lunedì 5 gennaio 2015

LORENA TURRI: "PROSA IN VERSI O POESIA IN PROSA"


Lorena Turri

DA: "PASQUALINO CINNIRELLA: "POESIA O VERSI IN PROSA" 


La questione sollevata dallo scrittore Pasqualino Cinnirella è oramai tema di discussione all’ordine del giorno.
Personalmente evito le locuzioni “prosa in versi” o “poesia in prosa”, perché ossimori insignificanti, giacché prosa e poesia sono due espressioni artistiche nettamente separate come sottolinea il professor Pardini e mi associo, piuttosto, alla definizione di “non- poesia”.
La tendenza corrente è quella di “spacciare” per poesia ciò che in realtà è prosa e talvolta pessima prosa.
Dove sta la linea di confine tra prosa e poesia?
Credo sia sufficiente un esempio per capirlo.
Se proviamo a scrivere sotto forma di versi , andando a capo come capita o come ci sembra più adatto, un brano tratto dall’incipit de “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni, agli occhi dei profani e dei poco pratici di linguaggio poetico, apparirà una poesia.

Esempio:

“Per un buon pezzo, la costa sale
con un pendìo lento e continuo; 
poi si rompe in poggi e in valloncelli, 
in erte e in ispianate, 
secondo l’ossatura de’ due monti, 
e il lavoro dell’acque. 
Il lembo estremo, tagliato dalle foci de’ torrenti, 
è quasi tutto ghiaia e ciottoloni; 
il resto, campi e vigne, 
sparse di terre, di ville, di casali; 
in qualche parte boschi, 
che si prolungano su per la montagna. 
Lecco, la principale di quelle terre, 
e che dà nome al territorio, 
giace poco discosto dal ponte, 
alla riva del lago, 
anzi viene in parte a trovarsi nel lago stesso, 
quando questo ingrossa: 
un gran borgo al giorno d’oggi, 
e che s’incammina a diventar città…”(Alessandro Manzoni)

Ma, come si può notare, non è l’andare a capo che rende questo brano di prosa descrittiva, una poesia. Pur nella sua liricità, l’architettura del testo è tipica della prosa e il linguaggio utilizzato adeguato. La frase: “Lecco, la principale di quelle terre, e che dà nome al territorio…” è un dettaglio geografico inutile in una poesia, così come impoetiche sono espressioni come “al giorno d’oggi”, “nel lago stesso”, “è quasi tutto ghiaia e ciottoloni”. Anche camuffato con gli “a capo” il brano è riconoscibile come prosa e ad essa riconducibile. 

Se, mantenendoci sempre nell’ambito descrittivo, analizziamo questa lirica di Mario Luzi, per quanto scritta in versi liberi, l’afflato poetico e la musicalità è subito individuabile:

Natura 
DI Mario Luzi

La terra e a lei concorde il mare
e sopra ovunque un mare più giocondo
per la veloce fiamma dei passeri 
e la via
della riposante luna e del sonno
dei dolci corpi socchiusi alla vita
e alla morte su un campo;
e per quelle voci che scendono
sfuggendo a misteriose porte e balzano
sopra noi come uccelli folli di tornare
sopra le isole originali cantando:
qui si prepara
un giaciglio di porpora e un canto che culla
per chi non ha potuto dormire
sì dura era la pietra,
sì acuminato l'amore.

La differenza non sta dunque in “ bei vocaboli incastonati qua e la nel testo per attirare l’attenzione del potenziale lettore”, né nell’ "a capo" selvaggio, ma nella proteiformità del canto e nella significanza delle parole. Come afferma Pardini nella sua introduzione: “Il verso non si può permettere di andare a capo quando vuole: deve rispettare quelle regole che sono insite prima nella parola poi nel verso stesso.” La lirica di Luzi ce lo dimostra.

Lorena Turri

4 commenti:

  1. Buon anno a tutti... Mi unisco da poco esperta a questo interessante dibattito, in quanto credo rappresenti la conditio sine qua non per definirsi poeti. Il male del nostro popolo di 'navigatori, santi e poeti', sta proprio nella convinzione che per scrivere versi basti andare a capo e creare uno stile lirico. Se ho smesso di comporre poesie è stato proprio perché mi accorgevo di non possedere i requisiti necessari. E non alludevo alle regole metriche, agli schemi classici, ma agli strumenti di base che consentono di usare le categorie poetiche. Neruda, per esempio, riprese l'antichissima categoria del timbro, rimasta ignota all'estetica classica. Altri, come Ezra Pound, adottarono la tecnica del mosaico, una sorta di 'montaggio'. Luci, citato dalla cara Lorena, rappresenta una voce chiarissima e innovativa, che peraltro si cimentò anche in metrica. E si potrebbero citare moltissimi autori che in versi liberi hanno toccato le stelle! Occorrerebbe prendere le misure di se stessi. La prosa poetica, anche a mio umile avviso, è semplicemente non - poesia. Queste disamine sono importanti alfine di chiarire le idee a tutti coloro che si inventano poeti e ringrazio Pasqualino Cinnirella, il caro professor Nazario e Lorena per spunti così affascinanti.
    Maria Rizzi

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  2. Anch'io sono fermamente convinto che tra prosa e poesia esistano distanze incolmabili. Tuttavia non riuscirei a definire razionalmente quali siano tali distanze, dal momento che anche in prosa troviamo non di rado quella musicalità, quel sentimento, quella fantasia che si direbbero appannaggio dell'espressione poetica. Tanto che si può avere la sensazione di una versificazione annullata e distesa sulle righe (ed è il contrario del gratuito "a capo" di chi spezza una prosa pensando di fare poesia). Intendo dire che la poesia non è definibile razionalmente: sarebbe come voler definire razionalmente il mistero. In essa è lo spirito a fare capolino e lo spirito viaggia a velocità supersoniche che possono soltanto balenare nell'espressione artistica, mai farsi realmente catturare. Resta pertanto impossibile fissare delle regole oggettive. Lo spirito sta al di sopra dell'intelletto, per questo è libero. Non nel senso che non abbia regole, ma nel senso che è lui ad imporre, di volta in volta, le regole. E sta qui l'originalità dell'arte, altrimenti sarebbe un mondo di fotocopie. La poesia nomina per la prima volta il mondo. Sempre e comunque, pur utilizzando la lingua comune. Sta qui il suo mistero.
    Franco Campegiani

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  4. ALDEBARAN6 gennaio 2015 14:03

    Io non so se sia impossibile definire razionalmente la poesia, come dice l'amico Franco Campegiani. So per certo però che essa trascura i confini netti, si prende gli spazi che vuole, invadendoli a modo suo, ignora divieti, trappole e forche caudine. Naturalmente il poeta non è un folle né uno sregolato, scrive secondo la sua natura, le sue capacità e certe regole che ha interiorizzate; e la sua bravura sta nell'incarnare in una forma plausibile il rivolo o il fiume di poesia che, erotto dalla sua più profonda intimità, lo percorre, e reclama l'uscita, cioè la vita e, quindi, appunto una forma. E poiché è sempre più difficile, al di là del gusto personale, stabilire cosa sia poesia e cosa non lo sia (tranne in casi evidenti, come possono essere quelli citati da Lorena Turri), né, per la fluidità del magma poetico, è possibile stabilire una barriera (sia pure mobile) che indichi dove finisca la poesia e dove cominci la prosa, diventa occasione di confronto, di battaglia verbale e di tenzone intellettuale la lettura di quello spazio o luogo di nessuno che intercorre tra la prosa e la poesia. Mi spiego meglio. Come stemperando il nero e caricando il bianco i due colori si toccano e poi si confondono nella tonalità del grigio, così può avvenire per prosa e poesia, con ambigue invasioni di campo. Avremo in quella terra di nessuno poesia prosastica o prosa poetica, e mi pare che questa sia soluzione praticata oggi da molti; che però definiscono sempre e solo "poesia" il loro prodotto spesso scadente. E questo non va bene. Anch'io, come i commentatori precedenti, a cui mi associo, sono per una poesia che non solo non si confonda con la prosa, ma neppure offra il destro di pericolose commistioni. Non mi piace la poesia prosastica, perché ha movimento eccentrico, che si allontana dalla vera poersia; preferisco il movimento concentrico della prosa poetica, se proprio devo scegliere. Ma prediligo colori netti. O bianco o nero. Qualunque cosa accada.
    Pasquale Balestriere

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