martedì 18 giugno 2019

FRANCO CAMPAGIANI LEGGE: "TITIWAI" DI SANDRO ANGELUCCI




Sandro Angelucci,
collaboratore di Lèucade

Nell'ambito della rassegna I.p.la.c.
TITIWAI, DI SANDRO ANGELUCCI 
(LADOLFI EDITORE)
presentato a Roma, presso Hora Felix, il 15 giugno

Franco Campegiani,
collaboratore di Lèucade

Da quando nel pensiero greco si cominciò a distinguere i concetti, accadde che il Bello, il Vero, il Buono, eccetera, iniziarono ad apparire come valori separati ed autonomi, addirittura antitetici gli uni agli altri. Una frammentazione che a lungo andare, radicalizzandosi, doveva inevitabilmente condurre alla distruzione di ogni valore e del senso stesso della vita, come è accaduto realmente con l'avvento del nichilismo. In tempi arcaici, al contrario, la mente umana, tutt'altro che ingenua come potrebbe sembrare, era dedita ad un solo obiettivo: la ricerca della Sapienza, del Senso della vita, di quei valori universali che non sono pregiudizi, ma Princìpi effusi nel creato dalla creazione stessa.

Una fede che non dava nulla per scontato, in quanto fondata su una macerazione interiore costante, su un'autocritica tesa all'abbattimento di ogni puntello di comodo e di ogni facile illusione. Fede alimentata dal dubbio, che non può essere scambiata per ingenuo fideismo. Ebbene, è a questa fede, propria del pensiero prelogico e misterico, mitico-sapienziale degli avi - fede per la verità mai abbandonata del tutto dal genere umano, pur essendo caduta largamente in oblio - è a questa fede, dicevo, che si collega la ricerca poetica di Sandro Angelucci. Vi si ricollega da sempre, ma particolarmente in quest'ultima fase del suo canto, Titiwai, che è tutta una ricerca delle Leggi effuse nel creato dall'iniziale big bang.
Una poesia, pertanto, che va molto al di là delle bellezze formali, del narcisismo autoreferenziale e delle superficiali emozioni tanto care ai poeti intimisti. Un dire piano e sommesso, quello di Sandro, lirico e filosofico nello stesso tempo, capace di scendere nelle profondità dell'essere per donare emozioni e stupori profondi, legati alle vertigini universali del primo giorno che la terra fu. Poesia come risveglio dell'uomo nella verità, nella sua propria verità. La natura è al centro di questo amore e di questo canto. Natura non intesa arcadicamente, come luogo di vita amena, bensì come depositaria di principi impervi di cui ogni vivente è custode nel profondo.
Solo Adamo è riottoso, scontento. Soltanto lui è in cerca di espedienti per aggirare le regole. Per lui, dice Sandro, "è un lento, progressivo allontanarsi". Come Ulisse da Itaca, cui pure è destinato a tornare e tornerà. Un viaggio, una fuga infinita da se stesso alla ricerca di se stesso, della verità che porta dentro, nel segreto scrigno dove luci e tenebre si abbracciano in complice armonia. Alta tensione inquietante, da cui Adamo (Ulisse) si svincola per inseguire altre, astratte e illusorie, armonie: "Siamo tutti liberi. / Siamo tutti uguali. / Siamo tutti buoni. / Siamo tutti belli. / E nessuno lo è davvero".
Ma la salvezza è dietro l'angolo: "Torneremo ad esserlo / quando saremo prigionieri, / differenti, cattivi, brutti". Quando cioè, svanite le illusioni, saremo maturi per accogliere anche il male alla nostra mensa. Così ci troveremo di nuovo nell'Eden, negli equilibri iniziali, e risorgerà la Fenice. E finalmente ci accorgeremo del Paradiso che non ci ha abbandonato mai: "Navighiamo per mari stranieri. / Cerchiamo in terre lontane / la creta che abbiamo nel cuore". Sta dentro di noi e non lo sappiamo, ma ritroveremo la rotta ovunque orienteremo la prua. Anche se c'è un prezzo da pagare, purtroppo: il rogo apocalittico.
Poi, tornato a Itaca (ovvero a se stesso), Ulisse sarà di nuovo pronto per rimettersi in mare. Un'altalena perenne, la sua, perché c'è sempre bisogno del contrario, e del contrario del contrario. Non si può vivere sempre nella grazia. Bisogna attraversare la disgrazia per potersi guadagnare di nuovo la grazia. Segnalo in proposito una poesia, Big bang, dove il poeta ripercorre nel pensiero le tappe della prima incarnazione umana. Un viaggio interstellare che lo conduce, novello Adamo, sulla terra, dove, spaesato, si scopre di nuovo "smanioso / di cogliere il frutto / del melo proibito". 
Questo il nucleo poetico-filosofico di Titiway. Un nucleo denso di echi alti e di profondi richiami, con l'apparizione di archetipi fondamentali, quali Madre Terra e Padre Cielo in azione congiunta e speculare. Un canto sciamanico che irrompe con boati silenti, rigeneranti, nel grigiore assordante della cultura postmoderna in cui viviamo. Nella prima parte della silloge, Il giorno della legna, si parla dell'uomo, del suo stampo archetipo e della sua perversione mentale. Nella seconda parte, Pan Flute, l'orizzonte si sposta dalla metafisica pura alla metafisica incarnata e sanguigna del creato.
Dal mistero dell'Assoluto lontano, al mistero vicino, ma non meno profondo, della Relatività. Il che accade dopo avere collocato al giusto posto gli interrogativi metafisici: chi siamo? dove andiamo? Domande prive di risposte, ma non per questo infondate. Se è vero, infatti, che non si è autorizzati a rispondere, non si è neppure autorizzati a sigillare la propria coscienza di fronte al mistero. Chi siamo? dove andiamo? Domande che non sono solo domande, ma anche e soprattutto risposte, giacché fede e dubbio sono fratelli siamesi. Facce della stessa medaglia, inseparabili tra di loro.
Ciò che conta è vivere con pienezza nella realtà in cui viviamo, dare umilmente fondo, in quella parte dell'Universo, alla sapienza che ci è stata data in dono. "E' così bello essere mortali / sapere di far parte del mistero". L'eterno è dovunque, non bisogna cercarlo chissà dove: "So soltanto / che ora è qui quel luogo, / in questi pochi versi. / Feroce come un pugno / dolce come una carezza". Basta leggere nelle pagine del cielo, respirare il vento e fremere nel sole, come sa fare ogni creatura. Oppure suonare nei prati e nelle selve, come fa il poeta soffiando su un filo d'erba o in una semplice canna.
Bisogna farsi piccoli per scoprire la grandezza. E' il gioco eterno dei contrari. Più si infrange la corazza dell'ego, più si fa spazio all'altro, al Gigante che è dentro di noi: "Fare il vuoto, poeta / questo ti chiede / quando - senza saperlo - / ne avverti la presenza. / Ti chiede di eclissarti / di toglierti di torno / di non essere invadente / con il tuo io / che si vergogna ad essere se stesso. / E fa il gradasso. / E non perde occasione / di reputare vero / ciò che al contrario è falso. / Ti chiede la libertà. / Lo spazio del silenzio / dove tutto parla, / tutto si ascolta. / E non si vive a vanvera".
Ma tant'è. Ulisse (Nessuno) sfida Polifemo (il Gigante che è Tutto), il nostro spirito, il nostro doppio ultrafisico, "l'occhio che ci guarda e poi ci mangia", pensando che sia "sufficiente un palo / per togliergli la vista. // Quando soltanto un cieco / può accorgersi del Sole / prima dell'alba". E' la lotta che la ragione ingaggia contro lo spirito, superabile soltanto quando riesce a comprendere di doverlo invece abbracciare. "Una, soltanto una / è la strada tracciata dalla vita", quella "di nascere giorno dopo giorno", come "ogni uovo è fatto per aprirsi / alla carezza di questa eternità".
Titiwai è il canto di un uomo che la vita ha messo a dura prova e che sa di dover passare "in mezzo ai rovi, tra le spine" per poter uscire "con le ferite rimarginate al Sole". "Io non sapevo / che credere significa soffrire / con il sorriso / che ti squarcia il cuore". E' la filosofia degli ultimi che saranno i primi, da intendersi in senso spirituale, e non materiale come si ostinano a fare i più. E' un tornare agli equilibri del creato, che non è un saltare all'indietro nel passato, nel tempo, ma uno scoprire che le origini son qui, perché noi viviamo sempre e comunque nella potenza dell'iniziale big bang (si legga Ristabilire).
Equilibrio è il nome segreto dell'Universo, e felice colui che può dire: "E' giunto il tempo dei bilanci. / Tiro le somme. / Ho vinto tanto. / Tanto quanto ho perso. / Bene così. / Guai mi fossi trovato in deficit / o in sopravanzo". Titiwai, il nome delle larve incandescenti che proiettano bagliori simili a stelle nelle volte delle grotte di Waitomo, è una stupenda metafora di questi equilibri, di questo mistero speculare, di questa dualità. E' l'incontro del Cielo con la Terra, l'abbraccio del Padre con la Madre, l'armonia tra lo Yin e lo Yang. La Terra non è che un Cielo capovolto, se possiamo trovarlo inabissato nelle sue cavità.

Franco Campegiani

  


lunedì 17 giugno 2019

C. CONSOLI, PRESIDENTE DELLA CAMERA DEI POETI, INVITA

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LINO D'AMICO: "MNEMOSINE"


Guido Ottolenghi










La poesia

è quando una emozione

ha trovato il suo pensiero

e il pensiero ha trovato le parole

Robert Lee Frost




Mnemosine
  
Come refolo di brezza mattutina
Mnemosine mi parla,
mi avvolge nei suoi meandri
con soffi di eternità,
mi prende per mano
oltre un tempo che fugge,
là, dove volano i sogni.

L’ascolto tra palpiti e stupori
nel vortice di echi e di chimere
mentre la Musa parla alla luna
e mi dona il sapore delle stagioni,
il gorgoglio di un torrente,
il tintinnio della pioggia,
la carezza del vento,
lo sguardo di un bambino,
creando melodia di cose perdute
che echeggiano senza rumore
nel fruscio delle speranze.

Lino D'Amico                                                   

                                                  


PIETRO RAINERO: "L'UOMO CHE PESCAVA FIABE", RACCONTO


 L'UOMO CHE PESCAVA FIABE
                                 
Pietro Rainero,
collaboratore di Lèucade

A Copenaghen c'è una strada che ha lo strano nome di Hyskenstraede, vicolo di Hysken, e perché si chiama così e cosa significa?
Io non lo so, ma so per certo che  in questa strada, al numero 46, tra due casette di color rosso, c'era la bottega del vecchio Niels Peitersen, un pescatore di 72 anni.
E ti assicuro che chi transitava per lo stretto vicolo poteva leggere senza fatica, dipinta in color nero sulla porta di legno, lasciata sempre aperta, la scritta “L'antro di Niels” e se incuriosito sbirciava all'interno, poteva osservare il pescatore intento a rammendare vecchie reti da pesca, ormai in disuso. Il vicolo di Hysken, già lo saprai, si trova nel quartiere di Indre By, e dista poche centinaia di passi dal Nyhavn, il vecchio porto della capitale danese, anche se il nome significa Porto Nuovo.
E tutti i giorni a bordo della sua barca, al calar della notte, il signor Peitersen si allontanava dai colorati edifici che cingevano e facevano da cornice alle acque ed alle banchine del vecchio porto e, remando remando, si dirigeva deciso in direzione della costa svedese.
Giunto poi a metà strada tra la sua Copenaghen e la vicina Malmoe, proprio nel bel mezzo dello stretto dell'Oresund, che divide gli svedesi dai danesi, gettava le reti ed aspettava fiducioso. Di solito i primi chiarori dell'alba trovavano le reti del signor Niels gonfie di pesci di ogni taglia e di ogni peso, impigliati nelle maglie. Ma un bel dì, o meglio una bella notte, si presentò al caro pescatore una inaspettata sorpresa!
Insieme a merluzzi, sogliole e passere di mare vide, sgranando tanto d'occhi, una bottiglia ben sigillata, il cui vetro di color verde lasciava però intravvedere, all'interno, un foglio arrotolato.
Il vecchio Niels, assai incuriosito, tolse il tappo e srotolò la carta arricciata.
Il foglio conteneva un racconto, che narrava di una bellissima principessa sirena, che viveva con la sua famiglia nel suo palazzo reale sul fondo dell'oceano e che incominciava proprio così:
“Lontano lontano, in alto mare, l'acqua è azzurra come i petali del più bel fiordaliso, e limpida come il più puro cristallo. Ma è molto profonda, più profonda di ogni scandaglio....”
La storia era così bella, ma così bella, che il gentile signor Peitersen si disse, fra sé e sé: “la porterò a casa, e la racconterò a mio nipote Haage ed ai suoi amichetti; a loro piacerà sicuramente molto!”.
E così, quel pomeriggio, il nostro amico pescatore non lavorò a ricucir vecchie reti malandate, ma lesse ad alta voce, nella sua bottega, quella stupenda fiaba. Ed il nipotino Haage, ma anche i suoi amici Mathias, Mikkel, Victor ed Astrid, rimasero incantati a bocca aperta ad ascoltarlo ed a immaginar le avventure di quella sirena, di nome Marina.
Qualche notte più tardi, poi, durante la solita uscita notturna per la pesca, al signor Niels capitò di nuovo di trovare, insieme ai pesci, un foglio accartocciato nascosto in un barile di latta.
Aprendo il foglio, questa volta lesse:
“Da dove viene la storia? Vuoi saperlo? Ci viene dal barile, quello con dentro le vecchie carte.....”
Anche questa narrazione, che parlava di una zia che donava molti dolci al proprio nipote quando questi era piccolo, era bellissima. Sapete cosa fece questa volta il signor Peitersen? Avete indovinato!! Portò i fogli a casa, come la volta prima, e lesse di nuovo la storia ai bimbi del suo quartiere.
E, in quello strano mese di novembre del 1875, una volta o due alla settimana, al signor Peitersen capitò di pescar, insieme a naselli, halibut e gustosi salmoni, di pescar ancora fiabe!
A volte riposte in bottiglie, a volte nascoste in bidoni, a volte accompagnate da bottiglie di vino, ed a volte da barili di olio. Le scovava al largo, nel mezzo dell'Oresund, lo stretto che unisce Mar del Nord e Mar Baltico. Gli capitò, una notte, di trovar impressa, in bella scrittura, questa frase d'inizio:
“Faceva un freddo terribile; nevicava e cominciava a scendere il buio; era anche l'ultima sera dell'anno, la vigilia di Capodanno. Con quel freddo …..”
Come finiva la fiaba?! Sapete che siete curiosi? Comunque ve lo svelo: che  il corpo senza vita di una piccola fanciulla viene ritrovato il mattino seguente nella neve, con un sorriso in volto e un mazzetto di fiammiferi spenti in mano. Molto triste, ma molto bella, la storia.
Un'altra volta il nostro pescò un testo che incominciava così:
Molto lontano da qui, dove volano le rondini quando da noi è inverno, viveva un Re con undici figli e una sola figlia, Elisa. ….”
oppure, era già una notte di dicembre:
C'era una volta un principe che voleva sposare una principessa, ma ella doveva essere una principessa vera, una fanciulla di sangue blu.....”
una volta il  testo diceva:
A Copenaghen c'è una strada che ha lo strano nome di Hyskenstraede, vicolo di Hysken, e perché si chiama così e cosa significa? ….”
ed un'altra ancora:
“Sai certamente che cosa è una lente di ingrandimento, una specie di occhiale che rende tutto cento volte più grande di quello che è.”
e per altre notti  il signor Niels continuò a pescare, nel tratto di mare tra Malmoe e Copenaghen, pesci, grandi e piccoli, bidoni contenenti fiabe e bottiglie di buon vino, e pure bottiglie piene di favole.
Per la gioia incontenibile dei bimbi della capitale danese, che sempre più numerosi riempivano ormai ogni pomeriggio la sua bottega, con gli occhi sognanti e lo stupore nel viso.
Ma un brutto giorno sul finir dell'annata, una sera in cui faceva un freddo terribile; nevicava e cominciava a scendere il buio; era anche l'ultima sera dell'anno, la vigilia di capodanno, il caro, vecchio e gentile signor Niels Peitersen si ammalò e morì.
Morì senza vedere l'anno nuovo; smise quindi di pescar fiabe e di raccontarle. Di narrarle ai bimbi che pensavano che lui le inventasse per loro, che pendevano dalle sue labbra sognando mondi lontani, colorati, fantastici e arcani.
Sapete cosa vi dico? Io credo proprio che da quel giorno, da quel brutto giorno, il quartiere di Indre By sia un poco più povero, credo che Copenaghen sia un po' più povera.
Anzi che la Danimarca tutta con l'intera Europa, insieme al Mondo, siano più povere.

Giunto a questo punto, caro lettore, ti sarai indubbiamente già posto una domanda: come mai le fiabe di Andersen (le hai riconosciute, vero?), le fiabe del grande scrittore nuotassero nell'acqua del mare, sigillate in bottiglie in attesa di essere catturate dalle reti di un pescatore, lontano lontano, in alto mare, dove l'acqua è azzurra come i petali del più bel fiordaliso, e limpida come il più puro cristallo. Ma è molto profonda, più profonda di ogni scandaglio.....
Già! Come mai le storie intitolate La sirenetta, La Zia Maldidenti, La piccola fiammiferaia, I cigni selvatici, La principessa sul pisello, Il berretto da notte dello scapolo, La goccia d'acqua, Il brutto anatroccolo ed ancora altre ed altre, fossero finite nell'Oresund, annegate nell'acqua indecisa fra il Mar Baltico ed il Mar del Nord.
Ho altro da fare, ma te lo racconto lo stesso!
Devi sapere dunque che Odense, che si trova sull'isola di Fionia e dove stava la casa di Andersen, è lambita dal fiume omonimo, che sfocia poi più a Nord, nelle gelide onde dello stretto di Kattegat.
E, di tanto in tanto, la località è bersagliata da violenti nubifragi che lasciano cader sui tetti delle sue case, ma anche nei giardini e nei vicoli, enormi gocce di acqua, gocce così grandi che, se viste con la lente di ingrandimento, svelano un intero mondo dentro di sé. Sai certamente che cosa è una lente di ingrandimento, una specie di occhiale che rende tutto cento volte più grande di quello che è.
Proprio durante uno di questi allagamenti, dunque, la cantina della casa del signor Andersen, in via Soendergaard al numero 5, si inzuppò d'acqua, acqua che accarezzò le bottiglie nelle quali lo scrittore era uso custodire al riparo di sguardi indiscreti le sue creazioni ancora inedite.
La stessa acqua non stentò poi a convincere quei bidoni, botti o bottiglie che fossero a seguirla, ed andò a depositarsi, dopo qualche giorno e secondo una consueta tradizione, nello stretto di Kattegat, come già detto.
Ed ecco perché qualche mese dopo, e quando ormai lo scrittore era morto, il signor Niels Peitersen, anzi ad essere precisi il signor  Niels Kasper Peitersen, recuperò quelle bellissime storie che se ne stavano chiuse in protettivi bozzoli di vetro, quasi avvertissero di essere troppo preziose per morire, per scomparire per sempre.
Ed è grazie a lui, caro lettore, che oggi tutti i bimbi del mondo, ma proprio tutti, e non solo quelli che sono danesi, possono gustare le avvincenti avventure concepite dalla ineguagliabile fantasia del signor Hans Andersen, anzi ad essere pignoli del signor Hans Christian Andersen.
Da dove viene dunque ciascuna delle sue storie?
Da dove viene la storia? Vuoi saperlo? Ci viene dal bidone, quello con dentro le vecchie carte.....

WORLD FESTIVAL POETRY


World Festival poetry: Reading di poeti di Pisa alle OFFICINE GARIBALDI di Pisa per dire il loro “No War – Hug Peace”

Da qualche settimana mi è stato affidato il coordinamento per Pisa del world festival poetry, un ente che ha tra le sue mission quella di creare focolai di attivismo poetico, per seminare pace attraverso la parola poetica.

Il 21 giugno in tutto il mondo avverrà in simultanea il reading a tema no war-hug peace. A Pisa il reading si svolgerà presso le Officine Garibaldi dalle ore 17 alle ore                                                 19,30

Festival poetry, che è un organismo fondato a Vancouver rappresentato in 160 nazioni, ha lo scopo di seminare parole poetiche per costruire un mondo di pace, privo di ingiustizie e discriminazioni.

A questa iniziativa, denominata J-21 Initiaktives hanno aderito diversi poeti di  Pisa e  dell’Associazione L.A.P.I.S di Cascina.
Come slogan è stato scelto “NO WAR – HUG PEACE”, che vuol essere un urlo pacifista per richiamare l’attenzione della gente e dei governi verso un impegno per la ricerca della pace. Coordinatori dell’iniziativa sono stati nominati Luz Maria Lòpez, direttrice continentale per le Americhe; Hilal Karahan, poetessa turca, con il ruolo di direttore intercontinentale di tutti gli eventi che si svolgeranno in Turchia e nei paesi limitrofi; la poetessa siriana Malak Sahioni, responsabile per le iniziative internazionali del World Festival poetry; Aminur Rahman, direttore continentale per l’Asia; Nnanne Ntube, direttrice continentale per l’Africa; Fatima Nazzal , direttrice per il Medio Oriente; Claudia Piccinno, poetessa italiana, come direttrice continentale per l’Europa.
World Festival poetry organizza quattro eventi all’anno, dove protagonista è la parola. In questa occasione ha scelto il solstizio d’estate per auspicare un rinnovamento poetico.
Al il reading di Pisa parteciperanno:
Gabriella Becherelli, Emilia Bigiani, Williams Busdraghi, Giuseppe Carli, Nadia Chiaverini, Edda Conte, Verusca Costenaro, Maria Stella Del Giudice, Franca Franchi, Marina Giannessi, Rosalba Giorgi, Antonella Iacoponi, Marco Incardona, Cristina Lastri, Menichetti Serenella, Vincenzo Mirra, Edoardo Olmi, Michela Pagni, Piero Pancanti, Chiara Rantini, Italo Zingoni.
Accompagnamento musicale: Raffaella Tito e Emanuele Guazzi
Disegni in diretta di Nicole Pardini
Poeta coordinator: Serenella Menichetti
La popolazione è invitata
Lasciamo che la parola poetica, voli in alto, come un aquilone senza filo a portare messaggi di pace.
In questo giorno saremo tutti PROTAGONISTI perché accomunati dallo stesso messaggio.
Ringrazio tutti coloro che interverranno, portando nel loro cuore, un sogno di Pace.
Sperando che la pace evocata e sognata da tutto il mondo, in questo giorno speciale, possa concretizzarsi. Crediamoci!
Grazie!

Serenella Menichetti


GUIDO MIANO EDITORE: S. CAMELLINI: "IL CANTO DELLE MUSE"


NOVITA’ EDITORIALE: GUIDO MIANO EDITORE –MILANO COMUNICATO STAMPA

Pubblicato IL CANTO DELLE MUSE del poeta SERGIO CAMELLINI con prefazione di Nazario Pardini edito da GUIDO MIANO EDITORE, giugno 2019 nella Collana Poesia Elegiaca dei Maestri Italiani dal ‘900 ad oggi.


E’ uscito in questi giorni Il Canto delle Muse di Sergio Camellini, una scelta dei suoi testi poetici più significativi. Originario di Sassuolo, di professione psicologo clinico, Sergio Camellini, autore pluripremiato, ha pubblicato vari volumi e con questa Casa editrice ha dato alle stampe nella collana “Alcyone 2000la silloge La pagina della vita (2015) , nel 2017 la raccolta Tenero è l’amore pubblicata in seconda edizione nella collana “Analisi Poetica Sovranazionale del terzo millennio” e il volume Opera Omnia con prefazione di Michele Miano in seconda edizione (2018) edita sempre da questa casa editrice. La poesia di Camellini sembra trovare la migliore esperienza nella ricchezza e varietà dei temi che la ispirano: il sentimento della natura, l’umana solidarietà, il tempo che fugge, la condizione umana, la memoria. Il suo è un atteggiamento positivo che vive in ogni uomo e dell’uomo scruta l’inevitabile caducità, ed è proprio per questo che il poeta esalta le cose più semplici. L’approdo a una visione in chiave naturalistica e il recupero degli antichi valori della civiltà agreste con i suoi ritmi, le sue stagioni, con i sapori della terra e delle proprie radici risulta essere una sicura scialuppa cui aggrapparsi e la contemplazione delle meraviglie del creato diventa veicolo di sicura salvezza.
Camellini, ha creato un museo agreste nell’appennino modenese per il quale ha dedicato una vita intera nel non vano tentativo di recupero dei valori della civiltà contadina e dei mestieri più antichi. In “Alcyone 2000”, n 9 (2016) gli è stato dedicato anche uno studio monografico a cura di Michele Miano. Nella collana Poesia Elegiaca dei Maestri italiani dal ‘900 ad oggi gli autori vengono raffrontati per affinità estetiche e filologiche e/o per omologie contenutistiche con scrittori celebri presenti nella Storia della Letteratura italiana dal Novecento in poi. Il titolo del volume riprende una lirica del Camellini appunto Il Canto delle Muse: “In quello spicchio /di cielo blu/ quando il silenzio / mi circonda / e sul pentagramma / del vento va via,/ tu sai leggere /oltre /la mia penna,/ tu sai leggere /oltre / la mia fantasia, /perché tu sei Euterpe /dea della musica,/ perché / tu sei Calliope / dea della poesia”. Come afferma Nazario Pardini nello studio monografico: “tanti elementi simbolico – figurativi che contornano con euritmica partecipazione un animo tutto volto a narrare in maniera elegiaco emotiva il suo abbandono alle soglie del suono e del canto (…). E’ proprio il canto che libera l’animo, che lo allegerisce da quei palpiti intimi incuneatisi nei lacerti dell’esistere".

SERGIO CAMELLINI, IL CANTO DELLE MUSE, prefazione di NAZARIO PARDINI nella collana Poesia elegiaca dei Maestri italiani dal ‘900 ad oggi Guido Miano Editore – Milano , pag 86, Euro 14,00 giugno 2019

GUIDO MIANO EDITORE - VIA EMANUELE FILIBERTO 12 - 20149 MILANO UFFICIO STAMPA 023451804 - 023451806 - mianoposta@gmail.com

domenica 16 giugno 2019

M. GRAZIA FERRARIS LEGGE: "ALMA POESIA"



Ricevo, coi ritardi che il nostro servizio nazionale ci riserva, da N. Pardini, l’ultima pubblicazione poetica che lo coinvolge con i tre amici di lunga data (P. Balestriere, C. Baroni, U. Vicaretti). Porta un titolo importante, emblematico: VERSO LA LUCE.
È un viaggio di mare e di cielo, di quotidianità e di ricerca umana e poetica di quattro amici che si riconoscono tali nel comune sentire poetico nella ricerca della luce illuminante e gratificante della poesia, dell’armonia: sottolinea la forza vitale che nasce dalla memoria di ciascuno di loro e che aiuta a ricostruire la personalità, gli incontri privilegiati, i dubbi e le certezze, le malinconie,   l’itinerario, gli approdi, le emozioni, i sentimenti…
Quaranta poesie, dieci per ogni autore: Balestriere, Baroni, Pardini e Vicaretti,- autori tutti pluripremiati, tutti presenti nel sito Italian Poetry. Un convivio amicale, in cui le voci si incontrano su tematiche contigue e si allontanano alla ricerca della specificità del proprio dire per unificarsi di nuovo nel canto dell’amicizia. Molte le consonanze.
Penso al tema intimo e nello stesso tempo universale degli affetti (Ultimo canto per il padre, Balestriere; Non chiedermi, Baroni; Scrivimi che stai bene, Vicaretti)…
Al tema sociale esposto senza enfasi ed inutili invettive (È morto ieri, di Balestriere, Il pendolare, La terra trema, Baroni, Stabat mater, Vicaretti,)….
La memoria è la protagonista, con le sue dolcezze e le sue malìe (Era l’età del “sapias, vina…” Balestriere; Lascia i terreni affanni, Baroni ; Lo stradone di scuola, Pardini,…).
Non manca il richiamo del mito che è comune ai quattro autori (Memorie di Ulisse, Balestriere, Cilento, Pardini, canzone di Orfeo, Vicaretti….)
Ciascuno dei poeti esprime nondimeno la sua nota singolare, originale, che definisce e presenta in modo inequivocabile la propria poesia: la Paestum dalle “presenze numinose”, i templi, “ arpe d’oro”, la storia eterna di Balestriere; il gusto ironico di C. Baroni che favoleggia di pozioni magiche e di streghe.., la Malinconia e la gioia di una vita che si dipana nel tempo e che è stata ricca ed immaginosa quanto poco consapevolmente conosciuta, solo assaggiata nelle sue ondivaghe dolcezze-   tutta una sinestesia di luci, suoni   e colori, profumi - di N. Pardini .. .E l’interessante Montaliana di Vicaretti che intreccia un dialogo con P. Balestriere intorno alla poesia Sorte e al “consuntivo d’una stagione” che richiama “i giorni degli affetti”…
Sono certo temi diversi, punteggiati in modo autonomo, pur nella contiguità del vissuto, pieni di emozioni, di umanità, di speranze, di grande creatività e consapevolezza nell’uso magistrale della parola poetica.

M. Grazia Ferraris








GIUSY FRISINA: "NIENTE E' COME APPARE"


Giusy Frisina,
collaboratrice di Lèucade
NIENTE È COME APPARE 

Mi piace il fondo 
Di cui il tuo volto è traccia 
La coincidenza non casuale 
Che talvolta sorprende 
La rosa che si apre nella mano 
Il miracolo che non attendi 
Il risvolto che rivela 
Le vene azzurre dei polsi 
La strada bianca che attraversi 
Non è l’asfalto nero su cui poggi le scarpe 
Il sorriso che regali 
Dice molto di più di quel che appare 
Ma niente è come appare 
Eppure è traccia 
Come il tuo volto 
Che mi rivela il fondo 
Del tuo sguardo 

Giusy Frisina

sabato 15 giugno 2019

CLAUDIO FIORENTINI TRADUCE: "NELLA TOMBA..." DI Ernesto Pérez Zúñiga


Nella tomba di Arthur Gordon Pym
di Ernesto Pérez Zúñiga

Claudio Fiorentini,
collaboratore di Lèucade

Unisci dita e mani.
Nulla di quello che vedi è vero.
Neanche quella cascata bianca
che cade dal cielo.
Né questo sguardo nero
Che respira dal mare.
Unisci dita e mani.
Neanche il tuo avambraccio è vero.
Non lo sono le tue spalle né il tuo petto.
Né il viso del tuo corpo è vero.
Unisci dita e mani.
Solo loro sono reali
Al punto di cadere sul vuoto.


RODOLFO LETTORE: "LINKS DI POESIE RECITATE"

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