lunedì 27 settembre 2021

FRANCO CAMPEGIANI LEGGE: "Y A TI RESPONDO" DI CARLA BARONI E PASQUALE BALESTRIERE


Y A TI RESPONDO

Arte e Vita a confronto nei "Canti (quasi) amebei" di Carla Baroni e Pasquale Balestriere

Benilde Editrice ha recentemente dato alle stampe, in versione bilingue (italiano-spagnolo), una singolare tenzone poetica, i cui autori rispondono ai nomi di Carla Baroni e Pasquale Balestriere, notissimi cesellatori del verso, universalmente apprezzati, nonché voci eminentissime di questo blog letterario. "E a te rispondo", "Y a ti respondo", è il titolo del prezioso elaborato, che porta un sottotitolo intrigante: Canti (quasi) amebei, Cantos (casi) amebeos, con riferimento allo scambio di battute tra vari personaggi, tipico dell'antico genere pastorale, sviluppato nella tradizione occitanica con la cosiddetta tenzone a battute alterne e polemiche, non di rado velenose e generalmente a soggetto amoroso, ma anche politico o letterario, con tesi contrastanti, senza perdere di vista l'interesse comune.

In elegante veste grafica, il testo riproduce in copertina un'opera di Adriana Assini, dove appare il profilo puntuto e piccato di una severa madonna medioevale che si direbbe impegnata in un canto a dispetto di umori popolari. In realtà lo scritto in questione, calato in un quadro squisitamente contemporaneo e tutt'altro che popolaresco, rivela tratti dottissimi di natura filosofica, la cui forma dialogica si presenta fin da subito in aperto dissidio con il generale monismo della cultura attuale, vuoi nei suoi aspetti massificanti e conformisti, vuoi in quelli intimisti ed autoreferenziali, tra di loro collegati. Lo sfondo autobiografico non tragga dunque in inganno. Questa poesia del dialogo, squisitamente relazionale, nulla ha a che fare con il ripiegamento dell'io su se stesso.

Come scrive Mercedes Arriaga Florez in prefazione, "il movimento dialogico di avvicinamento tra i due poeti segna anche le andate e i ritorni dal privato al pubblico, dalla casa ai campi, dalla solitudine intima al caldo abbraccio della famiglia o degli amici, dal mondo all'io che lo contempla in presenza di un tu con cui condividere l'utopia della bellezza irrinunciabile". L'esito della tenzone pertanto è pluralistico, composito, con un'unità armonica di fondo ottenuta attraverso il confronto polifonico e corale. Nell'orizzonte colloquiale, la diversità di vedute tra i contendenti è finalizzata alla comprensione reciproca in un orizzonte di dimensioni umanissime, di incontri che nulla hanno a che fare con lo scontro dialettico e con le prevaricazioni del pensiero univoco.

Tema centrale del dibattito è quello che, in senso lato, potremmo definire della finitudine, ovvero della perdita e della sottrazione, della sconfitta che in un modo o nell'altro affligge il genere umano. Dice Pasquale: "Nell'umana / natura è sempre il vuoto / che cerca il pieno per brama ancestrale", per cui, di fronte ai limiti e alle manchevolezze, egli oppone ardori battaglieri mai domi, sfide che invece a Carla appaiono come sadiche, seppure indispensabili e confortevoli illusioni. Al primo che dice: "se anche i capelli si fanno di neve, / se rughe in crocchio sul viso s'accampano / in tasca abbiamo semi e forza e ardore / per l'attesa fidente dei germogli", l'altra risponde: "si, l'esistenza mia fu proprio questo / imbroglio colossale di promesse / mai mantenute cui neanche credevo / bambino che sa già che la Befana / serve per far giocare i genitori".

Ribatte Pasquale che se le spinte ideali diventano illusioni, la responsabilità è "della miseria umana e culturale / che tiene il nostro secolo. Vi annegano gli spiriti sensibili / o a malapena vivono". "E tuttavia / quel che dobbiamo, e possiamo, faremo. / E già ci attende un nuovo e pieno giorno / di fatica e d'amore". Carla, al contrario, non nutre speranze, non si concede ottimismi né si affida a fede alcuna. Piuttosto urla e grida e cerca "il perché di quelle differenze che qualcheduno ci largì dall'alto". E' disperata, ma non cede alla disperazione, perché le "rimane il canto, il gorgheggiare / dell'anima scontenta / di chi, malgrado tutto, percepisce / di essere parte di un disegno grande". Il mistero (della Croce, ndr) c'è e va vissuto fino in fondo, non eluso con menzogne consolanti, senza nulla togliere all'amabilità (letteraria appunto) delle favole e delle dolci seduzioni.

La poesia, dice Carla, è "il riscatto, il compenso, il solo dono / che mi fu dato all'alba del mio giorno". Un lenimento illusorio anche questo, ribatte Pasquale, per il quale la vera risposta non sta nell'oblio momentaneo del dolore, ma nella sapienza di accettarlo alla propria mensa facendone occasione di crescita morale. Egli non cerca facili orpelli e, perennemente insoddisfatto, accetta combattivamente la vita, dedicandosi concretamente (ma ancor più in senso metaforico) alla cura della terra, dei campi, delle viti e dei vini. Per lui, di antico stampo contadino, l'ispirazione poetica nasce dalla vita, dalla lotta quotidiana per l'esistenza, mentre per lei vale l'ideale dell'arte per l'arte, giacché il quotidiano è radicalmente insoddisfacente e non esiste alcuna gratificazione o conquista spirituale.

Il mondo attuale, lei dice, "non crede più in un Dio liberatore / da tutti i mali, il Paradiso è in terra / alle Maldive, alle Seychelles o in qualche / viaggio costoso, sempre più costoso. / Il dopo è l'ultima frontiera di coloro / che niente hanno mai avuto in questo mondo". E nondimeno, poco dopo, dichiara: "tutto è fittizio in questo mondo / miraggio ed illusione mai certezza / a dare pace al nostro guerreggiare". Lei spera che "un giorno / pioverà pace e bene da ogni stella, ma invertire la rotta è impossibile fin quando non cambieranno "le leggi dell'uomo, l'apparire / possedere di più, per dimostrare / che si è in alto, che adesso ci si trova / nel posto superiore della scala. / E son leggi bastarde, ogni animale / combatte per quel poco che utilizza / al futuro non pensa, non si appropria / di una vita per gioco o per potere".

Carla invita dunque l'amico a rinunciare ai sogni titanici, al vitalismo con cui rischia di sciupare il vero grande dono che possiede, quello della scrittura. Ma lui, professore ed uomo colto che vive con la semplicità del contadino, non coltiva sogni titanici, né fantasie di strapotere e vizi da milionario. Il suo vero sogno sta nel guadagnarsi il pane onestamente, con il sudore della fronte, consapevole che la terra non è un luogo per crassi crapuloni, tra l'altro falsamente epicurei. Il Paradiso è qui, prima che altrove. Sosta sulla terra, per chiunque riesca a vivere nell'hic et nunc senza ingordigia, contentandosi del proprio stato. Il  carpe diem sta qui, nel rifiuto del superfluo, nella capacità di vivere con ciò che è necessario, da uomini senz'altro, ma esattamente come gli animali.

I due cantori, raffinatissimi artigiani di un verso limpido, ligio alla metrica e ricco di effetti musicali, danno vita a questa intrigante riflessione poetica, battendo su tastiere diversissime ed antitetiche, ma convergenti infine su questa visione del mondo limpida, elementare. Per Carla tutto ciò è un sogno magnifico, ma irrealizzabile, data la corrotta natura umana. Per Pasquale invece i sogni non esistono, e le speranze neppure, ma esiste l'impegno concreto e diretto degli uomini nella custodia, anziché nella distruzione del Giardino. All'inquietudine costruttiva di Pasquale, Carla oppone la propria insoddisfazione radicale. In conclusione, un'opera edificante, dove i due contendenti concorrono, chi nel positivo e chi nel negativo, all'affermazione di un equilibrio che è l'unica vera saggezza possibile per l'essere umano.

Franco Campegiani

 

 

 

6 commenti:

  1. Pasquale Balestriere27 settembre 2021 08:52

    È un gioiello critico questa lettura che Franco conduce su “E a te rispondo” e che rivela innanzitutto con quanta attenzione e partecipazione l’esegeta s’immerga nel testo e come facilmente e sicuramente si muova tra i versi; sicché la visione complessiva dell’opera che ne scaturisce trova in me ampio consenso e condivisione. Nella sua indagine Franco coniuga l’acutezza dello scopritore con la saggezza del filosofo: sono così svelati, con spirito di chiarezza e con fine psicologia, i temi fondanti della silloge e i caratteri diversi dei dialoganti, insieme a dettagli meno visibili di primo acchito ma comunque importanti o, quanto meno, significativi; e le notazioni critiche sono sempre felicemente coerenti.
    E dunque grazie, caro Franco, mille volte grazie della tua generosità e pazienza e di questo tuo così ben riuscito impegno, che molto mi ha rallegrato
    Pasquale Balestriere

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    1. Sono molto emozionato, amico carissimo, per questa tua preziosa condivisione. So da chi viene questo apprezzamento e ne sono davvero lusingato. Ho letto con gioia, anche se con esagerata lentezza (come mio solito), questa silloge di elevato spessore poetico-filosofico, e me ne sono arricchito, mi ha fatto bene all'anima. Quindi sono io a ringraziare te e Carla per l'edificante dono.
      Franco

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  2. RICEVO E PUBBLICO


    Caro Franco, grazie. Finalmente ti sei deciso a commentare qualcosa di mio anche se la presenza di Pasquale è determinante.
    Questa corresponsione di armoniosi accenti - nuova solo nel campo amicale ma che ora ha avuto qualche emulo - è nata per gioco nel voler portare su carta lo scambio quotidiano di telefonate (Pasquale, infatti, monitora con molta pazienza il mio stato di salute).
    E così sono venuti a confronto due mondi completamente diversi, l'Eden dell'amico in cui lo scorrere delle stagioni è segnato solo dal maturare dei frutti e invece la mia bolgia infernale controllata da carabinieri, polizia di stato e municipale, esercito, corpi speciali antidroga ed elicotteri. Quello che era nato come “il quartiere giardino”, fiore all'occhiello della città, si è così trasformato ospitando mafia nigeriana, prostituzione e spaccio e qui il tempo è scandito da retate, risse, uccisioni. È naturale che il mio pessimismo - del resto congenito - abbia il sopravvento.
    Tu hai saputo evidenziare con acume questi diversi aspetti e ti ringrazio sperando che ci siano altre occasioni di incontro.
    Grazie anche a Nazario che non manca mai di ospitarci con tanto affetto
    Carla Baroni

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    1. Carissima Carla, sono certo di essermi in qualche rara circostanza già interessato della tua poesia, ma devi sapere che io sono un motore diesel che ha bisogno di tempi lunghissimi per percorrere spazi che altri compiono in un battibaleno. Nelle bolge di cui parli qualcuno più grande di noi ha già trovato grande poesia, ma il suo era un Inferno che non rifiutava la coesistenza del Paradiso. E a pensarci bene l'Eden, sta proprio qui, nella convivenza, anziché nella repulsione reciproca, del Bene e del Male. Ti saluto caramente, sperando anch'io in altre occasioni di incontro.
      Franco

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  3. Di questo duetto in versi, che come asserisce, Carla, ricorda il mondo musicale... e io provo ad aggiungere che il merito è soprattutto del loro modo di concepire la Scrittura... si è molto parlato, ed è arrivato il turno del nostro Franco, critico letterario e filosofo da una vita. Oserei dire che ha addentato la polpa del testo, arrivando fino all'osso, mettendo in rilievo quanto l'armonia degli opposti si adatti perfettamente all'Opera di Carla e Pasquale. Mi ha particolarmente colpita l'estratto: "Per Carla tutto ciò è un sogno magnifico, ma irrealizzabile, data la corrotta natura umana. Per Pasquale invece i sogni non esistono, e le speranze neppure, ma esiste l'impegno concreto e diretto degli uomini nella custodia, anziché nella distruzione del Giardino". Ogni lettore può indossare un libro come vestito. Può cesellarlo come gioiello, se poi ha già le peculiarità del gioiello può eseguire il proprio lavoro di esegeta e di artista con cura minuziosa. Franco dimostra ancora una volta che filosofia e poesia non sono due sostanze separate, ma due intensità che tendono l'unico campo del linguaggio in due direzioni opposte: il puro senso e il puro suono. Non c'è poesia senza pensiero, così come non c'è pensiero senza un momento poetico. Una lettura di altissimo valore! Complimenti al recensore e ai due Autori. Li abbraccio tutti e unisco il Nume Tutelare che dà spazio a pagine di tale fascino.

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  4. "Non c'è poesia senza pensiero, così come non c'è pensiero senza un momento poetico". E' così, cara Maria, ne sono più che certo, e tu mi leggi nel pensiero. Se poniamo l'uomo al centro delle nostre attenzioni, ogni branca dello scibile diviene docile all'equilibrio, mostrando la propria umanità dalla propria angolazione. Ti sono molto grato per questa tua condivisione.
    Franco

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