venerdì 1 luglio 2011

Prefazione a "Oltre le nebbie del quotidiano" di Giovanni Tavcar

Prefazione
a
Oltre le nebbie del quotidiano, Il Portone/Letteraria, Pisa 2002. Pp.84 
ddi
Giovanni Tavcar

Per Giovanni Tav
čar com’è dolce morire / d’eternità
danzando su invisibili fili
Fin dalle prime battute appare chiara la maturazione artistica dell’autore che attraverso metafore originali e incisive gioca con grande abilità versificatoria sui grandi quesiti dell’esistere. E le tendine del tempo, il ruscello del vivere, saltellante freschezza, le pareti dell’allenata memoria, i circuiti ossidati del cuore sono tanti momenti di «un’ansia cosmica» che vive vibrante fino dai primi versi. Mi rifaccio proprio alla profonda indagine di una lettera di Tomizza sul Nostro. A proposito, in «Arte e Cultura» del luglio 2001, si legge: «il centro della lettera va ricercato nell’indicazione di "un’ansia cosmica", intesa come tema dominante della poesia di Tav
car, o come un’originale orchestrazione dell’universo».
La mia appartenenza / alla vita
– scrive il poeta chiudendo la prima lirica – è ormai un vacuo gioco / con sempre meno varianti (Vacuo gioco). Tanti aggettivi a potenziare quel senso di caducità che accompagna la logorante inquietudine esistenziale. Cosa resta? Voci sbiadite a risuonare flebili nei circuiti ossidati del cuore.
La corposa silloge di Giovanni Tav
čar si distende su un percorso poetico in cui il passato, sedimentato nell’anima, torna a farsi presente con immagini cariche di patema e sentimento nostalgico. Una volta / erano i sogni / a illuminare / la velata tristezza / dei giorni. / […] / Ora / nulla più resta / a dissipare / la nebbia / che preme densa / sulle distese / della mia / esangue attesa (Esangue attesa). Il tracciato intimistico e descrittivo, ondulatorio tra memoriale e presente, è tutto teso alla ricerca di una verità che da sempre inquieta il fatto di esistere. La vita è fatta / di piccole gocce amare / che il tempo / raccoglie / in minuscole e grezze / ampolle scrostate (Piccole gocce amare).
Come introduce Graziella Parra nella bella plaquette Quel poco che ancora avanza, vincitrice del Premio Letterario Il Portone 2002, «L’anima del poeta è un vascello leggero, che naviga oltre "i pilastri del tempo" sballottato da continue tempeste alla ricerca della Luce, simbolo di una felicità che sia appagamento del corpo e dello spirito». Il percorso, distribuito su una tessitura di versi brevi e incisivi, si snoda su un pentagramma dove versificazione e contenuto si compenetrano con costrutti significanti per concretizzare le immagini. E la sensazione di solitudine e di stanchezza esistenziale è tutta in quel liso brandello / di vela / che il sole / e il vento / hanno lentamente / stinto / e consumato (Liso brandello).
Sono le immagini a parlare per il poeta, le figure esterne, i corpi, i fenomeni naturali che costituiscono un serbatoio a cui attingere per dare vita con un registro allegorico a riflessioni e meditazioni sul correre del tempo e i perché dell’esistere. E nebbiose spirali, sterili onde, una strada polverosa, arcobaleni di luce, imbarcazioni alla deriva non sono altro che i tanti momenti interiori oggettivati in raffigurazioni per dare ancora più valore icastico alle vibrazioni dell’anima. Perse creature, / lanciano / nel buio più profondo / le nostre deliranti / preghiere, / che lasciano indifferente / il gravido gonfiore / del cielo (Tutto è un groviglio). L’ordito poetico si distende su un tessuto in cui versi più ampi si alternano a misure brevi e concise di appena due tre sillabe. È così che si impennano con significati etimo-fonici i termini come lanciamo, preghiere, del cielo per la loro essenzialità nei confronti delle misure che li precedono.
Ma il motivo principale, il tema conduttore dell’intera raccolta è un profondo senso di malinconia, di spleen, di angoscia che deriva dall’inadeguatezza delle ristrettezze del viatico umano a confronto delle aspirazioni all’assoluto, all’eterno, all’infinito. Spleen e male di esistere e di essere per l’impossibilità di carpire il senso di quell’anello mancante utile ad aprire le soglie al grande senso. Tutto allora / si fa minaccioso / e la tristezza spalma / strati di denso grigiore / sull’anima impallidita (Denso grigiore). Tutto ciò / che un giorno / pareva luminoso e gaio / giace ora avvolto / in nebbiose / e dense spirali. E la poesia di Giovanni Tav
čar, quasi in uno scorrere narrativo per la magistrale operazione di enjambements, si apre e si prolunga in un unico afflato espressivo, senza interruzioni, per dirci degli affanni e delle desolazioni, per predisporre l’anima alle purezze dell’infinito. Bisogna prima / saziarsi / di avvinghianti / desolazioni, / di nauseanti / e putride / macerazioni, / per poter / impunemente / desiderare / le scroscianti / purezze / dell’infinito (Scroscianti purezze).
C’è anche in Tav
čar un profondo amore per la natura, una grande voglia di simbiosi, di amalgama con la solitudine e la sua idilliaca serenità per sottrarsi alla trama sottile del quotidiano. La trama sottile / del quotidiano / ci avvolge / e ci avvilisce (La trama sottile). Rimane la sola natura, / con la sua / riposante dolcezza, / a lenire / il mio bruciante desiderio / di ritorni / senza speranza (Ritorno). Cerchiamo di cogliere / gli ultimi bagliori della natura / che si prepara a morire. / Riempiamoci i sensi / della purezza del cielo, / dei richiami che provengono / dai prati e dai boschi, / dei colori che s’addensano / nelle bacche e nei frutti, / dei profumi che impastano / la carezza dell’aria. / […] / Vorrei rimanere così, / teneramente sdraiato al tuo fianco, / creatura intessuta / di sorrisi e di barbagli, sognando un mondo senza fine / e senza età (Riposiamoci qui). Forse è questa serenità panica che porta l’oblio dello scorrere implacabile del tempo, del fardello incalzante dei ricordi che colpiscono e penetrano senza pietà fino a scardinare l’anima. Vivere oltre le nebbie / del quotidiano, / nella tersità dei cieli / senza confini / sulle ali leggere / di un’ovattata pienezza, / dimentico degli errori / del passato / indifferente a ogni / ruolo futuro (Seduzione).
Ed è la memoria altro motivo dominante dell’opera con tutte le immagini che tornano implacabili con la loro corporeità in un senso d’armonia soggettiva e cosmica come rifugio a vincere i nodi esistenziali. Sul sentiero antico / cosparso di profumi di / giovinezza, / sopravvivono i ricordi / di fresche voci argentate, / di volti luminosi, / di vividi ardori pulsanti. / Tutto s’addensa / nello scrigno vellutato / del cuore: / luci, voci, colori. / Ogni giorno racconta / del suo dolce, / gorgogliante fluire, / nell’immensità / del canto universale (Intuizione). Come è dolce morire / d’eternità, / danzando / su invisibili fili (Com’è dolce). Maturerà allora il magico tempo / delle avventure / e l’anima, rinfrancata, / salperà verso i lontani lidi / della giovinezza, verso le gorgoglianti fonti / della spensieratezza. / Respirando il profumo / delle memorie, / un’aura cosmica rivestirà / la nostra debole essenza / di un pulviscolo luminescente. / Una brama d’infinito / tremolerà / nel cuore illanguidito, / illuminando le solide e calde / banchine d’approdo (Il profumo delle memorie).
Ma anche la memoria nella sua labiltà, la memoria colpita irrimediabilmente dal tempo che la vince e la assottiglia è altro motivo a creare un senso di caducità della stagione umana. Sfumano / le ore / con passo / impercettibile / e lieve, / lasciando / dietro di sé / scie / di sottili / armonie (Tramonto). In tanti anni / non ho ancora imparato / a difendermi / dalle improvvise pugnalate / della memoria. / Pericolosi fendenti / che il ricordo pesca, / a tradimento, / nei burrascosi mari / del passato(Pericolosi fendenti). Il tempo ci assale / con ondate / devastatrici. / Tutto è un groviglio / di relitti, / di sogni spezzati (Tutto è un groviglio). I pensieri vagano stanchi / sui contorni sbocconcellati / della memoria (Il sordo rimestio dei giorni). Ricordi esacerbanti / premono con foga / sulle pareti / dell’allenata memoria (Vacuo gioco).
E lo sbocciare sinuoso di una rosa, il mareggiare, l’universo intero, le esplosioni di luce, il sentiero antico, i giochi di colori, fondali di mari
e i tanti titoli della silloge non sono altro che stadi di un esistere, oggettivazioni di un sentire, ora rivolti a ritrarre i momenti importanti del memoriale, ora a indagare profeticamente su un mondo di bellezza, mistero e infinito in cerca di soluzioni ai perché che tanto inquietano. La poesia è tutta in queste meditazioni concretizzate in metri piacevolmente musicali – la musica è nelle scelte lessicali, nell’intreccio dei contenuti – che fanno di ogni aspetto naturale un motivo di riflessione interiore.
E la felicità? La felicità è godere insieme gli incanti della vita. Ecco il vero segreto / della felicità - / godere insieme / gli incanti della vita: / lo sbocciare sinuoso / di una rosa, / il mareggiare / di un cielo cristallino, / il pulsare / di un canto intenso / e ardimentoso. / […] / Un continuo dare, / un condividere sereno / e fraterno, / un incessante offrire (Felicità). Ma per conseguirla costa immense fatiche. Per ogni / assaporato granello / di felicità / bisogna pagare / un pesante tributo, / perché nulla / ci è mai regalato. E basta un nonnulla a che tutto crolli e svanisca, finché L’infinito assorbe / ogni nostra tremula / effervescenza.
E la fede? È un dono, un dono che ci costringe a un continuo impegno di ricerca. A un alternarsi / di domande / e di risposte / che ci svela / l’essenza / della presenza / divina (La fede). E credere in Dio è un grande rischio: Il rischio / di un continuo smarrirci. / […] / Il rischio / di perdere affetti, comodità, / sicurezze. / […] / Il rischio / di trovarci sputacchiati, / umiliati e crocifissi. / Credere in Dio / è un rischio totale / che vale la pena provare! (Credere è un rischio). Lo stile anaforico della pièce rende ancora più fortee intenso lo spessore di liricità che coinvolge il lettore. Ma perché dice il poeta Dio ripone / i suoi gioielli / più scintillanti / e belli / in friabili vasi / di terracotta, / soggetti a continue / e vistose / incrinature? (Perché). Le metafore intense e visive, concretizzate in friabili vasi di terracotta, incrinature, danno idea della sensibilità del Nostro nel cesellare trame poetiche.
Il tutto è metafisico e umano in questo tentativo di risolvere dubbi esistenziali che ci coinvolge e si fa speculazione universale vicina ad ognuno di noi in questa avventura nello spazio ristretto di un soggiorno. I versi non raggiungono estensioni da raddoppiamenti, anzi vengono smezzati, con effetti di musicalità e incisività, in settenari, in quaternari, in trisillabi, cosicchè la liricità della cifra metrica contribuisce a potenziare il valore semantico del termine impiegato.
Lo stile è arrivante, comunicativo, coinvolgente e il sapiente uso dell’enjambement unito ad altri accorgimenti figurativi e alla brevità dei versi offre un sapore di certa impostazione moderna ai contenuti di marcata intonazione spirituale. E L’amore, la fede, l’aspirazione all’assoluto sembrano prevalere, alla fine, nell’opera, dove la parola è tutto e dove la profonda coscienza dell’essere dà forza e spessore lirico al dettato poetico.
Nazario Pardini
12 ottobre 2002

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