Recensione su Giannicola
Ceccarossi
ED E’ ANCORA COSI’ LONTANO IL
CIELO
di Giannicola Ceccarossi, Ibiskos Editrice di
A. Ulivieri – 2012
di Umberto Vicaretti
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In un topos indistinto e arcano,
in un tempo che sancisce il passaggio e il distacco, si dipanano parole e
istanti sorprendentemente “altri” e trasfigurati, a corollario di un viaggio
che sta per concludersi.
Con questa silloge stupendamente
luminosa e liricamente alta, Giannicola Ceccarossi prova a scandire i tempi e le modalità
dell’approdo, al termine di una traversata di cui non sono note le coordinate
della destinazione né, tantomeno, quelle della nuova dimensione dell’esistere.
Che sia un “altrove” indefinito o un metafisico cielo poco importa: conta la
certezza (la speranza?...) che nell’ “oltre” non ci sarà che luce, mentre della
vita trascorsa “poco ci sarà da
raccontare / immagini e palpiti / si smarriscono negli spigoli della falce” (XVII); e a predominare sono “una luna spaventata / … / alberi impazziti
e illusioni / … / E sarà il buio / a colmare di rugiada / i fiori bianchi del
mattino” (I).
Prende così avvio una schermaglia
giocata in punta di fioretto, in un’atmosfera che evoca, come acutamente
osserva Antonio Bonchino nella sua dotta prefazione, echi e rimandi danteschi
(la “bambina dalle trecce d’oro”,
giovanissima e premurosa Beatrice) e
agostiniani (la ricerca di sé stessi e le ineludibili problematiche
esistenziali). Ma a ben vedere sono anche presenti, nella silloge di
Ceccarossi, rimandi a Cartesio e a Kant, e perfino ad Aristotele e a Platone.
Ma ciò che caratterizza Ed è ancora così lontano il cielo è,
soprattutto, la pascaliana “scommessa” tra le ragioni del cuore e l’insondabile
mistero dell’esistere, mistero che rischia di farci precipitare nell’abbandono
e nello sconforto: “Pietre nel cuore /
paura / E il melograno / inginocchiato sull’erba / Ora la bruma si confonde / e
le speranze non bastano / a tracimare i sogni” (II). Eppure, nonostante
le notti popolate da “platani insonni”,
le ragioni del cuore inducono il poeta a puntare sull’avvento della luce,
perché “oggi i pianeti lasciano un
brivido di sole / che scalda gli affanni / … / Allora attendo / che un segno mi
porti a quei mattini / che ora sanno tanto di tenebra” (III).
Ma è una battaglia dall’esito
incerto (d’altronde si tratta, appunto, di una scommessa), dal momento che
sulla speranza della luce incombono le ombre e aleggia lacerante il dubbio: “Se gli angeli perderanno le ali / … / non
sarà l’addio delle foglie a sorprendermi / né volerò con gli uccelli”, mentre “nulla più ricorderemo / E non ti troverò” (IV).
Si tratta di una battaglia
altalenante, in cui si avvicendano l’ombra e la luce; il nulla e la rinascenza;
un mai evocato (ma intuibile e inquietante) “orror vacui”, e la fede, testarda,
nelle ragioni del cuore: “Non so quando
sarò oltre / E non mi spaventa / …/ Ora sono pronto / a girare in tondo / Da
dove ogni cosa ebbe inizio” (XI).
E, così come Pascal, anche il
poeta punta tutte le sue fiches in quest’ultima mano del gioco; e così come
Pascal, egli sa benissimo di non rischiare alcunché, perché in questa scommessa
estrema, come ci insegna il geniale teorico dell’esprit de finesse, se si perde non si perde nulla, ma se si vince
si vince tutto. Ed è per questo che il poeta, in vista dell’approdo, può
cantare: “…sarò leggero come lo zefiro /
e il mio sguardo ti invocherà” (XII).
Ci chiediamo chi sia mai ad
impersonare il “tu” al quale Ceccarossi
si rivolge: sarà forse la donna amata, o il “tu” impersonale che spesso fa da
sponda ai soliloqui dei poeti? O si tratta forse di un “oltre” indecifrabile,
al di là di “quella porta / che mi
conduca dove tutto è pace / dove non c’è più memoria” (IX), e dove, quindi, non
c’è più né buio, né dolore?...
Oppure ancora si tratta, più
semplicemente, del Logos, del Signore stesso della Luce?
E’ quest’ultima, c’è da giurarci,
la chiave di lettura dell’intera silloge. Corrono distanze siderali e
incolmabili tra lo straniante e irrimediabile “E non ti troverò” (IV) che sopravviene nei momenti
dello sconforto, e la salvifica e umanissima preghiera con cui il poeta si
appresta a “girare in tondo” (XI).
L’invocazione è un grido sospeso sul baratro: “Ricorda / Non lasciarmi solo / con le ombre senza più memoria” (XII).
Se, dunque, in Leopardi il
“nulla” è “eterno” e rappresenta una irrimediabile certezza ontologica e
cosmica, in Ceccarossi il nulla rappresenta una condizione contingente e
temporanea, conseguenza del limite e della finitezza dell’uomo, tutta interna
alla sua dimensione di creatura fragile e imperfetta. Ma “oltre” la condizione
umana c’è (e il poeta ne è certo) un’altra dimensione, e c’è un “Tu”, sia pure
dal profilo ancora indecifrabile, che è pura sostanza, perfetta corrispondenza
d’amore.
Ed eccoci al momento del
passaggio. Il viaggio è stato lungo e faticoso, ma finalmente “L’attesa è finita / Siamo oltre / Non c’è
dolore / C’è pace” (XXI). In un’atmosfera rarefatta e arcana, lo
spirito del poeta “vibra / con altre sembianze” (XXI), mentre “mi porge la mano / … / una bambina dalle
trecce d’oro” (XXIII), che “mi spinge / - sorridendo - / in un nembo di
luce / E mi perdo” (XXVII).
Il percorso si compie, le ombre
si diradano, resta un ultimo tratto da percorrere. C’è da recidere ancora
l’esile filo che divide il poeta dagli “ultimi
volti / gli abbracci e i tremori” (XXVI). Momento terribile e sublime
che segna un nuovo inizio: “Sono nella
luce / La bambina dalle trecce d’oro / mi parla / Sente la mia pena / e la mia
smania / Mi rivolgo a lei / “Non stringermi la mano / Voglio andare da solo /
verso la luce” (XXIX).
Il lettore avrà notato che anche
la cifra stilistica e metrica, gli stessi canoni poetici, hanno assunto forma e
andamento del tutto adeguati alla particolarità ed eccezionalità della tematica,
per tenere alto e incondizionato il profilo lirico e sentimentale del poièin.
Nel conclusivo redde rationem,
poche, nude, nettissime parole tracciano un consuntivo scarno ed essenziale.
L’anima è sola davanti al Tu spesso invocato: “Perdonami / Ho poco da perdonarti
/ Ho sbagliato / Come tanti altri /
Ti ho sempre cercato / e mai trovato / Ora
sono qui / vicino a te” (XXX).
Il consuntivo non dà conto delle
singole voci, né fa riferimento alle poste del dare e dell’avere. Nel saldo
finale non c’è disavanzo, non ci sono debiti. C’è solo pace e luce.
La scommessa è vinta.
Roma, 7 marzo 2012 Umberto
Vicaretti
La sensibilità, la preparazione e l'acutezza critica di Umberto Vicaretti gli consente di penetrare in profondità nella bellissima silloge di Giannicola Ceccarossi, di individuarne gli elementi fondanti, cogliendone -da lettore attento- le relazioni che sublimano questo iter salvificum che s'intitola "Ed è ancora così lontano il cielo".
RispondiEliminaUn bravo di cuore a Giannicola e a Umberto!
Pasquale Balestriere