martedì 3 maggio 2022

GIOVANNI TAVCAR: "TRA SPERANZA E ANGOSCIA"

 




GUIDO MIANO EDITORE

NOVITÀ EDITORIALE

 

È uscito il libro di poesie:

TRA SPERANZA E ANGOSCIA di GIOVANNI TAVČAR

con prefazione di Enzo Concardi

Pubblicata la raccolta poetica dal titolo “Tra speranza e angoscia” di Giovanni Tavčar, con prefazione di Enzo Concardi, nella prestigiosa collana “Alcyone 2000”, Guido Miano Editore, Milano 2022.

 

Dopo aver letto quest’ultima pubblicazione del poeta triestino Giovanni Tavčar - densamente esistenziale e riflessiva sulla condizione umana terrena e sul destino dell’individuo dopo la morte - la memoria è subito andata ai Pensieri di Pascal, che sono sì una grande apologia del Cristianesimo, ma rappresentano nel contempo un capolavoro di profondità filosofica riguardo ai temi del senso e del significato della vita, della conoscenza e del mistero, della scelta fra la ragione e il cuore, della scommessa tra un modo di vivere mondano e uno stile di vita improntato sull’esistenza del divino. In particolare la poesia Pensare del nostro autore mi ha spinto a rileggere queste parole del grande matematico e filosofo francese: «L’uomo non è che una canna, la più fragile di tutta la natura; ma è una canna pensante.… Tutta la nostra dignità sta dunque nel pensiero. È in virtù di esso che dobbiamo elevarci… Lavoriamo dunque a ben pensare: ecco il principio della morale». Sono gli stessi concetti che troviamo liricamente espressi nel testo appena citato: «[…] / Perché esistere vuol dire / pensare, / soppesare, scegliere, / decidere / e così formare la nostra / autocoscienza. // E nell’autocoscienza / il nostro io vive l’audace / avventura umana, / illuminata dal luminoso faro / del pensiero».

Tali singolari coincidenze continuano con un altro aspetto - dei tanti - della visione pascaliana, come quando troviamo scritto, in riferimento all’uomo: «Se si esalta, lo abbasso; se si umilia, lo innalzo; e sempre lo contraddico fino a fargli comprendere che è un mostro incomprensibile». Con ciò Pascal voleva sottolineare l’assurdità dei comportamenti umani, contradditori, incoerenti, a luci ed ombre, sempre altalenanti tra miserie e grandezze, bene e male. Ebbene, questa è una tematica fondamentale nella presente raccolta di Giovanni Tavčar, riscontrabile in molte liriche dalle quali si evince anche l’animo travagliato del poeta desideroso di pace interiore. Tematica che ha le radici nella sua incessante ricerca soggettiva, autobiografica del senso di ogni cosa - dai minuti accadimenti quotidiani ai grandi problemi e alle decisive questioni ultime dell’esistenza - ma che possiede una proiezione universale e quindi utile per la riflessione di ognuno, pur che realmente si verifichi una disposizione d’animo aperta all’ascolto dei messaggi che egli vuol trasmettere, comunicare.

Seguendo dunque tale traccia non è difficile distinguere, nei testi poetici, i versi spiccatamente sostenuti dalla dialettica dei contrasti, degli opposti, delle dicotomie, delle antinomie. Leggiamo la poesia Speranza e vi troviamo, allo stesso tempo, una percezione pessimistica del presente ed un’aspettativa fiduciosa verso il futuro. Infatti l’oggi è costituito da giornate vuote e dissestate, da fatica e inquietudine, da una stagnazione rassegnata, da orizzonti di serenità ormai sconosciuti ed archiviati. I toni sono pesanti, intrisi quasi di tragicità, ma essi cambiano all’improvviso nelle ultime due strofe, dove il poeta scrive un elogio della speranza definendola così: «[…] / Perché la speranza / è un lievito portentoso / che riesce a far fermentare / anche l’impasto / più arido e rinsecchito».

Se accostiamo le due liriche Nube azzurra e Spesso, ecco che abbiamo due quadri di vita sul filo del rasoio: la prima è ammantata di speranze ed attese, la seconda è sprofondata nei meandri del buio più profondo. Là il poeta vive sempre attese di un futuro migliore (carezze, tenerezze per sé, nuovi e luminosi inizi); qui invece lo smarrimento appare totale: «[…] / Momenti squassanti / che sembrano artiglianti / presagi / di un fuoco corrodente / dal quale / non esiste visibile / via di fuga» (Spesso). Così è anche in un’altra coppia di poesie: Dolori è zeppa di sostantivi e verbi che precipitano in una corsa al ribasso l’esistenza umana («[…] / Anticipi / di aspre solitudini, / di cieli in declino, / di baratri insondabili. // Eventi implacabili / che spalancano precipizi / [...]», mentre in Tramonto tutto concorre alla consapevolezza della libertà vissuta nella propria vita interiore, favorita dagli incanti e dalle magie del tramonto che inverano il miracolo di un’esistenza senza barriere e confini.

I suoi contenuti procedono con tali altalene, che sembrano ininterrotte ciclotimie dell’anima, o che forse appartengono alla stessa natura umana: sta di fatto che sono lo specchio di confessioni sincere nelle quali il poeta scava in sé senza censure. Allo stesso modo in Aspirazione egli ci narra delle mete che ha voluto raggiungere o delle situazioni che ha sempre desiderato vivere - basate essenzialmente sulla libertà, sulla bellezza, sull’assaporare l’esistenza senza ragnatele impiglianti - ovvero degli obiettivi che si è proposto di realizzare; ma, nella lirica Come i bambini, reclama un modo di essere esattamente all’opposto, anche se senz’altro condivisibile e bello in sé, per cui vale la pena riportare integralmente qui il testo: «Dovremmo essere più spesso / come i bambini / che si rincorrono senza un motivo, / con le guance rosse / e il respiro affannato, / come i bambini che non hanno / progetti da realizzare, / mète da raggiungere, / motivi da spiegare. // Bambini che vivono / dell’attimo fuggente, / della temporanea contentezza, / dell’inconscia felicità».

Concludiamo l’analisi della poetica dei chiaro-scuri con un ultimo accostamento, costituito però da un trittico di composizioni - Angoscia, Solitudine, Inutile giornata - a cui si contrappone Bivio, d’impostazione chiaramente pedagogica ed educativa. I titoli del trittico sono già di per sé inequivocabili: l’angoscia attanaglia ogni slancio vitale e chiude la persona in recinti invalicabili; la solitudine ci rende vittime della mancanza di relazioni: «[…] / E noi siamo soli, / senza nessuno che ci ami, / senza nessuno che ci consoli» (Solitudine); le giornate inutili trascorrono con colpevole apatia e indifferenza, poiché - dice il poeta - è inutile cercare alibi fuori di noi, la verità sta «nelle nostre fradicie / e marce radici» (Inutile giornata). In Bivio s’ascolta tutta un’altra musica, lasciamo parlare il testo limpido e cristallino: «Se ti trovi davanti / a un bivio / e trovi una strada / che sale / e l’altra che scende, / prendi sempre quella che sale. / […]»; quella che va verso il basso conduce in una selva oscura, mentre quella che va in su, seppur più faticosa, apre alla speranza di cieli nuovi e, soprattutto alla «speranza / di incontrarti con te stesso».

Abbiamo dunque conosciuto la poetica delle negatività del mondo, a cui fa da contraltare la poetica della positività dell’anima e degli ideali del poeta, anche se mi pare che il suo messaggio non sia per nulla manicheo, in quanto sono propenso a credere che, piuttosto, egli voglia avvertirci di ricordare sempre che la linea discriminante tra il bene e il male, tra la luce e l’ombra, tra la disperazione e la speranza, è dentro ognuno di noi. Ciò mi sembra confermato anche da vari critici, dei quali si riportano taluni giudizi in appendice al libro, ad esempio da Francesco De Napoli, quando sostiene che: «Giovanni Tavčar è tentato da un seducente richiamo interiore, inebriante e insieme sconvolgente: addentrarsi, esplorare il mistero della “piccola stanza dell’anima / che contiene / tutte le realtà dell’universo”». Anche Eugenio Rebecchi parla di una poesia che «... diviene strumento per scavare all’interno di sé stessi, non solo in chiave intimista», mentre secondo Angela Ambrosini è «la ricerca dell’assoluto la vera problematica della sua poesia» che «si snoda attraverso l’indagine tragica e sofferta del suo opposto, cioè del tempo».

Altri motivi della presente raccolta sono legati al fascino del mistero, all’attesa di eventi e di creature angeliche che cambieranno il corso degli eventi, alla universale nostalgia dell’infanzia e della giovinezza in chiave di rimpianto per un mondo che non è più.

Enzo Concardi

 

 

 

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Giovanni Tavčar (1943, Trieste) ha pubblicato varie raccolte di poesie, tra le più recenti: Dove il cielo audace s’inarca (2006), L’eterna presenza (Poesia dell’anima) (2008), “Montanti Resurrezioni” (2009), Ed è subito sussulto (2010), Imperscrutabile accelerazione (2012), Come le maree (2015), …dalla mia aria natia (2016), Il profumo delle memorie (2017), Viaggio di un poeta in cerca di un lettore (2018), Perché la vita sia… e altre poesie (2019). Ha inoltre scritto un libro di racconti Pulviscolari turgori (2016), un libro di riflessioni e meditazioni religiose Suprema avventura (2015), una biografia di Gesù La parabola terrena di Gesù (2018), due romanzi: Ritorno a Vienna (2016) e Armonici cromatismi emozionali (2017), Il dizionario dei compositori di Sicilia (2018). Ha inoltre pubblicato sette raccolte poetiche in lingua slovena. Scrive anche poesie in lingua tedesca. Si occupa pure di traduzioni poetiche (italiano, sloveno, tedesco) e viceversa. Giovanni Tavčar ha vinto numerosi premi nazionali e internazionali (28 primi premi, 26 secondi, 36 terzi, ecc…).

 

 

Giovanni Tavčar, Tra speranza e angoscia, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 84, isbn 978-88-31497-85-5, mianoposta@gmail.com.

 

 

 

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