domenica 22 febbraio 2015

LUCIANO DOMENIGHINI SU: "I CANTI DELL'ASSENZA" DI N. PARDINI





Luciano Domenighini


Nazario Pardini: I canti dell'assenza.
The Writer. Milano. 2015


NAZARIO PARDINI
 “ I CANTI DELL’ASSENZA”

Una prosa lirica meditata e fluente pare a prima vista essere lo strumento e il veicolo letterario di questa raccolta poetica dal tono riservato e colloquiale, ora mansueto, ora sognante, ora gravido di nostalgia ma sempre incline al piacere, calmo e cadenzato, del raccontare.
Questa veste prosastica, narrante, di largo respiro, sempre confidente, questo periodare per ampi tratti che occupano in genere tre o quattro versi  spesso conclusi in emistichio, cela in realtà uno straordinario, egregio impianto metrico.
Non ingannino le frequenti inarcature generate nei versi dove sul primo emistichio si compie un periodo e sul secondo si avvia il periodo seguente: è l’endecasillabo sciolto, di ascendenza leopardiana ( ben ravvisabile d’altra parte la citazione dalle “Ricordanze” all’8° verso de “Il profumo della giovinezza”: “Ed io che ti perdevo. Inutilmente/”) , il riferimento metrico dominante che sostiene e governa tutto  il dettato  poetico di questa silloge e il suo abile trattamento già di per sé è un segnale di perizia letteraria non comune.
Molte liriche sono formate integralmente da endecasillabi. In altre la cadenza del nobile verso è dominante ma è rintracciabile un’ampia gamma di altre misure metriche, dal ternario ai bipartiti alessandrini, con preferenza per il settenario.
Sul ritmo basilare, largo e pulsante, degli endecasillabi Pardini inserisce alternative alloritmiche, come detto raramente ad andamento estensivo tramite versi lunghi o doppi, ma piu’ frequentemente contrattivo, attraverso versi brevi, realizzando digressioni ritmiche sincopate, d’altra parte mai frenetiche e indipendenti ma sempre ricondotte e connesse allo stacco maestro dell’endecasillabo che, puntualmente, ogni volta, ricompare ristabilendo la cadenza originaria.
Il linguaggio è accessibile, scorrevole,  sobrio e sorvegliato, senza ostentazioni, dal tono pacato, conversante,
dai colori soffusi, alieno da clamori fonetici (solo qualche sporadico accoppiamento di rime o di assonanze ) come anche da sensazionalismi concettuali ( rilevabile forse una sola contorsione metaforica: “ per fionde che affondavano radici/ nel terriccio dell’anima” in “Lo stradone della scuola”); linguaggio
congeniale insomma tanto a una soffice pittura descrittiva quanto a una vereconda rievocazione affettiva,  talora  impreziosito da qualche  lemma ricercato ( deliziosa la citazione pascoliana “reste”, da “L’ora di Barga”, in “Volerei felice fra le reste”)   o desueto ( “buiore” in “Zufoli e fili d’erba”) oppure arricchito dall’occasionale ermetismo di qualche breve digressione concettosa e filosofeggiante.
La funzione dei tempi verbali è quella classica: i passati riservati alle memorie, il presente per le aperture descrittive, mentre certe subentranti, esaltanti sequenze di futuri configurano una dimensione auspicante, che in “Elegia per Lidia”, festosa e amorosa apocalisse, diviene surreale, oracolare e visionaria; una dimensione vaga e
struggente eppure propositiva, rasserenante, tutta tinta di speranza.
Notevole è anche la gamma sensoriale dei ricordi dove tutti i sensi , visivo, uditivo, gustativo, olfattivo e tattile, sono rievocati e tradotti con agilità e limpidezza.
Certo l’aura di mitezza che fa da sfondo a questo eloquio poetico, accanto a un suo colore “sombre”, autunnale e all’austerità che si addice, pur nell’alternarsi dei registri, a un’immanente, costante “ contemplazione della morte”, sembra vietargli la scolpitezza di fraseggio e l’impeto d’accento  così che in certi momenti la moderazione potrebbe essere scambiata per inerzia e la sobrietà per  gracilità espressiva.
A ben guardare però un simile rilievo appare ingiusto.
Non è infatti raro trovare momenti di ragguardevole impatto espressivo, ora di incisiva eloquenza ( cfr. “ad immolare il giorno alle memorie” in “Il viaggio di un pensiero” oppure il bellissimo verso “Il pianto suo solenne ai vostri marmi” in “Oh terra di novembre”)), ora di intenso abbandono lirico  ( cfr. “ .Andiamo, andiamo/ tu e io soli, giovinezza, andiamo.” In “Il profumo della giovinezza“) ora di immaginosa eleganza ( cfr. “ alle frullane lucide di sole.”  in “ Contro le lune”, oppure il notevolissimo “..; e tu madre/ sempre lesta alle brine mattutine” in  “Oh terra di novembre”).
Più d’uno sono i registri linguistici di quest’opera che  forgia un’”epos” familiare e contadino. “I canti dell’assenza” declinano una colloquialità composita, che alterna una  semplicità piana e gergale a tratti di erudizione quando non di riferimento a fonti illustri.
D’altra parte l’affinità con i “Canti” leopardiani non sta solo nell’impiego dell’endecasillabo sciolto o nella citazione sopra rilevata, ma si ravvisa anche nella luminosa pienezza di certe aperture descrittive (cfr. sei  versi in “Sera di casa mia” : “. L’aria si apre/ chiara nel cielo. Sfioriranno i gigli./ I narcisi sui prati e sopra i fulgidi/ balconi di paese. Ritornato/ sono per rivedere il primo verde/ che evade con il raggio del mio prato/ il fumido maggese”). Ne “I canti dell’assenza” Pardini ricostruisce alcune pietre miliari del proprio vissuto con l’acutezza dell’artista ispirato e la perizia del letterato di vaglia in una “Rechèrche” di un tempo mai perduto, rieccheggiato e ritrovato nella terra, nelle stagioni, nelle persone, nei simulacri di un passato salvato e conservato dentro agli affetti indelebili riposti nei recessi più intimi della coscienza affettiva, negli angoli più difesi del cuore.
Un passaggio da “Non chiedermi perché”, a cui una doppia rima conferisce un tono gozzaniano, riassume  il senso di quest’opera poetica : “ Sarà forse l’amore. Chi lo sa./ Eppure c’è qualcosa che ha guidato/ quest’animo rigonfio di ricordi/ tra i fiordi del passato.”.
In una prospettiva insieme austera e benigna, queste liriche sono culto della memoria, ritracciamento di segreti del proprio passato nella ciclica, rituale immutabilità della natura e infine liturgia della speranza verso un ideale “nostos” di compimento e di appagamento affettivo.
Nonostante l’impianto composito, sono la misura e l’equilibrio nel dosare, accostare e legare le immagini dei ricordi e le componenti del “melange” emotivo e sensoriale suo proprio, in una parola l’ammirevole equilibrio della linea narrativa, ad apparire come uno dei pregi salienti, forse il risultato più distintivo e qualificante di questa raccolta. 

Luciano Domenighini



5 commenti:

  1. Recensione di una espansione metodologica assennata e perspicace. E' condotta con valente armonia di criteri critici: campo semantico, metrico-significante, e analitico. Tutti i miei complimenti al valente critico.
    Prof. Angelo Bozzi

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  2. Grazie a Luciano Domenighini per aver analizzato in maniera superlativa ogni aspetto della mia recente pubblicazione poetica.
    Nazario

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  3. Conosco la poesia di Pardini ed ho quest'ultimo volume. Quindi ho anche la possibilità di apprezzare questa appropriata, e coerente analisi critica. I miei più convinti complimenti all'Autore.

    Maria

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  4. Ricca di sostanza, di indicazioni peculiari, e di potenzialità intuitiva. Complimenti.
    Claudio

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  5. Critico competente. Artifex additus artifici. Complimenti.

    Valeria

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