domenica 2 settembre 2018

LILIANA PORRO ANDRIUOLI LEGGE "CANTICI" DI N. PARDINI


NAZARIO PARDINI: CANTICI
(The Writer Edizioni, CS, gennaio 2017, € 10,00)
 da POMEZIA-NOTIZIE. Agosto 2018




Cantici è il titolo che Nazario Pardini ha dato a un suo nuovo libro di versi apparso nel gennaio 2017, presso The Writer edizioni Ass., Marano Principato (CS), contenente 28 poesie e diviso in due parti: La barca (con 13 testi) e Anatomia della sera (con 15 testi). Il titolo della prima parte è tratto dal Cantico della barca, che così inizia: “Ho navigato incerto in queste acque” e seguita “sono una barca che s’inarca al mare, / una barca disfatta che non tiene / i suoi legni compatti”: una metafora, questa, che bene esprime lo stato d’animo dell’autore, come d’altra parte avviene in molte altre poesie della raccolta. Le poesie contenute ne La barca costituiscono infatti, come bene osserva Luciano Domenighini nella sua Prefazione al libro, “un’evocazione mitizzante degli anni di giovinezza”, mentre quelle raccolte in Anatomia della sera rappresentano “una rivisitazione” dei luoghi nei quali il poeta è vissuto e contemporaneamente “una meditazione sul tempo che trascorre e tutto travolge e muta”.
Il verso di cui Pardini fa uso in questi Cantici è essenzialmente l’endecasillabo (a lui particolarmente congeniale), variamente articolato e con delle eccezioni ipertrofiche o ipotrofiche. L’andamento è limpido e schietto, come può constatarsi sin dalla prima poesia, Il cantico dell’aia, che ci viene incontro con immediatezza ed essenzialità, ma anche con la sua gaia festosità per l’abbondante raccolto ottenuto a premio delle fatiche: “È già festa sull’aia. Stamattina / ecco i canti di giovani fanciulle/ ai raggi luminosi sulle stoppie / dalle finestre aperte alle speranze”. Non manca qui la presenza degli antichi dèi e di fronte al loro indecifrato mistero la vita sobbalza e tutta s’illumina: “Venite dee dell’abbondanza, dèi / delle cantine, dei granai, dei / forni! Venite ad immolare le fascine / al pane sacro delle antiche mense / … / Di già fa capolino sopra i tetti / il fumo del camino”.
Il cantico del sole, quello successivo, ci offre un esempio di endecasillabo rallentato (“Ci si desta con in mente la luce”) ed anche quello di un verso ipermetro (“Si ritorna / la sera quando il sole rapina l’occidente”). Immediato anche qui è l’incipit della poesia, che coglie il sole nell’istante del suo primo apparire dietro il monte: “Eccolo il sole. Sbuca dal Pisano / con in mano una fresca serenata / per l’anima dei campi”. Una natura, quella di Pardini, sempre animata e partecipe; sempre in sintonia con l’uomo.
Un’altra felice immagine naturalistica s’affaccia nel Cantico della campagna (“Tutti quanti / bevono primavera e la lucertola / verdeggia sopra il muro soleggiato”); così come un intenso profumo di bosco esala da Il cantico dei pini (“Si respira / aria di mare, odore di pinolo, / quando di ragia il fremito si aggrappa / alla ginestra in fiore se il maestrale / irrita la battigia luccicante di cielo. / Io cammino / sul viale fecondo di sospiri”); nel Cantico del mare sono invece i corimbi dell’elicriso, “fiorito al dir di maggio”, a creare “un tappeto giallo” e ad avvertirci che l’estate è ormai prossima (“Le dune incoronate / mi parlano di estate”). Appare evidente dalle tre poesie appena citate come la natura susciti nell’animo del poeta una miriade di sensazioni differenti: da quelle olfattive del respirare “aria di mare” e “odore di pinolo”, a quelle visive con “la battigia luccicante”, con il colore “verde” della lucertola e con il “tappeto giallo” dell’elicriso ed ancora a quelle cenestesiche[1] con il tepore del “muro” scaldato dal sole.
Si tratta, come con evidenza si deduce sin anche da una prima lettura, di Cantici nei quali pulsa la vita vissuta con i suoi ricordi, che ovunque s’incontrano. Si vedano in particolare versi quali: “Ho ritrovato i semi ed i sapori, / ho ritrovato i voli, e i solchi aperti, / … / … È là che splende / con frustate di sole la mia casa” (Cantico della campagna); oppure: “Dammi pineta i giorni trafugati / dei tremiti di pini. È là che il vento, / … / … mi ingannava / col simulare cieli inesistenti” (Cantico dei pini); oppure ancora: “A te, lembo di terra, che contieni / tutti quanti i miei sforzi disperati / per restarti aggrappato / … / Sopra te, / lembo di terra, crebbero i miei anni, / scontai la vita mia…” (Il cantico della vita).
Più agili ritmi sono contenuti in poesie quali Il cantico del fiume (“Nascono le tue acque / dove rampolla il gorgo, / o pura fonte”), mentre il verso tende nuovamente ad allungarsi, assumendo la sua naturale dimensione endecasillabica, in poesie quali Il cantico dell’alba (“Scialo di luce in albe traforate / da rondini irrequiete. Ed è già giorno.”) e Il cantico dell’amore (“La ricordi la neve; il suo brillare / di cui non c’è confine. Quello è amore”).
È presente in queste poesie la costante ricerca della perfezione formale, raggiunta attraverso la felice novità delle invenzioni verbali e il giro sapiente del movimento ritmico, che sale o si placa a seconda dell’andamento veloce o lento del periodare: “Eterna meraviglia, Bella immagine / che il tempo non trasforma. Tu fanciullo / dai riccioli increspati e dalle labbra / tumide e aperte, leste al desiderio, / resterai sempre vago e inappagato”. Sono questi i versi iniziali del Cantico della Bellezza (ecfrasi), con il quale si chiude la prima parte del libro.

La stessa misura endecasillabica la ritroviamo nella seconda parte della raccolta, Anatomia della sera, dove si possono leggere versi quali: “Era d’estate quando della vita / riflessero i bagliori. Allora vissi / la fantasia che esplose lucentezza” (Ottobre); “Dagli azzurri capelli è la mia sera” (Dagli azzurri capelli); “Di me voglio teniate nella mente” (Di me); ecc.
Da un punto di vista tematico poi, le poesie contenute in questa seconda sezione costituiscono una rivisitazione dei luoghi amati durante l’infanzia e danno luogo a scatti evocativi di notevole efficacia, quali: “Portami sera, quando i gridi neri / delle rondini in croce vanno a radere / l’acqua arrossata dai ricordi a sera / una memoria buona” (Portami sera) oppure: “Ritornato / sono per rivedere il primo verde / … / … degli aprili / voglio vedere il volto e respirare / l’aria buona di casa” (Sera di casa mia). E sempre più numerosi i ricordi s’affacciano alla sua mente: “L’autunno mio trabocca di ricordi / che evadono invecchiati all’imbrunire” (Ottobre); “Ed è un profumo caldo che trasale / d’arrostite che torna a farmi male. / Porta con sé il ricordo di mia madre” (Anatomia della sera);
La casa, il prato, il maggese: sono questi i luoghi delle prime età della vita, nei quali il poeta è stato felice e nei quali il mondo gli ha spalancato i suoi teneri albori. Si vedano versi come: “Appena ieri / udivo giovinezza” […] “Eppure ieri / era d’estate ed oggi è già d’autunno” (Sera d’autunno); oppure come: “E una scintilla sola / ti chiederò nel tuo serale gelo; / sempre in ricordo il volto di colei / ch’io amai ventenne e sempre fino a sera” (Sera mia sera). Si vedano inoltre i versi in cui il suo ricordo risale a persone a lui molto care: “E i passi di mio padre ammorbiditi / dai tappeti terragni ormai sbocciati / alla vita novella”; “una casa / attendeva alla sera il mio ritorno / con guance affaticate”; oppure ancora “ed io gridavo/ litigioso con te fratello mio / paziente per la luce che spegnevo” (Sera di casa mia).
Una sottile malinconia s’insinua così nell’animo del poeta, che va ricercando le tracce del suo passato e di esso al contempo tutto s’illumina; e si tratta di una malinconia alla quale egli tenta di reagire talvolta con un leggero sorriso: “Di me voglio teniate nella mente / solo il ragazzo che si divertiva / a bussare alle porte. O nella via / a rincorrere il cane del paese / che ci abbaiava dietro” (Di me).
Ora la sera si arrossa (Anatomia di una sera) e si ode la campana del vespro (È vesperale il suono). S’inazzurra il cielo sui campi (Ormai di sera) ed è tempo di tirare i remi in barca e di far cessare la piena dei ricordi. Gli ultimi canti si spengono con una musica sommessa. Ma nel cuore del poeta la loro eco ancora perdura.

                             Liliana Porro Andriuoli



[1] Cenestesiche in quanto il termine deriva dal greco koinos (comune). La cenestesia si occupa infatti di quelle sensazioni non riferibili a percezioni sensoriali ordinarie (come vista, udito, tatto), ma a quelle che traducono in sensazione cosciente il funzionamento vegetativo dell'organismo (quali le sensazioni di caldo, freddo, ecc.). È un termine usato in psicologia, soprattutto nella Programmazione Neuro Linguistica (PNL).

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