NUNZIO BUONO
Un infinito ancora
L’argine fermo
di qua da quello spazio che in misura sconfinante
ascolta l’universo che mi torna e penso
come sarà l’urto prima del volo.
E sul foglio prima del saluto
su quel palco mentre scema della luce
fermerò l’urlo al buio nella gola di chi scrive.
Chissà quale sarà l’ultimo mio gesto
in quale posto resterà il segno del mio sguardo
e alla voce che mi chiede ancora
lascerò un segno tra pagine già scritte
per donarci
ad altri luoghi un infinito.
commento di
Cinzia Baldazzi
Né più mai avrei voluto affrontare un’esperienza vissuta nell’infinito
da quando, circa mezzo secolo fa, ho letto l’immortale idillio (o canto) del
ventunenne Giacomo Taldegardo Francesco Salesio Saverio Pietro Leopardi.
Eppure, quante volte, con sorpresa e ammirazione, ho affrontato e apprezzato ancora una simile tematica nell’iter della cultura letteraria (e non
solo) confermandone l’orientamento rinnovato, oltre allo sbocco inesauribile
(appunto perché illimitato) di impronta intellettuale e affettiva: non in virtù
di un canone puramente estetico in chiave a-storica, ma in quanto capace di
rappresentare – scrive Nunzio Buono – «L’argine fermo / di qua da quello spazio che in misura
sconfinante / ascolta l’universo».
Dunque, sin dall’esordio
di Un infinito ancora non entriamo in contatto con un funzionamento creativo,
mistico-religioso, o fantasticherie pittoresche di scuola arcadica, bensì con
una salda, lucida, operativa coscienza poetica di sentimento e ragione,
dunque con un piacere sommo e personale di se stesso e della vita. Con il
nostro autore accogliamo, piuttosto, un dato materiale o un lembo, una sponda rigida
al «di qua» dell’ignoto, all’altezza di incrementare la poësis (nella piccolezza della terra e dell’umanità a confronto del
firmamento) in una spinta deduttiva rigorosa tradotta nello spiccare un volo utopico
non traumatico, dolce e al contempo severo.
Dal ritmo
visionario (la «luce», lo «sguardo») sortirà lo scatto fulmineo del volgere gli
occhi dall’argine-ostacolo ad un oltre
carico di eccezionali prospettive interiori dove, però, nulla scompare della
concretezza che le ha causate. Nell’itinerario di matrice conoscitiva evocato
da Nunzio Buono, dinanzi a un’analoga Kunstanschauung,
tanto ampia da essere smisurata, comprendo come sia abbastanza scontato riproporla
in ogni intervallo letterario o di opinione critica. Ciò è accaduto, ad
esempio, alla historica ratio
post-illuminista nella forma di un mediocre e insensibile razionalismo, scrutato
e condannato dagli occhi del giovanissimo figlio di Monaldo - discendente della
considerevole famiglia bergamasca dei marchesi Mosca - nel grandioso idillio
dedicato a superare la chiusura tout
court per raggiungere l’apogeo immaginario e riflessivo, a oltrepassare la
limitatezza per attingere il piacere indefinito, incline a spostare sempre più avanti
l’intero contesto referenziale. Del
resto, il titolo iniziale concepito dal nostro conte di San Leopardo era Infinito, poi corretto apponendo l’articolo
determinativo, mentre Nunzio Buono, in totale libertà e autonomia, mantiene il
minuscolo anteponendovi l’articolo indeterminativo.
Nel poeta di
Recanati, vasti e suggestivi sono i riferimenti culturali espliciti o da ricondurre
alla sfera dell’Inconscio, ai messaggi esistenziali offerti da Montesquieu, Condillac,
Pietro Verri o Cesare Beccaria, in seguito arricchiti con gli acquisti degli
ideologi già allo scorcio del Settecento e dei materialisti come Claude-Adrien Helvétius,
Paul Henri D’Holbach, con soluzioni sensistico-sentimentalistiche le quali
sfoceranno a distinguere le fonti più forti dell’illusione dall’attivo, immanente,
“ignudo” reale.
D’altra parte, nell’asse di pertinenza peculiare dell’ars poëtica, in Un infinito ancora leggiamo: «E sul foglio prima del
saluto / su quel palco mentre scema dalla luce / fermerà l’urlo al buio nella
gola di chi scrive», poiché siamo ancora
immersi nel fluire del verum, il solo
adeguato, con i forse e chissà, a sconfiggere la veritas razionalista carica di avidità egoista
e calcolatrice, molto spesso abietta antagonista del bene.
Eppure, come in ogni
questione idonea a promuovere l’urgenza di una risposta, anche se non definitiva,
almeno essenziale, allo scopo di comprendere i termini considerati (del tipo:
“ma cos’è l’infinito?”), appare indispensabile avere il coraggio di guardarsi
dentro, andare a fondo per intraprendere un lavoro elaborato di auto-analisi:
potremo così controllare almeno se il sostantivo Unendliche (appellativo di uno degli incompiuti Frammenti di Pindaro di Friedrich
Hölderlin) abbia per noi una qualche concreta essenzialità in grado di ascoltare
l’universo, quindi in forma reiterante proporre il pensiero – cito da Nunzio
Buono – di «come sarà l’urto prima del volo» e, soprattutto, se giudichiamo valido
il presupposto di replicare all’interrogativo “a cosa serve?”, insomma se non
coincida malauguratamente con l’investire tempo prezioso in sterili, inutili constatazioni.
Un anno dopo L’infinito, Giacomo Leopardi affermava:
«Il sentimento della
nullità di tutte le cose, la insufficienza di tutti i piaceri a riempierci l’animo,
e la tendenza nostra verso un infinito che non comprendiamo, forse proviene da
una cagione semplicissima, e piú materiale che spirituale. L’anima umana (e
cosí tutti gli esseri viventi) desidera sempre essenzialmente, e mira
unicamente, benché sotto mille aspetti, al piacere, ossia alla felicità, che
considerandola bene, è tutt’uno col piacere. Questo desiderio e questa tendenza
non ha limiti, perché ingenita o congenita coll’esistenza, e perciò non può
aver fine in questo o quel piacere che non può essere infinito ma solamente
termina colla vita».
Sfogliando le
pagine di Nunzio Buono (in specie nella recentissima silloge Trasmigrazione), di frequente può
accadere di percepire un chiarimento non dissimile, inserito virtualmente tra
gli spazi semantici, in quanto la sua ποίησις (pòiesis) autorevole, densa di sineddoche (ad esempio, «sul foglio prima del saluto»), con scarse
allegorie, in effetti aiuta a sovrastare le difficoltà insite nella lettura senza
chiedere, in via pregiudiziale e decisiva per la comprensione, se lì, nell’intervallo
lirico o nel vocabolo evidenziato, si evochi il pensiero o il pensato, il
volere o il già ottenuto (accade nel verso «Chissà quale sarà l’ultimo mio
gesto»). In questa poesia ho potuto condividere un’esperienza in parte
riconducibile alla poetica hölderliniana, là dove il poeta scrive: «Sii tu,
canto, per me, l’asilo amico, / Sii la mia felicità, il giardino / Curato con
tanto amore». Nelle strofe di Un infinito ancora tocchiamo con mano la
visione utopica, ma efficace, di eliminare l’empasse del dolore in una sorta di redenzione dell’umanità costruita
sulla cura: ciò avviene nel
«segno» lasciato dallo scrittore «tra pagine già
scritte».
In tale scelta esegetica,
il ritmo versificatorio favorisce l’influenza di una logica poetica abbastanza complessa,
nel senso che il concetto filosofico di un itinerarium
sprovvisto di inizio e conclusione, affacciandosi più volte sottopone a dura
prova l’armonia dello spirito con la cosalità
del mondo circostante: come si può paragonare un ente non misurabile con il μέτρον (mètron) per
eccellenza della vita, ossia la Natura, la routine
quotidiana, l’hic et nunc dell’esistenza?
Sempre Leopardi osservava: «L’anima s’immagina quello che non vede, che quell’albero,
quella siepe, quella torre gli nasconde, e va errando in uno spazio
immaginario, e si figura cose che non potrebbe, se la sua vista si estendesse
da per tutto, perché il reale escluderebbe l’immaginario».
Cercando di interpretare
il titolo, gli enunciati, l’alfa e l’omega di questa poesia, ho avvertito la
netta sensazione che il Kunstwollen
di Nunzio Buono suggerisse in primis di
non smarrire uno stato d’animo di certezza concreta di fede, di acquisire
insomma, in un’evenienza inattesa, ulteriori solchi di infinito, quasi assecondassimo
insieme il monito leopardiano: «Chi potrebbe disprezzare l’immensurabile e
arcano spettacolo dell’esistenza, di quell’esistenza di cui non possiamo
nemmeno stabilire né conoscere o sufficientemente immaginare né i limiti, né le
ragioni, né le origini; qual uomo potrebbe, dico, disprezzare questo per la
umana cognizione infinito e misterioso spettacolo della esistenza e della vita
delle cose, benché né l’esistenza e vita nostra, né quella degli altri esseri
giovi veramente nulla a noi, non valendoci punto ad esser felici?».
Se foste partecipi
di un animus del genere, potrei consigliare
il romanzo epistolare Iperione,
sempre di Friedrich Hölderlin, ricco di legami sublimi tra filosofia e poesia, sviluppati
dall’autore tedesco richiamandosi al detto di Eraclito èn diafèron autòn: «L’Uno in sé diverso è l’essenza della bellezza,
e prima che ciò fosse stato trovato, non esisteva alcuna filosofia. La poesia è
il principio e la fine di questa scienza».
Anche nella vasta ποιητική τέχνη (poietiké tècne) di Buono prende vita una “scienza” parallela inerente alla poësis dove, come segnalai a proposito
di un’altra sua opera, La casa sul fiume,
occorre tenersi distanti dal vago rapimento, ancor più dalla leggerezza
sentimentale, caratteristici di un clima stereotipato purtroppo diffuso in
poetiche legate al tema.
Nella Weltanschauung del nostro scrittore rimangono
significativi e misteriosi il sovrumano silenzio e la «profondissima quiete»
leopardiani ben oltre la spinta dell’Ottocento che li accompagnava nell’irraggiungibile
idillio romantico, poiché il vento novecentesco che li ripropone risulta assai più
conforme, invece, al soffio sibilante di Blowin’
in the Wind (1962) di Robert Allen Zimmerman (Bob Dylan), impegnato a indagare
senza sosta su quesiti passeggeri («how many times must the cannon balls fly /
Before they’re forever banned?») e perenni, («How many years can a mountain
exist / Before it’s washed to the sea?»), fornendo un equivalente importanza a
entrambe. Certo, non dimentichiamo di ascoltare le parole del menestrello di
Duluth, nemico dichiarato delle istituzioni dottrinali dal lontano 1963 quando,
all’apice della notorietà, in The Times
They Are A-Changin’ screditava le professioni letterarie: «Come writers and
critics / Who prophesize with your pen / And keep your eyes wide / The chance
won’t come again / And don’t speak too soon / For the wheel’s still in spin /
And there’s no tellin’ who / That it’s namin’».
Oltre mezzo secolo dopo,
coinvolto in un analogo atteggiamento, rifiutò di ritirare il Nobel durante la
cerimonia canonica, nonostante nel 1962 si fosse occupato di cercare risposte esistenziali
o storico-sociali di vario tipo e alla voce dell’amico in attesa di spiegazioni
cantava: «The answer, my friend, is blowin’ in the wind». Così Nunzio Buono, alla
«voce» che «chiede ancora», ribadisce: «lascerò un segno tra pagine già
scritte», intendendo come, pur nel soddisfare gli interrogativi suscitati, il messaggio
esemplificativo debba ripetersi, chissà se per confermarsi o svelarsi.
Insomma, sono convinta
di quanto ogni raison lirica, in
diverse modalità anche in rapporto alle epoche, fondi gran parte di sé nell’enigma
del γίγνομαι (“divenire”), a parere di Hölderlin ispirato in generale a un τόπος (tòpos) ininterrotto, a un «infinito divino
essere». Condivido, dunque, l’avverbio temporale ancora, posposto all’infinito
nel titolo del brano di Nunzio Buono.
Nell’abbozzo
di prefazione a Iperione, Karl Viëtor
nel 1920 precisava: «La beata unità, l’essere nell’unico senso della parola, è
per noi perduto. E abbiamo dovuto perderlo per poi agognare a riconquistarlo». Il
critico colpisce nel “segno” del dilemma e Nunzio Buono ne è assolutamente
consapevole. Se tendessimo, però, a far coincidere la linea indeterminata a un continuum in fieri per guadagnare sicurezza, otterremmo solo un’approssimazione…
perpetua. Secondo Viëtor, «non avremmo nemmeno un presentimento di quella infinita
pace, di quell’essere nell’unico senso della parola, non penseremmo, non
agiremmo, nulla affatto esisterebbe, anzi penseremmo il nulla, se per mezzo di
quella infinita unificazione, quell’essere nell’unico senso della parola non
esistesse».
Nell’epilogo della
poesia, infatti, superando metonimie o metafore, leggiamo che l’intento della
poesia è proprio nel «donarci / ad altri luoghi un infinito». Noi saremo tutti lì
per essere risarciti con la felicità del dolore sopportato, per aver compreso
quanto le promesse di un “altrove” non siano mai svanite.
Cinzia Baldazzi
Nunzio Buono (1960) è poeta e scrittore. Le sue liriche sono presenti in molte
antologie e siti letterari. Più di centocinquanta i premi ricevuti in concorsi
nazionali e internazionali. Da gennaio 2014 è membro vitalizio dell'IWA
(International Writers & Artists) a Toledo (Ohio - USA). Nel 2015 una sua
poesia è stata trasformata in canzone dalla casa discografica “Sugar” di
Caterina Caselli e presentata nei festival musicali Premio Bindi, Genova per
noi, Premio Lauzi e Premio Ciampi. Nel 2018 ha ricevuto la Medaglia del Senato
a Roma. Nel febbraio 2020 è co-fondatore senior di WikiPoesia, a luglio ne
diviene Accademico e Presidente Onorario. Ha finora pubblicato venti raccolte
poetiche, molte delle quali tradotte in francese, inglese, spagnolo,
portoghese, rumeno, polacco, greco, albanese. Vincitore nel 2017 del concorso
Il Federiciano (a Rocca Imperiale, “città della poesia”), nel 2022 è padre fondatore
della Repubblica dei Poeti. La poesia Un infinito ancora fa parte della
raccolta poetica Trasmigrazione (Ancona, edizioni peQuod, 2025).