mercoledì 9 novembre 2016

N. PARDINI: LETTURA DI: "PENSIERI IN CONTROLUCE" DI P. ANTONIO MARINELLI


Non idoli, ma espressioni dell’anima ricerco nella lettura sfrenata della poesia italiana. Non certezze, ma trepidanti paure echeggiano nei versi di Leopardi e Montale. Come scaglie di sapone che si sciolgono tra le mani sono queste letture febbrili. E alla fine resta il profumo silente e desiderato di quelle ore didattiche.

Sì, resta quel profumo; quell’immagine che si fa posto e scalpita per uscire. Sono i fatti, i libri letti, gli incontri vissuti, i desideri, le utopie, che covano nell’anima coccolate da un dolce sentire. E nel Poeta sono proprio queste ricordanze a farsi materia di canto. D’altronde che cosa è la vita se non che repêchage di antiche stagioni che ci videro snelli e audaci, incoscienti del tempo. Sì, esiste anche la realtà, piena, zeppa, contaminante, fattrice di bene e di male; ma questa da sé non è capace di coinvolgerci in un’ispirazione feconda e poeticamente compiuta ed esistenzialmrente contaminante. E’ da là che pesca il nostro animo per tradursi in “Poema”. Da quella vita che si è fatta nuova, con tutti i suoi lampi empatici accompagnati da pathos, saudade, nostos e che determina nelle nostre meditazioni la coscienza del tempo che fugge, della sua precarietà,  della sua inconsistenza, della sua irrefrenabile corsa. E’ confrontandoci con le nostre memorie che ci rendiamo conto di quanto una storia sia breve e fuggitiva, dacché le antiche primavere, con tutti i loro giochi giovanili, si fanno ingigantite, acquistando un sapore che non avevano quando le vivemmo: “Sed fugit interea, fugit irreparabile tempus” (Virgilo Georgiche III, 284).  E la vita non è altro che il tempo prestato dalla morte nel racconto del Nostro; un racconto che occupa tutte le caselle dell’esistere: meditazione, illusioni, delusioni, melanconia e soprattutto inquietudine, incertezza, domande senza risposte: “… Confondo, scompongo,/ dimentico e ricordo/ ma il meriggio più non abbaglia/ i miei sguardi oltre la muraglia” (Meriggio). Affermava Alfredo Panzini: “I Poeti sono simili al faro del mare”, un’immensità che rappresenta l’azzardo verso la libertà, ma pur sempre una libertà zoppa,  limitata al nostro sguardo che non può superare quegli orizzonti concessigli. Oltre c’è il buio. E le domande che ci poniamo su quella oscurità sono tante, mentre poche le risposte; plurali i perché senza soluzione. L’inquietudine d’esistere, la spinta a superare la siepe che segna il limen della nostra vicenda, la coscienza dei nostri limiti, le ingiustizie di una società da rifare, sono i tanti ingredienti che determinano il focus di questa silloge. E sono proprio questi a renderla umana, vissuta, umanamente oggettiva, ed empaticamente universale e spontanea. Non è  azzardato di sicuro riportare la voce di Keats: «Se la poesia non nasce con la stessa naturalezza delle foglie sugli alberi, è meglio che non nasca neppure.». Ed è proprio il ricorso ad un panismo esistenziale di grande valenza ontologica a fare da supporto all’anima del canto:

“Il tralcio di vite
che lega
con moto circolare
la terra al’uomo
è come
il cordone ombelicale
che lega madre e figlio…” (Terra-Madre).

E il Poeta sa che l’uomo non è più in simbiotica fusione con la Natura, e sa che non ne rispetta quelle leggi che segnavano la vita e la morte, l’ordine e la clessidra, la fine e la rinascita della madre eterna:

“…La terra dall’uomo
uccisa
ucciso
Il figlio dalla madre.
Oggi muoiono separatamente” (Ibidem).

Una separazione che non è a se stante ma che implica temi civili, di falso progresso, umanamente sentiti dal Poeta, dacché nei suoi versi chiede esplicitamente:

- Non più “pactum subiectionis”
- ma come Spinoza - “pactum societatis”-.
E avvertimi, perché possa
coprire l’eco della tua voce
con un altro grido:
- Non vogliamo “società moderna”
ma “società civile”-. Chiudi gli occhi ora,
sogna l’isola di Utopia di Sir Thomas More (Utopia).

Contenuti poco adatti magari per farne Poesia, dacché la filosofia e la ragione, credo, siano agli antipodi; mentre il canto si ciba soprattutto di sentimento e di spinta emotiva. Ma è anche vero che ogni tematica è buona, basta che sia filtrata dal cuore; basta che si traduca in immagine, pura, sana, macerata da un riposo  di lunga durata, come in questi versi in cui dobbiamo dire che ogni argomento si fa lirico, personale, sentito, naturale, poetico. Anche perché  c’è una ricerca attenta del verbo, dei suoi nessi, delle sue combinazioni figurate; sì una ricerca polivalente che fa anche del suo proporsi uno spartito musicalmente eufonico; uno spartito che abbraccia con la sua pluralità verbale i tanti messaggi epigrammatici.
E tanti gli ammicchi parenetici; ampio lo sguardo sull’esistere e sull’esserci:

dalla città:

“… La città è la schiava
predestinata della prosopopea umana,
lacrima sciolta al sole
priva del salino sapore(La città).

Ad una riflessione sulla felicità:

“… Magari si nasconde dietro l’angolo la felicità,
in una scatola di cioccolatini.
Forse è trasparente, ma non la si vede,
forse si è persa tra le nuvole” (Per chi ha perso la felicità).

Da una preghiera laica:

“… Ti chiedo se riscoprirò
quella luce che tanto allietò
la mia perduta infanzia;
o se nel tempo dovrò errare cieco
per strade oscure(Ti chiedo una fiamma… a Dio).

Ad un profondo sentimento erotico dove l’imperfetto sembra voler prolungare un magico momento di vita:

“… Lì, in quel posto dove sedevi,
in quella stanza dove meditavi,
in quell’eremo dove ti appartavi,
ti ho conosciuto giovane donna,
e con te ho conosciuto l’agonia,
la sofferenza e la gioia di morire
pronunciando a chiare lettere
la parola AMORE(Malattia d’amore).

Insomma plurimi i temi toccati dall’Autore in questo suo trasporto rievocativo o auspicante. E anche se un sotterraneo sentimento di melanconica nostalgia sembra fare da leitmotiv nel dipanarsi dello spartito, è nella lirica finale che il Poeta trova una sua compensazione; in un sentiero di luce di cui va affannosamente in cerca:



“… E lontano intravedo
un sentiero illuminato
che porta dritto ad un casolare
dove, appoggiato al bastone,
un vecchio curvato e festante
mi tende la mano verso la libertà” (Guardo oltre la finestra).


Nazario Pardini



DAL TESTO



Mani aperte

Sul palmo della mano
sono disegnati atomi
di vita.
In un pugno
li hai chiusi (elevato
al cielo) gridando:
- Viva la Rivoluzione -.
L’odore contadino di castagne
arrostite
che saltellano (fuoco)
in mano.
- Siamo la classe del futuro – dicevi
e del proletariato
(oggi) resta l’agreste nobiltà
come sogno (le sue radici)
abbandonato alla produzione industriale.
- Siamo noi – avresti dovuto dire;
noi con l’anelito di libertà,
con la nostra civiltà,
con i nostri cieli azzurri
che ascoltano
ansie spasmodiche;
e con le mani aperte
che portano chiari e distinti
i segni della vita.




Meriggio

Mi sento triste e solo
in questa mediana uggia.
Lucertole strisciano
lungo fili di erba seccati
dal sole invadente.
Confondo natura con vita
e linfa per me rimane
negli sterili sguardi
che il desiderio (della mente)
di vedere oltre ti permette,
altrimenti abbagliati.
Le fragili pieghe
di un foglio di carta
diventato aereo per gioco,
si confondono (in volo)
con le ali zigzaganti
di un’ape alla ricerca
di un fiore da impollinare.
E il muro odioso
che cinge il giardino perimetralmente
segna l’ostacolo insormontabile
che divide natura e vita.
La scala sottrattami
per impedire ai miei occhi
di varcare la cinta muraria
è stato un gesto ignobile,
come se mi avessero staccato dal seno materno.
E allora su quel muro
ho dipinto fiori, api, lucertole
e rondini; sole pioggia e neve;
quattro stagioni per quattro lati
del perimetro e al centro una sedia
dove seduto osservo le stagioni
del mio umore incostante.
Confondo, scompongo,
dimentico e ricordo
ma il meriggio più non abbaglia
i miei sguardi oltre la muraglia.



Poveri contadini
(a nonno Raffaele)

Poveri contadini
con le mani callose,
segnate dal duro legno delle zappe.
Curvati modellate la terra,
la solcate per porvi i semi,
la stendete per formare un giaciglio
accogliente per le vostre piantine.
Attingete dal vecchio pozzo
l’acqua per irrigare i campi dei vostri padri,
assorbita dalle pareti rocciose
del sottosuolo.
Poveri contadini
con la fronte rugosa,
tracciata dai raggi di un sole invadente,
infilatosi nel buco d’ozono.
Poveri contadini
umiliati dall’ingegneria genetica,
dalle politiche agricole comunitarie,
dall’industria alimentare.
Tenete sempre la schiena dritta,
fieri e orgogliosi delle vostre produzioni.
Il tempo darà ragione del vostro lavoro.
Splendidi contadini,
sapienti custodi delle nostre tradizioni,
del cibo genuino della nostra terra,
delle produzioni autoctone dei nostri vini e frumenti.
Mostrate fieri le vostre mani
macchiate dal sudore del duro lavoro,
mani grandi e laboriose,
mani aride e affettuose,
mani forti e rugose,
mani tracciate da cicatrici sottili,
mani tenere e carezzevoli con i bambini.
Splendidi contadini,
che nei dì di festa,
posate sulle ceste di vimini
i raccolti di una stagione.
E sentendo il tintinnio delle campane domenicali
vi recate in chiesa per ringraziare il Signore
col vostro cappello a tese larghe,
come larghe sono le tasche dei vostri pantaloni.
Larghe per metterci dentro
le caramelle per i nipotini,
larghe per gli spiccioli
da donare all’offertorio.
Larghe per il coltello da tenere sempre in tasca
per tagliare il pane, il formaggio,
per sbucciare un frutto.
Larghe come le pareti del vostro cuore,
generoso ed autentico,
passionale e antico.
Cuore scolpito nella cavità toracica,
cuore pompato di sangue nobile,
cuore ferito dall’atroce modernità,
cuore seccato dall’odierna aridità.
Aperto, vivo, sensibile e attento.
Cuore di uomo combattente e onesto.
Questo grande cuore
che non può arrestarsi,
alimentato da un sogno che si manifesta negli anni.
La madre terra non può scomparire,
è bene primario per chi non vuole morire,
per chi la preserva e la ringrazia per i frutti,
ma anche per tutti i suoi figli, buoni o brutti.
E tu contadino, uomo etereo,
sei il custode di questo amore eterno.
E steso sotto l’ombra di un ulivo secolare,
col cappello sulla fronte osservi quella terra d’amare,
quel tramonto dolce dopo una giornata di lavoro,
la brezza del vento che agita le spighe d’oro.
Le mani conserte, appoggiate sul ventre bianco,
riposa eroe, contento e stanco.

















1 commento:

  1. pasquale marinelli10 novembre 2016 04:53

    Ringrazio sentitamente il Prof. Pardini per questa splendida recensione. E lo faccio non come mero atto dovuto, ma consapevole di aver ricevuto una puntuale ed esaustiva analisi della mia silloge. In essa sono racchiusi tre lustri di vita vissuta intensamente, partendo proprio dalle “letture febbrili” di illustri poeti italiani e stranieri che hanno lasciato tracce indelebili nel mio recente, ma lungo come gestazione, percorso letterario.
    Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
    sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
    Codesto solo oggi possiamo dirti,
    ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. “Non chiederci la parola” E. Montale

    Le ricordanze del vissuto personale, colte con grande sensibilità dal Prof. Pardini nell’individuazione di alcune liriche che ne contengono gli afflati più elevati, si traducono nella narrazione di una poetica che vuole individuare, nell’ambito della società civile e in quello della personale sfera sentimentale, quello che non si è e quello che non si vuole.
    Per aprire una prospettiva che traguardi il vissuto quotidiano e vada incontro ad una idea di libertà che si traduce nei versi magistralmente riportati nella recensione
    Confondo, scompongo,
    dimentico e ricordo
    ma il meriggio più non abbaglia
    i miei sguardi oltre la muraglia” (Meriggio)
    e ancora
    “… E lontano intravedo
    un sentiero illuminato
    che porta dritto ad un casolare
    dove, appoggiato al bastone,
    un vecchio curvato e festante
    mi tende la mano verso la libertà” (Guardo oltre la finestra)

    Le profonde ferite che hanno tracciato la mia vita, gli interrogativi sull’esistenza stessa, non solo personale, ma anche quella umana; l’assurda capacità che noi esseri umani abbiamo di autodistruggerci o di distruggere quello che ci circonda, ma anche la spinta a superare la siepe, a guardare oltre il muro, oltre la finestra, oltre qualsiasi ostacolo che ci viene posto davanti sono quello che il caro Prof. Nazario Pardini definisce il “limen” della silloge, raccogliendo e cogliendo in una sola parola la poetica presentata in questo mio primo vero lavoro letterario.

    Eccole le ragioni di un ringraziamento particolare, accorato ed entusiastico che sento di fare spontaneamente al Nostro caro Nazario (mi assumo le responsabilità di un tono confidenziale) perché con la sua splendida recensione mi ha rinnovato l’entusiasmo per la letteratura italiana e per la poesia, auspicando che altri appuntamenti letterari e di approfondimento culturale possano favorire un incontro fisico e non solo “epistolare”.

    Pasquale Antonio Marinelli

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