lunedì 6 agosto 2018

LORENZO SPURIO LEGGE: "IL CANTO DELL'EMIGRANTE" DI DOMENICO PISANA



Domenico Pisana

IL CANTO DELL’EMIGRANTE:
IMPEGNO ETICO-CIVILE NELLA POESIA
DEL PROFESSOR DOMENICO PISANA




  
Risulta rilevante, per il discorso comune della poesia contemporanea imbevuta di impegno civile, parlare dell’opera pubblicata dal noto poeta, scrittore e saggista siciliano il professor Domenico Pisana che nel 2014 ha dato alle stampe, per i tipi di Europa Edizioni di Roma, il volume dal titolo chiarificatorio Tra naufragio e speranza. I motivi cardine che hanno ispirato un’opera di questo tipo e i paradigmi lungo i quali si sviscerano forme e contenuti sono da leggere con le lenti di quell’indignazione illuminata che nella società d’oggi, pur diffusa, spesso finisce per mostrarsi vulnerabile nel j’accuse e nel lancio di messaggi poco chiari. Pisana, al contrario, con la sua opera di evidente impegno civile e di scoramento particolarmente sentito dinanzi alle aberrazioni e indifferenze diffuse che dominano nella nostra età storica, si discosta nettamente dal pressapochismo recriminatorio e poi falsamente indulgente, alla mera cronica documentaristica di ciò che accade, vale a dire il suo messaggio ha intendimenti più alti e raggiunge il suo scopo mediante l’adozione di una poetica che subito si percepisce come amica, solidale, prettamente umana, finanche consolatrice.
L’opera si dispiega attraverso un percorso oculatamente predisposto dal Nostro che vede susseguirsi liriche di diversa lunghezza, dove anche la disposizione grafica dei versi risulta rilevante e degna di attenzione, appositamente accorpate in tre sotto-sillogi che hanno rispettivamente i titoli di “Ed ora, la notte”, “Verso l’aurora” e “Sognando la speranza”. La titolazione della tripartita silloge ben introduce alla simbologia dominante all’interno del lavoro che fa riferimento a momenti di luce, crepuscolo, bagliore difficile da cogliere, foschia, ombra e vera e propria tenebra. Il poeta modicano, che ha all’attivo un’amplissima produzione saggistica in fatto di Teologia (ambito per il quale ha ottenuto lauree, riconoscimenti e tenuto corsi su vari argomenti) è con viva probabilità affascinato a quella dimensione antipodale e scissoria della luce e dell’ombra, metafora di conoscenza e barbarie, di giustizia e inciviltà, di bene e di male, di cui il nostro testo sacro per eccellenza, in numerosi punti, dà testimonianza nei vari racconti biblici.
Il punto di partenza nell’indagine etico-sociale di Pisana, che poi è resa mediante la scelta prelibata di forme espressive, perifrasi, versi e costruzioni semantiche di particolare presa sul lettore, è la nostra realtà abitativa, il contesto odierno dell’oggi dove l’uomo soffre la sua vulnerabilità e vive in una condizione privativa del Bene, sempre in una sorta di sospensione che ne svilisce la sua vera natura. In questa trattazione Pisana esordisce parlando di una “realtà sensibile” (25) che è appunto quella data dall’universo empirico che spesso sembra apparir falsata da ciò che, nel privato, nel personale e nell’universo del concreto, si sperimenta.
I mali del secolo sono intravisti in varie manifestazioni attitudinali dell’uomo percepito sempre più distante dalla riflessione, dalla comprensione degli altri e dalla confessione, e improntato con sempre maggior foga all’esaudimento di sé e alla magniloquenza di tutti i meccanismi che abbiano come fine un profitto personale o la conservazione di uno stato d’agio e rilassatezza. Di base si ravvisa l’impronta di un uomo che sembra perdere i connotati della corporeità carnale per attribuirsi esso stesso, in un’azione di vanteria e saccente superomismo, caratteri che gli sono estranei, fronteggiando, quando non proprio scalzando vilmente, la dimensione superiore che tutto assiste. Il poeta ragusano parla di “folle corsa/ per uccidere Dio e impadronir[si] del cosmo” (25): si tratta di una prima forma di minaccia verso l’entità celeste che intuitivamente è abbassata nella sua aurea di grandezza.
Come si vedrà il lavoro di Pisana può essere configurato sul crinale di una catabasi (caduta[1], discesa) dell’uomo richiamata appunto nell’abbruttimento della condizione di umanità e nel fenomeno migratorio nel quale ben assistiamo alla degenerazione morale dell’uomo, alla quale fa seguito un’imprecisata anabasi, auspicabile e molto ben godibile per come ci viene presentata, nella filigrana della parola-cardine della speranza. Non c’è, in effetti, una vera e propria risalita dalla barbarie e dalle tenebre nelle quali si è sprofondato, Pisana non intravede un uomo nuovo che, messe da parte le recalcitranti smanie egoiche e di sprezzo verso l’altro, ritrova una sua dimensione ideale ma fa intervenire, come una musa bianca, una presenza alata, la speranza. Essa, se non è il segno decisivo di un’età nuova caratterizzata dalla positività è una sorta di ingrediente d’apertura che, se ben amalgamato alle condizioni sociali, potrà dare i suoi positivi risvolti. L’ascesa, il rinsavimento morale e la rivincita dell’intera umanità potrà, allora, avvenire dando fede alla volontà di cambiare e nel credere che, con l’impegno, la forza di volontà, la ragione e l’umana compassione, si possano ristabilire condizioni favorevoli, o per lo meno accettabili, nel processo comunicativo tra strati sociali, governi, fornendo una traduzione consona ai mali che allontani iniquità, pregiudizi ed ostacoli forme di violenza e recriminazione.
Elemento di transizione tra questi due stadi è rappresentato dalla materialità fluida, flessuosa e spasmodica dell’acqua: gran parte delle liriche fanno riferimento alla tragica costumanza dei naufragi nelle acque del Mediterraneo. Realtà, questa, non nuova se si pensa a quanto, in altri tempi e contesti geo-politici, avveniva negli anni ’90 con le orde di profughi balcanici che solcavano l’Adriatico alla folle ricerca di un luogo dove vivere, lontani da conflitti bellici. La traumatica esperienza dell’immigrazione mediante la rotta di direzione centro-Europea è stata, negli ultimi anni, motivo di grande interesse anche da parte dei poeti (cito la silloge Gazzella di Fabio Grimaldi) ed è clamoroso come una tematica così preponderante nel nostro oggi, che attanaglia le nostre coscienze, non potesse non interessare il professore modicano. L’acqua diviene una sorta di indefinibile luogo-non luogo, entità di mezzo funzionale per raggiungere uno scopo ed è essa stessa il compimento di un rito di passaggio che non per tutti ha esito positivo. Metaforicamente Pisana collega quell’acqua fisica, che è strada fluttuante e perigliosa di imbarcazioni che vengono dall’Africa, alla corruzione dell’uomo europeo che, in termini pratici, sembra inetto o indifferente ad accogliere lo stato di calamità continua: “nell’acqua della menzogna,/ l’arroganza dell’onda ha travolto l’arroganza della mente” (26). In queste poesie Pisana passa a raccontare con un tono platealmente commosso e disturbato (“Soffre la mia anima”, 33) le vicende tristi di uomini e donne senza nome, di macchie d’esistenze che si perdono e si stingono in un mare che diviene tagliola (mangia), idrovora (risucchia) e camposanto (dà sepoltura tra gli abissi). Sono le vicende di “vite macchiate di sangue” (27) i cui capostipiti della tragedia non sono i vili traghettatori che si arricchiscono elargendo minacce, botte, sfruttando e violentando le donne, bensì le schiere più alte di chi gestisce il potere a vari livelli, i “padroni del presente e del domani” (27), viva è la convinzione che “siamo figli traditi dai misteri del potere” (85).
I moniti di Pisana sono resi in maniera sibillina, senza nessuna altisonanza o forma retorica, con un linguaggio pacato che è emblema di un’insoddisfazione permanente dinanzi a quel desiderio mai raggiunto di “struggente aria di libertà” (29). Se Pisana è un uomo di fede è anche credente nelle forme dell’intelletto umano ed è per questo motivo che spesso richiama la ragione quale elemento assopito o negato nella società odierna al quale bisogna ritornare ad ascoltare in maniera sincera e rigorosa: la speranza del cambiamento, di cui Pisana parlerà abbondantemente nell’ultima sezione del libro, è così sentita e alimentata proprio grazie alla grande fiducia e rispetto che riconosce nei confronti della razionalità dell’uomo, capace in passato di tante invenzioni e grandezze ma anche di scelleratezze e abomini dai quali è sempre doveroso prendere le distanze. Ma la ragione non va neppure strumentalizzata ad uso e consumo, ecco perché Pisana sostiene la necessità che “la ragione abbass[i] le armi” (26) e, in un’altra poesia così scrive: “Ora è tempo di ritrovare/ il limite dei lumi invasi dall’assoluto/ e di lasciare alle spalle/ racconti di violenza ove la follia/ ha regnato per lungo tempo come angelo di luce” (27). La ragione non è che non ci sia, ma è stata lesa (“La ragione s’è frantumata lentamente”, 33) e soppiantata in forma completa da qualcos’altro, da una pazzia ossessiva, ma è in qualche modo offuscata, adombrata dai meccanismi del sistema: “La ragione è sempre uguale a se stessa,/ le ore vivono lembi di tristezza travestiti di luce” (28).
In questa sorta di perdita della giusta strada, di ottundimento, nascono i rovelli esistenziali, le domande tribolate, i quesiti insostenibili, le aporie, le ingiunzioni di una consecutio, vengono a mancare i procedimenti logici, comunicativi e pratici per fornire una chiave di risposta alle problematiche. Il poeta si mostra particolarmente teso (riferisce del suo “senso smarrito”, 53)  dinanzi a questo sistema dove le ridda di voci, le ideologie frammiste alle convinzioni dettate da spregevoli tabù fanno da padroni, richiamando la necessità di un’elaborazione mentale e attuativa delle forme di criticità: “distesi le mie ansie di risposte” (29). L’impegno di Pisana è totale: un uomo che ha a cuore il benessere del mondo non può esimersi dal porsi domande. Se sarà difficile fornire risposte, sarà obbligatorio, invece, porsi quesiti, un po’ alla maniera di cui Wittgenstein sosteneva. L’esigenza della domanda nasce da una volontà di ampliamento della comprensione: “Nella penombra d’un mondo nuovo/ un ingenuo poeta credeva lottando” (29) come pure nel tentativo di costruire coesione attorno a una posizione in termini di vicinanza sociale, compattamento, elargizione a chi detiene il potere di esigenze condivise, nutrite, impellenti e alle quali far fronte in termini utili e congrui. Il poeta diviene allora combattente e, in quanto tale, prode sostenitore delle sue credenze difese con caparbietà: “Coscienza e libertà/ mi spingevano a reagire:/ con coraggio” (30).
Non è lecito né moralmente corretto assurgere al ruolo di pavido spettatore, di voyeur incallito, di osservatore della tragedia mentre questa deflagra, prende forma, deborda e si diffonde spaventosamente. Pisana mostra quanto sia oculato e lungimirante per il poeta che ha assunto a sua dimensione etica l’impegno civile e altruistico abbandonare la posizione di margine, di negletto, di colui che vede non visto dietro la tendina della finestra, perché tutto ciò sarebbe conforme all’adozione di una bieca connivenza alle storture e al male. Forme di rivolta silenti e appartate non hanno mai avuto risvolti significativi ed è  per questo motivo che non è consentito di edulcorare ciò che di grave persiste e accade né negare che non esista il marcio; Pisana si erge distintamente contro quell’attitudine di molti che, dinanzi alla tragedia, intuita, in corso o prossima allo svolgimento, è semplicemente un “essere a riva spettatore” (33). Da qui nasce il grido interiore dell’uomo di denunciare non solo gli accadimenti più truci ma anche gli atteggiamenti di chi, comodo sulla poltrona di casa, vive pensando alla propria unica sorte come se i fratelli annegati o malmenati in altre parti del globo non sia un pensiero che lo riguardi. “Viviamo stagioni di solitudini” (39), rincalza Pisana nel fedele tracciato di un identikit umano assai amaro e deludente, pessimo e vigliacco per la sua “indifferenza vestita di noia” (39).
Il professore pone la giusta attenzione su due degli aspetti dominanti in questa “furia postmoderna dell’acqua assassina” (33) che riguardano la vecchia Europa, megera che osserva e parla, poi si vede bene di allungare la propria mano: la solitudine e il silenzio. Entrambi connotati in maniera negativa quali forme di negazione, di allontanamento dalla società, di recrudescenza dell’indifferenza verso l’altro. Così scrive in una lirica molto potente: “La melodia dell’arpa che squarcia il silenzio ingiusto:/ non reggo alle parole che dicono il falso,/ alla bilancia doppia che giudica i morti” (42).  Il suo impegno morale, che non è semplice coinvolgimento con la materia trattata e reale empatia, ma che affonda nell’esigenza umana di cristiano di lavorare per il bene della comunità alleviando le pene di ciascuno, si rintraccia adeguatamente in alcuni versi nei quali confida le sue tribolazioni affidandole al verbo: “rimango flebile voce di lamento/ chiusa oltre il silenzio della parola” (55); “e davanti alla cronaca di giorni difficili/ invoco la Parola/ che fa sperare contro ogni speranza” (74).
Seguendo questa linea interpretativa che è il focus concettuale dell’intero libro comprendiamo anche alcune costruzioni che delineano bene l’intero contesto:  ci sono “lacrime prive di pianto” (44) a testimoniare la mendacità di un dolore che è di carta, fatto di facile pietismo e nutrito di niente; c’è anche un “labirinto di stagnati amicizie” (46) dove la stagnazione è data da una fissità incongruente al bene collettivo, una stasi che sa di lascito a se stessi ma richiama anche “l’acqua stagnante”, quella di una qualsiasi pozzanghera dove il liquido contenuto marcisce sotto il sole, vede la nascita di microrganismi, larve e produce una vita malata, infettante. Il prodotto di tanto imbarbarimento ed egoismo è ben tracciato in alcuni versi da Pisana: “L’assenza dell’altro ci rende fiumi sonnolenti/ la chiusura una spelonca di requiem” (93).
Le tinte che Pisana attribuisce a questo “naufragio sociale” (76) sono numerose e vanno indagando le perplessità di uomo saldo nella ragione e timoroso dinanzi all’imperversare della tragedia, sbiadita replica di se stessa, con immancabili recidive spesso peggiori degli affondi precedenti che rendono “questa vita così cieca” (93). Una storia amara, quella contemporanea, contrassegnata da imbarcazioni affondate, migranti deceduti e dispersi, conte veloci e impossibili delle perdite, bambini salpati dalle proprie terre e divenuti orfani durante la traversata;  “La vita scorre in ipotesi oscure” (79), scrive Pisana.
Il mare non mangia solo corpi e certezze ma fa annegare anche diritti, desideri, volontà degradando la natura dell’uomo: “Il mare in tempesta ha vomitato i resti/ di pochi valori usciti indenni dalle acque” (36) scrive, aggiungendo “le onde hanno spazzato la fragilità dell’essere” (41). Ed è così, in questo percorso concentrico dove vita e morte si danno il testimone di continuo correndo una staffetta macabra, che Pisana sottolinea l’importanza del saper “vedere oltre”, vale a dire di figurare, intuire e anelare a un dopo migliore del presente pregno di disperazione e annichilimento.
L’ultima sezione affronta il tema della speranza, concetto astratto che il professore rende palpabile, tanto da percepirne le possibili trame, che vanno ricercate, rinsaldate opportunamente per costruire un ordito solido: “Siamo qui a sperare la speranza” (76) scrive in una delle ultime liriche che compongono il volume. Ed è in questa espressione dalla foggia tautologica che ben recepiamo al meglio l’afflato vitalistico del poeta e con esso l’insegnamento cristologico. Tutto ci parla di un mondo futuribile che non è utopia, ma che va cercato e costruito con l’impegno arguto e sincero di tutti:  “Vorrei tornare a cantare/ parole ricamate di speranza” (76) ed è a tarda sera, quando la frenesia della città s’allenta, che tali pensieri fioriscono sorgivi: “La speranza resiste alle molestie della notte” (87). La trasvolata che Pisana compie scandagliando l’animo umano in questi tempi di crisi di coscienza in cui divampano focolai di xenofobia e avanzano marce populiste, è così fulgente per mezzo di un apporto visivo, iconico, panoramico, a lunghezza d’onda e ad in gradimento che ci consente di avvicinarci al problema, leggerlo e approfondirlo a trecentosessanta gradi, visionandolo secondo varie sfaccettature; questo accade perché, come lo stesso osserva lucidamente: “guardo da lontano mentre osservo da vicino” (36). La traiettoria di questa vista è a lungo raggio eppure penetra con esattezza e grande dignità nel nerbo costitutivo della problematica etico-sociale di fondo. Oltrepassare la nudità di un tempo inclemente è possibile, scantonando la depressione e l’indifferenza nelle quali si è piombati, per intravedere un oltre da creare quale basamento di un domani meno fosco e più promettente: “I miei occhi osservano il pianto dei naufraghi, cercano nuovi mondi di certezze/ chiedono dov’è la dea ragione” (26).


Lorenzo Spurio 
Jesi, 04-08-2018




[1] L’idea di una vera e propria caduta è permessa anche da alcuni versi dello stesso Pisana che ben descrivono la situazione nelle forme dell’impoverimento e della derelizione dell’umanità: “siamo caduti nel vuoto rivo di luce” (25).

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