lunedì 9 ottobre 2017

N. PARDINI: LETTURA DI "LE BELLE LETTERE" DI L. DOMENIGHINI

Luciano Domenighini. Le belle lettere. TraccePerLaMeta edizioni. Segrate (MI). Pg. 118. € 12,00

Scavare un pozzo di acque chiare nei momenti di sete esistenziale




Luciano Domenighini
(…)
Vivere è stare dentro una stanza,
in una perpetua danza;
si può ballare,
si può guardare…
Poi un giorno la musica
non si sente più così bene,
e ballare o guardare
non si può più
così bene come prima.

Vivere, in fondo, è solo
quell’ostinata sciocca meraviglia
che adornano i poeti
di belle lettere (Le belle lettere).


È da qui che trae il titolo l’opera: da una poesia eponima, che, distendendosi su tre strofe di prosa lirica, ci dà da subito contezza della filosofia esistenziale del poeta: vivere è stare su una scena, la vita è fame e fama, la memoria è il suo tempo, pur di restare in scena, di tutto ci si illude, vivere è stare dentro una stanza, poi la musica non si sente più così bene, vivere è solo quell’ostinata sciocca meraviglia che adornano i poeti di belle lettere: spazi ristretti, voglie di fuga, tempus fugit, meraviglie della poesia, fugacità dell’esistere, ricordi a segnare stagioni, maschera e vita di memoria pirandelliana.
Una plaquette di polisemica valenza; di plurale connotazione realistica e lirico ontologica, dove la varietà e vastità delle tematiche hanno come corrispondenza una grammatica poetica di sapiente struttura formale. Qui rifulge l’abilità di un vero tessitore di parole; di un artefice di iuncturae varie e significanti, che danno vero conto della levatura prosodica dell’autore. Non c’è prova ritmica, non c’è composizione stilistica a cui Domenighini non si sottoponga. E sa bene quanto sia importante il verbo, la sua connotazione etimo-fonica, il suo ambito sonoro, o un lemma, che, ictu oculi desueto, può avere una funzione letteraria nell’economia del tutto. Ogni termine è misurato col contagocce, ogni ispirazione è data in pasto ad una struttura verbale di efficace visività, di euritmica musicalità, tanto è vasto il potere cognitivo, la competenza del Nostro: idilli bistrofici, distici in alessandrini, sestine di prosa  lirica, sonetti, versi liberi, strofe di settenari, quartine di ottonari, quartine di novenari, idilli monostrofici,  odi, distici di endecasillabi sciolti, quartine di endecasillabi a rime alternate, ottonari a rima alternata, iterazioni di rima, prose liriche, quartine di endecasillabi a rime alternate… Un bagaglio di esperienza metrica che ci mette sull’attenti; che ci delinea chiaramente il personaggio di fronte al quale ci troviamo. Un poeta che fa della nostra più schietta tradizione letteraria una rampa di lancio, un punto di partenza verso sponde saporite di nuovo.
“Tornate all’antico e sarà progresso”, affermava Giuseppe Verdi. Mentre Sidney Lanier “La musica è amore in cerca di una parola”. Non credo ci siano citazioni più aderenti all’arte poetica di Domenighini.
L’amore, il sogno, la realtà, l’immaginazione, il ricordo, l’illusione, la delusione, l’aspirazione: una vita di poesia; una poesia di vita. Questo è Luciano Domenighini: un grande navigatore che, per mari aperti, va verso orizzonti che sanno d’infinito, dove è facile sperdere la nostra identità, il nostro esile naviglio. Ed è proprio il mare a farsi simbolo di aperture incontrollabili, di libertà dai contorni indefiniti, dove i romantici trovavano spazio per le loro impossibili navigate; e dove le meditazioni di Baudelaire trovavano sostanza per gli abbrivi del poièin: "Uomo libero / amerai sempre il mare / il mare è il tuo specchio/ nello svolgersi infinito delle sue onde / contempli la libertà dell'infinito".  
Una sentimento di libertà che non trabocca mai per l’ordine in cui è contenuto. Ma aspirare a  varcare i suoi confini significa leggere quell’azzardo che fa parte del nostro essere. D’altronde rientra proprio nella natura umana la ricerca del bello e dell’immenso. Sta lì l’irrequietezza del vivere, quella di  sentirsi esseri inappagati per la nostra collocazione fra cielo e terra: “Cos'è un uomo nella natura?/  Un nulla davanti all'infinito,/ un tutto davanti al nulla,/ qualcosa di mezzo tra il nulla e il tutto”  (Pascal).
 E si sa che le possibilità di noi mortali sono limitate; sì, ambiamo a scoprire, a conoscere, a completarci; ed è forse perché aspiriamo a quel tutto da cui proveniamo che remiamo in quelle acque con tutta la nostra energia, pur sapendo di non poter mai raggiungere l’isola nascosta e protetta dai misteri dell’esistere: “Oltre la terra, oltre la luna/ riluce l’astro della fortuna/ dove in un tempo che abbiamo scordato/ il nostro piede si fu posato” Ci sono trabucchi, scogli, onde devastanti da superare; ci sono venti disposti a lacerare le vele che sapevano di nuovo alla partenza: “C’è qualcosa in questa terra,/ in quest’aria che respiro,/ che mi persuade a non pensare più di tanto…”. Ed è proprio durante la nostra navigazione che rievochiamo volti, paesaggi, fatti, e stagioni che ci videro presenti; primavere che accompagnarono un’età  arricchita di colori e profumi; di gioie e promesse; di amori e di sogni che tornano vivi in immagini di sensazioni e rinascite: “… indietro nel tempo/ fino all’adolescenza/ fino alla mia prima età,/  stella maestra,  rifugio, consolazione dell’anima,/ in questo momento di reminiscenza/ ultima dea./ Di tante terre vissute/ la sola non perduta”. Sono queste il focus della vita; l’alimento della poesia; la tensione verso una verità che spesso  troviamo nei nostri ritorni: “È dopo un viaggio in cerca di falsi miti che si apprezza quella verità che avevamo davanti agli occhi ogni istante”, afferma Joachim du Bellay. Ma mantenere in vita tutti quegli abbrivi che motivarono il viaggio, lasciarli riposare in un animo fecondo e nutriente, significa scavare quel pozzo di acque chiare a cui attingere nei momenti di sete esistenziale. È il tempo che matura i sentimenti; è il tempo che gioca coi nostri impatti emotivi; il suo trascorre ci è ignoto come ci è ignoto il suo presente che mai potremo vedere in faccia: “… Nel tempo che mi resta/ più non ti rivedrò/ più non mi rivedrai,/ fra noi non c’è memoria/ eppure tu lo sai”.   Ci dà solo quel senso di precarietà, di inattuazione, di pochezza, che ci portiamo dietro, appiccicato all’anima; ed è proprio quello a dirci che l’attimo fugge, che il cielo si tinge di foglie rubino, che l’autunno affretta il suo passo verso di noi poveri mortali in cerca di alcove riposanti; di certezze appaganti: “Penso ai campi che saranno in fiore,/alla stagione nuova/ che tra poco verrà”, in cerca di sirene dall’anima novella: “Veniva a me dal mare chiara e snella,/ largo lo sguardo, trepido il sorriso./  Vedevo trasparire da quel viso/ l’immagine d’un’anima novella…”, cosciente il poeta che il mondo è leggero nella sua irrefrenabile corsa: “ E leggero,/ leggero/ corre il mondo,/ e ogni memoria d’amore/ l’età si porta via/ e infame o eroe/ o simulacro fragile,/ senza sapere, senza capire,/ qualcuno farà/ di me assente/ mentre rido e ciarlo,/ forestiero,/ dentro un bar.”. Il fatto sta che tale sottrazione ci lascia dentro un melanconico e furtivo gioco di inquietudini esistenziali, di impotenza umana di fronte alle tante questioni di difficile soluzione; di fronte ai tanti perché cui non sappiamo dare risposta. Di fronte ai richiami di una terra smarrita: “O giovinezza tutta ti rinvengo/ balenandomi in cuor la nostalgia/ di ciò che solo per amore tengo/ della smarrita dolce terra mia.”. Ma è anche vero che sono proprio quelle insoluzioni a creare il terreno fertile per un canto di epigrammatica valenza; per un canto di passione,  per un idioma gentil sonante e puro: “Itala lingua mia sonora e varia/ che avesti culla in piazza dei Signori/ bevendo di Fiorenza il sole e l’aria!”. Fenollosa Ernest Francisco afferma che “La poesia è l’arte del tempo”, e il tempo è un personaggio importante nella narrazione del Nostro. È esso che misura le nostre amare vicende o i tragitti dei nostri voli. Mentre Alfredo Panzini  definsce i poeti “simili al faro del mare”, e Domenighini lo è vero poeta, in tutte le sfaccettature che tale etimo pretende; e soprattutto nella ricerca continua e inappagabile, umana, estetica, etica, e filosofica di pensiero e di vita. Quale simbolo può essere più vicino al fatto  di esistere: il faro illumina una piccola parte di un immenso che ci circonda e ci sminuisce; tendere a navigare verso quella parte buia  a cui il faro non arriva, vuol dire possedere la dedalica spinta verso l’ignoto con nell’anima la coscienza dell’icaria caduta. Il testo si conclude con una sezione intitolata: Appendice – I miei poeti: otto pièces dedicate ad altrettanti grandi della nostra letteratura.
La molteplicità dei sentimenti cospiratori, trova spazio in un dettato lirico di estrema semplicità comunicativa, come la poesia vuole. In un dettato dove, al fin fine, sembra prevalere un grande amore che il poeta nutre per la vita, per questa misteriosa casualità da tramandare in poesia:

Per tutto il tempo che esso vorrà,
perché è vita,
perché è anima,
questo amore mi resti nel petto
come una gemma preziosa,
ritrovata,
benedetta (Benedizione).


 Nazario Pardini

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