giovedì 10 agosto 2017

ADRIANA PEDICINI LEGGE "ODISSEO" DI UMBERTO CERIO

Breve riflessione sul poemetto Odisseo di Umberto Cerio.
 
Adriana Pedicini,
collaboratrice di Lèucade
Il Poeta, nel poemetto “Odisseo”, nell’incipit si fa portavoce della comune sorte che senza preavviso conclude la vicenda esistenziale di ciascuno. Ma prima che ciò avvenga, nel suo caso, gli tocchi almeno di vivere una vita odissiaca, vale a dire di essere protagonista di una somma di esperienze in bilico tra il sogno e il desiderio, tra il coraggio e la paura, tra le lusinghe e la fedeltà a se stesso. Quale novello Odisseo, appunto, di cui l’Autore cita i momenti salienti del decennale peregrinare.
Poi con un balzo temporale e uno scatto di sensibilità realistica, l’Autore crea una situazione poetica speculare alla precedente, sostituendo all’elemento mitologico  l’attualità, alle avventure strabilianti i fatti di cronaca noti a tutti,  riguardanti popoli in fuga da focolai di guerra, da povertà e situazioni di disagio diventati ormai connaturati ad essi al punto di aver perso il gusto e la prospettiva di vite altre. Si augura inoltre di proseguire sul cammino della conoscenza, di affrontare a viso aperto i problemi che affliggono l’umanità e di resistere alla fugacità del tempo. Ancora, capire i motivi di chi preferisce la morte alla vita sacrificando affetti, futuro e l’esistenza stessa, e in nome di chi o di che cosa, anziché compiere riti antichi sull’altare della vita. E poi ancora poter cantare l’Amore ed essere affascinato dalla conoscenza, dal mondo naturale in tutte le sue manifestazioni e infine essere ammaliato da una solitudine serena e consapevole.
Un desiderio che rimanda alla ricerca della felicità e alla conquista dell’armonia interiore che pian piano, dopo il racconto poetico della prima parte, emerge in una forma poetica più semplice e immediata, ma anche più originale e leggera, non appesantita cioè dagli apporti culturali disseminati abbondantemente in quella sezione.
Diventa per questo più credibile, absit iniuria verbis, proprio il segmento dove ad un improbabile novello Laerziade si sostituisce l’uomo comune, l’uomo di oggi e di sempre, un po’ abitante della caverna platonica, un po’ prigioniero del sottosuolo, come tocca anche al più principesco dei personaggi di Dostoevskij.
Un uomo alla perenne ricerca di risposte che la ragione non può dare.

Adriana Pedicini

 

ODISSEO


     Sono state così rade le albe vere
della mia vita  -e così lontane-
e tra le altre ebbre di gioia
un giorno sorgerà anche l’ultima,
sconosciuta e feroce, come ombra
         di donna che mai mi ha  amato.
Sarà un’alba di aprile o di giugno,
o di un tardo settembre,
quando il cuore errabondo
segue uno stormo di uccelli migrare.

     Ma prima ascoltare il canto
delle sirene come Odisseo,
che allontanava il ritorno
tante notti sperato, perché
non quello d’Itaca l’ultimo fosse,
e sognava infranta la soglia
delle lontane colonne di Ercole
nella tempesta frantumata dal Sole
nel fragore dell’urlo atteso
da sempre e mai ascoltato
dell’incontro del cielo e del mare.

     Eppure aveva pascolato greggi,
navigato a Troia, trucidato nemici,
ingannato uomini e dei di vendetta.
Aveva guidato al lungo ritorno
compagni fedeli ed increduli,
tra mostri e bagliori di vita,
tra tempeste e stupiti silenzi,
tornando da solo alla spiaggia di pietra.
Aveva amato e odiato il sale
bruciante del mare furioso
e l’urlo minaccioso del cielo,
guardato con sfida negli occhi la Morte
nei tramonti silenziosi e deserti.
Come l’ultima volta!

     Prima andare ad Eea,
perdersi nell’isola dell’alba
come Odisseo nel palazzo di Circe,
dove poi rassegnata la maga gli disse
di scendere vivo nell’Ade
e parlare con le ombre dei morti
perché sorgessero altre albe felici.

     Come Odisseo che da Calipso respinse
dell’eternità il filtro più dolce
per farsi da sé immortale
con l’avventura della vita e della morte.
E non ha per lui armonia
- che lo plachi e consoli -
la cava testuggine orfica
o la grande conchiglia all’orecchio
di fronte all’azzurro del mare
delle spiagge dorate di Ogigia.
    

     Prima, rapsodo dei drammi dell’oggi,
contare le guerre e sapere l’inedia
dei vinti d’Oriente e dell’Africa;
ascoltare l’eco disperata delle tempeste
         dei deserti e del mare;
conoscere le contrade della terra
e sapere le strade del mondo
e il corso delle comete
e del carro del Sole
e degli astri luminosi e lontani;
fingersi povero e stanco
ed avere un dono a saziare
la sete e la fame e speranze;
purificarsi del putrido sangue
dei nemici; sacrificare un capretto
all’invidia del tempo
e ingannare gli spiriti della notte.

     Prima lacerare il velo che copre
silenzi e immani martìri
e guardare nel sangue e nei nervi
di guerrieri votati alla morte
negli occhi di spose abbandonate
che non avranno più lampi.
Strappare pagine bianche di diari
perché più non si scrivano storie
d’ira e di morte che da secoli
infangano uomini e genti.
E accostarsi ai puri lavacri
e bruciare profumi ed incensi
a rinnovare antichi rituali
e sacrifici agli dei della vita.

    
         Prima cantare tutti gli inni
d’amore in un calice d’oro,
seguire il volo dello sparviero
in cerca della preda fuggente
sulle valli profonde di verde
o sulle pietraie, scoscese
come il tempo della vita.
Ed ancora, come Odisseo,
sognare tutti i sogni segreti
della conoscenza e delle memorie,
sentire il profumo della cicuta
e il fascino della falce tagliente,
la dolcezza della rosa d’inverno
e l’ebbrezza delle notti di luna,
vivere nei lunghi giorni di vuoto
- con lo sguardo all’orizzonte lontano  -
l’attesa lunga di un bianco gabbiano
e l’abbraccio solitario del mare!

    
Umberto Cerio

3 commenti:

  1. Condivido ampiamente questo splendido commento al canto sciamanico di Umberto Cerio dedicato a Odisseo: figura dove "ad un improbabile novello Laerziade si sostituisce l'uomo comune, l'uomo di oggi e di sempre... Un uomo alla perenne ricerca di risposte che la ragione non può dare". I riferimenti omerici, indubbiamente presenti e puntuali, passano in secondo piano nella forza evocativa del poeta molisano, da sempre attento ai richiami densi del mito. E' dell'"uomo d'oggi e di sempre", come sostiene la Pedicini, che in realtà Umberto Cerio ci vuole parlare, di quell'uomo che, come Odisseo, "allontana(va) il ritorno / ... / e sogna(va) infranta la soglia / delle lontane colonne d'Ercole"; di quell'uomo cui disse la maga "di scendere vivo nell'Ade / e parlare con le ombre dei morti / perché sorgessero altre albe felici" (e quant'è diversa questa discesa agli Inferi, da quella disperata e tragica di Orfeo!). L'"illo tempore" del mito non è un tempo storico, ma un attimo eterno, sempre vivo e presente, attuale. Sta qui la perenne contemporaneità del mito che Cerio intende, e superbamente riesce, a cantare.
    Franco Campegiani

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  2. Adriana, mia grande amica e donna di Cultura profonda, di conoscenze filosofiche acclarate e dimostrate in più occasioni, io mi limito a citare il testo "Il fiume di Eraclito", introduce magnificamente l'Opera senza tempo di Umberto Cerio, e dà il la a un uomo che della filosofia sta facendo il suo credo, che la sta interpretando in modo nuovo e convincente, dal 2000 a oggi, all'opera del marzo 2017, "ribaltamenti", vademecum del filosofo del nostro tempo. Due colossi, quindi, a esprimersi con toni veraci sul Poemetto Odisseo, di un terzo colosso letterario, che sa dare al mito, i giusti connotati, non quelli della 'favola', come asserisce da sempre Campegiani, ma quelli della verità. Cerio si identifica in questo personaggio nell'unico modo giusto e rivoluzionario, definendolo 'l'uomo d'ogni tempo'. E in versi di assoluta musicalità e di fattura sublime, ne narra le vicende, non per ricordarlo semplicemente, per invitarci a volgere lo sguardo al passato,ma per aiutare ognuno di noi a incontrare se stesso. L'ulissismo, infatti, non dovrebbe essere interpretato come fuga da Itaca, ma come ritorno alle origini, alla ricerca, alle verità dell'esistenza.
    "Ed ancora, come Odisseo,
    sognare tutti i sogni segreti
    della conoscenza e delle memorie"
    Basterebbero questi tre versi per evincere quanto l'Autore si rivolga a se stesso e all'uomo d'oggi, in generale. Attua la grande metafora del 'tornare alle radici', agli inizi, al mito per esprimere la sua 'sete di conoscenza' e il suo desiderio di riassaporare emozioni dimenticate. Umberto Cerio passa un ideale testimone a ognuno di noi e ci induce a fermarci. A navigare senza cercare disperatamente la meta, a riprovare a sognare, a essere protagonisti sereni dell'attimo terreno.
    Ringrazio Nazario e i tre colossi che mi hanno preceduto e colgo l'occasione per augurare buon Ferragosto a tutti!
    Maria Rizzi

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  3. Semplicemnete grazie al Sommo Franco Campegiani e alla eccezionale Amica di sempre e versatile espressione della Cultura Maria Rizzi per le belle parole spese per me. e ricordiamoci..il vero scopo di ogni viaggio non è nella meta ma nel viaggio stesso e avervi come "comites sodalesque" per me è un onore e un privilegio, nonostante la distanza e le scarse frequenze. Buon Ferragosto a voi, al caro Nazario e a Umberto Cerio.
    Adriana Pedicini

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