sabato 23 dicembre 2017

NAZARIO PARDINI: "CRONACA DI UN SOGGIORNO"



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DAL TESTO



Il profumo della rosa



Quanto breve il profumo della rosa!
Nelle mani del vento,
nelle fauci del sole è di già spento
nonostante le guazze dei ricordi.
E tu fiore di campo stavi fuori
dai giorni delle rose, dai giardini dei fiori.
Ora è vano sederti sulla piazza         
alla bruma soffusa dei lampioni;
sono vuote le sere; senza mani
sul trepido rifiuto della gonna.
Gli incontri non avranno più le ali
con cui volavi avida di mari:
quei mari in cui affogavi le tue pene,
che rapivano ghiotti i tuoi sorrisi.
Inutilmente
ritorneranno i giochi della luce,
i passi di penombre a stuzzicare il cuore.

Quanto breve il profumo della rosa,
il suo bocciolo strinto da regina!
Dovevi respirarlo sorridente
quando sfidava il rosso dei tramonti.

Oramai
ossimorici abbandoni dentro te:
ritornerai abbracciata a una presenza
con in seno il dolore dell’assenza.

21/05/2017




Il viola dei cisti



Il viola dei cisti sulle dune
fa l’occhiolino al mare e il maestrale
risponde coi buffetti sulle guance
ai figli dell’estate. Tutto tace
su questa spiaggia sola e abbandonata.
È luce attorno. Ma è vera sinfonia
di palpiti gentili, di nascosti
linguaggi primitivi, di strumenti
che arrivano con gli archi
nei meandri dell’anima. L’azzurro
è il primo attore. Ti prende e ti trascina
in isole lontane, all’orizzonte;
ti è fonte d’illusioni, di astrazioni,
di sperdimenti. E più ti riconosci,
non ti ritrovi più oltre gli affanni;   
sei ospite di terre in mezzo al mare
lontano dai rumori della vita.
Se poi viene la sera e dalla riva
odi Chiari di luna di Glen Miller,       
l’ombre annuncianti l’aria della notte
ti chiamano a godere dei profumi selvaggi
che tutt’attorno irrorano fragranze.

01/06/2017



La mia isola



Dopo un lungo viaggio è là che io vivo
la tanto sospirata verità.
Spiagge lucenti,
dune di mirti, cisti e di ginepri,
carezzati da mani trasparenti,
foci di fiumi puri e cristallini
dove si aggirano uomini cólti
di nudità di spirito con donne
amanti dell’amore.  E sguardi e amplessi,
e gioia di coloro che giunsero alla meta.
Lì, accompagnano orizzonti diamantini
le melodie più belle del creato:
di Beethoven, Vivaldi, di Bellini,
di Mozart, Rossini, di Mascagni,
di Verdi… voglio dire; e di Puccini
il coro a bocca chiusa sopra l’acque
di un lago che lo vide meditare.
Ho respirato qui la verità
che hanno cercato sempre i pensatori
nei secoli dei secoli. In terra,
da mire contagiata di ricchezze,
da materialità senza confini,
da impulsi di potere senza freni,
si è sempre prolungata in vesti nuove
per allungare il tiro e allontanarsi
da realtà corrotte. Su quest’isola
le campagne rigurgitano fiori,
si estendono infinite assieme al cielo;
i voli non sanno della morte,          
nemmeno la conoscono gli umani:
è sorella la morte; e dal bello
trae la sua linfa, prende nutrimento,
e nel bello finisce e si confonde.
Io sono qui. E a sera
sento il richiamo della mia certezza,
fuggo col cuore zeppo di quell’aria,
coll’anima immortale dei suoi venti,
coll’alito lucente del suo sole.
È questa la mia isola. Lontana
dai rumori di terra, dai frastuoni
che inondano le strade,  dagli odori
che marciscono dentro, si rannicchia
in mezzo a un mare vasto che protegge
i suoi confini. Come ci arrivai?
Sopra una barca effimera e precaria
contro venti nemici che la spinsero
su scogli crudi e aguzzi. Mi aggrappai
ad un asse scampato al naufragio:
una tavola rósa dai salmastri.
Mi fu amico l’urlo tramontano   
che la volle alle sponde verdeggianti
dell’isola del vero. Là trovai
da subito una quiete, libero dai tramagli
del mio lungo viaggio. Donavano i sentieri
il loro corso a intrichi rigogliosi
che mai vide interessi industriali.
Spiagge silenti e gravide di pesci
per morte naturale. E corsi d’acqua,
lussureggianti cime, cieli zeppi
di ali svolazzanti; solo suoni
di canti di ruscelli e onde di mare.
È questa la mia isola. Da là torno
per incontrare il figlio, la mia donna,
per sbrigare le solite incombenze…
Ma la sera, quando il sole riporta 
colori e ricordanze, prendo il mare,
mi affido ad un delfino,
e via verso le spiagge solitarie
della mia verità. Melanconia,
sentimento, passione, memoriale,
natura fresca d’immagini procaci
mi fanno compagnia. Mi si ammucchiano
in un capanno al suono del silenzio,
fra i tremiti dei giunchi: là riposo
assieme ai miei pensieri, meditando
sulle vicende umane e sugli umani
che razzolano a terra. E non capisco,
da questo mio capanno, il loro fare,
il loro incespicare sulle pietre
che aguzzano i sentieri della vita.

03/07/2017

20 commenti:

  1. Io non ho niente da commentare dietro queste odi.
    Io ho visto, ho respirato, ho sognato...sono entrata in questi versi delicati, armoniosi, sospirati..Io sono in questa Isola, -la nostra "isola"-, Nazario Poeta, così vicino alla mia anima, compagno di fantasie e di sogni..!
    E in questa isola "che c'è" io rimango. E vivo.
    Grazie per tutto questo ed altro che con la tua Poesia sai evocare..
    Edda Conte.

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  2. C'è tanta voglia di vivere, tanto stupore... stupore, il vero valore, ciò che ci rende nuovi davanti al tempo che passa senza curarsi di noi...
    Un abbraccio
    Claudio Fiorentini

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  3. Una raccolta dal titolo emblematico, ed anche un po’ inquietante nella precarietà diminutiva di significato esistenziale che il termine “soggiorno” porta con sé e della dimessa volontà narrativa “cronaca”: -CRONACA DI UN SOGGIORNO-
    Della nuova silloge N. Pardini ci ricorda tre poesie: la prima – la rosa-, ci immette col suo gioco di rimandi e rimbalzi nel tema della misurata malinconia della brevità della vita e della bellezza, sempre effimera, caduca “nelle mani del vento”, ed apre al mondo dell’autore, misterioso evocato ne -Il viola dei cisti- che colora le dune spaurite e risponde timido all’azzurro del mare, dove il maestrale intona le sue sinfonie morbide nella luce, e la musica di Glen Miller, il suo sound vellutato, che ben sa utilizzare la sordina, dà corpo e significato all’inespresso sentimento che parla col suo linguaggio primitivo nella luce…
    Ci troviamo a confrontarci con una “evasione” poetica ed esistenziale,quella dell’uscita delle colonne d’Ercole della realtà quotidiana, verso l’isola della poesia, l’invocata Léucade, una frontiera inesplorata ai più, un sogno che apre al sovra-sensibile, una porta che si apre verso l’armonia e il mistero, tra musica e profumi di cisti e di ginepri e cristallini, foce riposante di fiumi, l’universo magnetico dei profumi selvaggi, nuove fragranze, suoni palpitanti … e ti ritrovi immerso nel coro a bocca chiusa di Puccini, nell’unico mondo di verità di certezza che il poeta conosce dopo un percorso “sopra una barca effimera e precaria/contro venti nemici che la spinsero/ su scogli crudi e aguzzi”: un mondo di Melanconia, di sentimento, passioni, memorie che si disfano, in una “ natura fresca d’immagini procaci”, quasi dimentico e reso insensibile alla follia del mondo che ha rinunciato a capire, in un totale abbandono ai misteri del Bello, e al fascino della musicalità. Una ricerca di quiete -totale- che ha lasciato dietro di sé anche il sogno dentro il sogno- il mondo delle inquietanti riflessioni filosofiche e della conoscenza mitologica.
    Grazie.

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  4. Un sobbalzo di scarti emotivi; un fragore di profumi e di parole che m'investe e mi trascina vicino a voi, miei carissimi amici/che. Ringraziarvi è poca cosa; e quindi mi lascio trasportare dalla brezza di Lèucade in un abbraccio tanto stretto quanto caloroso, a voi avvinto (Edda, Claudio, Maria Grazia) nello splendore della Poesia.
    AUGURI

    Nazario

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  5. Caro Nazario mio, non devi dire
    che quest'isola è sola e abbandonata.
    Ci siamo tutti noi e ognuno un fiore
    vi semina ogni giorno con amore.
    Chi ci mette il ranuncolo o la rosa
    o il papavero o il rosso ciclamino,
    tanti fiori diversi ma i colori
    armonizzano insieme in una tela
    che ha l'ordito intessuto con il cuore.
    Anche noi ci aggrappiamo al tuo delfino
    per poter arrivare alla tua isola
    che felici ci fa, che rasserena
    il grigiore dell'anima e del corpo.
    Tu sei lì, quasi baldo giovinetto
    che non sente i suoi anni e la fatica
    e ci porgi la mano perché approdo
    sia il nostro per sempre alla tua terra.

    CANAPA

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  6. Grazie amica cara, parte fondamentale dell'acronimo, poetessa infaticabile con la prua diretta all'isola che non c'è.
    Tanti AUGURI
    Nazario

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  7. Le poesie di Nazario sono sempre toccanti, profonde, che parlano dell’uomo del nostro tempo con delicata nostalgia. La poesia “La mia isola” è una delle più belle che abbia letto negli ultimi anni, il tessuto mi ha toccato il cuore. I commenti di chi mi ha preceduto sono condivisibili appieno; un saluto particolare a Maria Grazia che ho avuto il piacere di incontrare recentemente a Firenze e a Carla, sempre originale e puntuale coi suoi commenti.
    Grazie a Nazario e auguri di Buone Festività a tutti.
    Pietro

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    Risposte
    1. Grazie Pietro, per le tue toccanti parole.
      Nazario

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  8. Ho già diffusamente commentata la prima poesia in calce a un post di Nazario del 22 maggio dell’anno che si avvia alla fine. A proposito delle altre due si può tranquillamente affermare che esse stanno in modo assolutamente naturale e proprio nel territorio poetico del nostro Toscano, che racconta la poesia della vita con commozione e pienezza di cuore; e con quella perspicua sensibilità che fa fremere versi e parole e che organizza e connota un’onda di immagini e di sentimenti affascinanti e convincenti per il lettore in cerca di pure emozioni. E queste, naturalmente, Pardini offre a piene mani.
    Complimenti, carissimo Nazario, per questa tua ulteriore prova di poesia.

    Ed ora spazio a CANAPA.

    CANAPA chiama, CANAPA risponde.
    E dice che Nazario traccia solchi
    di poesia nell’isola del sole.
    Della vita la favola racconta,
    richiama affetti, rivive memorie,
    vola sul filo di ogni emozione,
    col cuore parla ai cuori più restii;
    e spezza il pane in versi e poi lo dona
    per l’agape fraterna, generoso.
    Di profumi c’inebria e di sentori
    d’erbe e di fiori.



    Pasquale Balestriere

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  9. Grazie a Pietro e a Pasquale che hanno ornato con riflessi d'oro il mare di un'isola che ci è vicina.
    Tanti AUGURI amici

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  10. Sul blog ho letto della sua "Cronaca di un soggiorno" e così vorrei esprimermi:

    Futuro "bimbo"

    Non conoscevo
    generoso sguardo
    ma, se noi siamo
    anche sogno...
    io ora così, di te,
    vò narrando.

    Allor fanciulli
    ci incontrammo
    Nazario,
    e all'avvento
    impercettibile
    dei nostri sguardi,
    l'anima colse
    scintillio
    dal cuore e
    dal puro spirito
    e trattenne il
    futuro "bimbo"

    così che io ora
    dico

    Oh, bimbo,
    nel tuo sguardo,
    te rintraccio,
    nel futuro "bimbo"
    cui non appartiene
    schema predefinito
    nè pregiudizio.

    Sì, mentre alzi
    gli occhi
    nel vuoto, fissi
    e non assenti ma
    assorti, contempli
    il tuo puro spirito
    che corrispondi,
    libero
    e non smarrisci
    quando lo riprendi,
    adulto.

    Rita Fulvia Fazio

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  11. Grazie prof. Pardini, è un vero piacere leggerla anche a Natale. Approfitto per fare gli auguri di un sereno Natale a lei e a tutti gli abitanti dell'isola. Emanuele Aloisi

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  12. Può sembrare una fiaba, l'isola di cui narra Nazario Pardini, ma fiaba non è. E' il luogo/non luogo dove abita il mistero dell'essere, del nostro essere, della nostra ignota (ma non per questo chimerica) identità. "Ho respirato qui la verità / che hanno cercato sempre i pensatori", "Io sono qui. E a sera / sento il richiamo della mia certezza". E' la porticina segreta dove ciascuno può entrare, non per nascondersi al mondo, ma per acquisire quella nozione di sé indispensabile ad agire nel mondo con maggiore equilibrio e lucidità: "E' questa la mia isola. Da là torno / per incontrare il figlio, la mia donna, / per sbrigare le solite incombenze". Vivere dunque, non lasciarsi vivere. Nella certezza che mai la vita potrà tradire i viventi. Mai.
    Franco Campegiani

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  13. Tantissimi AUGURI e grazie a Fulvia Fazio, a Emanuele Aloisi, e a Franco Campegiani per i loro saporiti interventi.
    Nazario

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  14. "Dopo un lungo viaggio è là che io vivo
    la tanto sospirata verità.".
    L'incipit de "La mia isola": basterebbe questo per capire tematiche e melodie del nuovo lavoro di Nazario.
    "Cronaca di un soggiorno" - dunque -, il soggiorno di un naufrago che sulla "tavola rósa dai salmastri" si mette in salvo, fugge dalle "realtà corrotte" di una terra contagiata e contaminata "da impulsi di potere senza freni". E non sembri l'anelito tipico dei sognatori (identificati a torto con i poeti); no, non è così: c'è chi non sogna più perché ha paura di farlo e chi ha il coraggio quanto meno di provarci; c'è chi si ritiene colto perché civilizzato e omologato e chi colto lo è perché selvaggio, ancora selvaggio vuole essere nella vita e nell'anima.

    Sandro Angelucci


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  15. Grazie a Sandro per la sua perspicace analisi.
    Nazario

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  16. Dopo un lungo viaggio è là che io vivo

    la tanto sospirata verità.

    I versi di questa lirica mi hanno fulminata in special modo i primi letti col cuore; non è solo il percorso verso l'isola, è l'attraversamento dell'amato mare foriero di molteplici simboli, è il senso della vita, del mistero, è il senso stesso della parola del viaggio poetico, dove nell'armonia di spirito e materia, nel cuore del Sé, troviamo la nostra realizzazione.
    Caro Nazario è superfluo dirti che le tue odi sono sublimi, grazie per il dono che fai a tutti noi di queste tue perle di bellezza. Un caro abbraccio.
    Emma

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  17. Carissima Emma, superlativo il tuo commento, emozionante, troppo buono, sicuramente dettato dalla tua vicinanza affettiva.
    Buon anno
    Nazario

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  18. Già il titolo di questa nuova raccolta poetica di Nazario Pardini è emblematico: “Cronaca di un soggiorno”. E cos’è questo soggiorno se non la nostra vita terrena che, come un qualunque soggiorno, è transitorio?
    E l’Autore individua in questo suo vivere particolari momenti e stati d’animo. Ecco che quindi compare il rimpianto, costantemente in agguato, per occasioni perdute per sempre e irrecuperabili, per una “rosa che non si è colta” nel pieno del suo rigoglio, perché, si sa, la gioventù, a volte, rende superficiali:

    “Quanto breve il profumo della rosa,
    il suo bocciolo strinto da regina!
    Dovevi respirarlo sorridente
    quando sfidava il rosso dei tramonti.”

    Ma egli non vuole fermarsi allo sterile rimpianto e, guardandosi intorno, intravede e recupera i momenti “veri” della sua vita, quelli per cui vale la pena averla vissuta! E dall’alto della sua maturità, della sua pienezza di vita scrive:

    “E più ti riconosci,
    non ti ritrovi più oltre gli affanni;
    sei ospite di terre in mezzo al mare
    lontano dai rumori della vita”

    perché la vita non è solo affanno, alienante quotidianità, stressanti incombenze, la vita è “ luce, è sinfonia, è fragranze”; la vita è comunione con la Natura, per colui che ha occhi per vedere la sua magnificenza, e di conseguenza, con Colui di cui la Natura è immagine.
    E dopo il lungo cammino percorso durante il suo “soggiorno, l’Autore approda alla sua “isola” e vi si stabilisce. E’ una piccola terra dove egli ritrova se stesso, dove è al riparo dagli affanni e dai rumori della vita, dove può godere di:

    “Spiagge lucenti,
    dune di mirti, cisti e di ginepri,
    carezzati da mani trasparenti,
    foci di fiumi puri e cristallini
    dove si aggirano uomini cólti
    di nudità di spirito con donne
    amanti dell’amore”

    dove “vive la tanto sospirata verità”.

    Non è stato facile, per l’Autore, raggiungere questa “isola-verità”, ché la navigazione durante il soggiorno è per tutti ardua:

    “Come ci arrivai?
    Sopra una barca effimera e precaria
    contro venti nemici che la spinsero
    su scogli crudi e aguzzi. Mi aggrappai
    ad un asse scampato al naufragio:
    una tavola rósa dai salmastri.”

    Ma egli ci è giunto, alfine, e ce lo comunica con una splendida allegoria, gioiosa, che invita alla riflessione, alla speranza, a guardarci intorno e dentro, cercando quello per cui vale la pena di portare avanti il nostro “soggiorno” e giungere alla “nostra isola-verità”.

    E’ un invito e un augurio al tempo stesso! E io ti ringrazio dal profondo del cuore! Quanto ancora mi insegni, non solo relativamente alla “poesia”, Nazario!
    Ester Cecere

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  19. Non posso altro che inchinarmi davanti a tanta superba e commovente analisi. Un vero gioiello di nota recensiva che avvince e convince.
    Grazie Ester

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