lunedì 24 marzo 2025

Sandro Angelucci legge:" IL TEMPO RAPPRESO. I LUOGHI INTERIORI" ED. CITTA’ DI CASTELLO. 2024. Pp.102. di Angela Ambrosini

 

IL COSTO DELL’ETERNITÀ

 

Ebbene sì, iniziamo dall’ultima delle poesie che compongono la raccolta che, questa sera, abbiamo l’onore e il piacere di presentare, a Roma, nella storica libreria HoraFelix (punto di riferimento, d’incontro e di confronto, degli eventi I.P.la C nella Capitale).

L’Autrice, Angela Ambrosini, ci raggiunge da Città di Castello, facendoci dono di opere molto spesso ispirate dal cuore verde della sua regione, l’Umbria, (tanto prossima - sia geograficamente che spiritualmente - ai paesaggi della città in cui vivo).

Dopo la breve digressione - chiamiamola così - panoramica sui suoi luoghi, vorrei avere dalla Poetessa l’autorizzazione (qualora ciò sia possibile) a leggervi - per esteso - la succitata lirica.

 

Tempus manet

 

Tutto quello che resta della mia vita

è il tempo. Tempo che ramifica nel

tempo, insemina la carne,

infuria negli ipogei della mente,

gli stessi che il giorno lenisce

d’inganni quieti e certi, certi

come la vita che è trascorsa,

come la vita che trascorre.

È il tempo stagione dell’animo

perpetua, nell’effimero gorgo di

azioni e mutamenti, di incontri

e di addii, nostra terra di riporto

a stemperarne le orme salde

e aspre d’infaticabile destriero.

Ma nel volo dei giorni non fugge

né allenta la presa:

sta, spia, insidia, come radice

che da crepacci di abissi aerea rinserri

in fulmineo cappio il piede.

E noi qui, indumenti del destino,

un cambio dopo l’altro a propiziare

nuove finzioni e nuovi clamori

mentre inenarrabile, colpo a colpo,

dai sagrati del cielo,

tempus manet.

 

Il tempo resta, dunque, permane; è “stagione dell’animo perpetua” - scrive la Ambrosini -. Non soltanto, ma è tutto ciò che rimane della sua e della nostra vita.

Interessante, e motivo di riflessione, sarà a questo punto sfogliare il libro a ritroso fino a tornare al testo d’esordio che s’intitola Ruit hora: ossia il tempo che scorre, che incessantemente precipita e ci sfugge. Sarebbe, tuttavia, inesatto e superficiale riscontrare una sorta di contraddittorietà in tutto questo.

In genere, quando si pensa al tempo, ci si riferisce a quello quotidiano, contraddistinto dal succedersi delle ore, dei giorni, delle albe e dei tramonti, perché è, in noi, la necessità di circoscriverlo per definire qualcosa di astratto che, altrimenti, non potremmo concepire. È, però, una visione parziale, un’idea - quella che ci facciamo - non esaustiva e sufficiente ad abbracciare un concetto tanto inafferrabile e sconfinato. Ciononostante, la nostra finitudine non sembra spingersi oltre, a meno che non si faccia ricorso ad una particolare intuizione.

È quello che è accaduto alla nostra Poetessa, la quale non si è accontentata dell’opinione comune: l’ha fatta sua, ma scavando dentro di sé ha avuto delle risposte che nessun elemento di tipo razionale avrebbe mai potuto fornirle.

“[…] Ci si può librare in dimensione atemporale, scegliere la metafora, la similitudine, l’allegoria, per posare con levità le urgenze del vivere e nascere nuovi […]” - afferma Maria Rizzi nel corpo della sua raffinata e sapiente prefazione -, ci si può liberare dalle costrizioni, dalle gabbie della vita ordinaria - ribadisco -.

Questa introspezione alla ricerca di una categoria temporale intima ed interiore ha permesso all’Autrice di mettersi in comunicazione con noi, con il nostro alter ego, nell’unico modo possibile: affidando cioè ai versi, alla lingua della parola poetica il delicato compito di esprimere l’inesprimibile.

Dalla lirica d’apertura, l’incipit: “Non voglio sapere del suadente / dissolversi del tempo / in vortici voraci.”, e la chiusa: “Non voglio sapere del suadente / dissolversi del tempo / se è il tempo a sospingermi / ancora oltre i solchi del tempo.”. Nel mezzo, “qualcosa di persistente e vero” (per dirla con lei) risale dalla memoria, ma non sono ricordi nostalgici, che il passato ha ormai seppellito, tutt’altro: sono “soffio d’infinito”, dal quale adesso, qui, nel presente, si sente investita.

Ecco allora che gli stati in cui abbiamo rinchiuso il tempo (passato, presente e futuro) riacquistano la loro libertà assoluta: il passato, più che di trasportare immagini sbiadite, si preoccupa  che le stesse ci giungano più vive che mai; il presente torna ad essere il tempo di Dio (come giustamente viene definito) perché - sostiene Hobbes nell’esergo voluto in testa all’opera - l’eternità è un momento del presente. Infine il futuro, che non è più la proiezione dei desideri, troppo spesso utopici, in un domani non ancora esistente ma volo dell’immaginazione che supera la realtà delle cose.

E’ la stessa Ambrosini a cantarlo: da Amor fati: “Non mi basta la certezza dell’oggi / né il senso di ieri, neppure, / se l’avessi, la fiducia nel domani. / Spiegami il tempo, spiegami la sua linea / curvarsi insonne per riannodare / i passi nella spirale di sempre. / Spiegami la memoria trasudare / oltre i confini dell’io / per attingere a un pozzo / d’ombre e di specchi / infiniti.”.

Si è finora disquisito dei contenuti, del tema portante della raccolta, che dimostra, senza dubbi, la sua natura sillogistica in quanto non florilegio ma vera e propria scelta di testi strettamente inerenti la ricerca poetica messa in atto dalla scrittrice. Non bisogna dimenticare, però, che la poesia è una particolare forma di scrittura, l’unica in grado di esprimersi sia attraverso i significanti che i significati, l’unica in cui la forma è anche sostanza.

Perché queste considerazioni? Ma perché Il tempo rappreso è un libro che risponde esattamente a questi requisiti: una silloge appunto, vale a dire - per mio conto - il più alto livello di creatività che possa essere raggiunto in ambito letterario. Qui c’è tutto: dalla filosofia alla scienza, dalla ragione all’immaginazione, dal canto alla riflessione.

Ho - in apertura - parlato di una forte ispirazione, promossa dalla sua terra e non solo: si passa dai luoghi dell’infanzia a quelli del dolore, dai paesaggi fisici a quelli dell’anima con una naturalezza disarmante. Da Infanzia: “Sentivo il tepore degli orti / farsi germoglio a sera /. . . . / Non l’ansia del poi / m’era compagna: / solo il tonfo della pioggia / ostinato alle ringhiere /. . . . / Poi, di nuovo / a piedi nudi il giorno / aspettavo inarcarsi / d’attese avido, / d’addii avaro. / Non più sentivo / nel giro dei cieli / il cappio del tempo / stringersi piano.” (Il tempo non è un cappio al collo se lo si accetta come fanno i bambini, che vivono l'infanzia senza retro-pensieri e non si curano del passare dei giorni). Da Memento: “Quaggiù, nelle suture della storia, / avvinghiati al filo sdrucito del ricordo, / noi esistiamo. /. . . . / noi qui sotto, da questa profondissima, / inesausta verità, / noi, tralci di storia, della vostra storia, / noi, qui, sappiatelo, / silentes loquimur.” (Piena di pathos e davvero intensa questa lirica, che incarna le voci dei martiri delle foibe). Da Sui colli dell'Umbria: “[…] I declivi ondosi / dei tuoi fianchi, le trine guardinghe / dei borghi nella luce tagliente / delle tramontane a sera /. . . . / E il verso d’usignolo che culla fu / ai miei sonni, tonfo si fa nell’eco / al ricordo […]” (Il canto della e alla sua terra). Da La casa del tempo: “[…] scacciare il germe del naufragio / per farne nuova spiga, / questa è la sfida che ci è data. / Questo è ciò che m’appartiene. […]” (Ma per farlo non dobbiamo opporci alla fuga dei giorni bensì lasciare che fuggano. Questo loro succedersi - potremmo dire - è il costo dell'eternità).

Siamo giunti al termine ma prima di prendere commiato mi urge sottolineare un altro aspetto di questa poesia, un aspetto formale che, non per questo - come detto -, va sminuito.

La costruzione del verso, nella Ambrosini, ha una sua specifica ed originale struttura che la rende riconoscibile tra gli altri: una nota senz’altro di merito per un poeta autentico. Molto efficaci, ad esempio, le due scelte formali dell’incipit di Ruit hora: l'allitterazione (“in vortici voraci”) prima, e la particolare posizione del verbo, poi (“in questo che s’insinua fiato di memoria”) che s'intromette (s'insinua appunto) tra l'aggettivo e quel "fiato di memoria", consentono una più felice e poetica resa dei significati-significanti.

Ma è solo un esempio: tutto il libro è connotato dalla musicalità di una scrittura che fa costantemente uso delle figure retoriche nel suo procedere, persuadendoci della verità dell’affermazione di Camillo Sbarbaro che riserva ai poeti, “A noi - scrive - che non abbiamo altra felicità che di parole”, questa gratificante condizione esistenziale.

 

 

 

 

Sandro Angelucci

 

 

 

 ANGELA AMBROSINI. IL TEMPO RAPPRESO. I LUOGHI INTERIORI ED. CITTA’ DI CASTELLO. 2024. Pp.102.

2 commenti:

  1. Grazie a Sandro Angelucci per la bellissima esegesi della mia silloge, magistralmente prefata da Maria Rizzi. Il tutto pubblicato nel Blog del Professor Nazario Pardini. Non avrei potuto sperare di meglio!
    Angela Ambrosini

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  2. Ringrazio la poetessa Angela Ambrosini per il suo intervento e Nazario per la pubblicazione sul suo blog dello scoglio di Léucade.
    Sandro Angelucci

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