martedì 2 febbraio 2016

SANDRO ANGELUCCI SU "L'ATTESA INFINITA" DI MARIA GRAZIA DI MARIO

PRESENTAZIONE  L’ATTESA INFINITA
DI MARIA GRAZIA DI MARIO

DI SANDRO ANGELUCCI COLLABORATORE DI LEUCADE


       “Ho avuto un padre bambino / o mondo / di grandi! / Io figlia bambina / per un padre bambino.”.
       Basterebbe questo incipit per rendersi conto di un legame affettivo che travalica il già possente rapporto genitore-figlio; lo supera, lo sopravanza in virtù di una forza che, paradossalmente, sembrerebbe annullarlo e, invece, lo esalta, lo rinsalda, al punto di renderlo libero da ogni condizionamento di tipo sociale; per non dire – peggio – di carattere moralistico.
       Maria Grazia e Angelo sono – in queste pagine – semplicemente due creature (così mi piace definirle) prima ancora di essere padre e figlia; due anime che giocavano “con le albe. . . / e con i tramonti”; che si prendevano per mano per danzare in girotondo; che, “sedut(e) al sole”, (contemporaneamente vicine e lontane) raccoglievano stelle “per le (loro) serate d’eterno”.
       Presagio, precognizione di una vita altra – non di un’altra vita –; che prosegue il suo misterioso cammino sulla Terra o in qualunque altro posto dell’Universo.
       Se si torna indietro di una sola pagina, la chiusa di Giorni evaporati sarà molto eloquente al riguardo: “Bambino padre / compagno di giochi / sul letto di morte / sono fuggita lontano.”.
       Non è straordinario?
       Mentre Angelo scompare, a fuggire è lei, Maria Grazia. E la cosa ancora più incredibile è che tutto – nello stesso tempo – risponde a verità concreta e indefinita.
       Mi spiego: sul piano fisico, strettamente materiale, ci troviamo di fronte ad un rovesciamento; ma anche dal punto di vista spirituale sembrerebbe così, perché ad allontanarsi ci si aspetterebbe che fosse chi lascia le proprie spoglie mortali.
       Cosa succede, invece: che chi resta scappa. Non per perdersi, però, al contrario, per ritrovarsi, per giungere in tempo ad un appuntamento segreto, del quale soltanto un altro bambino è a conoscenza.
       S’incontreranno lì, in un luogo inesistente per gli altri ma – per loro – più certo, più vero di qualunque realtà. Eccone la descrizione: “Mio padre mi chiamò / ai piedi del monte / . . . . / Dove sei chiesi? / Con mani di diamante / sembri / levigare il vento! / Sono qui / . . . . / in quest’ansa dello spazio-tempo ad aspettare / prima di andare / vorrei vedere . . . / . . . . / le lune strisciare nella notte / . . . . / in faccia al paese antico.”.
       Il posto, dunque, c’è. Ma, per renderlo maggiormente tangibile, sarà bene aprire una piccola parentesi: si chiama Vallecupola – borgo che diede i natali ad Angelo Di Mario –. E l’ansa dello spazio-tempo è sempre là, “ai piedi del monte”, in una valle montana dove solo la voce del vento rispetta e risparmia il silenzio.
       Maria Grazia ha fatto della casa paterna una biblioteca, dove sono raccolti tutti i libri del padre, le sue sculture, la sua corrispondenza ed i suoi trattati d’intellettuale, poeta ed artista d’elevatissimo spessore.
       La digressione – oltre a darvi un’idea dei luoghi e delle persone – tornerà utile per calarsi nel vivo ed entrare nello spirito delle venti poesie qui riunite sotto il titolo de L’attesa infinita.
       Quando si parla di aspettativa si sottintende una speranza, un desiderio che, in qualche modo, si vuole vedere realizzato.
       Ma, nel nostro caso, l’anelito è infinito: c’è, allora, da dare una connotazione all’aggettivo, che variamente potrebbe essere interpretato.
       Lo si può intendere in senso negativo: vale a dire, sogno destinato a rimanere tale o, positivamente, come eterna aspirazione ad un incontro che sicuramente avverrà.
       Comunque sia, nessuna delle due spiegazioni si addice ai versi dall’Autrice dedicati al padre. Nessuna, perché ce n’è una terza, che solo la poesia può rivelare.
       In Menzogna ( pag. 45, per chi dovesse già avere il libro): “Ti ho perso / nel verde di una sera / smeraldo di sangue / appoggiato al giorno.” e, poco più avanti, il ritornello che si ripete con due variazioni:  “Ti ho perso / nel verde di una sera / mio smeraldo di sangue / fuggito al giorno.”. Variabili che interagiscono con i significanti.
       E sono proprio quel “mio” e quel “fuggito” a fornirci la terza soluzione.
       Ricordate? A fuggire era Maria Grazia, davanti al letto di morte di Angelo; ora, è lui il latitante ma, adesso, non prima, la figlia lo sente pienamente suo.
       Come mai? È intervenuta un’altra forma di coscienza: non quella razionale, che spinge – sembrerà strano – ad immaginare, ma quella che opera in una dimensione spirituale, intuitivamente capace d’elevare il dolore ad uno stadio in cui la catarsi sia davvero liberatoria.
       Soltanto a quel livello “petali di primavera / ubriachi di sole” potranno raccontare di un padre serenamente partito per un incontro futuro, per un appuntamento, in vita, sognato, intensamente voluto ed infine creato.

                                                                                  Sandro Angelucci


                     

5 commenti:

  1. Ho avuto il privilegio di moderare quest'evento di altissimo spessore e di ascoltare la relazione di Sandro, che ha centrato tutti i punti della Silloge. Il testo, di straordinaria bellezza, coglie l'essenza del rapporto padre - figlia, non inteso nel senso freudiano del complesso di Elettra, ma in qualcosa che va oltre l'intimo, il quotidiano... In un trovarsi oltre e per sempre! Ringrazio Maria Grazia per aver superato la propria fisiologica ritrosia e averci fatto tanto dono; ringrazio Sandro e Luca per le loro brillanti recensioni e i due attori, Loredana D'Alfonso e Fabrizio Rendina, per aver reso le liriche delle pièce teatrali.
    Maria Rizzi

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  2. Ero anch'io presente all'evento. Conoscevo Maria Grazia Di Mario sotto altre vesti: quelle di grintosa promotrice di iniziative che stanno portando Valle Cupola, scrigno di magiche voci e culla di segrete sapienze naturali, al centro di un rinnovato interesse culturale per la natura. L'ho scoperta vibrante poetessa grazie alla lettura magistrale che dei suoi versi ha fatto Sandro Angelucci (unitamente a quella di Luca Giordano, per non parlare della superba interpretazione teatrale di Fabrizio Rendina coadiuvato da Loredana D'Alfonso). Le poesie della Di Mario scuotono per un impianto metafisico molto particolare, parlando del suo incontro con Angelo, il padre scomparso, e fa bene il suo recensore a evidenziare l'anelito profondamente spirituale di questo dialogo. Quello che in particolare mi ha colpito (sottolineato del resto da Fabrizio Rendina), è il ritratto di una condizione umana sospesa e perennemente in bilico tra un qui e un altrove, tra realtà e mistero, profondamente connessi e amalgamati. Brillante, come al solito, e al tempo stesso sobria, la conduzione di Maria Rizzi.
    Franco Campegiani

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  3. Purtroppo non ero presente all’evento e non ho ancora avuto il piacere di leggere la silloge
    “ L’attesa infinita” di Maria Grazia Di Mario ma anche solo scorrendo la relazione di Sandro Angelucci, mi sembra siamo di fronte a due livelli sovrapposti di poesia.
    E’ poesia la narrazione che Sandro riesce a creare attorno al rapporto privilegiato, affettivo nel quotidiano ma soprannaturale nell’essenza, tra le due creature (come si potrebbero definire diversamente due persone che raccoglievano stelle “per le serate d’eterno”?) in questione.
    Sembra appartenere a una dimensione fiabesca, l’appuntamento segreto tra i due “bambini” nel luogo da sempre pensato, dove “solo la voce del vento rispetta e risparmia il silenzio”, canta Angelucci, invogliando il lettore a conoscere l’intera silloge di Maria Grazia Di Mario che anche soltanto dai pochi versi citati, promette di stupire per l’intensità emotiva e la bellezza delle immagini che ci dona del suo “ bambino padre/compagno di giochi” nell’eterno gioco della vita sempre in bilico tra il doloroso perdersi e il sicuro ritrovarsi.
    Grazie a entrambi per questo dono.

    Annalisa Rodeghiero

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  5. Maria Grazia Di Mario10 marzo 2016 06:28

    Sandro mi ha 'donato una stupenda recensione' che coglie fortemente il messaggio del libro attraverso una decodificazione del sentimento e insieme dei contenuti. La sua recensione può aprire addirittura lo spazio a nuovi scenari poetici. L'immagine di questo questo piccolo borgo (Vallecupola) dove, guidati da una realtà altra, ci si può ancora incontrare in un gioco infinito, è un messaggio di speranza. Ringrazio Sandro, ringrazio la bravissima ed affettuosa Maria Rizzi, saluto con affetto il pubblico presente, molto attento, le tante persone che mi hanno ringraziato per aver loro indicato una via percorribile al superamento della scomparsa di persone care. Infine sono orgogliosa di essere presente su questo blog letterario di indiscussa qualità!

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