lunedì 25 gennaio 2021

LIDIA GUERRIERI: "INEDITI"

Lidia Guerrieri,
collaboratrice di Lèucade

DALLA CIMA DEL COLLE


 

Dalla cima del colle s'apre, inatteso, il mare

e il vento infrange l'onda in schegge tremule

ricolmando di luce l'orizzonte.

Questo mi mancherebbe su ogni cosa

se io dovessi perdere quest'acqua

che è mia da sempre: il volo rapidissimo

nel lampo oscuro che mi svela esule

all' aprirsi improvviso dell' immenso.

Ed ecco, già lo sento

sfumare in me da qualche parte un nodo

che non sapevo esservi, ma c'era,

senza che questa libertà mi sia

solamente un sollievo.

Come sarebbe facile disciogliersi

nel fuoco azzurro di questo chiarore,

e immergersi, o piuttosto risalire

... incontro a cosa?

Non appartiene a me tanto languore!

non alla mia natura il troppo arrendersi

a un che di indefinito, a un che di ignoto

o di riconosciuto e irraggiungibile,

e ne rifugge il mio sangue plebeo.

Distogliersi e tornare! e non mi importa

se sia il coraggio di affrontare il mondo

o la paura di scoprire il nulla.

 

  

L'ONDA ALFA



Sui margini del cielo,

germoglia l'onda alfa, fra le cime

azzurrine dei monti

o le lontane frange degli abissi.

E più l'avverti

quando si scioglie in viola nel respiro

luminoso del mare e della terra

o vibra dentro l'oro del tramonto,

o diafana e tremante emerge nuda

dalle fredde rugiade della notte.

Chiave che ai sogni persi apre le porte,

nota suprema che lo sguardo schiude

alla bellezza ed alla percezione

di sfere di armonia dove ogni spirito

dal male si raffina fino a farsi

goccia di pura luce

e le stelle serene custodiscono

i segreti del buio.

 

 

DIALETTICA TRA CULTURE










 

MARISA COSSU LEGGE: "BOATI DAL PROFONDO" DI PASQUALINO CINNIRELLA

                         BOATI DAL PROFONDO 

                             di Pasqualino Cinnirella

                Nota di lettura di Marisa Cossu

Marisa Cossu,
collaboratrice di Lèucade

Ho letto con piacere il bellissimo libro “Boati dal profondo” inframmezzato dalle note critiche di molti autorevoli recensori. L’interesse è così cresciuto nel confronto tra i modi di vedere e sentire, tra gli stralci offerti in lettura e le liriche a carattere intimistico, evocativo, ma anche fortemente civile. La visione etica della poesia si snoda nelle piacevoli forme estetiche della poetica di Pasqualino Cinnirella in un crescendo musicale dovuto alla disposizione delle parole nel verso, alla selezione accurata dei termini, in modo che l’insieme abbia misura, ritmo, armonia. Una metrica che segue lo svolgersi del sentimento e del pensiero e si avvale di una ben strutturata competenza lessicale. L’inserimento della critica letteraria tra i testi poetici rivela la volontà di tener conto del giudizio con l’umiltà degna di un poeta che dedica i suoi versi agli altri oltre che a sé stesso.

Il Cinnirella, infatti, cura la propria scrittura con amorosa dedizione, perché i versi si presentino nella loro perfetta funzione emotivo-comunicativa e nel loro autentico significato. La parola del sentimento e del pensiero è fiamma chiarificatrice, consolatoria, spesso pacificata al vissuto e ai tratti salienti delle più segrete emozioni:

“Non dirmi parole/che non lacerino/con alito odoroso, il chiuso dei pensieri/in dissonanze di vita;”

A questo servono le parole, i versi, a graffiare il muro che noi stessi eleviamo e che rende difficile la grazia della poesia. Nel vulcano in cui siamo immersi, ardono parole mai scritte, sinfonie segrete, voci avvertite come echi di un pathos che sgorgherà in “un sorriso finale”.

Fin dalla copertina si coglie il bisogno del poeta di trarre alla luce il magma del sentire, il groviglio delle passioni, l’esplosione di una interiorità che ha urgenza di esprimersi. Non sono sussurri, soffi, ma “boati” quelli che via via emergono nelle varie liriche, rumore che deve raggiungere un approdo epifanico, destare riflessioni, rendere partecipi i lettori di stati d’animo e suggestioni. Il focus è sui polemos dell’esistenza con una tensione morale spesso pessimistica, a volte illuminata dalla speranza.

Molte sono le liriche dedicate agli affetti famigliari, all’amore. Al padre e allo zio cieco dedica versi commossi, un vero e proprio spaccato di vita che per sempre segnerà la memoria:

“Allora, avrà pacato sorriso il volto/assolato e stanco del massaro/Mio padre, era uno di questi/Maestro nel suo fare, tutto dava alla terra/”.

 

 

E ancora, rivolto allo zio di cui si sentiva figlio: “Certo al tuo cuore la memoria/trasmette immagini/di rosse aurore e nitidi tramonti, /con frullio d’ali e flutti marini/.

Emerge la passione etica nei temi sociali. Non ci si salva da soli, sembra rammentare il poeta a sé e agli altri, ma si costruisce il bene comune tenendosi per mano. Qui si percepiscono gli echi del poeta Paul Elouard in una delle sue più note poesie.

Tende il Poeta alla costruzione di una città ideale, ma non utopica, aderente agli esempi offerti dalla vita immersa nella natura, nel lavoro dei campi, nei gesti della vita quotidiana, in famiglia e coerenti nel rapporto con l’esistente.

“Ho sognato fuochi sull’aia/Erano quei falò di festa/nelle sere estive con canti e risa/intorno al gioco vivo della fiamma/.

A “questa realtà fuggita” il poeta ricongiunge la figura della madre che “mai più… sorrise”. Siamo in una poesia tutta rivolta al passato, da esso originata e in esso cantata in una efficace contemporaneità. Senza tempo, così sono definibili le liriche dell’Autore, la memoria condivisa con i luoghi e le atmosfere del cuore. Ma tutto è leggibile alla luce di un “progetto” sviluppato con sacrificio affinché il giovane poeta possa formarsi, istruirsi, studiare e chiudere tra i più cari ricordi tutte le piccole grandi cose della fanciullezza. Le avrebbe ritrovate, un giorno, immerse nella memoria che restituisce vita alle emozioni apparentemente lontane e inaccessibili.

Svela spesso il Nostro il proprio “male del vivere” in riflessioni filosofiche, pone domande sulle grandi antinomie percepite intorno a sé: visione e alienazione, luci ed ombre, speranze e illusioni, gioia e dolore. Il Contemporaneo vive in questo tessuto in una corsa senza fine e il Poeta medita sulla mancanza di “certezze immutabili” … “dove l’uomo sull’uomo si avventa/solo Caino si rinnova/ per rendere ancora vano/quel grido d’amore similare/ che dal Golgota … ci fa eco…a Calcutta/.

In Cinnirella, sia pure velato di ermetismo, si fa voce lirica un discorso sui fini dell’esistenza con toni di laica e profonda religiosità, mentre la musica “rigenera un cuore”, già consapevole dell’eternità, spaurito nell’affrontare il domani, “il tempo del declino/quando l’animo si riposi/”. La Poesia e l’armonia universale si compenetrano in contenuti semplici, svolti con profondo senso di umanità ed efficacia stilistica.

La preghiera è un sinergico grido vibrante per le ingiustizie e il dolore di tante creature soffocate dalla sofferenza, dall’egoismo e dall’indifferenza. Scrive il

 

 

Poeta: “è l’intimo sentire che spinge il fare/l’agire di ogni giorno ed il pensiero/se perentorio ansimi portare/- dal chiuso alla luce, dal dubbio/al vero-, giù dalla mente e con palpiti/frenetici recondite realtà imperscrutabili/.

Il mondo del Nostro, come la sua anima, contiene mappe desertiche, zone di confine, dove più forte è la dispersione del sé, quando si insegue il desiderio del ritorno, il rimpianto di ciò che è sfuggito senza rimedio. Il vissuto appare incompiuto, privo di orientamento “verso oasi che non scorsi/ per la sete di nomade nel cuore/.

Il Cinnirella guarda con pacata malinconia all’età che avanza inesorabilmente. Nelle sue liriche ha sempre osservato tramonti, giorni di sole, voli di ali nell’infinito, assumendo nelle metamorfosi della Natura e della stessa vita, il senso di stupore e di meraviglia per i contrasti presenti nella realtà, ma anche una rassegnata accettazione. La senilità sopraggiunge con una maggiore fatica del vivere, con lo svelamento delle fragilità dell’essere umano. 

Triste avvedersi che ci sia “tutto da rifare del vissuto”. Non ai beni materiali pensa il Poeta, ma a “ciò che è più consono all’essere umano”: non si può recuperare se non il bene, ciò che sopravvive in positivo nell’abbraccio dell’anima universale.

Marisa Cossu

domenica 24 gennaio 2021

CLAUDIA PICCINNO: "TRADUZIONE DALL'INGLESE AL MACEDONE" DI DUE POESIE DI NAZARIO PARDINI

Caro Nazario

alcuni redattori miei amici hanno tradotto dall'inglese in macedone due tue poesie: Corri Delia e La solitudine del mare

La rivista è Rust ′′ su letteratura, arte e cultura (no. 21-22, 2020), è una pubblicazione dell'Associazione degli scrittori ′′ Circolo letterario Bitola ′′ - Bitola, edita con il sostegno finanziario del Ministero della Cultura della Repubblica di Macedonia del Nord.

Ti allego il pdf, sei a pag 142,143

Inserisco link del sito

https://bkk-pisateli.mk/rast-arhiva/?fbclid=IwAR2Yv-1WY-kPapimShqpboZT9-aaXvsDHn5DyyFz1ZRVbM_glNzFWRtTm-k

 

Claudia Piccinno

LOREDANA D'ALFONSO LEGGE: "INCHIOSTRI DIGITALI", BLU DI PRUSSIA EDITORE

 

Loredana D’Alfonso su “Inchiostri digitali” – Editore Blu di Prussia

 

Loredana D'Alfonso,
collaboratrice di Lèucade

Inchiostri digitali” delle Edizioni Blu di Prussia è una pregevole raccolta di liriche che vede la partecipazione di alcuni dei migliori Poeti italiani contemporanei.

Lo stesso titolo dell’Opera riassume il significato della poesia, che è nata con l’uomo ed è senza tempo, sia vergata con pennino intinto nell’inchiostro del calamaio, sia composta con il più moderno dei computer.

L’Antologia è stata presentata qualche tempo fa a Roma “in presenza”, espressione che ormai è entrata - tristemente -  nel nostro vocabolario e che ci ricorda - anche se allora non lo sentivamo appieno perché era qualcosa di scontato, a portata di mano -  quanto la presentazione di un libro ben riuscito possa attirare calore, empatia, emozione, sguardi, condivisione.

L’Opera è come un “immaginario palcoscenico” - si legge nell’accurata prefazione di Eugenio Rebecchi -  dove si “avvicendano l’introspezione analitica di Angelo Andreotti; la passione civile di Sandro Angelucci; la solarità colorata di Sheiba Cantarano, l’eleganza classica di Umberto Vicaretti e la raffinatezza descrittiva di Anna Vincitorio”.

Ci sono versi essenziali e scarni, come quelli del noto Poeta ferrarese Angelo Andreotti: “la pioggia è una foresta di aste oblique e lucenti contro i gialli sgargianti che l’autunno tiene accesi graffiando quest’aria inzuppata come di nebbia”.

Il cielo è una lavagna di ardesia, la pioggia tratti di gesso.

Tra le righe non si sentono suoni, ma solo la pace di grandi spazi di silenzio dove il lettore è libero di riflettere e di ascoltarsi.

Ed ancora assenza di movimento, per dare libero spazio all’introspezione personale: “In esilio, nascostamente il sole scartavetra il vero della realtà e una brezza sottile espira nebbie diacce e sciolte in quest’aria immobile”.

Sandro Angelucci, Poeta reatino, esonda con la lirica “Ha odore di fieno” (Da “Verticalità” Book Ed. 2009), che è quasi il manifesto del suo poetare. “La mia ribellione ha odore di fieno. Non mi prende alla gola non mi spinge a tossire, a sputare veleni……la mia ribellione non urla si chiama poesia”.

I suoi versi profumano di natura, di terra, hanno l’odore della legna che brucia nel camino, dei funghi coperti di rugiada nel sottobosco. E parlano d’Amore, quello che non ha prezzo e che quindi non si compra, ma si conquista.

E’ il messaggio che ritroviamo ne “Il consiglio” (Da “Si aggiungono voci” Lieto Colle Ed. 2014) dove il Nostro spinge ad uscire dai nostri soliti panni, chiama all’azione, scuote dal torpore: “Esci di casa, sfonda le finestre e dalla notte non aspettarti altro che il silenzio. Sei tu che devi innamorarti, essere l’ape che impollina le stelle”.

E’ una chiamata ad una precisa responsabilità dell’essere umano: quella di cambiare la sua esistenza, lasciarsi andare al bene, diventare “l’ape che impollina le stelle”, perché solo così potrà contribuire a cambiare il mondo.

La carnalità della Poetessa Sheiba Cantarano ci affascina in “Amaranto”.

I monti Lepini (la Poetessa vive a Latina) fanno da sfondo a “Circe” che  “dorme sfumato di rosso il sorriso di pietra”.  

Torna il colore vermiglio nella lirica ispirata al Vangelo secondo Giovanni (2 -1,3) in particolare allo Sposalizio di Cana: “il vino finì, mancò l’ora del bene, non ci unse la luce: non avemmo più vino”.

L’umanità, dolente, percorre l’altra via, quella indicata dall’acqua stagnante, gli uomini sono così “esclusi dal miracolo” dell’acqua trasformata in vino a distribuita agli invitati alle nozze.

L’uomo è messo alla porta, non è chiamato a condividere alla gioia degli sposi.

Sono versi che inevitabilmente ci appaiono come specchio dei nostri tempi così difficili, pervasi, appunto da un malinconico sentimento di “esclusione”.

Ho avuto l’onore di leggere le liriche di Umberto Vicaretti  in diverse circostanze. Il Nostro è nato in Abruzzo, a Luco dei Marsi.

In  questa antologia ho ritrovato “Dorme la mia città” una bellissima lirica dedicata a L’Aquila, dopo il rovinoso terremoto del 2009.

“Dorme la mia città, dorme la mia città profondamente. Larga come la notte ha una ferita che artiglia ancora e ancora ancora brucia”.

Vicaretti dedica i suoi versi con amore infinito a questa stupenda città ridotta in macerie e scommette nel miracolo: “Lentamente riannoda le sue fibre, promessa, come l’Araba Fenice, al volo che riaccenda un tempo nuovo. Allora poserò, come Tommaso, sopra le antiche mura la mia mano”.

Ecco la speranza di una Resurrezione, (la poesia, non a caso è datata Pasqua 2010), sia pure imbrigliata dal dubbio umano.

In “Scrivimi che stai bene” il Poeta invia una lettera immaginaria alla Madre che non è più in questo mondo, con note struggenti in cui si interroga sul mistero dell’”altrove”. “Scrivi, scrivimi presto; ti te, di pà, di voi non so più nulla. Non so se in quell’altrove, che invera un altro tempo, gentile c’è chi forte vi sostiene e lieve vi dà il braccio ed apre porte a mitigare i transiti segreti”.

Vicaretti rincorre i suoi ricordi di bambino “perso ai giochi, superbo re dei vicoli e del vento”, ma il suo pensiero torna alla Madre che ha lasciato un vuoto incolmabile nel suo cuore e nella “vecchia casa” che “sanguina di assenze, arresa e muta grida il suo silenzio”.

Il Poeta immagina una risposta alla sua lettera, due righe piene d’amore che lo possano raggiungere e consolare : ”ma intanto che io scrosto palmo a palmo rubini e stelle ai cieli dell’infanzia, dal tempo chiaro e indenne in cui tu vivi prendi una rosa e scrivi, scrivimi che stai bene”.

La Poetessa Anna Vincitorio chiude l’antologia. Nata a Napoli, fiorentina di adozione, ci cattura con il “Silenzio della figlia n.6” (Da “I girasoli, Funghi Ed. 1992), un  delicato dialogo tra madre e figlia, con poche parole, spazi di silenzi e di attese: “Aspetto e tu mi parli come una nespola che si stacca dall’osso. Ti avvicini al mio grembo ed io ti ascolto. Devo, perché sei lì seduta accanto a me, che raccolgo il fiume lento delle tue labbra”.

Voci sussurrate, che tornano dal passato ne “La notte del pane” (Genesi Editrice, 2004): “Voci che parlano, il pane era lievito acre ancora, profumo nella memoria di quelle mani stanche senza il riposo della notte”. In “Ulivi” (Da “Il richiamo dell’acqua”, Genesi Editrice, 2009) la Vincitorio dipinge l’ora che precede la sera con grande abilità descrittiva “…Timida si leva una falce di luna nel cielo dai cirri incendiati. Calma, la distesa argentea degli ulivi illumina l’ampia valle. Volano in coppia gli uccelli della sera”.  

A conclusione della lettura di questa preziosa antologia, vorrei rubare ancora, perché pienamente condivisibili,  le parole ad Eugenio Rebecchi che “non ha perso il vizio di pubblicare antologie” in quanto “la poesia resta un’arte di cui non poter fare a meno se si considera la vita come elevazione dello spirito, necessario approdo verso l’infinito”.

Loredana D’Alfonso

 

 

 

 

CLAUDIO FIORENTINI LEGGE: "ALLA VOLTA DI LEUCADE" DI NAZARIO PARDINI

 

CLAUDIA PICCINNO LEGGE: "PIZIA NON DA PIU' ORACOLI" DI CARMEN MOSCARIELLO


Carmen Moscariello,
collaboratrice di Lèucade

Pizia non dà più oracoli

Carmen Moscariello

Gangemi editore International

 

Quattro spartiti, accompagnati dalle pregevoli illustrazioni di Lilly Brogi, con prefazione di Dante Maffia e postfazione di Nazario Pardini, per la voce cristallina di Carmen Moscariello. Sottofondo complementare alla sua voce poetica è il suono dell'acqua che come dice Maffia, ci riporta a Bauman e alla liquidità dell'amore.

Un amore che Carmen vive nei riguardi delle figlie e dei nipotini, i cui nomi ricorrono in molti versi, e che abbraccia la letteratura in tutte le sue connotazioni.

Claudia Piccinno,
collaboratrice di Lèucade

Pizia, la sacerdotessa di Apollo che dava i responsi nel santuario di Delfi, simbolo di purezza e prestigio in una società maschilista, rischia oggi di essere travolta da acque agitate dall'umana perversione. Eppure la poesia di Carmen ci riporta a una ricerca di senso, allude alla sorgente purissima da cui sgorga la vita e si fa per Lei , ispirazione continua.

è presso un ruscello che compresi il meglio/ tra il fuoco e l'acqua”

Però Carmen – Pizia sa che a volte l'acqua ha chiuso altre porte o ha bagnato la navata di marmo, e invoca dunque la memoria perchè non ceda all'oblio. Sa che a volte l'acqua di camorra è acqua di morte che ha cancellato prove e verità.

Ella sa bene che in un mondo in cui si vive su un piede solo in eterno squilibrio, occorre trovare dei punti fermi a cui aggrapparsi e uno di questi è la memoria. Compito della poetessa è testimoniare, vedere ciò che altri non vedono, si legga infatti in Responso: Tu sei l'occhio di Dio che parla al mondo.

Un altro punto imprescindibile per elevarsi è la cultura, scrive infatti : “Figlie mie, nipoti miei imparate a leggere, non credete agli avvoltoi”. Come non pensare a Rodari quando scrive: Vorrei che tutti leggessero, non per diventare letterati o poeti, ma perché nessuno sia più schiavo?

Particolarmente commuovente il terzo spartito dal titolo Le lacrime delle donne, in cui appaiono liriche dedicate alla Merini e ad Aldo Masullo. Struggente anche l'ultima poesia del quarto spartito, sezione in cui si narra della pandemia attuale, che è dedicata a Papa Francesco e diventa breviario di vita per tutti i credenti.

Come sostiene Pardini nella postfazione, questo testo si presta a molte chiavi di lettura: naturalistica, autobiografica, psicologica, sociale, umana, esistenzialistica...perciò vi invito caldamente all'acquisto del volume che non solo darà lustro alla vostra biblioteca, ma saprà ingentilirvi il cuore e sollecitare la mente a riflessioni d'ampio respiro.


Claudia Piccinno

 

sabato 23 gennaio 2021

LIDIA GUERRIERI: "DALLE PRIME TRENTA PAGINE DI "DAGLI SCAFFALI DELLA BIBLIOTECA""

 Professore carissimo, ho letto appena una trentina di pagine del suo ultimo libro “ Dagli scaffali della biblioteca”, ma tale è l'emozione che mi hanno dato queste poesie che bisogna che qualcosa io la dica subito . Lei è un grande . :-) Grazie, grazie e un abbraccione 

 

C'è chi pensa di sapere cosa sia la poesia e cerca di definirla con una qualche formula precisa; io non lo so né mi importa: per me è poesia quello che mi suona bene all'orecchio, che mi avvince con le immagini e che mi dice qualcosa. Che poi essa sia anche altro è faccenda da esperti e non mi riguarda. Mi limito a leggere e ad ascoltare l'eco delle parole in me, il fluire del verso e la marea di risposta nella mia anima che più si alza quanto più in quel verso avverto e catturo qualcosa di me. Per questo la poesia di Pardini mi piace. A prescindere da quel suo modo di raccontare misto di dotto e di semplice che si porge sereno alla piena comprensione di sé con la chiarezza di chi non ha bisogno di ricorrere a rigirii volutamente ermetici per sviare l'attenzione di chi legge da contenuti più o meno banali e da concetti fragili, mi piace perché io leggo lui e vedo me e in lui ritrovo le mie emozioni, la mia vita, i miei affetti, le mie mancanze. Leggo “la sorpresa di Natale” (Dagli scaffali della biblioteca”) e quelle stanze fredde, quella finestra aperta “a orizzonti larghi e vasti” sono le stanze di casa mia, in via Bologna, dove sono nata e cresciuta senza un filo di calore da una qualsiasi fonte, dove gli “spifferi di gelo” venivano da tutte le parti e le parole si facevano sillabe di vapore, dove le finestre affacciavano su un mare di tetti e vele di comignoli. E il padre del poeta , “un uomo stanco che scaldava la fatica ad una stufa povera di legna” è mio padre che veniva dal lavoro e non si scaldava a niente perché la stufa non ce l'avevamo. E il rimpianto di Pardini per non aver detto o fatto certe cose è il mio rimpianto per i miei tanti sbagli, per non aver dimostrato affetto come avrei dovuto e potuto a chi se lo meritava. E anch'io, come Pardini, “posso soltanto piangere in disparte" (“Ricordi che pungono”). E' questo mondo che è del poeta ma anche mio, questo tempo che è il suo ma anche il mio , la stessa esperienza di andare alla città “che mi voleva giovane” e che anch'essa ci accomuna perché ha modellato i nostri destini, quello che mi conquista, che mi consola e che mi fa male, che mi prende l'anima, sì che la bella parola, il suono morbido o aspro, l'immagine tornita, il dipinto variamente sfumato, non si fermano a livello di ragione per una qualsiasi analisi, ma scivolano direttamente nel profondo a pescare immagini lontane, esperienze, cose dimenticate o coperte di polvere e le riportano a galla con la loro gerla di sogni, di lacrime, di sorrisi, di pazzie, di gioie, di rabbie e di fallimenti. Tale è la forza di questo ciclone che perde per me ogni interesse tentare una qualsiasi analisi dello stile, e mi parrebbe profanazione smembrare creature vive, quali sono le sue poesie, cercando assonanze, consonanze, figure di qualsivoglia genere. Sono cose che chi fa critica guarda, questo lo so, lo deve fare, è questo il suo mestiere, ma non sono da me; e non solo perché non sono all'altezza, a questo si può bene o male rimediare con lo studio, ma perché per me quel che conta è il sentire, è il fiume di emozione che tutto travolge e che pretende solo per sé ogni attenzione. Questa, giusta o sbagliata che sia, è la mia maniera di vivere la poesia, so di poterlo fare perché la poesia lascia libero chi la legge , e perché questo vuole la mia natura istintiva e irrazionale per la quale lo studio della forma, che non mi è del tutto estraneo, di solito non si accompagna ad una vera partecipazione emotiva. Nelle poesie di Pardini io mi trovo ad essere lettrice e protagonista; perfino nella figura del fratello Saverio, in quella immagine di giovane conteso dalle ragazze che volevano andare sulla Giulietta, e di lui che “adocchiava la bottega di Graziella e lei corrispondeva ad occhio vispo fra una tintura e l'altra” ( “A mio fratello Saverio e Graziella”) io rivedo mio zio Goffredo, il più piccolo dei fratelli di babbo, quello che viveva con noi, che quando mamma era incinta le diceva : "Fammi una bimbina , eh!” Perché loro erano tutti maschi e che quando piangevo diceva “Se fate piangere la bimba vi ammazzo a tutti !”, che adocchiava la bottega di Soliria che vendeva il vino, zio Goffredo che mi portava sulla vespa e che morì di cuore a ventisei anni, quando io ne avevo quattro, senza che io capissi cosa era successo né piangessi come piango ora, dopo una vita intera, a ripensarci. Amo Pardini perché lo sento uguale a me per quell'amore per la vita, per la natura nelle sue molte manifestazioni, per quel suo incantarsi davanti allo splendore della terra ed alla gloria del cielo e per quella passione per la campagna che scorre nelle nostre vene orgogliosamente plebee, nel nostro sangue etrusco, nella nostra anima di gente che è nata da famiglia povera, onesta e lavoratrice, perché apparteniamo a quella razza di persone a cui nessuno ha regalato niente e che il poco o tanto che ha l'ha ottenuto con le proprie forze. Questo fa grande Pardini al mio cuore di scarabocchiaversi che non conosce le belle parole ed i dotti metodi della critica: il suo essere Uomo.

 Lidia Guerrieri

 

MARIO SANTORO LEGGE: "CROMIE" DI VINCENZA ARMINO


Voci, suoni, profumi e “Cromie”

nella poesia di Vincenza Armino

 

La poesia è sempre un “oltre più oltre”, un dentro più dentro, uno scavo interiore continuo, una pluralità di significanti evidenti o allusi e, nel caso della poetessa Vincenza Armino, si impreziosisce di presenze apparentemente invisibili che, via via, affiorano ed emergono dal nulla o quasi, risultando come incorporee nei movimenti agili e leggeri, nelle cromie continue e ricorrenti, come indica il titolo del volume, con tratti, all’improvviso, luminosi, sfumature lievi o marcate, scialbamenti di colori, tinte diversificate, nel disegno di trame, talora fitte, altre volte volutamente lasche e di ragnatele bel costruite e perfette.

E così il mondo poetico dell’autrice appare certamente vivo eppure, al tempo stesso, come impalpabile, fatto di accenni, di spunti, di delicate indicazioni, di fughe indefinite, di colloqui ridotti al minimo, di origliamenti senza cattive intenzioni, di bisbigli, di pigolii, di suoni ovattati, di parole sospese, di lontananze remote se non primigenie.

Emergono situazioni tutte da scoprire, condite di varianti di colore in atmosfere particolari con accenni a danze veloci e a morbide carole, nel ricorso alla voce che risulta forte, ma dentro, e ancora di tutto e di niente, di sfioramenti e di tocchi leggeri: Danzavano. / Erano carezze di luce, / scarabocchi di pensiero, / contatti, / abbracci, / ragnatele invisibili. / Legami”. Non ci sono rumori, né suoni, ma tutto ordinatamente sembra accadere nel silenzio che domina ogni cosa con intorno il velo della malinconia che si scioglie / in un bagno / di campiture / vivaci”.

La poesia, nel richiamo alla sinteticità, va ben oltre la brevitas e nella Armino si fa sovente frammento, momento, attimo, quasi flash da cogliere a volo nella scelta ponderata del risparmio delle parole e del ricorso a quelle estremamente significative, (col rischio anche della difficoltà di decodificazione), o illuminanti e capaci di consegnare al lettore situazioni fortemente aggrumanti. Vale per il minuzzolo di tempo / in soliloquio”, ma anche per Un solitario origliare, per Nenie e / bianche giunchiglie”, come per Debordante altalena” e per dolci deliri”. Insomma i versi sembrano consegnarsi nudi al lettore che, a suo piacimento potrà vestirli e coprirli di ornamenti possibili.

E del resto è l’autrice stessa, a dichiarare, apertamente e con sicurezza, che in molte circostanze le parole risultano superflue e non servono e che certi dettagli possono indicare, suggerire, argomentare, più e meglio delle stesse. E così in “Manca poco” si può leggere: Danzano bolle di sapone. // Nebbia. // Grilli. // Bianche finestre. // Giardini assiepati. // Ventole a tagliare / l’aria ferma, // Non servono parole”.

Si tratta di tante accennate situazioni che sottendono condizioni di attese, momenti di incanti, discorsi ininterrotti, pensieri e ragionamenti diversi. Lo dice anche il distanziamento voluto e marcato dallo spazio bianco che invita alla meditazione, alla riflessione, al recupero di suggestioni, di sensazioni, di emozioni, di tensioni, attraverso un filo sottilissimo e quasi invisibile che prende l’avvio dal cuore “chiuso in un gemito / sommesso.

Il gioco intelligente e vigile di parole accoppiate con sottinteso il verbo, salvo in qualche situazione, quasi a contrassegnare accadimenti isolati, vicini o lontani nello spazio e nel tempo non importa, viene preferito in quasi tutte le situazioni. E così sfilano elementi di ricerca spirituale, alchimie profonde, incanti momentanei, quasi leggeri “aliti di vita”, lontananze che la memoria riporta in vita faticosamente, desiderio di cose perdute, iterazioni contrastive tra la concretezza di “solide gambe e / mani rugose” e crepuscoli a sfumare con tanto di evanescenza, e “corvi neri e notti stellate”, o “Linea d’ombra / tra il grano / e il cielo”.

Altrove la poesia sembra tendere alla massima, alla sentenziosa direttività dell’affermazione, senza essere necessariamente categorica: “Lì dove il sol / non filtra / e c’è lo strame / polvere giunge e / impalpabile posa”. E non manca, certamente intenzionale, qua e là il ricorso a figure stilistiche come l’allitterazione; valga l’esempio nella poesia “La meraviglia percorre”, con la triade bacche, bocche, baci.

E quindi l’autrice mostra di tendere alla rievocazione del passato e del tempo trascorso con il ricorso voluto all’ imperfetto: “Il tempo era / un passo di danza / a piedi nudi” (“La sera”).

Lo stesso accade in “Ritorno di fiamma”: “Risuonava come / un aforisma / una massima, / una battuta, / un monosillabo / un colpo di gong”.

E non sembra esserci rimpianto in tutto questo, e se c’è resta celato, ma piuttosto testimonia il senso dell’ineluttabilità dello scorrere del tempo: “Prendevo tempo. / Quel tempo che / non c’era. // Un tempo che / pressava, / scottava”. Un tempo che, senza fermarsi un solo attimo, “aspettava, / un altro tempo”. Poco per volta la poesia tende a distendersi, a farsi meno chiusa e più discorsiva. Ci sono rimandi stagionali con sottolineature di colori e con odori non detti: “Bacche rosse / su rami spogli, / fusti di cornioli / e salici / carminio, porpora...”. Staccano le tinte accese sul “paesaggio smorto / creando sorprese / sotto la coltre bigia”. Anche il mare con il suo speciale respiro è raccontato nel suo andirivieni delle onde contro la riva: “Carezzan le sponde / quasi un singulto / un battito / un fremito”.

Altrove, con il suo profumo penetrante, le sue onde, impazzite a sbattere contro gli scogli, esprimono sensazioni e palpiti: “Una brezza fievole, / quasi invisibile” e forse anche “il pensiero / di un amore”.

E torna ad imporsi il silenzio carico di rievocazioni: “Il silenzio improvviso e, / un brusio sommesso / poi, un berciare e / l’urgenza di / un altro tempo / dentro il tempo / già quasi del tutto / consumato”. E ancora il silenzio nell’azzurro profondo tra cielo e mare a dominare sulle spiagge deserte e senza vita, con il volo dei gabbiani indisturbati: “L’azzurro, / il silenzio, / i ruttini delle onde / sulla sabbia, / tutto torna. / Ritorna”. Ed è proprio il rimando al passato che non torna e al tempo, con le azioni che consente, ad intrigare: “Non so perché il tempo / m’intriga, mi avvolge. / Lo cerco, lo temo / lo guardo. / Non vedo / eppure ritorna. / C’è tempo o / sei tempo che scalcia, / che fugge lontano...”.

E ci piace chiudere con “Il rumore del tempo” che resta sempre il grande tessitore: “Si aggrappava a nomi / voci, ricordi. / li cuciva, / senza accorgersi / dei rattoppi, / come / un’unica tela. / Non c’erano confini / né fini. / Tutto si articolava / per sovrapposizioni”.

Mario Santoro

Vincenza Armino è nata a Melicuccà (RC) nel 1950 e vive a Polistena (RC). Insegnante di materie letterarie in pensione, ha pubblicato le raccolte di poesie: Pentagramma (2007), A piedi nudi, nell’anima (2009), Percezioni-Ricordi (2010), All’ombra di un respiro (2011), Messaggi sussurrati (2013), Poca voce (2013), Quando (2014, in Alcyone2000. Quaderni di poesia e di studi letterari), La strada (2015), Le dimore informali (2016), Come faville (2020), Spiragli (2020), Cromie (2020) e il libro in prosa: Massime, pensieri, riflessioni (2017). L’attività letteraria di Vincenza Armino è trattata nel quarto volume dell’opera Storia della Letteratura Italiana. Dal secondo Novecento ai giorni nostri, Guido Miano Editore, terza edizione, 2020.

 

 

Vincenza Armino, CROMIE, prefazioni di Enzo Concardi e Nazario Pardini, Guido Miano Editore, Milano 2020, pp. 104, isbn 978-88-31497-36-7.

 

GIOVANNA DE LUCA: "INEDITI"

Giovanna De Luca:

un realismo lirico di stampo capassiano, papale, papale, che descrive stati d’animo immediati e estemporanei. Rifugge da sentimentalismi beceri e decadenti che spesso tradiscono la vera poesia. La poetessa si rifà alla realtà, ad un momento di intima riflessione per scavare dentro se stessa, concretizzando emozioni che trovano consistenza nelle immagini che le si profilano dattorno.

“…Ogni piccolo sasso di un sentiero

collabora a far bella la strada,

e ogni fiore ogni foglia ogni bellezza

rincuora il nostro io e ci sentiamo

come una quercia dalle ampie braccia,

forte il suo tronco e imperituro il ramo.

 

Siamo polvere – ed ombra”.

Belle poesie! Forti, spontanee, concrete, e coinvolgenti per forma e contenuto.

 Nazario Pardini


Ho spento

 

Ho spento tutte le luci.

Ho lasciato solo il lume piccolissimo del mio piccolissimo presepe.

Ho alzato le tapparelle.

Ho lasciato che le molteplici luci della valle fossero padrone.

Mi sono seduta nel buio per guardarle.

Ferme,immobili. Come me.

Solo, da una parte, si intravvede un albero di  Natale.

Si accende, si spegne, si riaccende...

Il silenzio, profondo, spesso come una coltre

attende.

La notte è sempre più nera,

Le luci sempre più nitide.

Siedo ancora, e aspetto.

Qualsiasi cosa.

L'animo è vuoto. Vuoto.

Qualsiasi cosa.

Attendo qualsiasi cosa.

                                       

23/12/2020

 

L'ineffabile

Traluce  l'ineffabile nel cielo maculato

di fosche nubi,

come avviene d'estate sui tramonti marini,

sulle albe quiete di dondolanti sciacquii.

Traluce sulle creste innevate

dei monti in catena, dove toccano il cielo,

traluce nel boccio improvviso della primavera.

E ci lascia così, ammirati e sgomenti,

incapaci di averne comprensione,

e possesso.

 

Neve

 

Non ha voce la neve,

come ne hanno il vento,

 il mare, la pioggia.

Essi possono suggerirti qualcosa

e hanno volti diversi.

La neve è quel bianco silenzio

che,sepolta ogni forma,

la ricopre e la muta:

e l'albero non è più lo stesso,

 né la strada o la siepe,

 né quel tetto laggiù

quasi pronto a cadere.

Ed arriva di notte, quando

persi nel sonno non sappiamo

che porta con il bianco silenzio

tutto quanto teniamo nel fondo,

senza farne parola.

 

Percezione

 

Ho  percepito  - notte di gennaio -

un'esistenza fuori della porta.

Capivo che un linguaggio  sconosciuto

scioglieva il gelo e prendeva una forma.

Ed una volta ancora  ho  ritenuto

che noi siamo la parte di una vita

che ingloba  l'universo, l'infinito.

Una minima parte, nell'etere ,

come un lancio di sabbia dentro il mare.

Un granello per minimo che sia

ha un suo percorso sotto il pelo d'acqua,

Ogni piccolo sasso di un sentiero

collabora a far bella la strada,

e ogni fiore ogni foglia ogni bellezza

rincuora il nostro io e ci sentiamo

come una quercia dalle ampie braccia,

forte il suo tronco e imperituro il ramo.

 

Siamo polvere – ed ombra