lunedì 9 luglio 2018

GIUSY FRISINA LEGGE: "HASH MD5" DI IACOPO CHIOSTRI


FILOSOFIA DELL’ESISTENZA TRA TRAGICO E COMICO - CORRELATIVO OGGETTIVO - BANALITA’ DEL MALE - METAFORA DEL SALI-SCENDI.


Casa editrice  “Il viandante”, prezzo di copertina 12 euro

Giusy Frisina,
collaboratrice di Lèucade

Tempo addietro mi sono trovata a disquisire con una collega, durante una serata sulla poesia novecentesca alle Giubbe Rosse presente il direttore artistico dello storico Caffè letterario (lo scrittore Jacopo Chiostri) sul significato del cosiddetto “correlativo oggettivo”; ne parlavamo a proposito della poesia di Eliot e di Montale, ritornato per l’occasione nel suo amatissimo Caffè.  Non ero tuttavia affatto sicura di aver chiarito fino in fondo il significato effettivo di questa espressione fino a quando, successivamente, mi sono imbattuta in un libro insolito - dal misterioso titolo HASH MD5 - scritto proprio da Jacopo Chiostri; il libro non sembrerebbe aver nulla a che fare con la poesia, trattandosi di un romanzo giallo, il fatto è che non è semplicemente un giallo...
Infatti, come ha precisato lo stesso autore durante la recente presentazione, si tratta di un testo che rompe con la tradizione del romanzo di genere, assumendo un carattere più libero rispetto ai clichè tradizionali del romanzo poliziesco (di cui lui rimane un esperto).
In primo luogo per lo stile ironico e spesso divertente, nonché paradossale, quando non surreale, che caratterizza tutta la vicenda pur fondata, che lo si voglia vedere o no, su un paradigma tragico, caratterizzato tuttavia dall’assurdità e dall’apparente insensatezza dei delitti di cui si narra.
Si tratta dunque pur sempre di una storia fondata su un grave fatto criminale, ancora una volta da Chiostri incastonata nella sua Firenze, una città piena di contrasti dove, per una strana alchimia, l’atmosfera surreale finisce col diventare una sorta d’incredibile specchio della realtà più cupa e inquietante, qualcosa che da un momento all’altro potrebbe anche accadere, sebbene abbia dell’assurdo, in un quartiere di periferia di questa città culla dell’umanesimo rinascimentale ove, obbedendo alla dialettica degli opposti, il nostro tempo, a volte disumano, annida le sue folli contraddizioni.
Quello che mi ha colpito del romanzo è proprio il suo carattere paradossale, ma anche direi la geniale metodologia narrativa per cui il riferimento agli aspetti più atroci dei delitti risulta in qualche modo ‘riequilibrato’ dalla costante esibizione - teatrale - di personaggi tutti più o meno illogici, cionondimeno divertenti, che incontriamo sia nell’ambiente della questura, che nel condominio dove è avvenuto uno dei due misteriosi omicidi.
Un’umanità che, come avrebbe detto Eliot, “non può sopportare troppa realtà” e che tragicamente è rappresentata, nella sua” poesia dell’esistenza”, in una forma frequentemente prosastica. Al contrario qui questa umanità è “poeticamente” spinta a sviluppare, nei numerosi personaggi ben caratterizzati che vi appaiono, comportamenti artisticamente nevrotici e al limite del grottesco che talora possono sembrare anche dissacranti, come quello della donna che parla con le ceneri del marito contenute in un barattolo di amarene o della suora che si esprime come uno scaricatore di porto, senza tuttavia perdere  l’una la tenerezza verso il consorte defunto, l’altra la propria profonda spiritualità. E soprattutto senza che ci sia bisogno nella narrazione di dover ribadire in modo esplicito cosa questi personaggi pensino o sentano (che è come dire quanto prosa e poesia nell’arte si possano incontrare anche in un romanzo giallo così particolare!).
In effetti è proprio in Hash MS5 che si rivela in modo evidente il significato del “correlativo oggettivo” di cui parlavo all’inizio, ed è questo il punto in cui il romanzo e la poesia si incontrano. 
Secondo Eliot - e Montale che ne sviluppò il concetto - il modo migliore di esprimere emozioni in forma d’arte consiste nel trovare oggetti, situazioni, eventi, che parlino da soli, ovvero che possano costituire la formula di quella particolare emozione che si vuole esprimere, così che i fatti esterni possano  costituire corrispettivo emblematico di una determinata emozione, per un totale assorbimento delle intenzioni nei loro significati oggettivi.
Ora nel romanzo il dato più significativamente oggettivo può essere espresso sia da una catena di eventi sia più semplicemente dallo stesso comportamento dei personaggi e in particolar modo dal protagonista principale, che nel nostro caso non può essere che il valoroso commissario Gennaro, fragile nella sua solitudine forzata (la moglie lo ha lasciato perché lui la tradiva col lavoro) e nella recente malattia che gli fa tuttavia apprezzare il valore della vita oltre che nella necessità di credere, malgrado le difficoltà e le controversie più o meno comiche, nel proprio compito,  e non solo per evitare il temuto trasferimento in Sardegna minacciato di continuo dal Questore, altra figura emblematica e complessa.
Emergono nel romanzo aspetti intensamente esistenziali, come quello del rapporto con la morte, o come il tema, intensamente etico, del male di cui emerge la banalità come ben diceva Hannah Arendt.
Una banalità che è denuncia di un mondo contemporaneo dove ad esempio un gruppo di giovani universitari provenienti da famiglie “normali” che si ritrovano in un pub a bere e a far uso disinvolto di droga traducono dei videogiochi in realtà. E tuttavia le idee trapelano sempre tra le righe senza che l’autore, immune da ogni forma di retorica o di moralismo, si permetta mai di darcene una riflessione troppo esplicita, lasciando al lettore di giungere alle sue conclusioni, se vuole, oppure semplicemente divertirsi e lasciare che il romanzo autonomamente svolga comunque la sua funzione catartica.
Da qui la sua particolare leggerezza, che niente ha a che fare con la superficialità; da qui la varietà colorata di personaggi che non annoiano mai con le loro stranezze, perché proprio queste stranezze li rendono così profondamente umani, compresi i colpevoli dei delitti, pur se nel loro agire mostruoso.
Ma infine è proprio il commissario Gennaro a tirare le fila di tutta la storia nel bellissimo dialogo finale con un giovane giornalista, lui così discreto eppure vero protagonista, la cui “ira funesta” talvolta è confrontabile con quella dell’eroe classico (non a caso, per una strana trasposizione, al messaggio crittografico di HASCH MD5 è associato al ben noto verso iniziale dell’Iliade) ma anche con la “pietas” di Enea nei confronti delle vittime e dei deboli, una debolezza che per un momento si riconosce anche al più colpevole, nel ricordo della sorellina morta, anche se non può essere una giustificazione a un delitto efferato e gratuito che deve essere consegnato alla giustizia.
Un’ultima parola, un’ipotesi ancora in chiave filosofico-esistenziale sulla metafora della scala, che appare all’inizio del romanzo, e che poi assume nella storia un significato legato al modo apparentemente senza logica con cui sono state uccise le due vittime.
Il saliscendi dell’uomo che cerca il cielo e precipita nei fondali è stato, sia pure in due forme diverse, usato dai perversi assassini per rappresentare la morte  dei due poveri diavoli incappati (casualmente?) nelle loro grinfie. Suona come una sorta di messaggio nichilista per i destini dell’umanità che non vogliamo condividere, preferendo più poeticamente la visione di Montale il quale, in una sua straordinaria poesia intitolata “I limoni”, vede “in ogni ombra umana che si allontana, una disturbata divinità”. Credo che questa bellissima immagine appaia pure nel romanzo e che l’autore la possa riconoscere come sua.

Giusy Frisina


2 commenti:

  1. Una recensione molto esaustiva ed articolata, quasi assimilabile ad un saggio breve.

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  2. Ringrazio il gentile anonimo commentatore e lo invito a leggere il libro che ha ispirato una tanto approfondita recensione. Cordialmente. Giusy Frisina

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