sabato 10 aprile 2021

LINO D'AMICO: "SE TU... SE IO..."

Lino D'Amico,
collaboratore di Lèucade








Se tu… se io…

Sul calar del vespro,

mi perdo, tra brandelli di colori

distillati in un tramonto

che imbruna, frantuma l’aria,

 sbiadisce e poi si spegne in un brusio,

sterile ostaggio di giorni solitari.

 

Quel brusio mormora silenzi ostili

che urlano in fondo al cuore,

compagni di scandite memorie,

appassite tra sciami d’illusioni

e notti consumate dalle attese

di echi muti e parole mai dette.

 

Se tu…  non fossi andata via,

forse…e se io… ?

 

 

 

 

venerdì 9 aprile 2021

LOREDANA D'ALFONSO LEGGE: "COME FOGLIE IN AUTUNNO" DI ESTER CECERE

Loredana D’Alfonso su “Come foglie in autunno” di Ester Cecere

Loredana D'Alfonso,
collaboratrice di Lèucade

Ester Cecere, scrittrice e poetessa tarantina, pluripremiata in prestigiosi concorsi letterari, è stata più volte presentata a Roma con le sue pubblicazioni, sia in prosa che in poesia.

La sua seconda silloge poetica, “Come foglie in autunno”, edita da Tracce Edizioni, introdotta da una preziosa prefazione di Ninnj Di Stefano Busà, rievoca istantaneamente la splendida metafora della caducità della vita terrena, così come dipinta in toni di rame dorato nella lirica “Soldati” di Giuseppe Ungaretti: “ Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”.

Certamente, Ungaretti è nel cuore della poetessa, dal momento che, in premessa, un suo verso apre la silloge. Tratto dalla lirica “Mio fiume anche tu”:“…d’un pianto solo mio non piango più”.

Questo verso è la chiave per poter comprendere le liriche che seguono: sono poesie sintetiche, a volte crude, piene di pessimismo e di senso di sconfitta.

D’altra parte, sono senz’altro da rimarcare due caratteristiche importanti: Ester non piange mai da sola e non si piange addosso.

Non piange da sola perché non è chiusa in se stessa, il suo sguardo spazia sui poveri, gli ultimi, i dimenticati, i deboli.

Si veda la lirica “Risveglio”: “Solo ora ti vedo/ Negli occhi senza luce/ del bimbo denutrito/ nella ragazzina violata/ ora lungo la strada”

Così come in “Con il burqua nell’anima”: “Tra mura rosse di terra/ e vigili minareti/ pipistrelli frettolosi/ s’aggirano/ occhi sottomessi/ visi inesistenti/ voci negate/ Donna/ la sola congenita colpa”.

Lo sguardo della poetessa sfiora le sofferte vicende dei migranti che “Di vedere ci impongono/ E di ascoltare.” Con toni struggenti, celebra la morte di un bimbo morto di stenti in “Non brillò per te la cometa”: “Nemmeno una stalla/ti accolse/non brillò per te/la cometa”.

Ci sono momenti in cui il groppo alla gola sale e sembra di soffocare come nella lirica “Sconfitta”: “Come un uccello nella rete/crocifisso/ come pesce all’amo/ impiccato/ così io/ dal vuoto d’amore/annichilito”.

Ed altri istanti in cui il gioco della vita diventa un paziente lavoro di ricucitura esistenziale, come nella poesia “Una coperta per il mio nido”: “Come maglia/si sfila questo amore/ punto dopo punto/ giorno dopo giorno/ come magliaia ostinata/ ogni punto riprendo/ il filo in un gomitolo avvolgo/ ma non so se riavrò/ una caldo manto/ che il mio nido protegga”.

Non si piange addosso, la poetessa, perché anche nel sentire nel modo più acuto il proprio sfinimento, (nella lirica “Limone”, che appare come un quadro di natura morta e che ho sempre amato per la sua estrema sintesi) esprime una sensazione in modo profondo, ma non indulge in nessuna autocommiserazione.

“Limone spremuto sono/ senza più succo/ su di un tavolo/dimenticato”.

Il pessimismo di Ester non è senza possibilità di uscita o di riscatto. La poetessa conserva  un anelito verso l’Alto, la natura, l’essenza della vita, e si abbandona al mistero.

“E’ preghiera/ il vento tra le fronde/ sui monti Sibillini. E’ preghiera/ lo scroscio di ruscelli/ tra  boschi e valli persi/ E’ invito/ il richiamo dell’upupa/ all’ombra di benigni campanili”.

E, come scrive Ninnj Di Stefano Busà, “l’amore ci salva, ha la sua coesione e il suo alveo sereno dentro di ognuno, resiste in fondo al cuore…”. 

Loredana D’Alfonso

 

 

 

 

 

 

 

MARIA RIZZI E EDDA CONTE: "RACCONTO A QUATTRO MANI"

 

La Clessidra

 

Maria Rizzi,
collaboratrice di Lèucade

Cesare Baldi non è più giovane, ma non è neppure vecchio, ha solo tanta stanchezza sulle spalle e sulle ginocchia, che si piegano da sole.

Molto ha lasciato di sé sui solchi del campo, dove con precisione ogni anno mette i semi a dimora, molto ha faticato per falciare l'erba, per sradicare la gramigna; la sua schiena si è ingobbita con le stagioni ,nella lunga fatica di cavare le patate dai solchi, di strappare i cavolfiori dalla terra indurita dal freddo…


Edda Conte,
collaboratrice i Lèucade

E' semre stato un uomo semplice e schietto, devoto alla tradizione e ai costumi degli avi, contadini esperti da generazioni.

Ha sposato in età matura Lucia, ragazza  timida e devota, molto più giovane di lui, una brava ricamatrice che si è volentieri adattata a fare la moglie del contadino, il quale non ha mai preteso che lei andasse a lavorare nei campi.

Una coppia tranquilla i coniugi Baldi, anche se non propriamente bene assortita, comunque in accordo sempre; lei attenta alle necessità di lui, rispettosa nell'osservare  scrupolosamente gli orari a cui l’uomo tiene moltissimo, impeccabile nelle faccende di casa e nell'accudimento degli animali.

Cesare a sua volta cerca di non dimenticare mai le date delle feste per i regalini ai quali Lucia sembra essere stata abituata. Quando si avvicina il compleanno della moglie, oppure per Natale e Pasqua, lui si veste elegante e va in città per sceglierle il dono; quando torna si chiude in camera da letto per nasconderlo fino al giorno della ricorrenza.

Una volta Lucia ha scoperto che Cesare in quelle occasioni comprava sempre una cosa anche per sé, quasi in segreto; si trattava generalmente di orologi, di tutte le fogge: da tavolo, da polso, a muro... anche una sveglia, finché un giorno vede  comparire un oggetto sconosciuto.

- Cos'è? - chiede al marito.

- Si chiama Clessidra -, dice lui , e subito la mette in tasca.

Con queste parole il discorso sembra concluso.

Ma Lucia resta con la curiosità, soprattutto per la ritrosia dimostrata dall’uomo. Nei confronti di lui conserva un senso di soggezione, sia per la differenza dell'età, sia per il suo innato rispetto per il marito.

Cesare, in effetti, è un contadino stanco, ma anche saggio e profondamente intelligente: ha sperimentato per anni il mutare del tempo di ora in ora, di giorno e di notte, dai grandi slanci e dai declini delle stagioni. Il periodo che predilige è da sempre l’inizio dell’autunno, anche se coincide con la fatica della vendemmia. Tutto ha i toni dorati della terra: un collage mutevole di foglie bagnate, che si rispecchia nei riflessi del cielo.

La passione per gli orologi esula dal senso della tradizione dell’uomo, è legato a una tendenza tutta sua, che non saprebbe spiegare, ma che ha provato il giorno in cui nel comprare un pacchetto di dolci alla moglie, scoprì, per caso, un negozio di orologi.

Il contadino avvertì la necessità di comprarne uno, economico, classico, con le lancette grandi… Nell’indossarlo provò emozioni mai immaginate, potenti, destabilizzanti. Ebbe la sensazione di specchiarsi nel quadrante, di scoprire la misura del tempo reale e soprattutto delle proprie ansie recondite. Erano lì, nel quadrante, miniaturizzate.

Cesare da quel giorno conosce il mistero del tempo reale, quello che non necessita di sottomissione all’ordine della natura, e che non ha come mezzo d’azione le preghiere e le pratiche superstiziose.

Il contadino ha sviluppato a poco a poco la sua ossessione verso quello strumento, che rivoluziona i suoi punti fermi e sa che le lancette di ogni oggetto acquistato - sveglia, orologio da taschino, da polso -, rappresentano frecce che viaggiano in una sola direzione, per dirla nel linguaggio a lui consono, dal seme al frutto… alla polvere. Il passato non torna, se non nei sogni, nella nostalgia.

Il tempo rappresenta la lotta perpetua dell’uomo e lui ne possiede meno di Lucia.

La donna non comprende che in tutti quegli orologi si celano le nuove paturnie del marito, che all’apparenza è l’uomo taciturno di sempre.

Cesare ha sempre ammirato la puntualità della donna nello svolgere le mansioni domestiche, ma da tempo ha sviluppato una tendenza al controllo sui ritmi quotidiani e alla fretta.

Lei se ne è accorta nel corso dei pranzi, che hanno perso ogni aspetto di convivialità e nella volontà dell’uomo di accelerare i lavori mattutini con gli animali.

Vivono rincorrendo le ore, continuando a conoscersi poco e a rispettarsi.

Fino al giorno della clessidra.

Quando il contadino torna con lo strano oggetto e si limita a dirne il nome alla moglie, lei evita di fare domande, ma avverte la sensazione che la loro vita cambierà.

Cesare, in effetti, desidera riprendere il senso del tempo che possedeva prima di scoprire gli orologi, per non sentirsi schiavo di quei giorni sospesi e di quell’esistenza che corre sempre più velocemente di lui.

Lucia è giovane, graziosa, ha atteggiamenti più filiali che da moglie, e lui li ha solo incoraggiati con l’indole solitaria e introversa. Il loro matrimonio è sempre stato una semplice consuetudine, non una storia di amore, di complicità e di  confidenza.

Il negoziante d’orologi aveva in esposizione lo strano oggetto di vetro colmo da un lato di granelli di sabbia, e quando Cesare aveva chiesto cosa fosse, gli aveva risposto:

- Una clessidra. Molto diversa dagli orologi. Uno strumento antico, legato alla memoria, alle esperienze fatte nel tempo -

Il contadino non aveva compreso molto, ma al collo del  bellissimo oggetto era appeso un foglietto con le parole: “Vedere il mondo in un granello di sabbia, / e un cielo in un fiore selvatico, / tenere l’infinito nel palmo della mano / e l’eternità in un’ora”.

- Bah, ‘l’eternità in un’ora’, -  aveva bofonchiato l’uomo

- Rallentando la corsa è possibile, noi non possiamo capirlo, perché siamo nella morsa del caos, ma lei dovrebbe insegnarlo, visto che vive i tempi della campagna - , gli aveva risposto il negoziante.

Cesare decise di comprare la clessidra, mentre avvertiva qualcosa di fastidioso muoversi nel petto.

Lucia si accorge quasi subito che il marito è diverso. Ha un atteggiamento più tenero, tende a guardarla negli occhi, a sorriderle.

Un pomeriggio, mentre sono seduti sotto al tiglio, intenti a togliere i fagiolini dai baccelli, di colpo le solleva il mento con la mano e la bacia.

Non era mai successo.

E Lucia mentre annega in quell’odore di fieno secco, sudore e carne morbida

sente le guance avvampare e il cuore aumentare i battiti.

Restano seduti fino al vespro, ignari delle faccende da sbrigare, della cena che deve essere consumata alle diciannove.

La donna, stordita, pensa alla clessidra e si convince che sia un oggetto magico.

Cesare scopre che la ‘danza lenta’ allunga i tempi importanti della vita e, con pensieri suoi, sente ‘ l’infinito nel palmo della mano’.

 

 Lillà e Margherita

 

-      

 

 

 

 

 

 

giovedì 8 aprile 2021

LIDO PACCIARDI: "SOLITUDINE"

Solitudine

 

Sfioriscono l’ore

sul far del mattino

nel freddo calore

d’un solo cuscino.

 

Son tocchi perduti

di dolci ricordi,

ritornano, muti,

con flebili accordi.

 

Fantasmi ormai vani

nel vuoto che ho accanto,

ho solo le mani

ricolme di pianto.

 

Silenzi, parole

mai dette… Perché?

Ridevi nel sole,

tu sole per me.

 

Vivesti, lontano,

un solo momento,

tendendo la mano

nell’urlo del vento.

 

Reclinano i fiori

lo stelo appassito,

son muti rossori

d’un sogno finito.

 

Attendo, silente,

la gracile sera:

un soffio… poi niente,

la tua primavera.


Lido Pacciardi

FRANCESCO RIGHI: "L'ELEMENTO CONCRETO E ASTRATTO DEL LINGUAGGIO POETICO" DI FULVIA FAZIO

Oggi ho ricevuto un regalo molto gradito e maggiormente gradito poiché non richiesto ma spontaneamente desiderato dal mio amico, il filosofo Francesco Righi, (l'artefice del mio maturato interesse filosofico e passione letteraria sviluppate collateralmente agli anni della frequentazione dell'istitito di Ragioneria)  che ha apprezzato e chiarito la relazione esistente tra l'elemento concreto e astratto del mio linguaggio poetico: 

 

"Ti mando alcune righe su "Sublimata suasività":


<<La poesia "Sublimata suasività" inizia con un quadretto neorealistico: una città di provincia; la classica città sonnolenta, ormai in decadenza, solitaria e silenziosa. Il tono è pacato, tranquillo, misurato: in questi primi versi la parola sembra essere totalmente esaustiva del messaggio del poeta. Più avanti la dimensione cambia, lentamente la "piccola città" diventa un paese misterioso: "Occhiate curiose fra le persiane/insinuano lame impestate di dolore." e a notte fonda un suono di violino vibra al ritmo dell'onda: dove tutto è tranquillo ora c'è un'aria di mistero. E' il linguaggio della poetessa che nasce dall'uso particolare che fa della parola. Ora le parole non sono più conchiuse
ed autosufficienti come all'inizio, ma non sono nemmeno parole che in sè evocano immagini specifiche o rimandano ad una poetica o ad una visione del mondo. La sua è una parola ricca di allusioni, ma non ben definite nel loro senso, che rimanda ad un'altra parola e questa ad un'altra ancora in un dinamismo che porta a metafore che si ridefiniscono continuamente: "...il lume marino accordato / all'anima del violino, /vibra il ritmo fondo dell'onda /che larga azzurreggia."; "Occhiate curiose tra le persiane /insinuano lame impestate di dolore.".

... E' il suo "barocchismo linguistico": nasce da un continuo passaggio da un concreto ad un astratto e da un astratto che ha il suo senso in un concreto. La solitudine notturna "il lume marino...", "l'ouverture sinfonica verdiana" che "intona il verso eccelso." sono sprazzi di un concreto che rimanda ad altro; è un
silenzio, una solitudine non compiuta e misteriosa che si comprende solo riferendola ad un "astratto": ad una tensione interiore, ad una maturazione intellettuale che la definisce e che si va delineando gradualmente nello svolgersi della poesia. 

La ouverture verdiana "rivela una intensa suggestione epifanica". E' il panismo di una natura floreale: l'autrice è trasportata in un immergersi sensuale nei colori e nei profumi dei fiori. Non è un vitalismo naturalistico, nè un panismo estetizzante.       E' una esaltazione che trapassa il quadro realistico e che può essere comprensibile solo riferendola ad un mondo soprasensibile che avvolge e definisce la realtà e di cui l'autrice si sente parte.In questo senso si sente "immortale bellezza sublime" che "intreccia inesausta parola muta d'Amore,..." 

E' chiaro che nel sentirsi una immortale bellezza sublime c'è una transvalutazione dell'io che diventa parte o partecipe di un mondo di amore che avvolge il cielo e la terra. 

Si è così compiuto il passaggio dal concreto all'astratto, ma un astratto che esiste solo in rapporto al concreto storico e virtuale. 

Da questa dialettica nasce lo svolgersi di un tempo narrativo: la poesia come storia di un disvelamento. 

Da una dimensione minimale, la piccola città solitaria e silenziosa; la poesia porta a cogliere una realtà spirituale superiore e onnicomprensiva. 

E parallelamente c’è uno sviluppo musicale: dal “pianissimo” dell’inizio la musica cresce di tono ed esplode con tutta la forza dell’orchestra nel radioso finale. 

La poesia è il percorso interiore della poetessa ed è lo stesso percorso che compie il lettore che legge questa poesia.>>

Un caro saluto.

Con affetto,

Fulvia

 

OMAGGIO A UBALDO GIACOMUCCI

 

Omaggio a Ubaldo Giacomucci

 

... sulla musica incauta dell'infinito ... 

alla sua Simona 

  [  Tra il muro e le alghe, in un sogno di

marmo slittano le voci resistenti

e inconsuete, avvolte da fibbie e fondali

come una statua improvvisata, un altare

cosparso di gesso e di spore. 

– Ubaldo Giacomucci –  ]

 


   Ci sono poeti e amici della poesia, di cui nemmeno più ricordiamo

come e quando li abbiamo conosciuti – tanto essi ci sono sempre rimasti

amici profondi, sodali usuali nella vita, nei gesti, nelle vicende, e vorrei dire anche nelle opere... Ubaldo Giacomucci era tra questi. Scrivo era, perché da pochi giorni è venuto a mancare, se n'è andato in modo insieme dignitoso e appartato – così come sempre in fondo era vissuto.

   Era... era... Ma non mi sento di archiviare quest'amicizia, questo nostro legame umano e letterario, tra le declinazioni dell'imperfetto, le coniugazioni d'un passato affettuoso ma ormai spento. Ubaldo aveva con la poesia un rapporto fertile, quotidiano, di seminatore diligente e paziente. "Seminatore", ma non nelle pose romantiche d'un realismo di maniera, d'un luminoso e operoso credo laico: lui era tutto questo e molto di più; aveva comiciato da avanguardista, aveva fondato "Tracce", a Pescara (rivista e insieme fortunata Casa Editrice), assieme all'infaticabile e sororale Nicoletta Di Gregorio, come una cooperativa, uno stuolo scelto di amici, tutti assolutamente "moderni", comunque lontani da stili e stilemi passatisti... (Nicoletta ad esempio, veniva da beneamati studi d'Arte, era stata compagna di classe di Andrea Pazienza – Paz! –: avevano avuto come professore un maestro limpido e riservato, libero e fantasioso come Sandro Visca – a sua volta allievo/amico di Burri)...

   Quanti libri, negli anni, abbiamo condiviso (a partire dalla fine anni '80!). Quante presentazioni, convegni, meetings, prefazioni, collane, proposte che rendevano giustizia a una città, Pescara – una cittadina sempre più allargatasi, per intenderci, dal borgo marinaresco de Le novelle della Pescara – che aveva dato i natali a D'Annunzio e poi a Flajano, certo, ma cercava una sua nuova identità di fine secolo, perché il '900 davvero rinascesse come secolo primo d'un millennio nuovo in tutto, anche nei linguaggi.

   Ora è ozioso e triste, ricordare gli appuntamenti più riusciti di questo sogno e bisogno, ma Ubaldo, con "Tracce" e Nicoletta, c'era sempre... Sembrava pigro ma era infaticabile, prospettico e propiziatorio, propugnatore e designatore d'un manifesto continuo del fare/poièin: umile e modernista, placido e febbrile all'unìsono. Si è trascurato?, come giurano gli amici. Era depresso? Sedotto dal mostro forse anch'esso virale del Cupio dissolvi?... Giunto quasi all'appuntamento coi 60 si è insomma lasciato andare, ha presso sottogamba problemi circolatori, difficoltà e impacci vascolari che abbastanza in fretta, invece, lo hanno condannato – fra la dolorosa stupefazione di chi lo conosceva... Un lock-down anche mentale, una sfinita e malinconica reclusione emotiva, all'interno del lock-down pubblico e obbligato...

   Ma non è stato il covid... C'è chi se lo chiedeva... Forse, oso dire oggi, a pochi giorni dall'infausto evento, è stata una sorta di dannato, appiccicoso e insidioso ripiegamento – che ha aggiunto ombre cupe di romanzo a una vita che finora scorreva quieta. Sì, i consueti dolori nel travaglio dell'Epoca e d'ogni esistenza... Il dolore per la perdita della Madre... O di amici davvero cari, pulsanti appuntamenti quotidiani (penso a Marco Tornar, un poeta appartato e travagliato già di suo, anche lui, più di lui, infibrato, salvato e contagiato da un'elegante melanchòlia leopardiana). Più di recente, il lutto per un grande e difficile amore – Simona (scomparsa proprio a un soffio dalle loro sognate e progettate nozze) – cui Ubaldo tanto s'era votato, ricambiato; ma come in un triste idillio leopardiano, sfumato, reciso da un vento alzatosi più forte, nella sua, loro città di mare – che siamo abituati a immaginare vacanza estiva, luogo felice: e cova invece stagioni immensamente tristi, inverni e rigori che non misura la metereologia, ma una balbettante, asfissiata alchimia dell'anima.

   ...

   All'apparir del vero

   Tu, misera, cadesti  ...

 

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   Era poeta, e anche bravo, Ubaldo: che per tutta la vita s'è occupato quasi solo della poesia e della scrittura degli altri. Un po' per lavoro, certo, predisposizione d'editore vero (l'editore in senso filologico, classico – che si prende cura dei libri, li aiuta a nascere, come un ostetrico minuzioso e illuminato). Ed era anche, e sempre meglio, un valente cervello critico, capace in poche righe di condensare stille o stelle di semplici arcani, o quotidiani universi...

   Ricordo alcuni suoi interventi nemorabili, anche discorsi in pubblico, incredibilmente timidi e fieri insieme, brevi ma indimenticabili. Lui e Nicoletta, in questo, lasciavano il segno. Un segno plurimo, artistico, letterario, avanguardista, epocale, etico, psico-sociologico.

   Bello un suo saggio sinestetico del 2000, Le ragioni dell'invisibile, degno di miglior fortuna. Non so se la fortuna aiuti davvero gli audaci, ma lui comunque audace non lo era – era creatura mite, appartata, trasognata. Ripeto, un buon poeta: ma le sue poesie, molto presto, non ha più voluto nemmeno stamparsele (dopo il bell'esito delle Regole dell'impazienza, 1992, da anni avevo lo scartafaccio in bozze d'un suo libro che poi finì col lasciare lì, socio emerito del sindacato delle opere incompiute, magari proprio quelle più giuste, più oneste, più ispirate).

   Bisognava carpirgliele, le poesie – estirparle, estrarle come denti scheggiati e cariati di dolcezza. Lo fece nel 2010 Anna Maria Giancarli, quando andò a raccogliere i contributi dei poeti italiani per L'Aquila, aggregando un'antologia finalmente solidale, quanto inopinata. Ubaldo, anche lì, estrasse dal suo cilindro dei versi non di maniera, per nulla retorici, pur nella laica liturgia della pietas:

 

   non ci sono più pietre nel cuore

   né catene, ma specchi, redenzioni

   e scoperte; una concezione indiscreta

   ci scardina ogni giorno e in televisione

   c'è un solo volto che non sappiamo

   scrutare (troppi dolori in tasca

   con un sapore immeritato di sconfitta,

   e una ferita che brucia l'anima

   perché non sappiamo chiedere, eppure

   hanno sfilato in un centro invivibile

   quelli che non ne conoscono la violenza

   ...

 

   Ma noi lo stimavamo davvero, così come tutti quelli che nei decenni ebbero il modo di collaborarci, di dialogarci. Ricordo non pochi compagni di strada (assieme alla giudiziosa e generosa Nicoletta Di Gregorio): figure disparate e anche divergenti – ma tutti lo rispettavano ed ascoltavano, in nome della stima. A caso e per mero riaffiorare lampeggiante, starei per dire rifioritura ancestrale, ricordo la verve di Umberto Piersanti, la sicura e fedele fideiussione culturale, anche emotiva, di Renato Minore; il coraggio umano e civile di Stevka Smitran; l'estro e insieme il magistero artistico di Sandro Visca, o Francesco Summa, o Elio Di Blasio; il lungo percorso esegetico e creativo di un Mario Lunetta; l'impegno appunto strenuo e cristallino della Giancarli, pasionaria del verso tra l'Io e la Storia, i sacri diritti delle Donne...

   (E quante donne frequentarono, operose e a loro modo illuminate, le stanze di "Tracce", in quegli anni comunque di crescita, del paese e delle coscienze – e non è una semplice tirata giornalistica: da Diana Conti, psicoterapeuta e poetessa/filosofa, a Maria Di Lorenzo, poetessa ispirata e saggista d'indubbia finezza (scriverà un bel ricordo di Elio Fiore – che è già un titolo di merito); da Lisa Di Marzio, narratrice emotiva ed emozionata, a Vera Slaven, jugoslava "autoesiliata", scrisse di sé, "profuga e inconsolabile dall'estate 1991"; da una giornalista impegnata come Daniela Quieti (autrice d'un bel saggio su Bacone), a Rita El Khayat, prima donna psichiatra in Maghreb, scrittrice e antropologa, figura mitica cui Pescara conferì la cittadinanza onoraria, e candidata da anni – fra l'altro – al Premio Nobel per la Pace)... Ma sono troppi i nomi ancora da fare, e non basterebbe inanellarne tanti altri, anche preziosi: Elena Clementelli e Giancarla Frare, Anna Ventura e Anila Hanxhari, Ninnj Di Stefano Busà e Stefania Lubrani, Anna Rita Persechino e Nostòs (Margherita Cordova)...

 

   Rammento invece le vicende creative della collana "D'emblée", che lui e Nico mi favorirono e che diede alle stampe – in illo tempore – testi di Vito Riviello e Ivan Graziani; una fortunata sceneggiatura di Francesca Archibugi, Mignon è partita, e le serrate, rivelatrici cronache di superfunzionario RAI come Giovanni Leto, spirito libero e finissimo (ed era la RAI che produceva il Leonardo di Castellani, Padre Padrone, Matti da slegare, una RAI insomma spesso accesa da antichi, ostili spiriti di censura)... Felice anche un'altra collezione, "Terzo Novecento", aperta da Patto giurato (1996) il memorabile saggio di Eraldo Affinati su Milo De Angelis: "... la poesia moderna, quando è bloccata nella tensione verso l'assoluto, è come se scavasse un buco nero premiando chi vi si perde."...

   Last but not least, la trilogia "I Posteri del Moderno" di Nina Maroccolo, tre titoli d'una sola parola: Illacrimata, Animamadre, Malestremo (2011-2013)... Che Ubaldo postillò da par suo in aura junghiana: "Il riferimento a James Hillman non è certo casuale: Hillman crede che la psicologia debba evolversi oltre il suo 'riduzionismo' presente ed abbracciare teorie sullo sviluppo umano."...

   Per non parlare dei contributi arditamente sperimentali di figure importanti come Tomaso Binga, Mario Lunetta, Francesco Muzzioli, Marco Palladini... O della stessa, caparbia e ispirata poetessa brasiliana Márcia Theóphilo, con la sua recitata, salmodiante Amazzonia oceano d'alberi.

   Molto, assieme a Nico, Ubaldo e "Tracce" fecero per i giovani, i poeti nuovi o comunque nuovi autori. Difficile dimenticare collane "storiche" come Scrivere Donna (dove esordirono, vincendo, poco più che ragazze, Maria Grazia Calandrone, Anna Maria Farabbi...). O l'altra collezione di autori neofiti, Giovani scrittori (sotto gli auspici della Fondazione PescarAbruzzo) tra cui vanno almeno ricordati Marco Tabellione e Igor Di Varano, Gianluca Chierici e Riccardo Bertolotti, Angelo Del Vecchio e Andrea Costantin...

   Per non parlare di molti testi importanti, in genere trascurati dagli editori altolocati, e di cui Ubaldo e Nico ebbero cura. Su tutte, due collane, una di grandi autori stranieri riproposti in opere cult (Epitalamio di Pessoa, La sgualdrina della costa normanna della Duras – a cura di Sandro Naglia); l'altra di rari testi filosofici, i "Maestri Occulti", diretta dall'indimenticabile e carissimo Mario Perniola, che stampò il Klossowski di Aldo Marroni, il Rigaut di Dietro lo specchio, Debord di Anselm Jappe... Ma anche i testi pedagogici, la didattica istintiva e progressista di Franca Battista; e "Armorica", una elegante collana anglosassone guidata da Francesco Marroni; o gli agili, gustosissimi volumetti "Ad Alta Voce", coi readings di poesia contemporanea curati da Luigi Amendola e Checco Tanzj: la voglia piena, scanzonata e insieme impegnata, di uno "Spazio Totale" che andasse "Oltre la Parola".

 

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   Dopo malinconiche vicissitudini editoriali, sofferte appunto assieme a Nicoletta, stoica storica amica e socia inderogabile, nella buona e nella cattiva sorte (i bilanci, i debiti, gli affitti, i conti delle tipografie, il purgatorio non sempre provvido degli autori!), Ubaldo riuscì di recente a rimettere insieme il marchio di Tracce, per una renovatio affettuosa quanto miracolosa. Riuscì ancora a editare qualche titolo (ricordo un bel saggio di Angelo Piemontese su Pavese, nella collana diretta da Francesco Paolo Tanzj; la fresca raccolta lirica di Fabio Tirone; un volume a più mani sul senso e il ruolo, oggi, della Scrittura, indagata anche sul filo della psicologia familiare e relazionale, grazie ai contributi di Silvana Madia e Federica Fava Del Piano); una mia ultima collana di poesia dove feci giungere all'appuntamento col possibile, e con la Voce Giusta, autori (e amici) quali Lorenzo Poggi e Tiziana Marini, Fausta Genziana Le Piane e Paolo Carlucci...

   E tanti altri giovani di cui celebrare fervorosi il battesimo, o suffragare via via gli esordi: i decenni cambiavano, ma non le emozioni e le attese: 1989, Un dio per Saul di Daniele Cavicchia; 1990, Il ponte di Heidelberg di Sergio D'Amaro; 1994, Gli amplessi di Saint-Just di Fernando Acitelli; 2009, Cuore Cavato di Bibiana La Rovere; 2012, Alia di Claudia Iandolo)... Le prime poesie di Monica Martinelli (Poesie ed ombre, 2009), le presentammo da Feltrinelli assieme a Walter Mauro... Erano in fondo già tre generazioni – ma ogni cosa, ogni idealità si saldava e quadrava il cerchio.

   Poi tutto fu nuovamente annichilito: scivolò, inciampò angustiato e arrestato, ora e per sempre.

 

   Solo la pazienza di Nicoletta, collaboratrice da ultimo delle belle e citate edizioni della Fondazione PescarAbruzzo, àuspice Nicola Mattoscio, riuscì a rubargli, accudirgli in gioia qualche poesia nelle messi antologiche che intanto ri-nascevano. Nel 2015, il memorabile testo su Nutrimenti, per l'Expo 2015 a Milano. Nel 2020, ultimissima, la silloge a più voci Terra Mater, sulla salute e sui doni della terra (una Terra però straziata, malata, in fondo, proprio dell'umana presenza – ahinoi, negligenza – sino allo shakespeariano spettro di Banquo... cioè della accanita, impennata pandemia, sanitaria e certo anche epocale, conscia/inconscia a partita doppia)...

   Ecco, vorrei ricordarlo, il nostro Ubaldo, con questi suoi versi belli, pieni, totali, avvincenti in spire morbide e accanite d'enjambements, senza mai dimenticare che i nutrimenti terrestri (non più quelli rapinosi, soavi, gidiani) sono e dovrebbero restare dono di tutti, per tutti:

 

   In questa terra perdono terreno

   le richieste degli ultimi, ancora smarrite

   fioche nei deserti o clamorose nelle scene

   televisive dei soliti noti. Chiedimi

   se qualcuno debba morire, se ancora

   può perdersi un uomo per del cibo

   o un alloggio, se valgono i sentimenti

   per i più poveri, se posso credere che

   finirà la fame nel mondo.   ....................

 

   Così che anche la Terra Madre, di continuo c'insegna e ci ammonisce in quest'auspicio mai domo, quest'ansia mai rassegnata – che chiede e assegna alla poesia, un fermo, nudo dovere civile :

 

   Accosta alla fine un altro inizio,

   suggerisci il copione sbagliato:

   avremo un iceberg in salotto, un naufragio

   senza più scuse, mentre balliamo

   sulla musica incauta dell'infinito.

 

   Ciao, carissimo Ubaldo! – arrivederci ad altre plaghe, altri cieli, altri mari e orizzonti (Altre voci, altre stanze). Tu che tanto amavi l'arte, le arti, la stessa musica, ultimamente la rete, sei salpato, lo so, per una rotta che nessuna mappa riesce a segnare, a capire, accettare. Lì ritroverai anime e cuori a te sommamente cari. Belle figure, aneddoti o episodi da ricordare – da riseminare per un altro inizio...

   Nella vita, dalla vita e oltre la vita che sempre, prima o dopo, finisce: e diventa la rotta, l'emblema, l'Imago di tutti. E lì tutti ci ritroveremo, quando sarà, il più tardi possibile, certo. Nel Senza Tempo e Senza Spazio che ora t'ingloria, ti ospita e t'accoglie: già con in mano qualche strana, divinante ultima bozza, di libri e testi ancora da stampare, anzi leggere, correggere; fermare e poi bruciare per sempre, al vaglio della Luce. Sulla musica incauta dell'infinito...

   Ogni Bene, di vero cuore,

      tuo Plinio

(S. Pasqua 2021)

    

                                                                  

 

GUIDO MIANO PUBBLICA LA NUOVA RACCOLTA: "CHIAMATI A DIO" DI DON ALESSANDRO BUCCELLATO


GUIDO MIANO EDITORE

NOVITÀ EDITORIALE

 

È uscita l’ultima raccolta di poesie:

CHIAMATI A DIO di DON ALESSANDRO BUCCELLATO

con prefazione di Enzo Concardi

 

Pubblicata la raccolta poetica dal titolo “Chiamati a Dio” di Don Alessandro Buccellato, con prefazione di Enzo Concardi, nella prestigiosa collana “Alcyone 2000”, Guido Miano Editore, Milano 2021.

 

In Chiamati a Dio tutto va visto nell’ambito e nella prospettiva del fenomeno religioso, tuttavia vi è un gruppo di liriche in cui la fede è espressa direttamente e un’altra parte del libro in cui le composizioni potrebbero essere considerate anche autonome, rispetto al tema centrale, poiché sono richiami della memoria, della natura e autobiografici.

Iniziamo a penetrare il mondo spirituale di Don Alessandro Buccellato con la fondamentale lirica Chi sei tu, Dio mio? (“Chi sei Tu, Dio mio? / Che io ti conosca / nella verità del Tuo mistero. / Luminoso e inafferrabile, / mostrati, / e spegni la sete della mia anima. / Che io ti conosca, / mio Dio, / e io diventi esperienza di Te”), dove la struttura monostrofica presenta anche due anafore, ma dove - oltre ovviamente al contenuto - sono i verbi attivi ad essere pregnanti ed incalzanti nel comunicare l’anelito di eterno del poeta: c’è conoscere la verità e il mistero; mostrare, ovvero l’invito a Dio a rivelarsi a lui personalmente; spegnere la sua sete dell’anima; diventare esperienza di Lui. Trovo, nell’urgente desiderio di dissetare l’anima, un parallelo agostiniano: “Tu ci hai fatti per Te, o Signore, e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in Te” (Sant’Agostino, Le Confessioni I, 1, 1). Altresì il verbo diventare richiama trasformazione, transitare da uno stato esistenziale e spirituale ad un altro, quindi conversione: fare esperienza di Dio è proprio del credente che non si accontenta di una adesione razionale ed intellettuale alla fede, ma desidera viverla concretamente, poiché essa è Incarnazione. Ciò racchiude la visione di Dio che, in una notte febbrile di passione religiosa, scoprì Blaise Pascal e che divenne poi la costante del suo credo: “Fuoco. Dio d’Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe. Non dei filosofi e dei dotti. Certezza. Certezza. Sentimento. Gioia. Pace. Dio di Gesù Cristo...” (Blaise Pascal, Memoriale, lunedì 23 novembre 1654).

Successivo incontro nel cammino del poeta è quello dichiarato con la spiritualità francescana: il modello di Francesco si riflette in diverse liriche che sono seguite da brevi prose in cui la figura del Santo è il faro che indica la via della fede. Nascono così le cinque terzine della Ricerca di Dio, un continuo interrogarsi (con anafore temporali) sull’attesa trepida per entrare in piena sintonia con la bellezza divina, domande che non esprimono dubbi, ma la volontà di vedere il volto del Signore: e qui il poeta soffre del silenzio di Dio che - dopo averne ascoltato la voce - è un’esperienza terribile, che dovette affrontare anche Francesco d’Assisi […].

Enzo Concardi

 

Alessandro Buccellato nasce a Genova il 21 maggio del 1966. Entra nel seminario diocesano, a Genova, nell’ottobre del 1978. Si laurea in Teologia presso la Facoltà Teologica del Seminario di Genova nel 1991. Nel maggio 1992 viene ordinato sacerdote. Consegue la Licenza in Teologia Spirituale presso l’Istituto Teresianium in Roma nel 2000. Attualmente è parroco presso il Santuario della Natività di Maria Santissima a Genova. Ha pubblicato il libro di saggistica religiosa I colori dell’anima (2009) e la silloge poetica Amore e verità (2014, in Alcyone 2000 - Quaderni di poesia e di studi letterari, n°7, G. Miano Editore).

 

 

 

Don Alessandro Buccellato, Chiamati a Dio, pref. Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2021, pp. 80, isbn 978-88-31497-33-6, mianoposta@gmail.com.