRICE

 

Adriana Deminicis è nata a Montegiorgio (FM) nel 1958. È docente nella Scuola Secondaria di II grado. Attualmente insegna presso l’I.T.T. Montani Fermo. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Il mio tempo a che ora è arrivato? (2012), Il mio domani non è mai uguale (2013), Oggi così, domani in altro modo (2013), Momenti di vita quotidiana (2013), Quando (2015), Da un Poemetto alla Luna. I fiori di gelsomino (2022), 8 Infinito 8 – La gemma di giada (2023). Altre sue poesie sono pubblicate in vari volumi antologici.

 

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Adriana Deminicis, 8 Infinito 8 – L’arrivo del Gabbiano, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 152, isbn 979-12-81351-33-2, mianoposta@gmail.com.

 

 

 

 

 

martedì 9 luglio 2024

OGGETTI PREZIOSI di Vincenzo Meo


 

GUIDO MIANO EDITORE

NOVITÀ EDITORIALE

 

È uscito il libro di poesie:

 

OGGETTI PREZIOSI di VINCENZO MEO

con prefazioni di Michele Miano e Romeo Iurescia,

e nota critica di Vincenzo Bendinelli

 

Pubblicata la raccolta poetica dal titolo “Oggetti Preziosi” di Vincenzo Meo, con prefazioni di Michele Miano e Romeo Iurescia, nella prestigiosa collana “Alcyone 2000”, Guido Miano Editore, Milano 2024.

 

La poesia di Vincenzo Meo, dotata di semplicità compositiva, assume i connotati di un atteggiamento introspettivo continuo e di analisi della propria dimensione meditativa. Affronta la scrittura letteraria come affronta la vita di ogni giorno con forza, dignità e fiducia e con lo sguardo pulito e profondo dell’artista che non teme di scontrarsi con lo squallore della violenza, della degradazione dei valori etici, di una società ormai alla deriva. La sua ispirazione artistica si snoda attraverso i binari dell’angoscia esistenziale dove alla solitudine e alla precarietà dell’esistenza umana non sembra esserci rimedio se non ripiegarsi in se stessi. È consapevole che solo la poesia e l’arte nella sua accezione generale può e deve essere strumento salvifico per le future generazioni. Si legga la breve e incisiva lirica Un poeta: «…Un poeta… / qualcosa in più, / qualcosa di diverso». E la lirica L’Artista: «È un uomo senza forma, / senza dimensione, / senza struttura, senza età, / senza confini».

In altri testi il poeta canta gli affetti familiari, l’amore per i genitori, e la famiglia le bellezze del Creato. Il sentimento del-la natura si direbbe poi essere un altro elemento catalizzante della sua ispirazione con la descrizione di felici e delicati quadretti agresti della sua Trivento e della terra d’origine. Il poeta soffre per l’amara consapevolezza dell’aridità dei tempi odierni, soffre per le guerre fratricide, per i soprusi, per le ingiustizie.

Rimpiange il tempo perduto, una vita agreste povera e sincera. Rimpiange gli insegnamenti del padre e dell’adorata madre: «…Mi avevi insegnato / a credere in qualcosa…/ Ora, tutto è cambiato! / Non c’è più giustizia; / i valori sono stati distrutti, / la favola è finita. / Ed io, / che ti avevo sempre / dato retta… / oggi devo lottare / in un mondo / corrotto». (Tuo insegnamento. I suoi versi si ispirano spesso alla memoria di malinconiche suggestioni del passato, a rievocazioni e rimpianto di una civiltà patriarcale e agricola. Prevale nei suoi testi la ricerca nostalgica e struggente di un’epoca perduta, di certe idealità, e valori ormai dissacrati dalla civiltà tecnologica e da un mondo sempre più individualista (…).

Michele Miano

 

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Di fronte all’angoscia del vivere umano, alle tremende vicende cui l’uomo assiste quotidianamente Vincenzo Meo contrappone il suo peso interiore, anzi propone la sua intima personalità fatta di azioni, sentimenti e immagini genuine, pure, semplici, che calmano il cuore del lettore in ogni suo più nascosto anfratto.

Il suo pensiero, che tramuta in azione morale, rappresenta il suo iter comunicativo, la pace interiore ed esteriore che ognuno dovrebbe ricercare per “vivere” i giorni di questa vita terrena. L’autore di queste liriche sintetiche, chiare, precise vuole porgere all’umanità la speranza di un mondo migliore, le sue intime emozioni con una soavità, una delicatezza di spirito stupefacente, rivestita al tempo stesso di una corazza talmente coriacea che respinge i soprusi, le violenze, la guerra ed è permeabile al dolore, alle grandi sofferenze dell’umanità, alla solidarietà, al vero amore che solo potrà salvare e riscaldare l’uomo in questa valle di lacrime (…).

Romeo Iurescia

 

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Poeta della meditazione e dei ritorni Vincenzo Meo, poiché si immerge nei ricordi denunciando una certa tristezza di fondo, tristezza di un tempo che passa, un tempo che lo ha deluso perché simbolicamente legato al concetto del bene e del meglio, della morale e quindi dell’onestà che per una vita lo ha reso integro ai propri principi educativi lasciandolo però povero di mezzi e di soddisfazioni che invece altri riescono ad ottenere. Tormento d’uomo questo, ma un giusto come Vincenzo Meo ha in sé la più grande conquista: il mondo spirituale, che non ha limiti di ricchezza e di gioia profonda.

Da questi presupposti si diparte una poesia carica di forza a riscattarlo da quel dolore sordo che lo fa fortunatamente reagire, riuscendo a scrivere il proprio testamento spirituale in una chiave di tutto riguardo letterario. La qualità della sua poesia porta il marchio della migliore ispirazione; infatti il poeta è sorretto da una chiarezza mentale eccezionale, in quanto le immagini che formano i versi appaiono di un nitore formale e di un pensiero veramente incredibile. Anche se descrittiva la sua poesia assurge a trasfigurazione metaforica, questo significa che egli ha compreso che la poesia è tale se la forza del verso la qualifica nel contenuto e nella carica emotiva, carica impressa da un attimo che trascende la stessa realtà che il poeta intende enunciare. Soltanto così è possibile una realizzazione consona ai canoni che sostengono il concetto di poesia, anche se i modi per realizzarla possono essere diversi e legati alla sensibilità individuale (…).

Vincenzo Bendinelli

 

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L’AUTORE

 

Vincenzo Meo è nato a Trivento (CB) dove attualmente risiede. Ha iniziato a scrivere poesie dall’età di sedici anni; ha pubblicato le raccolte di liriche: Cielo grigio squarci azzurri (1979), Una luce diversa (1985), e il libro di pensieri in versi: Riflessioni (1993). Ha partecipato a rassegne letterarie ricevendo consensi e segnalazioni. Sue poesie sono inserite in numerose antologie letterarie.

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Vincenzo Meo, Oggetti Preziosi, prefazioni di Michele Miano e Romeo Iurescia, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 128, isbn 979-12-81351-35-6, mianoposta@gmail.com.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


lunedì 1 luglio 2024

Gianpiero Stefanoni :" La rete non regge,il buco ha rotto; Sopra l'entrata al Gesù di un ragazzo "

 

 

LA RETE NON REGGE, IL BUCO HA ROTTO

 

La rete non regge, il buco ha rotto,

l'amore non basta.

 

Ma forse va bene

anche tu ormai tra gli uomini ombra.

 

Ti verranno a prendere

ma insieme tu prenderai

nella boscaglia pronto a sparire.

 

Sarai annesso a regioni,

continenti, isole ma non ti vedranno

perché non hai figure del tempo

lo sguardo di bronzo, il volto di gesso.

 

Le tre l'ora della medesima passione

in quella comune fame che non sanno.

 

 

 

 SOPRA L'ENTRATA AL GESÙ DI UN RAGAZZO

 

Lo sguardo a cercare l'uscita,

l'oscuro sapere di appartenere a un Dio

che aspetta e chiede del nome.

 

Lasciati dire, non il sospetto,

la ritrosia alla forma è primo incanto.

 

 

 

Maria Luisa Daniele Toffanin dialoga con Katia Scabello

 

FIORISCONO RACCONTI, SBOCCIANO LIBRI

Tre racconti di natura, bambini e bambine, per voci occhi orecchi

Matteo e Gigetto il rospo di mare

Diamantini, diamantini, che vita, bambini!

Quei due merli che cercano casa

 

L’autrice Maria Luisa Daniele Toffanin dialoga con Katia Scabello

Lunedì 3 giugno ore 17.30 – Biblioteca Civica di Abano Terme

 

 Dopo i saluti di rito, i ringraziamenti al dott. Daniele Ronzoni per l’accoglienza nella Biblioteca Civica di Abano Terme, inizia l’atteso dialogo tra Katia Scabello, leggistorie e arratrice per passione ed anche per professione, promotrice del piacere di leggere, e la sottoscritta davanti ad un pubblico modesto ma selezionato subito catturato dalla Parola. E Katia diretta mi coinvolge con la sua suadente voce.

 Maria Luisa, conosciuta e apprezzata come poetessa, ti ritrovo come autrice di tre racconti per giovanissimi lettori. Come sono nati?


Prima di tutto ti ringrazio per la tua presenza all’incontro come esperta di letteratura per l’infanzia: il tuo essere qui con noi, cara Katia, amica da molto tempo, rende prezioso il momento. Per rispondere alla tua domanda, i miei libri nascono da occasioni, emozioni particolari colte dalla realtà. Il primo, “Matteo e Gigetto il rospo di mare”, come recita il titolo prende spunto dalla conoscenza improvvisa al Bagno Perla, in un mattino estivo, di Matteo, un ragazzino biondo che mi interroga, quasi aggredendomi, su quale segreto lui potesse avere tra le mani. Io incerta sulla risposta e lui pronto a rivelarmi di avere un rospo di mare, fatto da cui si sviluppa in due giorni tutta la vicenda raccontata. Il secondo, “Diamantini, diamantini, che vita, bambini!”, prende spunto dalla presenza dei diamantini in gabbia nel mio giardino. Rappresenta quindi una storia di vita che inizia da mio figlio, attraversa i nipoti, protagonisti coi nonni del racconto, nei loro rapporti con i diamantini, praticamente da sempre esistenti nella nostra famiglia. Quindi è un po’ una storia viva di casa nostra confusa con quella frenetica dentro alla gabbia. Il terzo, “Quei due merli che cercano casa”, si ispira alla vita di un’altra famiglia, di merli, con il nido nascosto sotto il gelsomino rampicante, accanto alla finestra del salotto. Osservatorio proprio dei movimenti di questi due impegnatissimi a costruire casa con pensieri, gesti umani da me a loro attribuiti nello snodarsi delle pagine. 

Vicenda anche questa che mi ha coinvolto come le altre, divertito tanto che ne è derivata una scrittura, come dici tu, veloce istintiva, pensosa allo stesso tempo.

Nella tua attenta analisi dei testi, cara Katia, affermi “Nei tuoi racconti fabula e intreccio procedono di pari passo, e a fianco della narrazione degli accadimenti, fornisci, per voce dei protagonisti, informazioni di carattere divulgativo. È stata intenzionale questa scelta?” e credimi che tutto è scaturito in modo naturale, anche le informazioni, senza intenzione alcuna di divulgazione.

Ascolto con molto piacere il tuo successivo intervento da vera esperta “L’io narrante sei tu, sono racconti autobiografici, come se fossi un po’ “la nonna del lettore e della lettrice”: c’è complicità, c’è uno stile nella relazione nonna-nipoti che esprime un forte affetto e uno sguardo rispettoso dell’infanzia” perché corrisponde proprio al reale rapporto affettivo con i miei nipoti, sotteso da un’attenzione profonda all’infanzia come persona in fieri che, nelle varie fasi della sua evoluzione, richiede tutta la nostra premura, la nostra consapevolezza di chi abbiamo davanti e quale cammino stia facendo, cioè la formazione della sua personalità. E questo continua anche alle scuole superiori in cui veramente, come insegnante, mi sentivo responsabile della crescita di un’anima.

Ritorniamo ora a queste altre tue così puntuali riflessioni sulla cifra narrativa dei racconti ricca di dialoghi, quindi adatti anche ad una lettura ad alta voce insieme anche ad altri, costruita sulla volontà di relazione implicita nella condivisione di gesti, parole, racconti. Quindi racconti inclusivi che quasi sollecitano i presenti ad intervenire ad alta voce rivelando la loro partecipazione, come avviene nel racconto. Manca solo la presenza di mia nuora che per lavoro abitualmente non c’è in questi momenti ma che volentieri avrebbe vissuto i sentimenti dei suoi figli e sarebbe intervenuta nel dialogo.

Riporto volentieri anche la tua nota critica sulla mia scrittura perché mi dà molto piacere: “Ciò che emerge, in tutta la tua scrittura, è la forte attenzione alla qualità del linguaggio, declinando in uno stile che assomiglia molto ad una sceneggiatura…”. Ecco, quei bambini con i genitori presenti all’inizio del nostro incontro, probabilmente sono usciti prima del tempo perché proprio i loro genitori non comprendevano l’analisi dei libri piccini anzi, come tanti, li sottovalutano come cosa di poco conto. Forse si aspettavano una lettura animata? Ascolto però come saggio il tuo pensiero parlando di Mac Barnett che invece afferma la validità di queste letture riaffermando il valore della persona bambina e così la riporto completamente d’accordo con te: “Se non pensate che i libri per bambini siano veri libri, in qualche modo non pensate che i bambini siano veri esseri umani”; e ancora: “Proprio come un pediatra si prende cura del corpo dei nostri bambini, e lo psicologo infantile si preoccupa delle loro menti, l’autore per bambini nutre le loro anime” (tratto dal suo ultimo saggio, “La porta segreta. Perché i libri per bambini sono una cosa serissima”, edito da Terre di Mezzo). Così poi successivamente ti ascolto quando leggi brevi ma esemplari parti dei libri, tratti prima da Matteo e successivamente dagli altri inseriti sempre in un discorso coinvolgente che evidenzia che le varie vicende narrate, i vari sentimenti provati dai protagonisti sono simili ad altre vissute dal lettore o che possono verificarsi. Quindi leggendo, stimoli l’attenzione e la fantasia dei presenti, bambini e adulti, a poter scrivere un racconto a loro volta. Giustamente mi interrompi per sapere dell’illustratrice Milvia Bellinello Romano, domanda a cui speravo potesse rispondere la stessa amica invitata all’incontro ma impedita da cause di forza maggiore. Volentieri però ne parlo visto il legame che ho con lei: la conosco ormai da moltissimi anni, da quando insegnavo alle superiori lettere e suo marito Antonio, avvocato, diritto, quindi un’amicizia anche di famiglia basata sull’affetto e la stima. Milvia era insegnante di educazione artistica ma era anche una acquarellista, amante della fotografia, di tutto ciò che era espressione artistica eseguita anche con pennarelli come nella storia dei merli. Le ho affidato quindi i miei racconti a occhi chiusi e l’ho lasciata fare perché ogni artista merita il suo spazio: una libera ispirazione e interpretazione. Sono sempre stata pienamente soddisfatta della sua opera perché ha reso, con i suoi interventi, la verità della vicenda e dei sentimenti da me espressi. Quindi grazie ancora Milvia.

Per quanto riguarda il tuo apprezzamento al lavoro della casa editrice, alla scelta del formato, della carta, al culto del bello, devo ammettere che Stefano Valentini, l’editore, riesce veramente a creare pezzi unici e sono contenta che sia qui oggi tra noi.

Certo se manca un rapporto con la natura, un’attenzione, un’osservazione, questi racconti non possono realizzarsi perché nascono veramente dallo stupore, dall’emozione per il creato che “spinge i piccoli protagonisti ad averne cura: il rospo salvato, i diamantini curati, i merli protetti”. Penso, basandomi sulla mia personale esperienza, che sia molto importante per i bambini stare in libertà all’aria aperta ma che sia fondamentale accompagnarli, senza premere troppo, a scoprire i vari segreti che il mondo degli animali, delle piante possono rivelare al bambino magari guidato in questo cammino da un adulto sensibile. Utile è far sentire il proprio amore per la natura, trasmettere, attraverso l’esempio personale, la validità di questo rapporto. Quindi l’azione dei grandi è fondamentale per la lettura piccina delle cose e delle pagine dei libri.

E all’ultima bella tua osservazione, sull’assenza, i racconti certamente introducono l’attenzione alla vita ma possono anche far riflettere sulla morte, sull’assenza che diviene per i bambini un piccolo lutto da rielaborare magari parlando con i nonni. Nell’attesa che la ferita si rimargini si può proporre loro la conoscenza di un altro animale del giardino che possa portare pensieri di vita lasciando il tempo non di dimenticare Ribes il gatto morto, ma di trasformarlo in un ricordo delle ore liete con lui trascorse.

E su queste note veramente Katia ti ringrazio di cuore, note di grande profondità, di studiosa certamente ma anche di madre, di coordinatrice pedagogica, di persona che vive e riflette su questi problemi. Su tali note sento che l’amicizia tra noi si è rinsaldata perché la condivisione di pensieri, soprattutto sulla formazione e la crescita dell’infanzia, ti stringe ancor più in un impegno comune di vita.

Conclude l’interessante e approfondito dialogo, così affermano i presenti, l’intervento dell’editore Stefano Valentini che convalida il suo impegno nella costruzione di un libro che deve divenire, nell’uso dei vari elementi, espressione di bellezza. Molto coinvolgente e ben espressa la partecipazione di Elisa Scarabottolo in relazione al suo supporto a me autrice, da anni, in molteplici attività: uno scambio reciproco di energie e armonie che nel tempo diventano arricchimento reciproco e apertura di nuovi orizzonti.

Katia, quindi, un momento quasi intimo: partecipanti tutti attenti, alcuni protagonisti degli ultimi due racconti, catturati dalla tua capacità di rendere straordinario l’ordinario, di coinvolgere con la lettura di una realtà dove si può volare con la fantasia.

 


Matteo e Gigetto il rospo di mare

 

 

 


Diamantini, diamantini, che vita, bambini!

 


Quei due merli che cercano casa


URGENZA

 

Cascate di verde sgorgano dal cielo

fontane di verde zampillano dalla terra

congiunte in un abbraccio spontaneo

forme mille di foglie strette insieme godono 

ai grappoli odorosi di tiglio

a fiori dai vari colori - segno di gioia

di festa della Luce-Spirito creativo.

 

Bianchi arazzi di gelsomini rossi archi di rose selvagge

vermiglie cornucopie di gerani raggiere dorate di iperico

s’inchinano in un saluto amicale nel vento d’azzurre essenze.

Bambini si dondolano in altalene 

gemmate di sogni

pronti ad aprirsi in voli alate fantasie

trilli assolo composti in corali sinfonie

dilatate in orizzonti di invocata speranza.

Bellezza pura innocenza stato di grazia interiore .

 

Armonia infinita vaga fra cielo e terra 

nell’universo tutto: vi splende il beato nostro 

esserci-umano-vegetale nel sereno illimite

incantesimo nutrimento cibo allo spirito ormai sfinito…

 

Siamo affamati di pace.

 

                Selvazzano, 19 maggio 2024

                Maria Luisa Daniele Toffanin

 

 

DOVE POTER ESSERE FELICI ANCORA

 

Un mare verde di tenero grano

sipari di candide stelline 

raccolte in selvaggi prunoli

esplosi fioriti dai fossati

fra ambrati tronchi

d'antichi platani.

Sfondo proscenio i colli

in lievi declivi a

leggiadre fronde gemmate

al primo sole di marzo.

Oltre l’abbraccio delle antiche mura 

la preghiera benedettina-eco

che avvolge rincuora.

 

Qui lo spazio-tempo

a noi ora donato 

Kairòs dove poter essere

                    felici ancora.

 

 

BABY MASQUARADE*

                        fra lacrime e sorrisi

 

Sono tante stelline profumano di vita

rifioriscono in noi brillano sempre

 

sono le emozioni come oggi

la tristezza di lasciare i compagni

l’aula i banchi gli alberi del giardino

cari amici insieme per ore giorni anni

 

la gioia di sentirsi più grandi

e volare in un pianeta nuovo

il timore, mah, di non farcela

fra pagine più grevi

e incontri con l’altro mondo del cuore:

il rugby-banda felice di fratelli.

 

Sono emozioni vive

come petali di questo arbusto

stelline-roselline rifiorenti

brillanti in noi rinnovate sempre

nel magico variare dei colori

regalo della nonna Marisa

nel tuo ultimo giorno di scuola primaria.

 

                                      6 giugno 2024

                                      Maria Luisa Daniele Toffanin

 

*nome di rosa antica