mercoledì 12 ottobre 2016

MARCO DEI FERRARI: "FORNAINIANA"

FORNAINIANA

(SINFONIA CROMATICA DI UN ARTISTA PISANO)


Una vita d'arte tra dipinto-narrato-poetato: questo è il significato più autentico di Enrico Fornaini, ritrattista d'affreschi, pittore di Altari.
Riflessioni, osservazioni, rievocazioni,visioni, versioni, costituiscono il suo “zibaldone” d'immagini che squarciano episodi del tempo, forzano ogni frammento di memorie, fluttuano vorticosi tra Pale di Altari e studi di Artisti, bizze d'Arno e nobiltà di glorie da una modesta stanzuccia in S. Martino a Teheran, da Edoardo e Luca De Filippo a Teresa di Calcutta.
In un dipanarsi lucido, ironico, umile, divertente (l'ulivone di Filettole), spesso commovente (Franco e Anna – gli amati genitori – il quartiere S. Martino di Pisa), Fornaini ci appare tra un rigo e l'altro, come un “ritratto” esponenziale congenitamente scolpito nelle sue mani dalla fanciullezza. Potrei immaginarlo studente-apprendista sui Lungarni, rapito dal genio di Michelangelo, con la tavolozza a fronte di un mix cromatico che si ravviva nel suo romanticismo popolare così sanguigno e sincero, metamorfico richiamo antico e ritmicamente sacro di antiche “botteghe” d'arte. E' il richiamo di una mitologia personalissima che si riscopre in mille volti di un volto, in mille affreschi di un Santo e Cristo e Madonna; in mille pannelli di un dipinto per ogni chiesa. Mi piace immaginarlo squattrinato idealista con famiglia, ma non sfiduciato che si rilancia nella scenografia pucciniana suscitando la generosità di un amico, la benevolenza di un parroco (Don Ghilardi), il sacrificio di una madre, la serietà di un padre sempre presenti al bisogno.
Le sue “visioni”, anche si intrecciano nell'umanesimo di colleghi pittori, di modelle, di singolarità in un mondo che il suo “tempo” accoglie con entusiasmante semplicità di un tracciato artistico brulicante di piccole cose, di fiori ed erbe, di naturalità autentiche, di emozioni forti (memorie maremmane), di sentimenti intensi (Saverio...), di accenti delicati (la “polacchina”...).
Pioggia – le acque le canne – interno di un giardini Villa Manzi – L'Arno 1962... sono alcuni dei suoi sogni interiorizzati in parole dipinte, macchie di luci che la narrazione storica non può ignorare mai, e questa “Fornainiana” testimonia in un mosaico unico multiforme ed irripetibile.
Quella Storia (Pisa-1944) che si apparenta con la memoria di una Napoli originalissima e delicata e si nasconde nelle vicende personali (una sassaiola, una caduta...) a confrontarsi poi con il “nudo” ovvero il maggior realismo esistenziale concepibile per un poeta del segno.
Il “maestro” di modestia Fornaini, educato a imparare e trasmettere, non potrebbe essere più creativo di come in “Filiberto (il pescatore di Torre del Lago)” testimonia la rude vitalità dell'esistere nel pescato consumato in una “tana” da bucaniere; di come nel Santo Fondatore risorge la genuinità di un buon proposito ecumenicamente condiviso (la sacralità delle opere); di come le sue poesie dipingono e narrano scenari immaterialmente materici, riunendo i vari composti (dal naturale al sacrale, dal trascendente all'umano) in un contesto “quadro” d'affreschi che si alimentano di spazi e strumenti per rivivere liberamente la creazione. Spazi e materie delineate dalla mano e dall'interiorità più nascosta sul lago ghiacciato di Massaciuccoli o nei “piccoli” - grandi personaggi come Saverio  o Johon l'americano...
Allegorie si diceva, simbolismi effervescenti, riferimenti quasi misteriosi si sfilano nella sua pulsione cromatico-plastica, quasi incisivamente scultorea per gli umili, i poveri cristi, gli esclusi, che si trasformano magicamente in personaggi d'eccellenza iconica come Leone l'ortolano o Isola (la raccoglitrice di cartoni e carte)...
Allegorie e simbolismi di sacralità sublimante si alternano poi nella sua capacità intuitiva decorativa e metamorfica (dal disegno al dipinto; dall'inciso all'affresco...) particolarmente nel settore della trascendenza teologica (come gli affreschi di Staffoli – lo “Stabat Mater” - la Pala processionale di San Ranieri – l'Ultima Cena – la Pala di Siena – le nozze di Cana -  la conversione di San Ranieri – gli affreschi nella chiesa del Redentore in Madonna dell'Acqua – gli affreschi di Lappato...).
L'artista pisano quindi in tutte le tecniche sperimentabili (non ultimo il pastello) medita la storia dell'esistenza e ne traduce ogni frammento come restauro della propria espressività. Dai frammenti dunque l'importanza del piccolo-grande particolare (la veste sacra di Lappato – la scatola delle scarpe di Don Ghilardi – il neo del vescovo – l'Artistone del Teatro Puccini...).
Di qui il “narrato dipinto” puntuale , chiaro, misterioso, allusivo e quasi subliminale per illustrare un “attimo” di auto-genesi creativa che potrebbe sfuggire allo sguardo dell'inconsciamente presente se non fosse “catturato” in un lirismo espressivo identificato in un Cristo, una Madonna, una modella, un vicolo di Pisa, un medico provvidenziale, un amico collezionista, un Maestro artista (Annigoni), o se non fosse a tale punto scolpito da immaginare sensazioni tanto materiche quanto spirituali.
Tutto ineffabilmente concepito anche nelle “visioni” cromatico-liriche (il Temporale – una villa abbandonata...) e nel suo modello originalissimo di interpretazione della “sacralità” come “vissuto” della natura, ovvero decisiva possibilità per l'essere umano di comprenderne il più profondo significato “incarnando” uomini, donne, animali, vegetali, paesaggi, cose (il Tutto) in simboli estatici di “credo” spiritualmente accessibili alla quotidianità esistenziale che si distanzia dalla comune percezione della realtà. Enrico sembra infatti accedere all'illuminazione di un “vedere” più ampio di quanto consentito dalla nostra minuscola gamma di frequenza nell'ambito della “luce visibile” (ovvero lo spettro elettromagnetico) e il suo “universo” artistico sembra sconfinare in quell'invisibile che sfugge all'attenzione della normalità riconoscibile (ne testimoniano le esperienze esoteriche e la “sensibilità” conduttiva trasmessa in tutta la produzione pittorico-letteraria).
La “personalizzazione” di una più complessa “realtà” (peraltro inesistente ed illusoria; la materia è costituita da “atomi” che non hanno solidità, sono spazi vuoti al 99,99% e quel che ne resta è energia) costituisce quindi l'ultimo “appello” dell'artista alla comunione spirituale della visione universale. La luce del suo “credo” illumina quindi ogni immaginazione e le “opere” continuano, tra esperienze pubbliche e private, ad arricchire la nostra possibilità di avvicinare il “mistero” che ci circonda e ci turba.
Ma quale “mistero” avvalora il suo percorso?
Evidentemente quel “regno” di pace, amore, beatitudine in cui tutto è “Uno”, (senza conflitti e paure) e l'Infinito, unica verità che sembra confermarci ogni possibilità e sensibilità dell'impegno di un profeta del colore.
Tutta la sua produzione artistica infatti sembra ispirarsi ad un “Amore infinito” per la Coscienza sino al punto da ritenerlo il nucleo dell'esistenza, senza temporalità né spazialità manipolanti e condizionanti. E' il “regno” di tutte le possibilità ed è il “cuore” di ogni esistere che trova la propria totalità nell'immobilità e nel silenzio gestuale della scintilla che la narrazione pittorica, oltre ogni interpretazione convenzionale, rivela.
L'Armonia intelligente non può interpretarsi diversamente e rimane l'incompiuto suo incantesimo autentico desiderato.
Incantesimo di un “chiostro” (la magica stretta del silenzio...), di una “solitudine” (vivere con l'entità che si riflette nel cuore...), di un “passato” (...ricordi che si scompongono in cromatismi celesti...); incantesimo da un'alluvione “miracolata” (4 novembre 1966 a Pisa), incantesimo di un Santo(Ranieri) che l'artista reinterpreta nella sua umiltà ieratica con l'Acqua, la Croce Pisana, il Vangelo..., incantesimo dei dipinti di una Vergine Maria senza spazio-tempo (profonda intuizione, infatti spazio e tempo sono illusori, già considerati tali dal grande poeta Blake e testimoniati peraltro da molte esperienze di pre-morte).
In effetti tempo e spazio si ritengono esistenti solo come informazioni codificate in struttura in forma d'onda e poi decodificate dal computer Corpo-Mente nell'esperienza di tempo e spazio. Solo l' ORA eterno è l'unico momento esistente, come l'Infinito.
Dunque stimoli stuporici, meraviglia alla coerenza tematica e capacità tecnica manifestate in questa
Fornainiana ( non ultimo il grande affresco dedicato alla “giustizia” realizzato a Pontremoli, gli affreschi dedicati alle due guerre mondiali dipinti a La Spezia e l'olio su tavola per Sant'Antonio da Padova) che rimarrà un punto fermo per capire l'artista e decifrare il suo più intimo e inafferrabile “universo”.    

MARCO dei FERRARI
(scrittore - critico)   
          











4 commenti:

  1. In direzione del pittore e maestro Enrico Fornaini e del critico e scrittore Marco dei Ferrari si muove un desiderio di fratellanza che entrambi sono capaci di ispirare.
    Entrano nella ristretta cerchia delle mie amicizie.
    La lettura che il critico d'arte fa in relazione alla vasta e accreditata opera del pittore pisano mi dispone nella condizione di pura felicità.

    Ubaldo de Robertis

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  2. Ancora una volta ammiriamo la preziosità del lessico , la policromia della prosa dello scrittore Marco dei Ferrari. In questo caso perfettamente idonea ad illustrare l'opera del pittore Marino. Edda Conte.

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  3. Sempre attento e suggestivo, Marco dei Ferrari ci introduce nel mondo dell'arte con sensibilità e maestria: in questo caso,attraverso la lettura competente e appassionata delle opere del pittore Enrico Fornaini, ci permette di entrare nell'universo affascinante e misterioso dell'artista pisano. Un grazie sincero a chi sa farci vedere al di là di ciò che appare!
    Cristiana Vettori

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  4. Chiedo scusa . Nel mio commento riguardo allo scritto critico di Marco dei Ferrari per un lapsus ho fatto il nome del pittore Marino anziché quello del pittore Enrico Fornaini. Ovvio che si tratta di distrazione, di cui chiedo venia .
    Edda Conte

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