mercoledì 22 luglio 2015

PATRIZIA STEFANELLI "INEDITI"

Patrizia Stefanelli


Un susseguirsi di suoni, di rattenute, di segmentate emozioni in queste poesie in cui Patrizia va alla ricerca di uno stile che la identifichi, che rappresenti, a tutto tondo, il suo perpetuo vagheggiare, il suo infaticabile lavoro di scoperta, di meraviglie e di incanti, per poter cristallizzare in parole, oggetti, fremiti, i suoi irrequieti stati d’animo. La natura con le sue esplosioni cromatiche si fa compagna fedele di viaggio; le indica le strade e le magie da percorrere, da far proprie per trasferirle in poesia. E’ qui tutta l’anima della Stefanelli: in questa simbiotica fusione fra spirito e tramonto. Forse perché è proprio il tramonto il momento del giorno che più si identifica con la sua ontologica potenza iridea; col suo forte senso di principio e di fine; quella contrapposizione fra la maturità esplosiva (i grandi e irripetibili momenti floreali del vespero) e la scomparsa dell’astro nei fondali misteriosi della notte. E da questo gioco, che tanto simboleggia l’odeporica scalata verso l’alto; da queste rincorse di azzurri, si stagliano i mari sulle straordinarie banalità dei giorni. Versi sempre nuovi, e mai sazi; perché mai sazia è l’anima che li detta in cerca di un canto sfoltito di fronzoli; di un canto più snello verso l’asprezza di un vespero che sappia d’arance e seta rossa; di Poesia:

Nell’asprezza del vespro
che sa d’arance e seta rossa
te ne raccontai e tu dicesti
-ancora-
E ripetei l’azzurro e quelle virgole
di nuvole sulla punta del mio naso
e tu ridesti e la chiamasti Poesia.
             
Nazario Pardini


L’ho vista

…l’ho vista calpestata per la strada
con sopra un coro di cirri
a corrersi dietro su un vento all’ovest 
a morire.
Nell’asprezza del vespro
che sa d’arance e seta rossa
te ne raccontai e tu dicesti
-ancora-
E ripetei l’azzurro e quelle virgole
di nuvole sulla punta del mio naso
e tu ridesti e la chiamasti Poesia.
E furono poi
petali di indaco sull’asfalto 
steli di rose perdute
da un auto in corsa verso il mare
nella straordinaria banalità del giorno.
M’illuse l’attimo, prima della congiunzione.



Giunchiglie

Amore, dammi tutte le amorose
cose; faccio un coppetto profumato
che gli olii assorba dal sostrato; fino
a fondermi le mani e i polsi e il nettare.

Fili, tra gli aghi di pino son verdi
come il giorno si svettano in rocciose 
rimembranze tra pigne e di cortecce 
carcasse. Terra attrae in dolce manto:
vi si erge Vita, versata in giunchiglie
incuranti del bistro di un mattino
                                             odorose.



Senza parole è difficile arrivare…


… ci vuole un interlocutore
che sappia cogliere
un battito convulso delle ciglia,
o il gesto nervoso delle mani,
un punto scappato
una virgola mancata o una dislessia;
non lo sguardo che si vela
e chiude quel che in fondo è così fragile.

Lo scampo, è nella vita
muta nel tremolare
di un vecchio film in bianco e nero
nell’espressione su una musica diegetica.

Follia, nel disciogliersi di nodi;
viscide ipocrisie
eppure compassionevoli
sui marciapiedi di un metrò.

Una donna di spalle ha il capo curvo
frange le coprono dita rinsecchite
non si volta al passare del treno.
Non ha scampo la mia strada
passa da lì ogni giorno
ma, non la incrocia.



Maudit

Ricordo di un folle poeta
odiare i poeti
-ma non sei tra loro il migliore?-
chiedevo e lui: M’odio!
Sappi. In questo suono
stanno le ossa mie a crepitare
qui, dove la cenere
sbuffa lapilli e inconsistenti fumi
grida se vuoi il disprezzo
non cedere a pietà, non acedia
ti sfiori, io mi odio
e te rovino
nel mio sentire famelico  brucio
Il mio sorriso è  sdegno
la mia… pa-ro-la si scompone… ahi,
all’inutile tuo dire mi taccio.


Vagoni bianchi

Vagoni bianchi
morti binari
nel grigiore di valli
sfondi neutri incontaminati
tra nebbie cilestrine fumi
incensati da stagioni.

Sterpi sulle fiancate
portano  grovigli di tempo
a camminare avanti
indietro
al lato
secondo vento.

Vagoni-sterpi-tempo

Chi
ancora aspetta?
negli anni passati
agli sguardi ai baci abbandonati
confusi nel verbo
cosa?
Vagoni-anni-baci





3 commenti:

  1. Una gradita sorpresa vedere queste mie pubblicate accompagnate da una bella recensione, tanto incisiva quanto perspicace. Un tentativo il mio, di tornare alla mia posa primitiva con la consapevolezza di oggi. Il mio viaggio continua nelle congiunzioni anche negate. Grazie maestro. Patrizia

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  2. Il caro, ineguagliabile Maestro, come lo definisce con acume Patrizia, riesce a centrare le caratteristiche del versficare di quest'autrice, la cui voce si leva fuori dal coro e si connota come un canto, che oserei dire pre - moderno.
    " Terra attrae in dolce manto:
    vi si erge Vita, versata in giunchiglie
    incuranti del bistro di un mattino
    odorose."
    D'altronde che l'immagine della città sia scarsamente presente negli artisti dei nostri tempi é più che plausibile, poiché la città s'identifica con una sorta di inferno dominato dalla potenza del dio denaro, che tutto asservisce alle sue leggi, anche la poesia.E' il 'nero oceano dell'immonda città' di Baudelaire, in cui si addensano le colpe e le vergogne e da cui si fugge con una disperata nostalgia di innocenza.
    Per quanto riguarda le altre liriche di Patrizia si ritrova la tensione verso una forma espressiva ricca di quell'energia che può distruggere convenzioni e vincoli opprimenti e liberare da un'esistenza inerte. Il messaggio di libertà e intensità vitalistica non si limita alla sola sfera individuale e soggettiva, ma assume il valore di un messaggio indirizzato all'intera umanità.
    "Una donna di spalle ha il capo curvo
    frange le coprono dita rinsecchite
    non si volta al passare del treno.
    Non ha scampo la mia strada
    passa da lì ogni giorno
    ma, non la incrocia."
    E lo stile é indice di una sensibilità superiore, di una volontà indomita di rompere gli argini e di innovare. Ancora una volta mi inchino alle capacità poetiche di quest'amica!
    Maria Rizzi

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    1. Grazie infinite alla sensibilissima Maria Rizzi, attenta e generosa sempre nella sua lettura che, mi gratifica immensamente. Quante volte, ci giriamo per non vedere o, forse guardiamo soltanto senza poter agire nel vero "incrociasi" della vita. Il nostro maestro Pardini, mai mi insegna di poesia ma molto di più, in poche parole, riesce a parlarmi di vita e io gli credo. A volte, si discute e si ride insieme di poesia anche e, capita, che egli mi rivolti come un pedalino. Grazie Maria, sono io ad inchinarmi alle tue capacità di leggermi. Non sempre a tutti succede.

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