sabato 24 settembre 2022

CLAUDIO FIORENTINI: "RIFLESSIONI"

 

Caro Nazario, non so se hai avuto modo  di leggere le mie ultime riflessioni pubblicate su La voce d’Italia, in caso negativo ti mando quella che è stata pubblicata ieri… sicuramente ti piacerà…

 

https://voce.com.ve/2022/09/22/672986/oltre-le-parole/?fbclid=IwAR13Or3pZEgjXWWvb6QGqAMY1sCAF7FRzQkWwJ6zxQVyBCEWgcyXCfZsDDI

 

Buona giornata

CF

 

GIAN PIERO STEFANONI: "POESIE"

 LA TOMBA DI CICERONE

 

Monolite bucato dal sole

tra alberi che raccolgono il sonno.

 

Di più primo retore non chiedi

lavato il sangue da mani

che non poterono parola.

 

 

ROVINE DI MINTURNO

Teatro

 

Si nutre di secoli la lingua

e non cede. Risiede e resiste nel corpo.

 


Occulta agli occhi la aspetti

come ogni cosa aspetta la femmina,

nel basso del caldo del ventre

dove la vita non cessa al silenzio

fecondo dell'ara.

E' anche tua l'iscrizione, l'autore non certo.

venerdì 23 settembre 2022

MARCO DEI FERRARI: "ECLISSE D'IMPOSSIBILI"

 

ECLISSE D’IMPOSSIBILI

Ritagliano sabbia

dispensano ombre

distillano ornati

che follìe digitali lacerano

su scampoli di parole

per confini impossibili

nulla resiste nulla

storie di tutti e nessuno

sibillano stoiche glorie senza

folle feroci divinano polveri

che furono sigilli di piazze

gabbie senz’anima

declina presente assente futuro

d’assedio templi di pecore agli Dei

che inventano editti conflitti relitti

perduti senza

passeggiano messaggi naufraghi

travisi di ore dei secoli

distraggono quel che resta

destinano e annunciano enigmi

esseri amorfi d’eclisse fuggiasco

dispersi disperi tramando d’Apocalisse

sentieri senza ceneri…

Marco dei Ferrari

NAZARIO: "IL TECNICO HA SISTEMATO LA PROCEDURA DI PUBBLICAZIONE ED I COMMENTI VERRANNO PUBBLICATI"

CLAUDIO FIORENTINI: "TORRI DI PIETRA"

 

Mi è arrivato oggi il libro di narrativa di Claudio Fiorentini. Una narrazione che scorre fluente e autoptica come l’acqua di un  torrente alla sua sorgente. Una dedica da brivido: “A Nazario per costruire ponti  con amicizia”. Il testo si suddivide In tre parti: Prima parte di 14 brani da Prologo a La missione. Seconda parte di 14 brani da Il senso del furto a Il cappello di paglia. Terza  parte di otto composizioni da     Il mistero a Trovato!. Tutti si susseguono in maniera coerente e autonoma, dando ciascuno il senso narrativo di valore personale, dove l’autore esprime con grande valenza contenutistica la sua visione del mondo e delle cose.  E’ di grande valore simbolico e contenutistico la Conclusioe: di cui riportiamo una pericope finale: “… E così il mondo tra superstizioni e verità continua il suo folle girare nell’ Universo , veloce come solo,il tempo sa essere incurante dei destini di quelle piccole briciole di umanità che la popolano, sempre silenzioso nel suo incessante fracasso, mentre chi si unisce e chi si separa crede che ogni casa si concentri in un punto, un solo punto,unico e immenso . che si chiama “qui””

Si legge in quarta: “E’ questo l’inizio di un’avventura in cui una serie di personaggi stralunati diventano l’affettuoso ritratto di un’umanità capace di fare i conti con la vita solo quando dopo un ritmico e continuo crescendo di eventi, incontra la luce. Una filosofia spicciola che riguarda ciscuno di noi sopravvissuto; il tempo scorre, va a diritto, trascurando la vita di piccole persone che se non esistessero il mondo non cambierebbe mai,  ma andrebbe sempre avanti con lo stesso fracasso, per dirla con l’autore.    Un libro di 173 pagine in cui Fiorentini esprime tutta la sua filosofia sul mondo, le cose che si susseguono, le persone, i loro affetti,  e il loro esistere misurato col tempo che scorre veloce e indifferente. Il titolo “Torri di pietra” ha a che vedere con il mondo di pietra, robusto, solido, indistruttibile come lo è questo mondo che va avanti nonostante tutto.  

MARIA RIZZI: "UN VIAGGI FANTASTICO..."

 

Un viaggio fantastico lungo il filo sottile che divide reale e immaginario

 

È da poco uscito Sull’orlo, prima prova narrativa di Raffaele Ciccarone, che aveva pubblicato poesie su alcune piattaforme on-line e partecipato a mostre di pittura.

Il libro contiene tre racconti: Anselmo voleva volare, Capelli rossi e occhi verdi come il mare e Ninfa della cala, accomunati dall’orlo, il filo rosso che demarca il reale dall’immaginario o dall’irreale. Nel primo racconto Anselmo ha l’ossessione di volare, che cerca di realizzare ovunque, riuscendoci infine in un mondo inusitato. Scopre così un mondo molto lontano dalla realtà, del quale stenta a credere l’esistenza, anche se  forse alla fine lo accetta. Capelli rossi e occhi verdi come il mare prende le mosse da una vacanza quasi forzata di Ciro, che vive senza problemi, ama la bici, che usa come fosse il suo destriero, sfida l’ambiente e i  racconti fantastici relativi un amore che stenta a nascere. La sua scelta è frutto della decisione di misurare se stesso, anche contro l’imprevedibilità dell’ignoto. Una storia avvincente, un viaggio nei sentimenti più genuini che lasciano sospesi e avvinti è Ninfa della cala, che ha l’andamento fra il giallo e il rosa pallido. Il narratore Roberto, giovane ricercatore, speleologo, antropologo, s’innamora a seguito di un fantomatico plenilunio e un allineamento astrale assai raro. In modo fantastico e inconsapevole pensa di sedurre una donna bellissima e conturbante, ma ne è sedotto. Ne esce fortunosamente, ma perdendo un pezzo della sua memoria, che forse mai più riuscirà a recuperare.

L’atmosfera fantastica è accentuata dall’ambientazione priva di riferimenti realistici sia a livello spaziale che temporale e dai tempi verbali al passato, tipici delle narrazioni fiabesche. Tuttavia, l’uso di un italiano corrente, lineare e scorrevole, nonché il riferimento a oggetti della quotidianità situano gli avvenimenti nel nostro tempo e permettono una lettura piacevole e partecipata.

 

Angelo Piemontese  

 

 

Raffaele Ciccarone  Sull’orlo, Porto seguro, 2022, € 14,90

 

CARMELO CONSOLI: "INVITO"

 

Gentilissimo Nazario ti trasmetto l'invito della Camerata dei poeti relativo alla manifestazione di Settembre 2022. Spero che il formato dell'immagine sia valido. Come al solito ti ringrazio per l'inserimento nel tuo blog e per l'amicizia tua che mi onora. Cari saluti. Carmelo

martedì 20 settembre 2022

FRANCESCO RIGHI "NOTA CRITICA"

 

La bella prefazione del noto poeta e critico letterario, professor Nazario Pardini alla silloge di dieci poesie intitolata "Verso la luce" di Rita Fulvia Fazio, Unicum da collezione; e molte altre poesie antecedenti  questa breve raccolta, rivelano il grande amore della poetessa Rita Fulvia per il romanticismo tedesco - o per una sua parte- e la grande influenza che ha avuto sulle sue poesie. La sua è una poetica dell'immanenza. ll dolore, la sofferenza del negativo che qua e là traspare, impalpabile, nei suoi versi non è altro che la sofferenza della "coscienza infelice" che si sente distaccata, incapace di partecipare e di godere della natura e del mondo esterno.

Solo quando diventa "anima bella“ - Friedrich Schiller- è in grado di comprendere la bellezza divina del creato perchè ne diventa parte come momento dello spirito assoluto.

Ma la poetica di Fulvia Fazio è anche  contemporaneamente la poetica della trascendenza: tutte le sue poesie hanno questa dimensione in sé contraddittoria: la ricerca di una “natura” mitica; l’ansia di immergersi, anche sensualmente, in essa e contemporaneamente  la tensione, l'ascesi verso "la luce" o verso l'assoluto. Sono due posizioni logicamente incompatibili. Ma la poesia non segue la linea retta del pensiero: è poesia perché vive le emozioni interiori, perché il poeta segue il proprio “sentire”, perché il bel verso si sviluppa tra tensioni interiori e si risolve nella propria chiarificazione. Questo è il vero poetare, e il bel poetare di Rita Fulvia Fazio. E’ l’universo in cui si sviluppa la sua opera poetica.

Francesco Righi

 

 

GIUSEPPE RUGGERI LEGGE: "SINTOMI POETICI" DI MARISA COSSU




Marisa Cossu

SINTOMI POETICI

Recensione di Giuseppe Ruggeri

 



Quali sono i “sintomi” della poesia? Sembra su questo interrogarsi Marisa Cossu alla quale la pratica psicopedagogica ha insegnato la ricerca dei segni arcani della vita in mezzo ai detriti del tempo. Sintomi poetici è, di fatto, un florilegio di versi articolati in soluzioni metriche differenti, tutte puntualmente riportate in calce ai singoli brani. Così scorrono sotto gli occhi di chi ormai, per forza di cose, ne ha smarrito la sana abitudine sonetti, distici elegiaci, asclepiadei e financo acrostici che raccontano la visione poetica della nostra. Una visione ispirata da una Natura onnipresente che assurge la pietra – “corpo ruvido/ cuore inaridito, sempre immobile” a potenziale destinataria “di una speranza, forse, che lo illumini”. Mentre gli uomini, viceversa, quando sono ormai “corpi spogliati/ naufraghi nell’iperbole dell’io” seguono il destino delle nuvole che “salgono chiare in cielo/ iridi senza volto/ accumulate in albe evanescenti”. Uomini entrati ormai “nella notte/ dove giace memoria/ delle cose perdute, spinte nel buio, in angoli di strada,/ da un vortice stellato dove vola/ quel che resta del giorno”. Tra cui, per fortuna, anche la poesia.

Giuseppe Ruggeri   

Marisa Cossu, Sintomi poetici, prefazione di Nazario Pardini, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 92, isbn 978-88-31497-84-8, mianoposta@gmail.com.

 

 

 

ANGELA AMROSINI: "IL PREMIO AECLANUM"

 Buongiorno Professore,

voglio velocemente ragguagliarla sulla cerimonia della 40° edizione del "Premio Aeclanum". E' stata una cerimonia preparata con grande cura e spiccato senso di ospitalità dalla professoressa Martiniello e dalla sua famiglia. Spesso è proprio nelle piccole località che si ravvisa maggior rigore critico e culturale e l'ideatrice e segretaria del premio ha certamente saputo onorare la memoria di suo padre, il poeta Pasquale Martiniello. Sono stata veramente felice di aver potuto partecipare alla cerimonia e di ritirare la medaglia d'oro e il pregevole quadro in argento sbalzato. Ho molto apprezzato anche la motivazione critica elaborata da Antonella De Caro. Insomma, è stata veramente una bella esperienza, mi spiace solo che lei non abbia potuto partecipare.

Augurandole buona serata, le invio i più cari saluti.

Angela

MARCO DEI FERRARI: "RAPALLO, 2022"

RAPALLO – 2022

Rivoli di scivoli giochi

s’oppongono umida calura

su piazze di viuzze e mercati

Rapallo centro a sudare

tra Castello di pietra Alberghi di marmo

fruscii di Parchi bimbi

cinghiali a vendere per canicole impreviste

sul torrente tremante

spiaggia rovente ombra nel Sole

che arriccia sabbia di rocce

mani e piedi ombrelli di spume

fauna di natiche s’appressa

repressa compressa impressa

dare avere…

 

tarda il buio nella folla

follìa di gamberi/scampi

vinelli d’altura amanti ardenti

rimbalze sorgenti di Luna

tavoli agghindi di passi dipinti

d’altari istinti furori

pregano imprecano piangono ridono

vivono Rapallo 2022

 Marco dei Ferrari


MARIA RIZZI: "SPECCHIO, SPECCHIO DELLE MIE TRAME" DI LUDOVICA CURIA

 

Maria Rizzi su “Specchio Specchio delle mie trame” di Ludovica Curia - Terre Sommerse  Edizioni -

 

Ho ricevuto molti mesi fa la Raccolta di Racconti di Ludovica Curia, “Specchio Specchio delle mie trame” edito da Terre Sommerse, si tratta di una giovane Scrittrice nata nel 2017, che l’anno scorso, nell’edizione biennale - causa pandemia -  del Premio “Voci”Città di Roma, indetto dal nostro Circolo lnsieme per la Cultura (I.P.laC.) si è classificata nella cinquina della sezione Racconti brevi tra gli adulti. Io non avevo avuto modo di leggere il testo, in quanto presidente dell’Associazione. Oggi mi cospargo il capo di cenere. Nel fiume di libri ricevuti quello di Ludovica è rimasto il primo della fila e l’ultimo che mi sono trovata davanti. Non si dovrebbero commettere simili errori. Ho finalmente letto la Raccolta e ho vissuto un bagno nell’innocenza. I brani, che come sottolinea l’ottimo prefatore Niccolò Carosi, si inanellano tra loro, formando una sorta di storia unica, risarciscono della miseria che caratterizza noi esseri umani e che il Covid, purtroppo, non ha migliorato. Da questi due anni di isolamento, di assenza di contatti, di paura, non è nato ‘l’uomo buono’ del quale si è parlato fin troppo. Neanche gli eventi bellici, che continuano a verificarsi nel mondo e che da mesi si svolgono a solo settecento chilometri da noi con migliaia di vittime tra i civili e con il rischio di una minaccia nucleare, sono stati fautori di cambiamenti. Viviamo nella bolla dell’indifferenza. Il testo di questa giovanissima Autrice risveglia le coscienze assopite, restituisce calore, dolcezza e il coraggio dei sogni. Il primo racconto “Il bimbo pane”è già un’immersione nei principi del cristianesimo. Gesù si definisce come il pane dell’esistenza. Inoltre è l’alimento nel quale si concentra l’evoluzione stessa della vita: dal seme nasce il grano, che cresce, matura, viene mietuto e non muore, dà origine a questo prezioso cibo. Il brano descrive l’amicizia tra Tommaso, figlio di un panettiere e un bimbo che chiede l’elemosina al semaforo. Il libro è un susseguirsi d storie che danno senso al tempo che ci è dato in dote. Legami tra bimbi o bimbe molto diversi tra loro, gesti di altruismo, tensione verso il prossimo, bontà e pietas intesa nel senso latino, come commozione, partecipazione alle storie degli altri. Se fosse vero che la maturità inizia a manifestarsi quando sentiamo che è più grande la nostra preoccupazione per coloro che amiamo che non per noi stessi, Ludovica con questa Raccolta dimostrerebbe di essere cresciuta molto prima e, soprattutto, molto meglio di noi. Di essere un gigante tra i nani. Lei mostra di sapere che il rispetto, l’educazione, l’amicizia, la solidarietà, rappresentano valori che intrecciano la stessa catena, una catena che dovrebbe sostenere e fortificare il mondo. Scorrendo le pagine del suo testo ho avuto la certezza che solo l’innocenza potrebbe salvare il mondo. Gli universi lontani di Susi, Vanessa e Marta, che come spesso capita, finiscono per intrecciarsi in “Cuori d’inchiostro”, commuovono, dimostrando che l’amicizia nel trionfare sugli altri sentimenti seppellisce il narcisismo, le ipocrisie, gli egoismi. Ogni brano ricorda San Francesco D’Assisi: “Donandosi si riceve, dimenticando se stessi ci si ritrova”. Ludovica ha composto anche delle fiabe e, per la prima volta, nonostante legga fiumi di racconti svolgendo il ruolo di giurata in vari concorsi, mi sono imbattuta in vicende che rispecchiano i canoni letterari di questo genere narrativo, che reputo tra i più difficili. L’Autrice scrive “Il palloncino  e la farfalla” affidando una morale al testo ed evocando Italo Calvino e Gianni Rodari con il loro realismo magico. Il tempo si piega di fronte alle parole di due creature dalle vite troppo brevi. Ed esorta gli esseri umani: “Volate con leggerezza e con semplicità tra le straordinarie, immense bellezze messe a vostra disposizione e poi se avrete un giorno o cent’anni, poco importa se avrete vissuto con gioia e accanto a chi amate!”Altro tema centrale del libro è la fratellanza, l’accoglienza  delle creature meno fortunate di noi. In tempi di barriere Ludovica costruisce ponti. Nel racconto “Io mi chiamo” una delle protagoniste, riferendosi a noi italiani asserisce:”Ci hanno insegnato che le parole sono più potenti di qualsiasi arma, che ciascuno di noi ha dei diritti e che dobbiamo imparare a farli rispettare”. In realtà, rispetto al resto dell’Europa, per non parlare dell’America, in Italia siamo molto indietro. Lo straniero è percepito come extracomunitario, qualcosa di lontano, e nelle istituzioni non esiste nessuna forza nell’includere questa realtà sociale. La nostra Scrittrice sa colorare la vita con le tinte della sua anima. E nella Raccolta trova spazio anche il rapporto con madre natura. Il racconto “Le radici” narra la splendida amicizia tra una bimba e un albero. La piccola aveva solo quattro anni quando, insieme al papà, piantò il semino di un acero, che sarebbe diventato Fausto, il migliore amico di Erica. Una storia densa di pathos, che illumina sul legame che dovremmo istaurare con i miracoli poetici del creato, quei miracoli che abbiamo violato, tradito… Il testo di questa adolescente, pura come acqua di fonte, scuote le fronde del cuore e ci dimostra quanto siano vere le parole di Papa Francesco “Non abbiate paura della bontà e neanche della tenerezza”.

Maria Rizzi

 

 

 

ORAZIO ANTONIO BOLOGNA SU "BREVI CENNI SU SINTOMI POETICI" DI MARISA COSSU

 

Cenni su

Sintomi poetici

di

Marisa Cossu

 

La breve e densa silloge, elaborata con bravura e perizia da Marisa Cossu, dimostra con chiarezza che la mente umana ha innata la struttura poetica, che la cognizione di un sapere vasto, profondamente assimilato e brillantemente armonizzato, modella processi poetici unici e irripetibili, dà vita in maniera esemplare a creazioni sia poetiche, sia figurate di altissimo livello. Nella lettura della diverse liriche, che limpide e travolgenti sgorgano dalla mente feconda della poetessa, non sfuggono particolari metaforici, che, comuni e condivisi, spingono a organizzare, a rielaborare, a penetrare la percezione dei sensi e dei pensieri, spesso velati da metafore impenetrabili.

Attenzione particolare merita la particolare struttura concettuale, che per la sua pervasività, per lo più accettata e condivisa, sfocia nel tema del viaggio, che, filo sottile e invisibile, lega tutte le liriche della silloge: «è il sale dell’umana condizione / del viaggio faticoso accettazione», come chiude la lirica Il sorriso.

La poetessa, infatti, sa bene che la vita è un viaggio e vi si immerge con tutte le potenzialità della sua sensibilità, della versatilità intellettuale e culturale, prendendo le mosse dagli autori più antichi, qua e là evocati con allusioni ora sottili, ora velate. Fornita di un ricco e bene armonizzato bagaglio culturale, Marisa rappresenta in modo esemplare la sua variegata esperienza poetica come un viaggio, all’interno del quale riversa tutte le sue esperienze umane e artistiche con rara sensibilità e mediante uno scaltrito, e invidiabile, uso della metrica classica. Questa, sorretta da ispirazione autentica e dall’equilibrata dimensione della poesia, diventa il naturale ricettacolo, che Marisa sceglie ed elabora con cura, perché accolga quanto di volta in volta la Natura le suggerisce. Dissetata alla fonte di Castalia o d’Ippocrene, e profondamente permeata dalla presenza ispiratrice di Apollo, rielabora temi antichi mediante una nuova e stimolante sensazione, che riassume la condizione umana vissuta in tutta la sua intensità. Per tal motivo alla poetessa non sfuggono i momenti ora lieti, ora tristi, ora noiosi e inutili della vita.

Dotata di un lessico ricco e rielaborato, nell’approccio a ciò che intende trasmettere, evoca in modo magistrale le non sempre lineari vicissitudini delle intenzioni umane; si muove sempre con destrezza e sicurezza soprattutto quando affronta gli aspetti significativi e significanti insiti nella dinamica della variegata esperienza umana. In questa peculiare dimensione, nella quale confluiscono conoscenze letterarie, filosofiche, psicologiche e antropologiche, va identificato quel vasto bacino, sconfinato e disparato, delle esperienze umane e personali attinte dall’ego vivens nella vasta gamma delle proprie esperienze.

La produzione poetica di Marisa Cossu, almeno da quanto è dato di capire dalla lettura della pregevole silloge, esige un approccio soprattutto psicologico, perché mediante questo particolare strumento ottico indirizza e aiuta a penetrare nella complessa struttura poetica e concettuale dell’autrice, la quale parla dell’uomo, del mondo e dell’universo, visti ora con gli occhi incantati di bambina, ora con la ragione e la logica stringente della filosofa, mentre indaga le cause ultime, mediante la scientia scribendi e la peritia operandi.

Per cui si trova accostato il possibile e l’impossibile, il reale e il fantastico, il reale e l’assurdo. Questi elementi nel loro insieme contribuiscono a creare e modellare nella ferrea logica della poetessa un mondo ora ovattato, ora vibrante di vivaci sensazioni, ora intimo, ora animato da sentimenti che si infuturano in un archetipo universale cercato e disseminato a piene mani nella tramatura sintattica e concettuale delle singole liriche.

Questo modo di muoversi all’interno di strutture metriche ben definite e, nello stesso tempo, nuovo e personale, permette alla poetessa di trascendere il contingente e di condurre il fruitore verso mete e spazi, dove insieme con la rarefazione dell’aria si assiste alla dissolvenza di quanto possa imbrattare e imbruttire la psiche umana, la più nobile espressione del creato. Con questa silloge Marisa accompagna il lettore a modellare in modo nuovo la percezione della realtà, a plasmare su valori eterni e imperituri la sua identità, a ispirare un comportamento consono al suo essere homo rationalis e, in modo particolare, spiritalis.

La lettura di questa silloge, con la quale poche possono confrontarsi per profondità di vedute e ampiezza di concetti, può costituire un’esperienza, un viaggio attraverso territori vergini, un’esplorazione dei variegati momenti e aspetti della psicologia del mondo poetico, esemplarmente incarnato e proposto. La poetessa si prefigge e propone come obiettivo specifico l’impegno di trovare in se stessa e nell’altro innanzitutto l’intelligenza e, contemporaneamente, svelare l’enigma della propria esistenza; aiuta in modo attivo a inoculare la convinzione che la letteratura, la quale si ispira al rinnovamento interiore e diventa impegno paideutico, è un valore universale, che permea i diversi aspetti dell’esistenza umana. Di qui la necessità della fonte Castalia, dalla quale attinge ed elargisce all’attento lettore possibilità espressive e cognitive di altissimo livello.

La lettura della poesia, prodotta da Marisa in tutto l’arco della sua vita, permette un’interessante indagine sulla psicologia dell’arte, che in questa silloge gioca un ruolo determinante, perché l’arte, intesa come tale, non è fine a se stessa, ma tende al contino miglioramento e superamento di se stessa, con il perpetuo divenire eracliteo, al miglioramento del mos communis, spesso traviato da illusioni e delusioni. Difatti Marisa accanto a elementi percettivi e cognitivi, attingendo a piene mani dalla tradizione letteraria, vi aggiunge, anzi sovrappone, il momento umanistico e indaga, in primo luogo, la componente tanto emotiva, quanto motivazionale.

Le liriche della poetessa, nonostante segnino momenti diversi sotto l’aspetto tanto fisico, quanto, e in modo particolare, psichico, hanno, nell’insieme un aspetto unitario, che permette all’esteta di cogliere accanto a preziose sinestesie, le intelligenti paronomasie, le studiate metafore, le ben calcolate iperboli incastonate in versi di rara bellezza. Questi ed altri accidenti, che con il loro aspetto esteriore celano la sostanza della Poesia, obbediscono alle leggi del piacere e del dispiacere, della gioia e del dolore, della vita e della morte, ma soggiacciono alla legge eternamente unica della temporaneità, che si coglie con frequenza quasi esasperante, mediante il termine Autunno, che costituisce la chiave di volta per l’interpretazione della lirica.

Con l’irruzione del dettato e dell’interpretazione freudiana nella critica letteraria, gli studiosi e, in particolar modo, i critici si sono occupati di trovare nel complesso mondo della psiche le più idonee interpretazioni della creazione artistica e della personalità, che dà vita all’opera poetica. Si osserva, però, che la psicanalisi contribuisce a comprendere il dettato poetico, ma non risolve tutti i problemi di fondo, perché la Poesia nella sua essenza sottende, e proclama, assoluta libertà. Per cui aveva visto giusto il Child, il quale, davanti a queste obiettive difficoltà, che non pochi studiosi avevano considerato insormontabili, mette seriamente in dubbio che la letteratura e, in particolar modo la Poesia, possa essere inclusa tra gli oggetti, che possono cadere sotto l’indagine psicologica o, in senso più ampio, psicoanalitica. La silloge di Marisa Cossu ne è un esempio lampante, perché la poetessa, anche se riversa nelle liriche particolari stati d’animo, fruibili mediante la comprensione analitica e dei lessemi e dei sintagmi sotto l’aspetto psicologico, come ogni opera d’arte, non si lascia imbrigliare da schemi preconcetti, presenti nella psiche umana. Questi, anche se insistenti e vivaci nella formulazione del pensiero primigenio e nella successiva formulazione poetica, vengono superati a vantaggio della sfera psico-sociale del dettato poetico, cui va necessariamente aggiunto l’aspetto paideutico-parenetico, insito nel concetto stesso della Poesia fin dai suoi primordi. La Poesia, come si evince dai testi, non è un quid fisico o meccanico, ma spirituale, metafisico, che non può essere messo sotto la lente del microscopio, per penetrarne i reconditi meandri. Difatti può percepire, gustare, assaporare la Poesia solo chi possiede quel quid concessogli dalla Natura ed entra immediatamente in sintonia col dettato poetico proveniente dall’esterno.

Oggi, purtroppo, non pochi facitori di versi, solo perché hanno acquisito una certa abilità nella versificazione, si credono poeti. Ogni loro componimento è un cymbalum tinniens, una campana stonata, un’offesa nei confronti della Poesia, che merita più rispetto, più cura, più ammirazione nelle persone vocate dalla nascita «al dolce dono delle Muse», come magistralmente già diceva Archiloco. Un antico e significativo adagio latino dice poeta nascitur, orator fit, che, reso in italiano, significa « si nasce poeta, oratore si diventa».

È, questo, il motivo, secondo il quale è affidato al Poeta leggere, commentare, interpretare la Poesia e proporla al grosso pubblico, perché riceva quei lumi, dei quali inconsciamente avverte vivamente la mancanza. Questa percezione spirituale della Poesia è innata nell’uomo, che si ferma estasiato davanti al testo poetico e assimila, come può, ciò che gli viene istillato.

Per cogliere a grandezza e la profondità della Poesia, che sgorga limpida, come sorgente ch’alta vena preme, dalla penna dei Marisa; per cogliere quel quid spirituale, che si materializza, prende forma a mano a mano che il logos si incarna in lessemi, in sintagmi sempre più fluidi e complessi, bisogna possedere quella fiammella, che, purtroppo, è dato in dono solo a pochissime anime. Proporre al lettore aduso alla Poesia un carme o un suo frammento è difficile, perché si dovrebbe riferire tutta la silloge, preceduta dalla magistrale Prefazione di Nazario Pardini. Ma, per offrire un saggio, dell’alta Poesia, che aleggia nella raccolta, si riporta la prima e l’ultima strofa di L’Autunno:

              Vedi, l’uggioso Autunno si alimenta

              nell’aria sonnolenta

              di voci e d’ombre sparse e soffocate.

              È pausa della vita che rallenta

              nella stagione spenta

              tra foglie morte ed armonie velate

              È il volo degli stormi, unico moto,

              sospiro dentro il vuoto,

              presagio dell’inverno che proclama

              nell’esperienza grama

              la prigionia dell’uomo e dell’ignoto.  

La poetessa con poche pennellate ritrae con magistrale bravura la triste melanconia dell’Autunno, presente in modo significativo in più d’una lirica, come un ritornello, un rintocco di campana, che avverte l’uomo dell’imminente trapasso. L’Autunno, come stagione, precede l’Inverno, nel quale sembra che la Natura sia morta. Il velo di tristezza, che comincia a diffondersi con in primi freddi, avvertono che la bella stagione volge al termine e, come gli elementi della Natura passano in uno stato di torpore, anche l’uomo, dopo le gioie della giovinezza deve rassegnarsi al cambiamento di stato. Il confronto con la vita dell’uomo è scontato e balza evidente davanti agli occhi, quando, nella seconda strofa, dice con una certa amarezza:

              Cade l’oro del giorno in una lenta

              malinconia che inventa

              nebbiosi abbrivi e musiche stonate;

              vedi mutare l’ora quasi stenta,

              la pioggia si lamenta

              con voce roca per strade bagnate.

Nella composizione della breve, ma intensa e significativa lirica, la poetessa ricorre alla resemantizzazione di non pochi lessemi e, in tutta la silloge, di diversi sintagmi, che, se non letti e percepiti secondo il filo sotteso, sviano dalla piena e completa comprensione del messaggio inviato in maniera inequivocabile.

Marisa in tutta la silloge, pur cosciente che l’uomo, come gli elementi della Natura, va incontro al destino della morte, non si abbandona alla disperazione del pessimismo, ma neppure, almeno nell’apparenza, alla gioiosa speranza offerta dalla fede cristiana, che non è del tutto assente, come nella pregnante metafora, che apre la strofa, resa più greve e solenne dalla studiata posizione degli accenti: «càde l’òro del giòrno in un lènta…». Questi, come i rintocchi funebri della campana, che annunciano il trapasso di un uomo, rimangono incisi nella mente e invitano il lettore a ripiegarsi su se stesso e considerare la caducità della sua esistenza, breve come il giorno. La poetessa, mentre meditava quel verso, aveva certamente in mente un detto napoletano, diventato ormai d’uso comune: «La vita è un’affacciata alla finestra». Questo gesto negli affollati vicoli di Napoli avviene nella tarda mattinata, quando il sole è alto e brilla in tutto il suo splendore e diffonde sui tetti un abbagliante riflesso dorato, destinato a rimanere per breve tempo e a scomparire all’incalzare della sera.   

La lirica nel suo insieme è sapientemente costruita con un ferreo controllo metrico: gli endecasillabi e i settenari si alternano col ritmo cadenzato dei singoli lessemi e dalla delicata armonia dei sintagmi. La loro collocazione non è data dall’esigenza del metro o del ritmo, ma da un afflato lirico difficilmente riscontrabile nel vasto e, non di rado, convulso panorama della poesia contemporanea. Il costante richiamo alla Natura, assimilato dall’assidua lettura e meditazione dei grandi autori, che hanno dato una svolta decisiva alla gloriosa Letteratura Italiana, permette alla poetessa di procedere sicura in un cammino antico, nel quale innesta le ansie e i turbamenti dell’esistenza quotidiana. Ciò permette a Marisa di permeare la sua produzione poetica di richiami dotti: la sua è una poesia dotta, accessibile solo a pochi intelletti, che hanno avuto la costanza di abbeverarsi alle pure acque della fonte Castalia.

Solo al lettore più attento non sfuggono le faticose ricerche della poetessa sulla natura delle rappresentazioni mentali e sugli effetti che queste proiettano e producono nella psiche di quanti si accingono a introiettare le immagini rielaborate in un lungo lasso di tempo. Per tal motivo i meccanismi e le strategie coinvolti nella comprensione del testo risultano di facile apprensione, di immediata fruizione. Il ricordo del testo permane, non poche osservazioni si insinuano nell’animo fino a diventarne padroni. Alcune, come quelle più intime e sofferte per il cocente ricordo della mamma, scomparsa da tempo, coinvolgono in modo prevalente per gli aspetti inferenziali implicati nell’attività e di elaborazione e di rievocazione degli affetti e dei sentimenti.

La poetessa, nel compiere questa delicata, e fondamentale, operazione, si rapporta con un discorso pacato e sommesso sia alla conoscenza del lettore sia ai tratti strutturali della sua mente di donna contemporanea, che ragiona mediante categorie diverse da quelle assimilate dalla poetessa mediante uno studio «matto e disperato».

Si osservi l’intimo raccoglimento, l’accorata e attenta meditazione, che Marisa riversa nella breve lirica Si spengono le luci:

              A luci pente il buio

              è una diversa luce,

              un chiaro ritornare

              alle forme incorrotte d’Infinito

              che adesso rivela

              invisibile il vero.

              M’illumina di nera inconsistenza

              l’essere balbettante

              immerso nel mistero

              che qui compare immenso

              abbracciato alle cose

              cui dà nome il mio cuore.

              E mentre scrivo, già la notte cade.

Il titolo, ampiamente noto, ripete quello di un fortunato libro uscito dalla penna di Jay Mclnery, che certamente la poetessa ha tenuto presente, perché in voga qualche anno addietro. Non stupisce, però, in linea con il contenuto della lirica, se la poetessa si sia ispirata anche, in linea generale, ad alcuni versi di Vecchio frak, canzone scritta e incisa da Domenico Modugno nel lontano 1955, quando Marisa era nel fiore degli anni.

La breve lirica, composta di settenari intercalati da endecasillabi, senza rima, se si eccettua vero con mistero, è velata di una serena e rasserenante mestizia, che trova la gioia solo nell’intimità di un io, che appare travagliato e sofferente nell’affrontare il viaggio della vita. In questo omoteleuto, pur così lontano, e messo lì quasi per caso, va cercata n’intima esigenza spirituale della poetessa, la quale, pur senza nominare mai Dio, professa la sua spiritualità mediante espressioni icastiche come «Io, particola d’infinito» in “E quando miro nel ciel cader le stelle”, oppure «verso il Fattore che l’eterno muove», nel quale la lampante è la presenza di Dante; ma non si può trascurare il pregnante distico: «l’Essere errante svela, infine il verbo / e l’intimo sentire rende il vero», nel quale la Verità va cercata nella spiritualità, nella trascendenza del proprio io, che si inumana nella creatura razionale. Ancor più viva la percezione del trascendente appare nella lirica La vita, della quale si riporta solo la prima metà:

              La vita che finisce - ed è la stessa

              della nascente gioia - non ha senso;

              forse è un atto di fede, la parola

              che indica l’esistere

              e l’eterno insieme.

La poetessa nella silloge non si ferma solo in queste poche citazioni a meditare sulla trascendenza della fede, ma dissemina in tutto il percorso lirico il suo angoscioso e, nello stesso tempo, sereno interrogativo su quanto travaglia profondamente l’animo di ogni uomo: credere in Dio.

Marisa è pienamente consapevolezza della fugacità del tempo e della caducità della vita umana, chiaramente espresse nell’iconico verso «E mentre scrivo, già la notte cade». L’attenzione del lettore, per la consumata abilità della poetessa, la quale, quasi per istinto, forgia endecasillabi impeccabili, è attratta subito dai lessemi verbali scrivo e cade. In quello concentra la vita e lo scorrere inesorabile del tempo, pur impiegato in un’attività che sfiora il metatemporale, perché proietta lo scrivente verso il futuro, nell’immortalità, in questo riassume con un eufemismo la fine della vita, destinata immancabilmente a finire.

Su questo endecasillabo, Marisa, educata davvero alla lezione dei grandi, pone in essere la sua consumata arte con impareggiabile maestria. La cupa e, si potrebbe dire, amara riflessione dell’anima è data soprattutto dagli accenti, che scandiscono solenni il tempo che scorre: l’accentuazione, che si propone, probabilmente non accettata da seducenti maestri di metrica, rende bene il pensiero della scrittrice, china sulle «sudate carte»: e mèntre scrìvo, già la nòtte càde. Se il verso si leggesse con un’accentazione diversa, ed è possibile, si banalizzerebbe il dettato poetico sotteso alla travagliata riflessione.

Profondamente impregnata di Leopardi, Marisa, per una diversa esperienza di vita, non si lascia travolgere dal pessimismo del recanatese. Difatti, nonostante le violente tempeste abbattutesi sul suo capo, non vede nella Natura la «perfida noverca»; nonostante il tempo scorra e la Natura chieda inesorabile il suo debito, un alito di fede naturale e di speranza sostiene il suo faticoso cammino, come è dato di evincere dalla lirica intitolata Speranza, della quale si cita solo la prima parte:

              Non osano gli storni in alto cielo

              portarsi in volo ad arare le nubi,

              eppure è quasi Autunno.

              Speranza è quella parte d’infinito

              che ne richiama l’ali pur se il nulla

              volteggia insieme al desiderio estremo.

Anche in questa breve pericope ricorre, come già accennato, il lessema Autunno è, di solito, collocato in fine di verso, a completare il sintagma. In questa lirica, come in altre, serpeggia un’inquietudine spirituale in cerca di una certezza, che solo la fede può assicurare. La poetessa non dichiara di aderire né allo scetticismo, né all’agnosticismo; ma non professa, nella sua interezza, neppure la fede cristiana, della quale dissemina nella silloge vari e illuminanti sprazzi. Non si abbandona a Dio come i mistici, ma non vi si tiene neppure lontana come gli atei: non di rado, infatti, si libera dalle pastoie convenzionali d’una società fortemente laicizzata e si abbandona a una spiritualità personale attinta direttamente dalla natura.

La fede, come dice San Paolo è «certezza di cose che si sperano, dimostrazione di cose che non si vedono». Un concetto, questo, molto difficile per chi non è aduso a navigare tra i meandri della teologia o tra gli slanci della mistica. Nella produzione poetica di Marisa, però, condensata in questa silloge, non sono assenti gli aneliti verso l’Eterno e verso l’Immortale, menzionati spesso in liriche pregne di adamantina interiorità. Per tal motivo la posizione della poetessa non si discosta molto dalle osservazioni di J. Arguelles, il quale scrive: «L’uomo ha sempre saputo che la vita è fondamentalmente buona, che l’universo, le stelle nel cielo, gli animali, le piante, i minerali, gli elementi della terra non sono malevoli, ma cosmicamente impregnati del proposito ordinatore. Il proposito è la sacralità inerente, l’ordine dell’universo in se stesso. Finché l’uomo ha rispettato questa sacralità, finché ne ha ordito il modello nel suo cuore attraverso l’umiltà e l’interiore sintonia spirituale, il modello della società umana ha anch’esso riflesso la sacralità e l’ordine di cui tutte le cose sono dotate». E, dato che la presenza dell’ordine, che regna nel creato, è continuamente presente nella poesia di Marisa, non si esclude che, accanto ai grandi libri della spiritualità antica, come la Bibbia, abbia avuto tra le mani trattati sulla religione in generale e su quella cattolica in particolare.

Nell’opera in esame, però, accanto agli elementi già notati, importanza particolare riveste la caratteristica visuale rispetto alla leggibilità e alla fruibilità del testo poetico. Accogliendo le istanze messe a punto da R. O. Freedle e J. B. Carroll, dalla lettura della silloge è emerso che Marisa avverte in più di una lirica la necessità di trattare i problemi inerenti la produzione del linguaggio in modo parallelo ai problemi sollevati dalla percezione che il lettore può avere del linguaggio adoperato.

Stabilire una stretta connessione tra i tratti percettivi e quelli strettamente semantici richiede un’analisi più accurata e dettagliata sulla specificità del testo letterario, per penetrare anche nella deviazione dalle normali prospettive e aspettative sulla relazione inscindibile e l’interazione tra i diversi assi del linguaggio, perché, secondo J. Hoorn, quando si esamina il concepimento e la conseguente elaborazione del testo letterario e, in modo particolare, di quello poetico, bisogna necessariamente affrontare questa deviazione da una prospettiva psicofisico-logica, che trova il suo essere nell’estetica dell’alterazione. In questo modo si verifica la necessaria e l’imprescindibile presenza dei due costrutti fondanti, i quali, formulati da R. Jacobson e presenti in R. Barthes, si concretizzano nell’effetto estetico funzionale e nell’effetto estetico formale.

È la netta e normale fusione di questi aspetti che contribuiscono in modo determinante a rendere la poesia di Marisa Cossu un unicum, cui non pochi, nel panorama della poesia contemporanea, dovrebbero volgere lo sguardo e percepirne i fremiti sommessi e i singulti appena accennati.

 

Orazio Antonio Bologna