mercoledì 7 febbraio 2018

N. PARDINI LEGGE: "CHERCHEZ LA TROIKA" DI IVAN POZZONI


Ivan Pozzoni. Cherchez la Troika. Casa Editrice Limina mentis. Villasanta (MB). 2016



Un messaggio ampio, prolungato, mai scarnito, apodittico, quello di Ivan Pozzoni. Si può senz’altro dire che la sua poesia appartiene a un  rituale nuovo, lontano dalla classica positura, da un verseggiare fatto di fiori e rosette affidati a un linguismo di sinestetici accostamenti. I problemi si accavallano nel suo poema, si fanno cocenti nell’intenzione  di delineare un sociale da correggere e rivedere. Si apprezzano da subito i titoli, gli incipit delle sue poesie che ci svegliano, facendoci sobbalzare, inquietandoci, e sottraendoci alla nostra indifferenza: I morti di fame stanno nelle accademie, Pane al pane, Assalto ai forni, In vino veritas, All’osteria dell’amore solido, Mamma, sono un autistico, Il medico dei matti, Equitaglia, fino a L’epigrammista menefreghista:

“Per farti divertire, lettore sbracato sul divano
devo inventare senza sosta rime da sciamano,
non bastano al feroce epigrammista assonanze cuore – sole- mare, –
 desideri torcermi il cervello con rime tipo gong/ sarong o bordeaux/ trumeau,
ma, credendo  di mettere i tuoi tredici neuroni in un caveau,
ricevi, inaspettatamente, in cambio, un radioso “vaccagare”.

Non c’è altro da dire: un realismo da pane al pane e vino al vino; o meglio, da “scrivi come mangi!, e non ti nascondere in virtualismi letterari di sapore arcaico”.
Modernità a tinte forti, dove la ricerca del verbo si incanala in un fiume che talvolta scende nel sottosuolo come un torrente carsico,  finché scopre un’apertura, vede la luce, brilla e scorre in superficie; va impetuoso portandosi riflessi di sole e ombre di selve. Ma l’acqua che fluisce è limpida e chiara, e nella corsa fa trasparire la  varietà cromatica dei fondali; l’energica freschezza.

Nazario Pardini




31 commenti:

  1. In effetti, colpire duro al mento è il fine della mia anti-«poesia». La fregatura è che il 99% dei cittadini italiani non dispone della testa.

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    1. Mi lasci contestare la sua metafora pugilistica. Innanzitutto perché ci sono i controlli e nessun arbitro farebbe accedere sul ring un uomo senza testa. Ma ammesso che l'arbitro sia venduto, lei, che non è un pugile suonato, dovrebbe accorgersi dell'imbroglio e scendere dal ring per andare, come lei dice, a "cagare" altrove. A meno che non vuole fare come Don Chisciotte contro i mulini a vento... Mi creda, nessuna animosità contro la sua poesia, che, lo confesso, conosco troppo poco per poter giudicare. Quanto qui ne dicono Nazario Pardini e Maria Grazia Ferraris è tuttavia più che sufficiente, ai miei occhi, per porla in ottima luce e per incuriosirmi alla lettura. Io amo la trasgressione, sinonimo di autenticità e di sentimenti antiretorici, senza cedere per questo alla retorica dell'antiretorica (ma non mi sembra questo il suo caso). Un'ultima cosa, a proposito delle "rime da sciamano". Io ho grande ammirazione per quella cultura e posso assicurarle che in vita mia non ho mai conosciuto persona più incazzosa e libera dello sciamano.
      Franco Campegiani

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    2. Quando uno è senza testa, come - ribadisco- il 99% dei cittadini italiani, diventa inutile salire su un ring. Purtroppo, come Lei saprà benissimo, sul ring della poesia italiana contemporanea, di arbitri venduti ce ne sono a bizzeffe, e di scribacchini senza testa, anche. Che fare? Scendere dal ring? Cercare di fare ricrescere, con nuove terapie biomediche, teste e cervelli? No, non conviene: colpite l'arbitro (e mandate a cagare i celebrati decerebrati).

      L'importante, sempre, è di stare attenti a non cadere nella retorica, nell'antiretorica, nella retorica dell'antiretorica e nell'antiretorica della retorica dell'antiretorica.

      Grazie del commento sciamanico

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    3. Condivido, e in effetti, Ivan, se posso, ti giunga la mia poesia:
      Strategico Magritte

      È La pietà dei tanti per i pochi che restano ancorati
      alle salde frange
      della ragione.

      La gente è strana
      e non c'è che
      un solo lamento
      per la ferita del mondo
      e specchia
      dipinti scoloriti
      di incubi quadruplicati

      ...

      che bella cosa,
      cade la testa
      ma tu non fai festa,
      non fai festa.

      Rita Fulvia Fazio

      Grazie a Ivan, a Nazario e a Maria Grazia Ferraris, splendidi!

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  2. Sto leggendo - lettore sbracato sul divano - una sua interessante poesia…(forse) biografica….
    Del resto, si sa, non esiste niente di non auto-biografico…. La poesia di Ivan Pozzoni è ironica e diretta, priva di nostalgia del Novecento e dei suoi miti, ma colta, dissacratoria,sincera:

    ….C’è una densa rabbia nei miei versi simili a nebbia,
    nel dimostrare i miei valori nei dolori dello studio,
    scoperta a morte dentro ardite camere ardenti,
    non scrivendo all’avanguardia
    davanti non ci resto, essendo un ruolo ad alto rischio -,
    o non scrivendo affatto.

    Il dolore è boccia incandescente d’avidi barracuda,
    in una civiltà rea di sfornar bimbi che verranno invano,
    coi desideri frustrati di non vedersi od inventarsi buffoni
    al Grande Fratello 2025….
    Fame di fama, (da Carmina non dant damen. Ed. Limina Mentis).

    Pozzoni è persona di cultura (lo si può dedurre anche senza leggere il suo curriculum) , di ampie letture e di molteplici iniziative letterarie : ha una bella vena dissacratoria, irridente e paradossale che dà emozioni, umori nuovi al lettore:

    “Per farti divertire, lettore sbracato sul divano
    devo inventare senza sosta rime da sciamano,
    non bastano al feroce epigrammista assonanze cuore – sole- mare, –”.

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    1. Ti mariaringrazio molto, Maria Grazia.

      In effetti, questa vena (l'avena poetica dell'asino) dissacratoria, nella forma dell'ironisme derridaiano, in Italia non è metabolizzata, essendo scarsamente compresa e accettata.

      Sto avendo un discreto successo all'estero, sopratutto nelle nazioni di lingua francofona, molto attente al calembour.

      Purtroppo lo sappiamo, alle accademie e alle camorre calembour, ironia feroce, concretezza cattiva e bastarda, nuocciono assai, e non convengono.

      P.s. Tu stai leggendo, sbracata sul divano (stai senza brache, ohi?) Carmina non dant damen (2012), la plaquette di transizione tra lirismo e dissacratio. Dalla successiva raccolta, Il Guastatore (Cleup, 2012), i miei frammenti hanno cessato di essere i medesimi (da ametrici a chorastici), ed è nata la mia anti-«poesia».

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    2. Gentilissima Professoressa,
      io ho grande stima di lei, della sua cultura e preparazione e della sua concezione della poesia. Questa volta, però, me lo consenta, sento di dissentire.
      Lei sostiene che la poesia del Novecento è nostalgica e mitomane, e in alcuni casi forse lo è anche stata ma non mi sembra che, negli esiti più alti, questo si sia verificato.
      Superfluo - credo - ricordare poeti come Ungaretti, Caproni, Sbarbaro, Gatto, Turoldo (solo per citarne alcuni) ai quali, se mi permette, vorrei aggiungere un valorosissimo poeta, mio amico, già dimenticato, ed al quale spero la storia renderà giustizia: Gianni Rescigno, da poco scomparso.
      Dissacrare, demistificare, ironizzare: certo, oggi probabilmente è necessario; purché si tenga sempre presente che l’agire in tal senso sia volto ad un fine. Quale? Quello della comunicazione poetica che - sarà bene non dimenticarlo - è un particolare modo di esprimersi e di partecipare agli altri la propria Weltanschauung.
      Voglio dire: non basta contestare: troppo facile. La poesia sa gridare senza gridare, sa essere graffiante senza graffiare, sa farsi rispettare senza mancare di rispetto. Il mito è il suo pane quotidiano laddove questo non si confonda con la mitologia.
      Spero voglia accettare queste mie divergenze di opinione (che dovrebbero comunque essere di sprone al dialogo ed al confronto) ferma restando la stima che nutro nei suoi confronti di onesta e fine intellettuale.

      Sandro Angelucci

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    3. Gentile Sandro, credo che Maria Grazia desiderasse sostenere che la mia anti-«poesia» fosse lontana dalla nostalgia dei miti del Novecento. Non che il Novecento sia nostalgico o mitologico.

      L'obiettivo? Nuocere alle accademie e alle camorre (letterarie) e - come sosteneva l'ex amico ex critico ex Linguaglossa- «buttare all'aria la scacchiera», in modo che menti migliori della mia riescano a ristrutturare l'intero orizzonte della poesia contemporanea italiana, schiacciata tra camorre, manierismi atelierani, mestierantismo e dilettantismo.

      Sarei il famoso nano che tiene sulle spalle i nuovi giganti. I nani sono forti.

      Speriamo i nuovi giganti non siano altri Ungaretti, Caproni o Turoldo.

      Cordiali saluti

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    4. Caro Sandro Angelucci, sono proprio stupita del suo intervento: ma è sicuro di avermi letto bene?
      Le ripeto la frase: “Del resto, si sa, non esiste niente di non auto-biografico…. La poesia di I. P. è ironica e diretta, priva di nostalgia del Novecento e dei suoi miti, ma colta, dissacratoria,sincera”. Non si deduce proprio la mia mancanza di attenzione o stima verso autori di grandissimo valore come Ungaretti, Caproni, Sbarbaro, Gatto, Turoldo ,ecc… da lei citati.
      Anch’io ho stima per il suo lavoro. Pace.

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    5. Gentilissima Maria Grazia,
      prima di tutto, nessuna dichiarazione di guerra: questo sia chiaro, ma semplice confronto d’idee.
      Leggendola mi è parso di capire che lei volesse supportare la poesia di Pozzoni perché “ironica e diretta” (sono sue parole) e, dunque, senza rimpianti per il passato. Vede, Professoressa, io sono convintissimo della sua stima per i poeti che cita - ci mancherebbe - ma il punto non è questo: se sono voluto intervenire è per ribadire, come detto, che (e anche di questo sono assolutamente certo) “ non basta contestare: troppo facile. La poesia sa gridare senza gridare, sa essere graffiante senza graffiare, sa farsi rispettare senza mancare di rispetto. Il mito è il suo pane quotidiano laddove questo non si confonda con la mitologia.”. Tutto qui.
      D’altro canto, Pozzoni si augura che i “nuovi giganti” non siano poeti come quelli che io e lei stimiamo.
      Per quanto concerne la considerazione e il rispetto che nutro nei suoi confronti e del suo lavoro, credo di essere stato molto esplicito nel post precedente.
      Con viva cordialità,

      Sandro Angelucci

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    6. Gentile Pozzoni,
      ho già risposto a Maria Grazia Ferraris riguardo alla poesia del secolo scorso.
      La sua “anti” poesia - come lei la definisce - prende dunque le distanze “dalla nostalgia dei miti del Novecento”: bene, nulla da obiettare, ma nostalgia dei miti - per me - è mitologia. Il mito è un’altra cosa e, soprattutto, non appartiene a nessun tempo storico essendo, lo stesso, perennemente attuale.
      “Ristrutturare l'intero orizzonte della poesia contemporanea italiana, schiacciata tra camorre, manierismi atelierani, mestierantismo e dilettantismo.” è un sano proposito ma l’obiettivo - a mio parere - si raggiunge soltanto a livello individuale. Voglio dire - e mi ripeto - “quello della comunicazione poetica - sarà bene non dimenticarlo - è un particolare modo di esprimersi e di partecipare agli altri la propria Weltanschauung.”: se non si parte da qui, cioè da se stessi (perché poi si possa estendere agli altri), qualunque sforzo è fatica sprecata.
      In riferimento ai “nani” ed ai “giganti”, sa cosa le dico? Che sarebbe meglio essere tutti della stessa statura, così non ci sarebbero né nani potenti né fragili giganti; né falsi modesti né pretenziosi.
      Cordiali saluti,

      Sandro Angelucci

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    7. Gentile Sandro,
      lontanamente dall’essere un’ideologia del mito, «mitologia» è semplicemente «[…] insieme delle elaborazioni relative all'ambito fantastico e religioso di una determinata tradizione culturale […]» (insensatezza ontologica del concetto di «perennemente attuale»). Quindi, nostalgia del mito moderno è nostalgia della mitologia del moderno. Il crollo della «mitologia moderna», oltre ad essere stato definitivamente metabolizzato con Lyotard, è stato confermato dalla transizione nel tardo-moderno (nuova sociologia). Quindi, nel tardo-moderno, avere nostalgia dei miti del moderno appare anacronistico. Io non ho nostalgia del mito (moderno). Combatto nelle strade, in work in progress, del mito (tardo-moderno)

      Le risposte individuali, in un’era di forte consumismo (che ha come fulcro isolazionismo, solitudine nelle decisioni, sovraccarico delle mansioni individuali), hanno smarrito efficacia. Le comunità sono cadute (Bauman, Beck, Sennet, Gallino). Forse è il caso di abbandonare il mito ottocentesco dell’io lirico e buttarsi, donchisciottescamente, nella battaglia di riorganizzazione delle comunità? Una comunità di artisti (dotati di testa) sarebbe una risposta efficace alla finta democrazia italiana e all’epigonismo artistico imperante.

      Il discorso, complessissimo, è difficile da definire su un blog: ho scritto molti saggi di sociologia dell’arte, estetica, estetica normativa in rivista nazionale e internazionate. Se vi va, fatene buon uso.

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    8. Davvero lei crede che riorganizzare la comunità sia possibile prescindendo dalla ricostruzione (auto-ricostruzione) degli individui che la compongono? Più costoro sono sani, più sano è il gruppo sociale che ne consegue. E' una logica elementare. Sostituire l'IO con il NOI non è sufficiente per superare il soggettivismo, dal momento che anche il NOI è un soggetto, così come lo sono il VOI ed il LORO. Abbassare le pretese dell'EGO è possibile in un modo soltanto: facendo spazio, all'interno dell'EGO, a quell'IO UNIVERSALE, a quell'ALTEREGO ULTRAFISICO che vive nelle profondità più segrete di ciascuno di noi. Attivare quelle fonti significa attingere all'"humanitas" di sempre, all'essenza dell'uomo perennemente attuale. Sta qui la mitopoiesi, il mito allo stato sorgivo, da distinguere nettamente dal mito ripetitivo e stanco delle schematizzazioni intellettualistiche successive, dove si parla di un uomo astratto, fuori dallo spaziotempo, collocato in luoghi e tempi del tutto irreali. Bisogna tornare alla mitopoiesi, alla pura creatività, al mito allo stato sorgivo, capace di risvegliare gli archetipi universali che dormono in ciascuno di noi. Occorre risvegliarli in questi nostri tempi, nelle strade che calchiamo, nelle metro, nei centri commerciali, nelle banche, nelle periferie e dovunque si svolga la nostra vita giornaliera. A nulla serve - tornando alla metafora pugilistica di cui sopra - restare sul ring a combattere contro i mulini a vento. C'è anzi il rischio che qualche pala ci colpisca mortalmente, togliendoci definitivamente di scena.
      Franco Campegiani

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    9. Carissimo Franco,

      Qui ci sarebbero da scrivere due/tre monografie.

      Prima di tutto, non credo in concetti come «universale», «trascendente», et similia. L’unico concetto, immanente, che riconosco è il concetto di «cultura», intesa come tradizione. La cultura è meramente un «fatto»/«atto» immanente.

      Per la caduta del trinomio classico «soggetto nominale» / «verbo» / «complemento oggetto» ti indirizzo ad un mio saggio uscito – malamente- sul blogghetto dell’ex amico ex critico ex Linguaglossa (e riempito, ahimè, di donne nude e baracconate): https://lombradelleparole.wordpress.com/2015/07/01/il-contributo-neon-avanguardista-alla-concretizzazione-di-una-originale-anti-forma-poesia-la-soglia-il-chorastico-il-soggetto-lo/. La versione in rivista internazionale è su cartaceo.

      Per il ring, devo ricorrere, nuovamente, all’ex Linguaglossa: «Pozzoni si pone un problema molto semplice e molto serio: che la poesia contemporanea è rimasta senza un referente e senza un pubblico. E questo è un fenomeno nuovo che la neoavanguardia non si era posta perché il problema a quel tempo non si profilava all'orizzonte con la chiarezza con cui invece si pone oggi. Ennio Abate pone il problema della continuità / discontinuità? Penso che Pozzoni non si ponga nemmeno questo problema; il problema della tradizione e dell'antitradizione? Pozzoni non se lo pone nemmeno. Vuole fare il guastatore, va con le cesoie per spezzare il filo spinato che il Novecento ha posto a difesa dei fortilizi della Tradizione e del Canone, tutte parole grosse che designano un significato preciso: i rapporti di potere che sotto stanno e sottendono i rapporti di produzione tra le istituzioni stilistiche maggioritarie. Pozzoni, a mio avviso, fa bene a buttare tutto all'aria e a carte quarantotto. Non ha nulla da perdere perché non c'è nulla da perdere» [Introduzione a Il Guastatore, CLEUP, 2012]. Nelle loro azioni di sabotaggio, i «guastatori», a volte, muoiono.

      Il discorso è complessissimo. Ti assicuro che lo sto sviscerando, in Europa e fuori, col massimo rigore in centinaia di note e saggi di sociologia dell'arte, estetrica, estetica normativa, etica, storiografia sociologica, antropologia, nei limiti delle mie inadeguate facoltà intellettive.

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    10. Mi rendo conto che c'è molta confusione su termini come "universale", "trascendente" et similia (anche "immanente" fa parte del coro). Mettiamola così: tra l'uomo delle caverne e l'"homo tecnologicus" attuale sussistono differenze abissali, eppure non esistiamo a definirli entrambi esseri umani. Evidentemente c'è qualcosa che li accomuna (al di là delle caratteristiche fisiche, altrimenti la similitudine dovrebbe estendersi a tutti, o quasi, i Primati). Tu definisci "tradizione" questa continuità, ma sai bene che le tradizioni si estinguono, ed è un bene, altrimenti non andresti "con le cesoie a spezzare il filo spinato che il Novecento ha posto a difesa dei fortilizi della tradizione" (come dice Linguaglossa). Che cos'è che "continua" allora? Solo ciò che "si rinnova" può "continuare", al di là di ogni inevitabile fine. Le civiltà tramontano, mentre l'uomo rinasce dalle proprie ceneri, come tutto il creato. E' la sua essenza disincarnata a rinascere (in altri uomini, è ovvio), e non certo la sua vita passata.
      Franco Campegiani

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    11. Caro Franco,

      Più che confusione, dopo cento anni di interventi della filosofia analitica si è arrivati a dimostrare come concetti tipo «universale», «essenza» o «trascendenza» siano vuoti di senso. La nuova analitica, mescolatasi, oramai, ovunque, alla nuova ermeneutica, lavorano a fondare nuove forme di ontologia.

      La «tradizione» è una categoria metodologica (che, come ogni categoria, è pragmatisticamente ricusabile ove smetta di servire al discorso dello studioso). Tradizione non è altro che «insieme di atti e fatti trasmessi [tradere] da un’era all’altra». Gli «atti» e i «fatti» (monumentalizzati in documenti) variano da una «tradizione» ad un’altra, dalla tradizione dell’homo sapiens alla tradizione dell’homo consumens (l’homo tecnologicus è categoria del moderno). E, distanti da una concezione illuminista (progressista) della storia, non c’è nessuna «continuità» o «discontinuità» tra «tradizioni» diverse. C’è, solamente, «differenza» o «analogia», nell’ottica di una coerente teoria della complessità.

      «Esseri umani» è una categoria, estensibile a seconda delle diverse «tradizioni». Per l’homo sapiens non esisteva il concetto di «essere umano» (si rapportò, senza ritegno, con l’homo neanderthalensis, che essere umano (?), in teoria, non fu mai). Per i romani non fu essere umano il subordinato a capitis deminutio maxima. Per il nazionalsocialismo non fu essere umano l’ebreo. Per alcuni, addirittura, sono esseri umani robot ed animali. E così via, all’infinito. Ogni weltanschauung ha una corrispondente «tradizione». Questo ha messo in crisi l’intero discorso sui «diritti umani» (locuzione anacronistica).

      Cosa continuano? Le «tradizioni», fino a evento contrario. Cosa combatto? La «tradizione» poetico/letteraria del Novecento. Non combatto il concetto assoluto di «tradizione» (che non esiste). Come dice l’ex ex ex Linguaglossa, Pozzoni «il problema della tradizione e dell'antitradizione […] non se lo pone nemmeno».

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    12. Caro Pozzoni,
      spero proprio di non infastidire insistendo: né te, né il patron Nazario Pardini, così generoso e paziente nell'offrirci ospitalità. Tu dici che quella di "essere umano" è "categoria estensibile" e sono d'accordo con te, ma cos'è che può estendersi se non un nucleo (sia pure indecifrabile) di essenze originarie? Che tutto sia relativo, d'accordo, ma se tutto è relativo, anche il relativo è relativo. E dove trova i propri limiti il relativo, se non nell'assoluto che a lui si oppone? Tanto si è differenti, quanto si è affini. Non sarebbe possibile riconoscere le differenze, se non sulla base di una (sia pure sfuggente) omogeneità. Se possiamo discutere, è solo perché qualcosa ci accomuna, al di là delle divergenti opinioni. Se in qualche modo (misterioso) non fossimo simili, non potremmo avere contezza delle diversità.
      Franco Campegiani

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    13. Caro Pozzoni,
      spero proprio di non infastidire insistendo: né te, né il patron Nazario Pardini, così generoso e paziente nell'offrirci ospitalità. Tu dici che quella di "essere umano" è "categoria estensibile" e sono d'accordo con te, ma cos'è che può estendersi se non un nucleo (sia pure indecifrabile) di essenze originarie? Che tutto sia relativo, d'accordo, ma se tutto è relativo, anche il relativo è relativo. E dove trova i propri limiti il relativo, se non nell'assoluto che a esso si oppone? Tanto si è differenti, quanto si è affini. Non sarebbe possibile riconoscere le differenze, se non sulla base di una (sia pure sfuggente) omogeneità. Se possiamo discutere, è solo perché qualcosa ci accomuna, al di là delle divergenti opinioni. Se in qualche modo (misterioso) non fossimo simili, non potremmo avere contezza delle diversità.
      Franco Campegiani

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    14. Caro Franco,

      Più che altro, spacchiamo i maroni a tutti. La frase «Tutto e relativo» - come la frase nietzscheiana «La verità non esiste»- nasconde un regresso all’infinito. «Tutto è relativo», è relativo. «Tutto è relativo, è relativo», è relativo. «Tutto è relativo, è relativo, è relativo» è relativo… Per bloccare il regresso logico occorre o uscire dalla logica classica (riferendoci, ad esempio, ad una logica fuzzy) o tagliare pragmatisticamente, con le cesoie della decisione, l’iter del regresso. Io mi fermo allo step del «Questa situazione x è relativa». Poi si arrangino ontologi, logici e compagnia cantante a sbrogliare la complessità del regresso.

      Noi siamo obbligati, fisiologicamente, a un point of view relativo. Il limite del point of view relativo è un immaginario point of view assoluto, di Dio, dell’Universo, dell’Idea. Quando incontrerò Dio, l’Universo o l’Idea, non mi dimenticherò di chiedere i loro points of view sulle cose. Già se ci fossero, mettiamo, due assoluti, sarebbero guai enormi!

      In effetti, ho scritto: «C’è, solamente, “differenza” o “analogia”, nell’ottica di una coerente teoria della complessità». Però in una logica della «differenza» o «analogia» non dovrebbe applicarsi la norma classica del tertium non datur.

      Però tutto ciò esula dall’offensività imperdonabile della mia anti-«poesia», molto concreta, contro la mitologia letteraria del Novecento.

      Cari saluti

      Ivan

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    15. Non penso certo a Dio, ma all'uomo quando parlo di universalità. Comunque hai ragione, Ivan... come le patatine fritte, una tira l'altra e non ti accorgi di avere raggiunto il limite. Le mitologie non piacciono neanche a me (la mitopoiesi è un'altra cosa), per cui auguro ogni bene alla tua anti-poesia. Un caro saluto anche da parte mia.
      Franco

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    16. Almeno si è fatto un discorso molto serio, forse troppo complesso da essere trattato in questa sede (nel senso di un blog, benchè di ottimi contenuti). Sono discorsi da opere di una vita!

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  3. Non desidero lasciare il mio pensiero in merito alla discussione, né tantomeno in merito all’anti-poesia di Ivan Pozzoni. Credo che ogni autore (nel rispetto del buon gusto) possa scrivere in piena libertà ciò che ispirazione gli suggerisce. Tuttavia, leggendo i vari interventi, trovo una frase di Pozzoni che mi sconvolge o meglio, che offende il mio essere nel mondo della poesia:
    ” Speriamo i nuovi giganti non siano altri Ungaretti, Caproni o Turoldo.”
    Non mi interessano le motivazioni che hanno portato Pozzoni a scriverla, ma, per il profondo rispetto che provo nei confronti della poesia, trovo che tale affermazione non possa essere perdonata, non qui, sugli scogli della bellezza, da chi ama la poesia di questi tre autori che non sono né giganti, né nani ma semplicemente dei poeti di indiscutibile valore che non hanno bisogno di supporti per stare in piedi da soli. Non fosse altro -e in questo caso mi riferisco soprattutto a Ungaretti e Turoldo- perché quella è poesia che nasce dalla sofferenza vera.
    Altro non mi interessa aggiungere.

    Annalisa Rodeghiero

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    1. Gentile Annalisa,
      Già ce li abbiamo avuti Ungaretti, Caproni, Zanzotto, Turoldo, Montale e compagnia cantante. Ce li dobbiamo beccare una seconda volta? A me, ne basta una. Piuttosto, rifacciamoci a Foscolo, Pascoli, D'Annunzio e Carducci, e diamoci una ventata di novità!

      Però stiamo sempre attenti a dimenticarci, o a non conoscere minimamente, i Villa, i G.P. Lucini, i Campana, i Bellezza, o i Sanguineti.

      Poeti di «indiscutibile» valore è una sciocchezza. L'«indiscutibile» - come il limite del «buon gusto»- è robaccia propria dei totalitarstaaten del nostro amato novecento: Germania, Italia, Urss, U.s.a. e Inghilterra. O dell'attuale democrazia dell'Amplifon. Se è «indiscutibile», è inutile, quasi illogico, discuterne.

      Spero sincerissimamente che la mia offesa mortale non comprometta il suo status ontologico/estetico.

      Cordiali saluti

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  4. Mi dispiace, caro Ivan che tu ti sia fermato a un altro pregiudizio, ovvero quello di negare con troppo accanimento la trascendenza, il che non può che destare sospetto, come al tuo maestro se tornasse oggi.Ti rimanderei alla lettura di Jarpers o di Jung, tu che sei filosofo, che oltretutto con Nietszche hanno molto a che fare. Ma se preferisci potrei invitarti nel mondo della fisica quantistica, e alle ultime scoperte dell'astrofisica...dove l'invisibile si è fatto visibile. Auguri e complimenti comunque per la tua energia vitale e per la degna di rispetto ricerca poetica.

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  5. Mi dispiace, cara Giusy, che tu ti sia fermata a un altro pregiudizio, ovvero quello di difendere con troppo accanimento la trascendenza, il che non può che destare sospetto. Jaspers – col suo concetto di «liminalità», mutuato da van Gennep- è fondamento della mia concezione, totalmente concretistica, di «chorasticità»; e nelle fantasticherie ascientifiche della psicoanalisi, a Jung – coi suoi concetti inverificabili/infalsificabili di «archetipo» o «inconscio collettivo»- prediligo la psicologia sperimentale di James (chiaramente entrammbi come reperti archeologici della pseudoscienza psicoanalitica). Le ultime scoperte dell’astro-fisica, non essendo astro-meta-fisica, non mi riportano a nessuna «trascendenza» (se non ad una «trascendenza» dell’uomo nella Natura). Magari ad una sorta di «trascendentalismo», molto umanistico. A che scoperte ti riferisci, nel dettaglio?

    Ti ringrazio molto dei complimenti, che ricambio con estremo affetto.

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  6. Mi riferisco alle onde gravitazionali, e comunque mi riferisco a una scienza aperta anche al mistero, pur evitando i pericoli della new- age. Comunque se ami Jaspers e Jung sono tranquilla, solo che il vi vedo altre cose come nuova forme di metafisica e fede filosofica, che ora non mi va di mettermi a trattare. E poi ti ricordo il tema della "sincronicità" che stabilisce strani incontri tra fisico e psichico, come ben si accorse anche uno scienziato come Pauli...quanto al Dio che io non mi vergogno di cercare , penso che si nasconda in una "trascendenza immanente" .....Il trascendentalismo invece mi riporta a Kant ed è altra cosa...Comunque l'importante è non avere pregiudizi e lasciare la strada aperta, non credi?

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    1. Cara Giusy, scrivevo a Franco: «Quando incontrerò Dio, l’Universo o l’Idea, non mi dimenticherò di chiedere i loro points of view sulle cose». Quindi, nessuna chiusura. Per ora mi limito a coltivare, fisiologicamente, il mio point of view sulle cose, moderato dai points of view (meritevoli) altrui. Ho avuto modo di studiare para-psicologia. Non mi ha convinto: sperimentalmente, i fenomeni para-psicologici hanno ricorrenze bassissime. Quindi continuo a occuparmi delle c.d. «adiacenze esistenziali» di Kurt Lewin, con una certa concretezza pragmatistica, disinteressandomi delle in-adiacenze. Quando Dio, l’Universo o l’Idea rientreranno nel mio «ambiente», non mi dimenticherò di chiedere i loro points of view sulle cose…

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    2. Pensavo che il dibattito fosse concluso, ma dal momento che continua, e in qualche modo mi si chiama in causa, riprendo da dove avevo lasciato. Quello su Dio è un discorso che spesso porta fuori strada, perché si finisce per farne una bandiera, un point of view, come dice Pozzoni, e con ciò si cade in contraddizione. A meno che non ci si intenda riferire a un Dio interiore, che ovviamente non conosciamo, ma con cui possiamo entrare in dialogo, facendo autocritica e ponendoci in discussione di fronte a noi stessi. A quel punto ci rendiamo conto di poter superare i nostrti points of vew e di poterci trascendere (se proprio vogliamo usare questo termine impegnativo). Intendo dire che l'uomo può giudicare se stesso. Se vuole può farlo, sta qui il punto. E se può farlo è perché c'è una sfera di se stesso che è al di là di tutti gli schemi, di tutti i pregiudizi e di tutte le convenzioni che lo legano a particolari points of view. L'universale (alcuni preferiscono dire il divino) è nell'uomo stesso e si manifesta quando e laddove riesca a giudicare imparzialmente se stesso, dandosi scacco matto per ricominciare la partita daccapo. Non c'è bisogno di scomodare la para-psicologia. Lo sdoppiamento appartiene all'esperienza comune: basta osservare i bambini per comprenderlo. Ma poi, in fondo, cos'altro è la cosiddetta Musa dei poeti e degli artisti? Schizofrenia? Al contrario, è equilibrio. La dualità è una cosa molto seria, se è vero che non c'è bilancia in assenza di pesi contrastanti.
      Franco Campegiani

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  7. Franco, tu mi sei compagno di merende. Come me, non resisti alla metafisica (o new ontology). Quando riuscirò a transustanziarmi, assumero differenti points of view. Per adesso me ne basta uno, e avanza. Ivan

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  8. Le merende e i festini sono la mia passione. La metafisica no, io amo il vero umanesimo. E non cerco di "transustanziarmi" (sic): mi è sufficiente essere me stesso. Franco

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