IL COSTO DELL’ETERNITÀ
Ebbene
sì, iniziamo dall’ultima delle poesie che compongono la raccolta che, questa
sera, abbiamo l’onore e il piacere di presentare, a Roma, nella storica
libreria HoraFelix (punto di riferimento, d’incontro e di confronto, degli
eventi I.P.la C nella Capitale).
L’Autrice,
Angela Ambrosini, ci raggiunge da Città di Castello, facendoci dono di opere
molto spesso ispirate dal cuore verde della sua regione, l’Umbria, (tanto
prossima - sia geograficamente che spiritualmente - ai paesaggi della città in
cui vivo).
Dopo
la breve digressione - chiamiamola così - panoramica sui suoi luoghi, vorrei
avere dalla Poetessa l’autorizzazione (qualora ciò sia possibile) a leggervi -
per esteso - la succitata lirica.
Tempus
manet
Tutto
quello che resta della mia vita
è
il tempo. Tempo che ramifica nel
tempo,
insemina la carne,
infuria
negli ipogei della mente,
gli
stessi che il giorno lenisce
d’inganni
quieti e certi, certi
come
la vita che è trascorsa,
come
la vita che trascorre.
È
il tempo stagione dell’animo
perpetua,
nell’effimero gorgo di
azioni
e mutamenti, di incontri
e
di addii, nostra terra di riporto
a
stemperarne le orme salde
e
aspre d’infaticabile destriero.
Ma
nel volo dei giorni non fugge
né
allenta la presa:
sta,
spia, insidia, come radice
che
da crepacci di abissi aerea rinserri
in
fulmineo cappio il piede.
E
noi qui, indumenti del destino,
un
cambio dopo l’altro a propiziare
nuove
finzioni e nuovi clamori
mentre
inenarrabile, colpo a colpo,
dai
sagrati del cielo,
tempus
manet.
Il tempo resta, dunque, permane; è “stagione
dell’animo perpetua” - scrive la Ambrosini -. Non soltanto, ma è tutto ciò che
rimane della sua e della nostra vita.
Interessante, e motivo di riflessione, sarà a
questo punto sfogliare il libro a ritroso fino a tornare al testo d’esordio che
s’intitola Ruit hora: ossia il tempo che scorre, che incessantemente
precipita e ci sfugge. Sarebbe, tuttavia, inesatto e superficiale riscontrare
una sorta di contraddittorietà in tutto questo.
In genere, quando si pensa al tempo, ci si
riferisce a quello quotidiano, contraddistinto dal succedersi delle ore, dei
giorni, delle albe e dei tramonti, perché è, in noi, la necessità di
circoscriverlo per definire qualcosa di astratto che, altrimenti, non potremmo
concepire. È, però, una visione parziale, un’idea - quella che ci facciamo -
non esaustiva e sufficiente ad abbracciare un concetto tanto inafferrabile e
sconfinato. Ciononostante, la nostra finitudine non sembra spingersi oltre, a
meno che non si faccia ricorso ad una particolare intuizione.
È quello che è accaduto alla nostra Poetessa, la
quale non si è accontentata dell’opinione comune: l’ha fatta sua, ma scavando
dentro di sé ha avuto delle risposte che nessun elemento di tipo razionale avrebbe
mai potuto fornirle.
“[…]
Ci si può librare in dimensione atemporale, scegliere la metafora, la
similitudine, l’allegoria, per posare con levità le urgenze del vivere e
nascere nuovi […]” - afferma Maria Rizzi nel corpo della sua raffinata e
sapiente prefazione -, ci si può liberare dalle costrizioni, dalle gabbie della
vita ordinaria - ribadisco -.
Questa
introspezione alla ricerca di una categoria temporale intima ed interiore ha
permesso all’Autrice di mettersi in comunicazione con noi, con il nostro alter
ego, nell’unico modo possibile: affidando cioè ai versi, alla lingua della
parola poetica il delicato compito di esprimere l’inesprimibile.
Dalla
lirica d’apertura, l’incipit: “Non voglio sapere del suadente / dissolversi del
tempo / in vortici voraci.”, e la chiusa: “Non voglio sapere del suadente / dissolversi
del tempo / se è il tempo a sospingermi / ancora oltre i solchi del tempo.”. Nel
mezzo, “qualcosa di persistente e vero” (per dirla con lei) risale dalla
memoria, ma non sono ricordi nostalgici, che il passato ha ormai seppellito,
tutt’altro: sono “soffio d’infinito”, dal quale adesso, qui, nel presente, si
sente investita.
Ecco
allora che gli stati in cui abbiamo rinchiuso il tempo (passato, presente e
futuro) riacquistano la loro libertà assoluta: il passato, più che di
trasportare immagini sbiadite, si preoccupa
che le stesse ci giungano più vive che mai; il presente torna ad essere
il tempo di Dio (come giustamente viene definito) perché - sostiene Hobbes
nell’esergo voluto in testa all’opera - l’eternità
è un momento del presente. Infine il futuro, che non è più la proiezione dei
desideri, troppo spesso utopici, in un domani non ancora esistente ma volo
dell’immaginazione che supera la realtà delle cose.
E’
la stessa Ambrosini a cantarlo: da Amor
fati: “Non mi basta la certezza dell’oggi / né il senso di ieri, neppure, /
se l’avessi, la fiducia nel domani. / Spiegami il tempo, spiegami la sua linea
/ curvarsi insonne per riannodare / i passi nella spirale di sempre. / Spiegami
la memoria trasudare / oltre i confini dell’io / per attingere a un pozzo / d’ombre
e di specchi / infiniti.”.
Si
è finora disquisito dei contenuti, del tema portante della raccolta, che
dimostra, senza dubbi, la sua natura sillogistica in quanto non florilegio ma
vera e propria scelta di testi strettamente inerenti la ricerca poetica messa
in atto dalla scrittrice. Non bisogna dimenticare, però, che la poesia è una
particolare forma di scrittura, l’unica in grado di esprimersi sia attraverso i
significanti che i significati, l’unica in cui la forma è anche sostanza.
Perché
queste considerazioni? Ma perché Il tempo
rappreso è un libro che risponde esattamente a questi requisiti: una
silloge appunto, vale a dire - per mio conto - il più alto livello di
creatività che possa essere raggiunto in ambito letterario. Qui c’è tutto:
dalla filosofia alla scienza, dalla ragione all’immaginazione, dal canto alla
riflessione.
Ho
- in apertura - parlato di una forte ispirazione, promossa dalla sua terra e
non solo: si passa dai luoghi dell’infanzia a quelli del dolore, dai paesaggi
fisici a quelli dell’anima con una naturalezza disarmante. Da Infanzia: “Sentivo il tepore degli orti
/ farsi germoglio a sera /. . . . / Non l’ansia del poi / m’era compagna: / solo
il tonfo della pioggia / ostinato alle ringhiere /. . . . / Poi, di nuovo / a
piedi nudi il giorno / aspettavo inarcarsi / d’attese avido, / d’addii avaro. /
Non più sentivo / nel giro dei cieli / il cappio del tempo / stringersi piano.”
(Il tempo non è un cappio al collo se lo si accetta come fanno i bambini, che
vivono l'infanzia senza retro-pensieri e non si curano del passare dei giorni).
Da Memento: “Quaggiù, nelle suture
della storia, / avvinghiati al filo sdrucito del ricordo, / noi esistiamo. /. .
. . / noi qui sotto, da questa profondissima, / inesausta verità, / noi, tralci
di storia, della vostra storia, / noi, qui, sappiatelo, / silentes loquimur.” (Piena
di pathos e davvero intensa questa lirica, che incarna le voci dei martiri
delle foibe). Da Sui colli dell'Umbria:
“[…] I declivi ondosi / dei tuoi fianchi, le trine guardinghe / dei borghi
nella luce tagliente / delle tramontane a sera /. . . . / E il verso d’usignolo
che culla fu / ai miei sonni, tonfo si fa nell’eco / al ricordo […]” (Il canto
della e alla sua terra). Da La casa del
tempo: “[…] scacciare il germe del naufragio / per farne nuova spiga, / questa
è la sfida che ci è data. / Questo è ciò che m’appartiene. […]” (Ma per farlo
non dobbiamo opporci alla fuga dei giorni bensì lasciare che fuggano. Questo
loro succedersi - potremmo dire - è il costo dell'eternità).
Siamo
giunti al termine ma prima di prendere commiato mi urge sottolineare un altro aspetto
di questa poesia, un aspetto formale che, non per questo - come detto -, va
sminuito.
La
costruzione del verso, nella Ambrosini, ha una sua specifica ed originale
struttura che la rende riconoscibile tra gli altri: una nota senz’altro di
merito per un poeta autentico. Molto efficaci, ad esempio, le due scelte
formali dell’incipit di Ruit hora: l'allitterazione
(“in vortici voraci”) prima, e la particolare posizione del verbo, poi (“in questo che s’insinua fiato di memoria”) che
s'intromette (s'insinua appunto) tra l'aggettivo e quel "fiato di
memoria", consentono una più felice e poetica resa dei
significati-significanti.
Ma
è solo un esempio: tutto il libro è connotato dalla musicalità di una scrittura
che fa costantemente uso delle figure retoriche nel suo procedere,
persuadendoci della verità dell’affermazione di Camillo Sbarbaro che riserva ai
poeti, “A noi - scrive - che non abbiamo altra felicità che di
parole”, questa gratificante condizione esistenziale.
Sandro
Angelucci
Grazie a Sandro Angelucci per la bellissima esegesi della mia silloge, magistralmente prefata da Maria Rizzi. Il tutto pubblicato nel Blog del Professor Nazario Pardini. Non avrei potuto sperare di meglio!
RispondiEliminaAngela Ambrosini
Ringrazio la poetessa Angela Ambrosini per il suo intervento e Nazario per la pubblicazione sul suo blog dello scoglio di Léucade.
RispondiEliminaSandro Angelucci