venerdì 1 gennaio 2016

M. GRAZIA FERRARIS: "RIFLESSIONI (LETTERARIE?) SUL NOSTRO TEMPO"


Maria Grazia Ferraris collaboratrice di Lèucade


Riflessioni (letterarie?)  sul nostro tempo


Mi abbandono al flusso della memoria. Affiora una preghiera: compare con la sua forza vibrante nella dialettica della disputa filosofica, immortale  nelle pagine letterarie.


“Non più dunque agli uomini mi rivolgo; ma a te, Dio di tutti gli esseri, di tutti i mondi e di tutti i tempi…. Degnati di guardar con misericordia gli errori legati alla nostra natura. Che questi errori non generino le nostre sventure. Tu non ci hai dato un cuore perché noi ci odiassimo, né delle mani perché ci strozzassimo, fa’ che ci aiutiamo l’un l’altro a sopportare il fardello  d’una esistenza penosa e passeggera… , tra tutte le nostre lingue insufficienti, tra tutti i nostri usi ridicoli, tra tutte le nostre leggi imperfette, tra tutte le nostre opinioni insensate, tra tutte le nostre condizioni ai nostri occhi così diverse l’una dall’altra, e così uguali davanti a te…”

E’ una preghiera laica, razionale, fuori dalle chiese ufficiali, e dalle fedi tradizionali, per questo forse più intrigante. Dietro questa invocazione  al Dio della ragione, della pace e della tolleranza c’è  il viso severo del filosofo illuminista Voltaire, che in pieno Settecento traccia nel Dizionario filosofico e nel Trattato sulla tolleranza, l’elogio principe dell’uomo saggio. Un  monito: abbassate ogni presunzione: infiniti sono i modi di pregare il Dio di tutti gli uomini, così uguali, di fronte a lui.

Gli avvenimenti storico-politici drammatici di questi anni, (la guerra in Iraq e le sue infinite inarrestabili stragi, l’Afganistan, il Libano, Israele e la Palestina, Libia e Tunisi, la Siria e le conseguenze politiche mondiali…gli attentati, le stragi , il Sinai, Parigi…)…ci parlano di ragazzi che hanno ucciso a sangue freddo, urlando frasi insensate dal presunto significato religioso, ragazzi che pretendono di tendere  a una purezza fanatica predicata loro, che non si trova nella società occidentale e  li ha fatti agire come in preda a un incubo. Nessuna guerra a risposta  può più essere pensata come limitata geograficamente a zone lontane dal nostro vissuto quotidiano e confinata nel fondo della nostra memoria e coscienza, allontanata, in un qualche modo rimossa. Le parole della morte, della strage, del cordoglio, del lutto, del dolore, di pace e di guerra ( con gli infiniti suoi ambigui aggettivi: di difesa, di offesa, di civiltà, di liberazione, preventiva, sacra….), quelle di libertà e democrazia, contrapposti a dittatura e razzismo, hanno reso urgente la meditazione anche dei più distratti sui grandi temi umani universali, oggetto da sempre della filosofia, della letteratura, della storia e della politica.  Ma troppe parole offendono, così come l’esibizione del lutto offende il dolore autentico. Dove rifugiarsi per pensare? Accanto e con quali maestri?
La letteratura, come sempre, mi viene in soccorso. Tutto è già stato detto e già stato scritto.
 Davvero basterebbero pochi secoli di storia per sapere, per capire, per spiegare il comportamento umano nelle sue variabili.  Bisogna però saper leggere. Bisogna non relegare a nozione scolastica quello che i grandi maestri nel tempo ci hanno tramandato, rifiutando di pensare al loro patrimonio di idee ed espressioni solo come ad esperienza del passato, oggi obsoleta. L’intelligenza, il genio, la domanda e il dubbio non sono mai obsoleti.
Penso a G. Morselli che  in Realismo e fantasia scriveva: ”Il tempo acquista un valore effettivo se assumiamo il passato come ciò che sottostà al presente, lo prepara, lo condiziona, in una parola, lo produce. Il presente genera il passato, ma a sua volta ne è generato. Onde il passato non è  realtà relativa o negativa, ma il termine e l’inizio d’ogni realtà”. Lo ribadirà in quell’importante e misconosciuto romanzo che è Contro-passato prossimo.
Ed ancora:

Nacque  allor fra’ i topi una follia
degna di riso più che di pietade,
una setta che andava e che venia…
ragionando con forza e leggiadria
d’amor patrio, d’onor, di libertade,
Pure a futuri eccidi amaro invito
o ricevere o dar con faccia soda
massime all’età verde era gradito,
perché di congiurar correa la moda,
e disegnar pericoli e sconquasso
della città serviva lor di spasso.

Ce lo aspetteremmo una condanna così decisa, irridente, ironica, fredda nella sua pessimistica lucidità  del disincanto delle giustificazioni idealistiche della politica, dell’interventismo, in pieno Ottocento, da un autore come l’apparente apolitico ed intimista lirico Giacomo Leopardi?
 E’ sua l’ottava, proviene dai Paralipomeni( della Batracomiomachia), l’opera meno conosciuta del grande poeta, l’epica satirica, eroicomica, che canta la battaglia dei topi e delle rane ( ironica metafora degli uomini), opera confinata nel limbo delle “cose minori”del geniale e scomodo poeta  . Le ragioni ideali degli uomini come storicamente si abbattono e si perdono nel piccolo, interessato, particolare interesse fangoso quotidiano!
Il Novecento ha scritto opere immortali sul tema della guerra, sulla sua disumanità,e sulla sua follia. I nomi si affollano: poeti (Ungaretti, Montale, Quasimodo, Rebora, Saba, Sereni…) scrittori ( Primo e Carlo Levi, E. Morante, Fenoglio, Bassani, Pavese, Moravia….)
 Torniamo, ma con consapevolezza ed attenzione vigile alle grandi immortali voci del passato, che ci invitavano  a riflettere in modo non occasionale, non contingente  su “ questa aiuola che ci fa tanto feroci”, facendone tesoro. Magari con il commento, lucido e disincantato del poeta contemporaneo e nostro concittadino Franco Buffoni:

Se il mondo è stato creato
per l’uomo e le sue esigenze
Dio alla fine dei tempi
premierà le vittime della storia.

Franco Buffoni che nella sua fatica poetica, -Guerra!-, guardando con occhi sereni il nostro conosciuto alpestre  paesaggio montano scrive, rievocando nel paesaggio le vicende della prima guerra mondiale:
…..
Kakania dici ridi
Fu il pericolo dei nonni.
E nel diciassette i nonni belli
Portarono il selciato e le lanterne coi muli
Le cisterne d’acqua per il forte
Su al bivacco….

Il  ricordo con  il desiderio di pace, non può che essere un augurio, valido anche quando è segnato dal gioco infantile:

L’imperatore capovolto era un pessimo soggetto
Nel gioco dei tarocchi,
Egoista brutale tirannico
Cambiava solo se lo capovolgevi
Trasformandosi in monarca buono.
Ma era il concetto di monarca che ispirava
A me bambino il desiderio che quell’uomo
Non avesse eredi maschi….

Maria Grazia Ferraris


9 commenti:

  1. “L’intelligenza, il genio, la domanda e il dubbio non sono mai obsoleti”, sono la spinta ad andare avanti, a sentirci uomini liberi. Ad aprirci al confronto e a imparare dal passato. Dai Grandi. Ed è vero, cara Maria Grazia Ferraris, “bisogna però saper leggere”.
    Bisogna essere in grado di guardare con attenzione (pregare - anche - “al Dio della ragione, della pace e della tolleranza”, come appare dal bellissimo monito di Voltaire che ci regali) e disporci sulla giusta linea del tempo. Su quella linea che ci vede procedere verso l’ignoto - verso il futuro - in un viaggio di conoscenza dell’uomo e del mondo al tempo stesso. O ancor meglio: dell’uomo come mondo. Non è forse il mondo, in ogni momento, l’insieme di passato e di futuro e la coscienza di tutto ciò? Mi domando.
    E la letteratura, come sempre, viene in soccorso anche a me. E sembra dirmi che è il dubbio a muovere le cose, la ricerca è una spinta verso la verità, e la verità è sempre in evoluzione. Un carissimo saluto, Maria Grazia, e grazie per gli innumerevoli spunti che hai voluto donarci proprio oggi, al fiorire del Nuovo Anno che vedo, come scrive Neruda:
    "...piccola porta della speranza,
    nuovo giorno dell'anno,
    sebbene tu sia uguale agli altri
    come i pani a ogni altro pane,
    ci prepariamo a viverti in altro modo,
    ci prepariamo a mangiare, a fiorire, a sperare"
    Sonia Giovannetti

    RispondiElimina
  2. Alla encomiabile Maria Grazia Ferraris la riflessione sul nostro tempo pone interrogativi:
    Dove rifugiarsi per pensare? Accanto e con quali maestri? Ed è la letteratura, come sempre, a venire in suo soccorso. Bisogna però saper leggere, ci dice l'esperta Ferraris, bisogna capire quello che i grandi maestri nel tempo ci hanno tramandato. Una sfida, questa, di cui la cultura e l’educazione, sono la chiave di volta. Chissà perché, oggi, dopo questa interessante lettura, il mio pensiero è andato ad Antonio Gramsci. Lui sosteneva che lo scrittore, il narratore, l'intellettuale in generale, deve offrire una testimonianza delle proprie idee, dei propri interrogativi, e ce ne lascia traccia al fine di poter dare forma all’individuo e alla società intera. Per la verità il pensiero gramsciano va ancora oltre affermando che “ogni uomo, al di fuori della propria professione, è portatore di valori, di un proprio gusto poetico, letterario, artistico, di una propria morale, di una personale concezione della vita.”

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Il precedente commento è di:
      Ubaldo de Robertis

      Elimina
  3. Ho letto con piacere questa riflessione di Maria Grazia Ferraris che coglie alcuni aspetti della realtà attuale, in particolare quella della guerra, che non ha più -come una volta- campi di battaglia e luoghi di scontro elettivi e circoscritti né -come purtroppo ben sappiamo- frontiere ben determinate, poiché i suoi effetti arrivano dappertutto, addirittura in luoghi insospettati, e spesso colpisce persone innocenti e indifese. E bene fa Maria Grazia Ferraris a richiamare tutti alla lettura e alla meditazione del gran libro della letteratura dove scrittori, peraltro innanzitutto uomini, hanno detto della guerra e della violenza tutto il dicibile, spesso dispensando a contemporanei e posteri consigli di grande saggezza.
    Sì, oggi soprattutto si legge poco e si riflette ancora di meno, perché in questa società distorta e corrotta, frettolosa, ingorda e, forse, irrimediabilmente malata, c'è un solo (ma trino) imperativo: correre per essere primi, consumare tutto e sempre, dominare in qualsiasi forma e modo. Con il corollario dell'apparire, sempre e dovunque.
    Sono grato a M. G. Ferraris per questo opportuno invito a riflettere.
    Pasquale Balestriere

    RispondiElimina
  4. Ho riflettuto a lungo su questo stupendo richiamo alla tolleranza che Maria Grazia Ferraris propone in tempi marcatamente segnati dall'intolleranza, come quelli che viviamo. Il riferimento a Voltaire, con quel suo rifiuto encomiabile di ogni dogmatismo, era doveroso e inevitabile, ma c'è da chiedersi se il mondo attuale, per molti versi figlio del secolo dei Lumi, è poi così diverso dall'oscurantismo medioevale, generatore di conflitti e prevaricazioni a non finire. Razionalismo è questo e razionalismo è quello. C'è un razionalismo del dogma e c'è un razionalismo del dubbio. Si equivalgono in quanto entrambi portatori di disordini, sia a livello personale che a livello collettivo. In fondo, è nello scetticismo radicale e sistematico dei tempi attuali che stanno le radici di quell'insicurezza, di quello spaesamento, di quel vuoto di valori e di quel disagio psichico che in piena età tecnologica finisce per armare la mano a degli psicolabili, facendone seminatori di morte e distruzione. Questi sono i risultati della "ragione critica", la cui peculiarità non è di unire (così credeva Voltaire), ma di distinguere, di opporre, di dividere, di separare. Il mio modesto parere è che, per superare l'impasse, la ragione, da "critica", deve diventare "autocritica", ponendo in discussione se stessa (vuoi nei suoi momenti assertivi, vuoi nei suoi momenti dubitativi e scettici), facendosi umile di fronte ad una sfera più elevata e sapiente di se stessa, che non è Dio, ma il divino che Lui stesso ci ha dato per vivere nell'umiltà e nella tolleranza, nel rispetto e nella padronanza di noi stessi. La problematicità è fondamentale, ma qui si parla di un dubbio che è l'altra faccia della medaglia della fede (o viceversa, il risultato non cambia). La vera fede non è fideismo, ma è macerazione interiore. Così come il vero dubbio non è incredulità aprioristica, fine a se stessa, ma è il cibo necessario per alimentare la fede. Ciò mi sembra implicitamente detto dalla Giovannetti: "la ricerca è una spinta verso la verità" (il che lascia supporre che il dubbio sia alimentato e spinto da una fede). E mi pare confermato dalla Ferraris che, dopo aver dichiarato "la letteratura mi viene in soccorso", afferma che "bisogna però saper leggere", non "relegando a nozione scolastica quello che i grandi maestri ci hanno tramandato" (nel che consisterebbe appunto il fideismo). Tutto ciò, a parer mio, non significa altro che attivare, attraverso i maestri del passato, quel grande Maestro interiore che è in ognuno di noi e che non è la nostra Ragione, ma il nostro "Daimon", o il nostro Spirito, la nostra Essenza disincarnata, depositaria di una sapienza purtroppo caduta in oblio, ma comunque personale ed innata. Parlo di quel bagaglio cui lo stesso De Robertis sembra accennare, laddove, citando Gramsci, dice che "ogni uomo, al di là della propria professione, è portatore di valori, di un proprio gusto poetico, letterario, artistico, di una propria morale, di una personale concezione della vita". E' il contatto con questa verità individuale, la confidenza con questo mistero di se stessi, pur senza riuscire a scoprirlo fino in fondo, a dare all'uomo quell'umiltà e quella padronanza di se stesso, che realmente può renderlo tollerante ed innocuo nella vita associata.
    Franco Campegiani

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Il commento di Balestriere è giunto un attimo prima del mio ed ora che lo leggo non posso che condividere la sua acutissima analisi delle distorsioni della società "forse irrimediabilmente malata" dei tempi attuali. Una società (non servirebbe di aggiungerlo) che si vanta di essere profondamente razionale.
      Franco Campegiani

      Elimina
  5. Accorta e provvidenziale Maria Grazia Ferraris nell'invitarci a “riflettere sul nostro tempo” e sui Mali che lo affliggono. E ci suggerisce di ascoltare le sagge Voci del passato come nipoti seduti accanto ai nonni, fonti fervide di apprendimento e di saggezza: il Presente della Società in cui viviamo si plasma, si perfeziona e si fa strada attingendo virtù da chi prima di noi ha percorso, in ogni contrada, il ripido cammino delle genti.
    Mettendomi al seguito del monito: “Bisogna però saper leggere”, vorrei allargare il discorso meditando su due preziosi pensieri espressi da altrettanto illustri pensatori: Fëdor Dostoevskij e “Mahatma” Gandhi.
    Le loro diverse maturità intellettuali, che furono spettatrici di due secoli caratterizzati da avvenimenti socio-economici ben distinti tra loro, testimoniano la limpida essenza del pensiero umano quando questo riesce ad offrirci perle di saggezza, ergendosi a paladino delle nobili cause.
    E aggiungo: non è rilevante in quale palude affondino i piedi del gigante sulle cui spalle noi, nani della conoscenza, cerchiamo di allungare la vista verso l'orizzonte. É sufficiente che il nostro sguardo – offuscato dalla meschinità dell'Oggi – sappia cogliere barlumi di luce dall'alto di quegli eroi di Ieri che diffondono un Sapere senza tramonto.
    Dostoevskij, indagando sulle tormentate pulsioni dell'anima e pur avendo egli stesso attraversato le soglie della disperazione e delle pene fisiche, ci lascia in eredità parole che si rispecchiano sorprendentemente nella realtà dei nostri tempi e ci supplicano di sconfessare l'avvilente espressione “homo homini lupus” di hobbesiana memoria:
    « Fintanto che ciascun uomo non sarà diventato veramente fratello del suo prossimo, la fratellanza non avrà inizio. Nessuna scienza e nessun interesse comune potrà indurre gli uomini a dividere equamente proprietà e diritti Qualunque cosa sarà sempre troppo poco per ognuno e tutti si lamenteranno, si invidieranno e si ammazzeranno l’un l’altro ».
    Da Gandhi – ancor oggi icona indiscussa dei diritti civili acquisiti con la perenne rincorsa verso l'Ahiṃsᾱ (Nonviolenza) – abbiamo ereditato decine di frasi che inneggiano alla fraternità e alla pace, ed io ho colto in una di esse il candore e l'autenticità della luce divina:
    « Se potessimo cancellare l' “Io“ e il “Mio” dalla religione, dalla politica, dall'economia ecc. saremmo presto liberi e porteremmo il cielo in terra ».
    Condivido appieno i commenti che hanno preceduto il mio: sono di buon auspicio e vanno verso la giusta direzione.
    Sonia Giovannetti ci convince che “ la ricerca è una spinta verso la verità, e la verità è sempre in evoluzione”; Ubaldo de Robertis afferma che l'intellettuale “deve offrire una testimonianza delle proprie idee [… ] al fine di poter dare forma all’individuo e alla società intera.”; Pasquale Balestriere sostiene con slancio l'appello di Maria Grazia “a richiamare tutti alla lettura e alla meditazione del gran libro della letteratura” per raccogliere su quelle pagine eterne “consigli di grande saggezza”; Franco Campegiani ci mette in guardia da “quel vuoto di valori” che apre la strada ai “seminatori di morte e distruzione”.
    Io concludo asserendo che qualora tutti “Noi” riuscissimo a far tesoro delle lezioni di progresso etico impartiteci da chi ha illuminato la storia dell'umanità, impareremmo ad avere come migliori amici gli oppressi, i deboli e gli umili, assicurando al Futuro della Società un bene inestimabile: la Solidarietà.
    Roberto Mestrone

    RispondiElimina
  6. Grazie a tutti voi carissimi lettori e amici che sottolineate con me l’importanza del leggere nella nostra superficiale e vanitosa società.
    Ritengo per certo che la chiave per capire, per quel che ci è possibile, il mondo e le sue contraddizioni, la sua complessità, sia la lettura, stabilire il confronto con i dubbi e le certezze di chi ci ha preceduto; noi viviamo su un’ecatombe di storia: sarebbe saggio non dimenticarcene ed imparare con umiltà, come dice R.Mestroni che ben conclude con citazioni di “grandi”, gli interventi. Non sappiamo il nostro futuro, ci porta incognite, angosce, ma anche stupori, speranze capacità di ricominciare e poesia… e abbiamo bisogno di “maestri”, come sottolinea P.Balestrieri.
    Bisogna saper leggere, le parole vivono nella mente. In modo strano e diversificato, proprio come vivono gli esseri umani, andando qua e là, innamorandosi e accoppiandosi, perché è la parola che salva e che dà senso alle cose, sorretta dalla ragione ( dal “Daimon, o il nostro Spirito”),come preferisce dire F.Campegiani. Ci permette di penetrare nei territori sconosciuti della conoscenza, di vincere la paura dell’ignoto inquietante e sempre sfuggente. Quando leggiamo il nostro cervello cambia per sempre, sia dal punto di vista fisiologico, sia dal punto di vista intellettuale. E anche dal punto di vista della nostra personalità possiamo dire che siamo quello che leggiamo. Hanno ragione S.Giovannetti ed U.Derobertis
    Il rischio vero è per chi non legge, o per l'analfabeta che crede di leggere, ma risolleva un volto dalla pagina sempre senza segni di turbamento o di lampi di gioia. Il suo sguardo è annoiato e crede di essere ironico, in realtà è cieco, non conosce ferite di buio o di luce. Non sa che ci sono modi diversi di “vedere”, di “vedere oltre”…: “la ragione, da "critica", deve diventare "autocritica” “non fideismo, ma macerazione interiore”. C'è chi legge solo per anestetizzarsi e c'è chi legge per farsi trascinare al di là della pagina, e ritornare alla propria epoca –vivo-.

    RispondiElimina
  7. Una riflessione di grande impatto emotivo, filosofico religioso quello di M. Grazia Ferraris che ci pone dinanzi riflessioni e meditazioni profonde che tendono a captare verità e trascendenze che hanno ragione sul nostro turbamento e malessere epocali. Un articolo molto ben coordinato che sa andare oltre il banale e l'anonimo di un dire comune, di un sentire senza emozioni, di un parlare senza capire. E' necessario situare il coordinamento storico tra progresso e regresso, tra la bellezza e la gioia, tra la vita e la morte. Thanatos ci svilisce con le sue innumerevoli facce della tragedia umana: il mondo di oggi presenta numerose ferite, faglie di apocalittici mercati di carne umana, fame, miserie, povertà; diaspore e guerre fratricide, sempre più disumanizzato e ferito appare il volto di Nostro Signore Gesù. Se chiunque di noi riflettesse sul martirio della fede, sulle tribolazioni che affliggono l'umanità, potrebbe ben sperare per un futuro più sereno, per un mondo di Pace. Ed è quello che io auguro a tutti voi, amici di Leucade e al Ns. amico Prof. Pardini che ci ospita, consolando un pò le ns. pene e afflizioni. BUON ANNO con pensieri di Luce e di Umanità...
    Ninnj Di Stefano Busà

    RispondiElimina