mercoledì 1 febbraio 2017

N. PARDINI: LETTURA DI "SULLA SOGLIA DELLA TRASPARENZA" DI SILVIA VENUTI


Silvia Venuti. Sulla soglia della trasparenza. Interlinea Edizioni. Novara. 2016. Pgg. 128

Dall’attesa di un’alba al mistero del vivere

Mi piace iniziare questa mia esegesi aiutandomi con il riferimento ad uno scritto che già avevo avuto occasione di stilare sulla poesia della Venuti:
“… E il tutto si snocciola su un piano metaforico unisono e compatto, delicato e morbido,  disposto ad aiutare e a invigorire il significato del poièin con un significante tecnico-figurato di spessore. E d’altronde se la Nostra riesce ad avere nel cuore una  mimosa piena di vento, o se riesce a pensare a un vento alto nei rami a portare in alto pensieri e sentimenti, o se riesce a vedere montagne che si vestono d’alba, o tristezze  mute che si appoggiano sui colori e al suolo, è segno evidente che sa fare della parola un congegno talmente duttile, flessibile, ed anche ultra/sintattico, da raggiungere le vette brillanti verso cui si proietta il pensiero.  E non sempre, come sappiamo, la parola è sufficiente a rivestire gli intenti emozionali  che tendono a sradicarsi dalla caducità degli autunni…”
Riportare questo lacerto significa tracciare quella continuità emotivo-strutturale che alimenta il canto della Nostra: una ricerca attenta e scrupolosa  in una simbiotica combinazione con parvenze a cui affida tutta se stessa per una verità che sa cogliere nella natura, nei sui lampi di luce, nei suoi travagli simbolici, ma soprattutto nelle voci allegoriche che tanto sanno di vita:

Ogni risveglio
è alba del mondo.
Nella dimensione del silenzio
l’allodola
canta il Vero. (Pg. 17).

Un silenzio meditativo, un raccoglimento esistenziale, e un abbraccio alla Bellezza come ad mundi verum. Ogni alba è una rinascita, una catarsi, una epifanica soluzione, e di questo Silvia Venuti è cosciente, come è cosciente del prezioso linguaggio che Pan affida al canto di un’allodola. Basta saper leggere e non soffermarci alle semplici apparenze. E’ indispensabile trarre dai simboli le astrazioni di ciò che ci sta attorno. Ogni lume, ogni, colle, ogni fiore, ogni scaglia di mare, o corso di fiume è un trionfo. Leggere in queste fulgide apparizioni i nostri sentimenti significa scoprire quella parte di noi che ci è nascosta. E’ in questa poesia incipitaria che già ci vengono incontro quelli che sono gli input emotivi del percorso poematico della Poetessa; gli scarti semantici per dare corpo al suo sentire; per concretizzarlo  in involucri di reale consistenza. Il suo linguismo, il suo spartito metrico, la sua forza stilistica, allusiva, etimo-creativa, non è altro che una richiesta alla natura di colori e forme per la sua realizzazione. Parlare di esistenzialismo panico significa assegnare la collocazione giusta a questo canto; ad uno spartito vòlto a dire della storia di una vita: l’amore, le memorie, la solitudine, la tristezza, il malum vitae, il mistero, la precarietà del tempo, la contemplazione e la fuga verso mondi che tanto sanno di quietezza e di edenico riposo onirico; di un naturismo pieno, illuminante e oggettivante: una luce che illumina il mondo di fiori e di bambini, un tripudio di amore, che ogni giorno ci investe con la sua grazia e che dà vita e combatte contro la morte:

La luce avanza lentamente
e lievemente assorbe oscurità.
In fedeltà d’ore s’offre il mattino,
il sole sorge a illuminare la vita.
Alimenta il momndo
questo amore divino e quotidiano
sì che non perisca l’uomo,
l’umanità intera.
Purifica, questa luce,
fa germogliare bambini e fiori. (Pag. 18),

per tutte le meraviglie della natura che contraddicono la notte;  quasi un canto francescano, direi, ispirato alla bellezza dell’universo, dove capinere, passeri, merli, celebrano la nascita, cinguettando garruli all’avvento del Supremo; della sua voce concretizzata nell’aria tersa, nelle montagne che si fanno più vicine:

All’ora prima,
nitida l’edera
proietta la sua ombra
e le montagne
si fanno più vicine.
Nell’aria tersa
anime alate, cince,
capinere, passeri, merli,
celebrano la vita. (Pg. 19).

Una frustata  di suoni e di colori; una festa di incanti e di sorprese, sempre nuovi, una vivida coscienza di esser-ci,  presente, hic  et nunc nel creato.
E’ un breve e intenso Giorno di memoria pariniana quello in cui si diluisce l’amplesso esistenziale della Venuti: LE ORE DEL MATTINO, NEL TEMPO POMERIDIANO, AL VESPERO: Tempora diei; De natura lucreziano, respiro elegiaco di virgiliano incanto.
Nella seconda parte si continua questa simbiotica fusione fra anima e visività dell’essere: la gioia dell’ombra delle foglie, la gioia di vivere, l’immagine che si azzurra e si eterna, il perfetto equilibrio di contrapposizioni fra il pieno e il vuoto, il profumo del passato, il ricordo come dono, come rivisitazione di antiche primavere, mito e realtà indissolubilmente in pace, l’incoerenza che pretende coerenza, il mistero di un destino che definisce dedizioni, incontri, i segreti dell’ora tarda. Il tutto in un lirismo dolce e accattivante, intriso di una purezza sapida di pino, di selva dove i richiami si fanno lontani: la vita che scorre coi suoi misteri; con tutti quegli interrogativi difficilmente risolvibili; ma qui c’è l’eleganza e lo stupore, l’ottimismo vitale di un essere che ama ed è amato; di un essere che ringrazia l’azzurro per avere avuto il dono di esistere, anche se cosciente dell’avvento di un vespero e di una sera. Un viaggio di plurima metaforicità che ci è vicino per la sua universale ed oggettiva traversata; per una navigazione su un mare non sempre favorevole come la vita ma con una barca che regge le tempeste e sa sempre riprendere il via con ungarettiano spirito. Fino ad approdare ad isole di pace e serenità, di quietezza ed inquietudine in un vespero magico di colori, di promesse, di destini:

(…)
Ho la sensazione vera
che si sia compiuto,
un destino, un viaggio,
una promessa,
come avessi superato
l’ultima prova. (Pg. 100).

 Ad isole che nascondono nella loro bruma la geografia dell’essere e dell’esistere; della luce:

La nebbia
lievitando
prepara  nel mistero
un’altra alba (pg 117),

o il ruolo del nostro  cammino sempre stupito di fronte ad albe fiorite  nelle maglie del mistero nel tentativo vano di sciogliere quel nodo che ci esclude dal tutto:

Si prova e riprova
per sciogliere quel nodo
della vita che ci esclude
da felice pienezza.
Intanto si vive davvero,
dando il meglio di sé. (Pg. 116).

Nazario Pardini

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