martedì 15 maggio 2012

Emanuele Marcuccio, "Introduzione alla poesia"


Introduzione alla poesia

a cura di Emanuele Marcuccio
 

Il termine “poesia” è una parola che deriva dal verbo greco “ποιέω” (poiéo), che significa “faccio”, “costruisco”, quindi, il poeta è colui che fa, costruisce (con le parole). Ma come è nata la poesia? Come nasce nell’uomo il bisogno di poesia e di fare poesia? A mio modesto parere, la poesia nasce per un bisogno intimo di celebrare, di cantare costruendo con le parole, infatti, il primo componimento poetico della letteratura italiana è il Cantico delle creature di san Francesco d’Assisi (XIII sec. d.C.), in questa poesia, in questo cantico il poverello di Assisi celebra, loda Dio attraverso tutte le sue creature.
Ma, andiamo a monte, come nasce la poesia in genere, in particolare, la poesia occidentale?
Le prime testimonianze di poesia nella letteratura greca ci giungono dai poemi omerici (Iliade e Odissea), risalenti a ca. un millennio prima della nascita di Cristo, dapprima tramandati oralmente attraverso gli aedi e i rapsodi, cioè i trovatori, i cantastorie del tempo, successivamente, trascritti, anzi, si ritiene che l’alfabeto greco sia stato inventato proprio per trascrivere i poemi omerici, il cui autore, Omero, è probabile non sia mai esistito, ma che sia, in realtà, il prodotto culturale di una collezione di autori anonimi, anzi, proprio per risolvere questo dilemma è nata la cosiddetta “questione omerica”, tuttora ben lontana dall’essere risolta.
L’Iliade, con le sue migliaia di versi, vuole celebrare, in particolare, gli ultimi cinquantuno giorni della decennale guerra di Troia e i suoi signori, vuole anche cantare i sentimenti più profondi dei protagonisti. Mentre, l’Odissea vuole celebrare il periglioso viaggio di ritorno, successivamente alla caduta di Troia, di Odisseo (Ulisse), leggendario re dell’isola di Itaca, per la precisione gli ultimi 38-40 giorni escludendo i racconti di flash-back. Nel suo significato profondo, penso voglia celebrare la lotta dell’uomo con se stesso per vincere i fantasmi della guerra che lo attanagliano e poter così finalmente ritornare a casa ritrovando la pace dopo un’ultima lotta.
A differenza dell’Iliade, nell’Odissea abbiamo una celebrazione, un canto più intimo, quello del cuore umano, che combatte con se stesso ed è continuamente messo alla prova sopportando tutto con pazienza e agendo con astuzia.
Dunque, l’intento della poesia è sempre quello di celebrare, costruendo un’architettura di parole nei più vari registri, dai più intimistici e introspettivi ai più altisonanti. Cosicché, se la poesia fa parte del nostro essere, anche noi possiamo celebrare, in questo caso è più corretto dire “cantare”, i più intimi sentimenti, le nostre più profonde emozioni. Possiamo celebrare anche cose astratte ma che nascondono in sé cose umanissime ricorrendo al concetto poetico del correlativo oggettivo, diffusissimo nella poesia moderna ed elaborato dal poeta statunitense e naturalizzato inglese T. S. Eliot (1888-1965) nel 1919, di modo ché, anche i concetti e i sentimenti più astratti vengono correlati in oggetti ben definiti e concreti. Eliot dichiarò che il correlativo oggettivo è “una serie di oggetti, una situazione, una catena di eventi che saranno la formula di quella emozione particolare, in modo che, quando siano dati i fatti esterni, che devono condurre ad un’esperienza sensibile, venga immediatamente evocata l’emozione”.
Nella poesia italiana questo concetto troverà la sua più alta espressione nella poetica di Eugenio Montale (1896-1981), che utilizzò un correlativo oggettivo per intitolare una sua raccolta Ossi di seppia; infatti, tutti gli elementi della natura possono essere messi in correlazione a condizioni spirituali e morali. Possiamo celebrare un personaggio storico, un letterato, un accadimento contemporaneo, un personaggio letterario o un suo episodio, in una parola “tutto”. Ogni poesia, però, dovrà scaturire dall’ispirazione, da quella scintilla creativa che ci fa prendere la penna in mano e ci fa scrivere quello che il cuore detta. E, affinché la poesia sia vera e sincera deve esserci questa scintilla iniziale, dopodiché possiamo scrivere di getto, in maniera spontanea o, fare un lavoro di lima ricercando la rima più adatta o la parola, o il suono e starci tutto il tempo che ci sarà necessario. In caso contrario, diventerebbe solo qualcosa di artificioso che non è espressione del proprio sentire; come scrivo in un mio aforisma (il numero quarantuno): “La poesia non è puro artificio, non è sterile costruzione ma piacere per gli occhi e per il cuore, qualcosa che ci meraviglia e ci colma d’interesse, che ci spinge a ricercar nuovi lidi, dove far approdare questo nostro inquieto nocchiero che è il nostro cuore”. E in un altro (il numero quarantatré): “Il poeta sogna, si emoziona, si meraviglia; in caso contrario, tutto sarebbe puro artificio, sterile e fredda creazione, come voler scrivere su di un foglio di vetro.
Tutto questo, nella sua essenza, è in definitiva la poesia: un canto dell’anima, un canto senza l’ausilio di strumenti musicali, la musica ci è data dalle parole (con o senza rima) che cercano di esprimere quello che l’anima detta, che è sempre un cercare di esprimere, come ci insegna Ungaretti in una famosa intervista televisiva del 1961, non si potrà mai arrivare all’espressione compiuta della propria anima.









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1 commento:

  1. Grazie per l’apprezzamento, Prof. Pardini, e informo che il 5 giugno l’introduzione è stata pubblicata nel mio secondo libro “Pensieri minimi e massime” (Photocity Edizioni), una silloge di ottantotto aforismi (48 hanno per tema la poesia) e in appendice proprio questa mia introduzione alla poesia. Prefazione a cura del critico letterario Luciano Domenighini e postfazione a cura dello scrittore e critico-recensionista, Lorenzo Spurio, curatrice d’opera, la poetessa e scrittrice Gioia Lomasti.
    ISBN: 9788866822400.

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