sabato 2 luglio 2022

MARIA RIZZI: "TERZO TEMPO"

 

Maria Rizzi su “Terzo tempo” Di Eugenio Rebecchi - Blu Di Prussia Edizioni-

 

Il caro Eugenio Rebecchi mi ha ritenuta meritevole del dono della sua Silloge “Terzo Tempo”, edita dalla sua casa editrice Blu di Prussia di Monte Castello di Vibio (Pg) -, dove il Poeta vive e lavora. L’opera si rivela affascinante sin dalla prefazione del prezioso Antonio Spagnuolo, della quale cito la chiusa “Il flusso della soggettività è dirompente, adagiato ad un monologo ininterrotto, una colata di lava ribollente che compare dal cratere incandescente del verso, sempre composito e rigoroso”. L’Autore è specchio fedele di questa definizione. Porta in sé la sete eruttiva dei vulcani, incarna le immagini delle passioni umane sulfuree e feconde. L’uomo e il Poeta nel caso del Nostro combaciano. Il magma di passioni lo si riscontra anche in Eugenio, che dedica il suo canto ‘Alla vita rincorsa, mordicchiata, graffiata’. I versi hanno carattere intimista, mai intimo, e trasmettono un fascino primitivo, che travolge: “Vivremo consapevoli che proseguirete / a cavalcare i giorni ad uno ad uno / orgogliose d’un padre ed una madre / attaccati, per quanto possibile, alla vita” - tratti da “Media Valle del Tevere”- Le prime liriche sono dedicate ai luoghi della nostra penisola nei quali il Poeta ha trascorso periodi più o meno lunghi, ma come scrigni, celano preziose testimonianze di storie personali, di empatia con gli affetti, con madre - natura. Eugenio Rebecchi elogia il creato con i termini del Santo francescano di Assisi, Una lode composta con la semplicità che meritano i miracoli della natura, con la fede, ma anche con una forma aderente al contenuto. “Grazie a fratello sole e sorella luna /per l’accoglienza garbata eppur festosa. /Ripartirò da qui, da questo plenilunio / che è luce gentile per dar senso alla notte”.  Ho trovato la lirica “L’estate finiva prima” con la chiusa in levare, di una purezza che fa bene e male al cuore. Mi sono sentita presa per mano e condotta attraverso i luoghi, le stagioni, gli umori del paesaggio con dolcezza soave e con occhi da fanciulla, che spesso dimentico di avere. “Vivo la condizione d’un naufrago felice / di poter abbracciare le zolle d’una terra / unica promessa al suo peregrinare”. Non possiamo temere alcun naufragio … vi è Dio al timone del nostro scafo. E nell’apertura d’ali del Poeta vi è un chiaro riferimento all’Infinito, il sonetto più amato della nostra Letteratura, al suo ultimo verso: ‘e il  naufragar m’è dolce in questo mare’. Lontano dalle avanguardie, dagli sperimentalismi, come giustamente sottolinea Spagnuolo nella prefazione, Rebecchi si concede isole di originalità, dividendo, per esempio, la lirica “Flavia” in spazi, che definiscono l’essenza dell’amore che lo unisce alla sua ‘perfetta sintesi di grazia e sentimento’. E vien da pensare che il tempo e lo spazio rappresentano frammenti d’infinito per l’uso di creature finite.  Nel suo canto che attinge al vero il Poeta lascia a noi lettori il raro privilegio di esser parte pulsante della sua lotta al male. Ammetto di essere rimasta stupita. A voce non si era mai espresso. Il testo in quest’occasione potrebbe deviare verso il diario, ma il grande Poeta introduce un periodo privato per renderlo universale e per trasmettere la propria forza, per cui se dovessi rifarmi al termine usato poc’anzi dovrei parlare di diario della gratitudine. Eugenio Rebecchi ci insegna che tenendo il viso rivolto verso il sole le ombre cadranno dietro di noi. “Ora tace nell’ombra il male / e non si manifesta. / Ha inizio la sfida: / sarà lotta fino all’ultimo sangue / fin quando potrò dire: ho vinto io!” - tratti da “Adenocarcinoma”-. Il Poeta pensa in positivo, sempre. Nello scorrere le sue liriche ricordiamo che l’esistenza non arriva con le istruzioni su come viverla, ci è data in dono con gli alberi, i tramonti, i sorrisi. Ogni giorno è un presente da assaporare, da ‘mordicchiare’, perché in esso si celano piccole felicità insignificanti, simili a minuscoli fiori. Questi granelli di gioia appena percepibili sono la grazia che l’anima respira. La Silloge indossa in varie occasioni sembianze filosofiche e cito in particolare una lirica che affronta tematiche di questo genere ricorrendo a una scenografia. La seconda parte recita così: “In scena / al teatro delle ombre / c’è un vecchio stanco / che racconta a se stesso / il perché di una vita / trascorsa troppo in fretta. / Non ci sono spettatori / ma lo spettacolo va avanti comunque” - da “I due teatri”-. La prima parte torna a ricordarci che chi, come il nostro Autore, è fuoco non si riconosce da spento. Il testo è stato pubblicato nel 2021, ma sembra dannatamente profetico rispetto alla guerra che si svolge a settecento chilometri da noi. E non ci sarebbe da stupirsi, visto che è peculiarità dei grandi Artisti la premonizione. Rebecchi ha composto varie poesie sull’assurda follia dei conflitti e mi ha colpita in particolare “Moderno zoo”: “Gli animali delle favole / parlano, ridono, hanno movenze umane. / Gli uomini delle guerre assillano, predano, hanno comportamenti bestiali”. Evoca Italo Calvino, lo scrittore ritenuto erroneamente favolistico, che introduce nella poesia e nella letteratura il realismo magico. Analizzando i termini che compongono il lessema, tale corrente unisce in sé soggetti magici, elementi surrealisti e un’accurata rappresentazione del mondo che ci circonda. L’obiettivo di questo filone artistico - letterario è quindi di illustrare la realtà con precisione, mettendo in primo piano dettagli all’apparenza irrilevanti, che generano nel lettore un effetto di straniamento simile a un incantesimo. Nella consapevolezza di poter essere confutata dai veri critici letterari, sento di poter affermare che Eugenio Rebecchi dona un canto pervaso di realismo magico. L’ho rilevato in modo ancora più netto in liriche come “Rombi, rettangoli, quadrati e triangoli”, “Umanità numero due” e, soprattutto, nella poesia che troviamo come sottotitolo della Silloge, “L’albero di cachi”. Il libro scorre fluido, diretto, il Poeta ricorre raramente alle allegorie, in alcuni casi a metafore o similitudini di immediata comprensione. La lirica citata può sembrare ermetica, contiene senza dubbio aspetti filosofici pregnanti, basti pensare all’incipit: “Non c’è strada / che non sappia di passi / (pensiero in cammino)”, che riporta al pensiero corporante di Nietzsche, teso a rinnegare la scrittura a tavolino, perché la poesia e la narrativa sono attività in movimento, come il pensiero creato dal filosofo. Nello stesso tempo la lirica sembra slegata, mentre ci troviamo nell’assenza di temporalità tipica del realismo magico. I versi galleggiano sospesi in una dimensione ‘altra’. “L’albero di cachi ha perso i frutti / punta i suoi rami spogli  / verso probabili nuvole novembrine. / Si è adirato l’allegro fantasma / che s’aggirava giocoso tra i saloni / dell’antico castello addormentato.” Il mondo, che diviene all’apparenza labirintico del Poeta, ricorda Dino Buzzati, l’inquietudine, i confini e la voglia di rivincita dell’artista bellunese.  La sua magia stregata, come veniva definita, introduceva il fantastico nel quotidiano e si soffermava sul mistero dell’esistenza. “L’albero di cachi” e altre liriche della Silloge di Eugenio Rebecchi viaggiano in questa direzione, toccando vette altissime di lirismo, dando del ‘tu’ al cielo, e riuscendo ad assumere carattere filmico ricorrendo all’incantamento. Il “Terzo tempo” dell’Amico Poeta voglio immaginare sia relativo alla terza fase di transito terreno da prendere di petto tramite il suo svuotarsi in amore, il suo restare corrente lavica, e attraverso una poesia intesa come il varco dell’edera tra le rovine, che cresce a dispetto del tempo che si srotola davanti a sé. La stretta poetica, come la stretta carnale, finché dura impedisce le prospettive di miseria del mondo.

 

Maria Rizzi

 

 

 

 

 

1 commento:

  1. Questa esegesi di Maria Rizzi è scritta, prima ancora che con la penna, con la mano dell'anima. Sono questi i lavori che il poeta ama ricevere, ed Eugenio, che poeta lo è nella vita, sarà stato felicissimo di leggersi attraverso una disamina limpida e cristallina come acqua di sorgente, con intuizioni non comuni e accostamenti inediti che soltanto la creatività può e sa vedere.
    Complimenti ad entrambi, con stima sincera e profonda

    Sandro Angelucci

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