mercoledì 22 giugno 2011

Prefazione alla silloge "Così per illusione" di Lami Innocenti Luana

                                                    Prefazione
                                                  a
                Così per illusione, Edizioni ETS, Pisa 2005. Pp. 72
                                                               di
                                              Lami Innocenti Luana




Per Luana Innocenti Lami
"Quel filo antico di malinconia
che legava i miei giorni di fanciulla
si dilata in lontane processioni."




La silloge di Lami Innocenti Luana, di cinquantadue poesie, si snoda su un percorso vario e articolato, arricchito da anni di esperienze poetiche, in cui la modulazione del verso e l’alternarsi di misure brevi ad altre di più ampio respiro accompagnano ed esaltano le molteplici tonalità dei contenuti. Una sinergia di sentimenti e versificazione, e il tutto dovuto a un eccellente impiego del significante metrico, caratteristica dominante dello stile dell’autrice che permea di sé l’intera opera garantendone compattezza e organicità. Ora le pause del settenario contribuiscono ad evidenziare esplosioni di impennate liriche in cascate di musicalità endecasillabe. Ora la lentezza di una serie di doppi o tripli trisillabi fa risaltare la sincronia di un gesto o il ristagnare nel tempo di un’azione o di una condizione umana.  “Nell’ombra della notte cuore umano / insensibile cede un rifluire / un groviglio di battiti di pietra / e piangere non sa / secoli sofferenti di miserie”. (Barche alla dorma). “e sulle prue macchiati di vernice / numeri come incognite / mediocri / ornamenti a sfidare / i progetti sfuggenti della vita”. (Nike). “se dal cuore rovente di sabbia / fioriscono incolte / tra gerbere e dolci mimose / festose ed eterne kabulie”. (Donne di Kabul). Anche il titolo Così per illusione è già di per sé determinante a introdurci nel cuore della silloge: amore per la propria terra, sapori di terre lontane, momenti di vita, raffigurazioni naturali che si fanno corpus dell’anima; sogni, ricordi, fughe verso mondi più giusti, più umani, una sorta di viaggio, di letteratura odissaica, ma anche ricerca di una verità interiore che ci introduce in un’opera marcatamente indirizzata all’introspezione, all’analisi, più che alla descrizione psicologica. Così per illusione ammettiamo pure che il mondo possa essere diverso da quello in cui: “Non volteggiano più le procellarie / Sonnecchiano i delfini l’onda calma / e le colonne d’Ercole raggiunte / come sempre ai confini d’ogni mare / infrangeranno sogni proibiti”. (Eroi, anti-eroi). “Vedo lutto nel cielo / che non più s’inazzurra di luce / che è brillato da un lampo, da una mina / che la vita travolge ed avvolge / in silenzi epocali di morte”. (Epocali silenzi). “Per il mare e per noi che senza lotta / in scorie trasformiamo anche noi stessi”. (Inquinamenti). “C’è abitudine a tutto / Anche alla morte”. (Assuefazioni). “Dove un giorno esplodeva primavera / armi letali esplodono a bandire / il naturale corso della vita”. (Come allora anche oggi la violenza). Ma “Si arrenda il cuore e più non si tormenti!” (Illusioni) scrive l’autrice, non senza un sentimento di rammarico, e un senso di pessimismo sulla condizione umana. Sotto molteplici aspetti l’opera è anche segno di inequivocata continuità nella ricerca contenutistica e stilistico letteraria:  dal memoriale, a un desiderio panico d’immersione nella natura, all’aspirazione a un ideale che travalichi il tempo, al dubbio, ai quesiti dell’essere e dell’esistere, sino a un quieto addormentamento dell’anima, quasi una sorta di annullamento nei palpiti di una natura ancestrale: varie tensioni contenute in una forma che, rigorosa e intimamente sorvegliata, è impreziosita da malizie stilistico-lessicali di un’autrice da tempo impegnata in esperienze poetiche. La Lami ha pubblicato in questa stessa collana la sua prima opera dal titolo Percorsi sentimentali come vincitrice, sezione silloge, del Premio Letterario “Il Portone”; ed è proprio prendendo spunto da alcune riflessioni dell’esaustiva e preziosa presentazione di Pierangiolo Fabrini che si può confermare quella continuità che definirei anche timbro inconfondibile dello stile della poetessa: “I luoghi parlano all’animo sensibile dell’autrice più attraverso la loro storia e il loro passato che col loro paesaggio attuale, che rappresenta solo lo spunto da cui parte la ricostruzione di un mondo nuovo intensamente vagheggiato con struggente nostalgia. ... La scelta lessicale sostiene e favorisce l’agile fluire delle immagini”. (Dalla Prefazione all’opera Percorsi sentimentali).   Il verso nutrito di un dire creativo e personale, corre limpido e al contempo robusto, sorretto da un’anima vigile e ispirata, mai disposta a fissare, su un pentagramma, note che non siano liricamente vissute. Si passa da una versificazione estremamente moderna, modellata su versi brevi e concisi (bisillabi, trisillabi, quaternari...) ad una più distesa, più ampia e più vicina alla narrazione, di sapore più marcatamente classicheggiante, dove tutto è demandato all’endecasillabo: “Per spazi / alterni / di dolore o di gioia / mi muovo ...”. (Scacco matto). “Da un’arpa uscì sospiro scintillante / un’onda sussultante di bellezza. / Era musica celtica e frangeva / vibrazioni invisibili di note / sulla spumosa linea degli scogli / dove il salmastro impulso di marea / frustava il sasso per tornare al mare”. (Arpeggi).  Ma a me piace soffermarmi in particolare su una citazione testuale allo scopo di segnalare uno dei momenti di maggiore intensità e compattezza poetica, dove l’autrice riesce a liricizzare un contenuto impegnato fino a superare la demarcazione fra stile oggettivo e soggettivo in una fusione di estrema liricità “L’onda allisciata e lunga per bonaccia / o arrugata per furia di procelle / spingeva eroi nei gorghi dell’ignoto. / Mitico il tempo quando / si apriva il mare in transiti di audacia. / Era l’onda pelagica di Ulisse... / L’onda lunga e allisciata per bonaccia / o increspata per l’ira di tempeste / spinge anti-eroi nei gorghi dell’ignoto/ ... / e le colonne d’Ercole raggiunte / come sempre ai confini d’ogni mare / infrangeranno sogni proibiti”. (Eroi, anti-eroi). Qui la spontaneità del sentire si fa tutt’uno con un dire teso a rafforzarne l’efficacia attraverso un messaggio orientato verso una più marcata interiorizzazione. La lirica è stata premiata al concorso di poesia Marco Tanzi, di S. Mauro a Signa, da una giuria presieduta dall’insigne umanista Vittorio Vettori, da poco scomparso. E la motivazione, da me allora formulata e che qui di seguito riporto, mette proprio in risalto la grande capacità di coesione fra forma e contenuto:La poesia Eroi, antieroi si snoda su un percorso poetico di timbro marcatamente classicheggiante, dove il predominio dell’endecasillabo, distribuito quasi in stesura narrativa per l’uso costante dell’enjambement, è in stretta simbiosi con un contenuto zeppo di significati epici, sociali e umani.
      Due sono le parti tra loro contrapposte nella pièce: la prima quella del tempo mitico in cui il mare si apriva in transiti di audacia era l’onda pelagica di Ulisse; l’altra è quella del tempo di oggi quando / il mare sbarra e intralcia / i percorsi sognati di speranze / è il mare navigato da carrette... Amara la conclusione dove le colonne d’Ercole raggiunte / come sempre / ai confini d’ogni mare / infrangeranno sogni proibiti. La finezza delle scelte lessicali e la chiarezza del dettato poetico contribuiscono a rafforzare lo spessore lirico della poesia. (S. Mauro a Signa, 6 Ottobre 2002).  Altra nota di continuità non meno efficace è la concretizzazione delle esperienze interiori in configurazioni naturali, per cui l’opera assume una portata di grande valore figurativo potenziato da un tessuto verbale pregno di sentimento panico. E i vari aspetti della natura coinvolgono per la loro icastica paesaggistica e si fanno simbologia di una interiorità tradotta in oggettivazioni fenomeniche. Sono le immagini a parlare per la poetessa, le figure esterne, i corpi, i fenomeni naturali che costituiscono un serbatoio a cui attingere per dare vita, con un registro allegorico, a riflessioni e meditazioni sul correre del tempo e i perché dell’esistere. E l’Angelo del Cardoso, l’ibisco, la calma dell’onda, il gorgo, la brezza tra le spighe, il piano, il colle, fughe di gelsomino non sono altro che tante vibrazioni dell’anima oggettivate in raffigurazioni. Sì!, c’è in queste pagine un profondo amore per la natura, una grande voglia di simbiosi con i suoi colori, la sua idilliaca serenità, una sorta di compensazione per un animo rattristito da una quotidianità piena di ingiustizie, un annullamento dell’essere per sottrarsi alla routine del condizionamento quotidiano. Ed ogni ambito naturale, ogni oggetto, ogni figura diventano veri ritratti di segmenti interni che vi trovano la loro identità visiva: “Di grano acerbo un’onda alla collina / scopre vecchio casale abbandonato”. (Abbandono). “Nel delirio dedalico di tralci / dilaga incolta l’edera rossastra / sui cancelli smaltati di memorie”. (Dialogare l’autunno). “Inverna l’aria e brina la campagna / per il rigore turgido del gelo / si riflettono scheletri di rami / sull’acqua immota gelida del fiume / e agonizza dolente il sentimento / nell’abbraccio di nebbie silenziose”. (Inverna). “Nasconde / oro di spighe / il colle e il piano / onda verde-giallastra / spettinata / carezza inafferrabile di vento”. (Oro di spighe). “Refola caldo il sole tra le viti / ai margini dei campi / inginocchiate. / La campagna d’autunno è sinfonia / sfarinio di colori / sfumature / trasparenze leggere per la nebbia”. (Deltaplano).  Un crogiolo di suoni e di colori che si fanno trama di un linguaggio simbolico. La poesia ha bisogno del paesaggio per parlare ed esso diventa registro dell’anima.
      E il memoriale con le sue storie covate da tempo si fa nutrimento di un poetare che da liricamente soggettivo assurge a messaggio universale per la sua coralità. Figure trascorse, tempo che passa, tramonti che mordono sere, sere che preannunciano oscurità misteriose e impalpabili: πατα pεì; il senso di caducità della vita permea i versi di una certa melanconia che, anche se a volte struggente, mai scade comunque in eccessivo sentimentalismo, ma supporta ed alimenta di delicatezza lirica l’aspetto umano della poesia: “Calibano / è il signore dei miei sogni adesso / e il sentiero scomparso / soffocato dai rovi / -schegge di tristezza- / per un’anima antica / che alla deriva naviga / e di se stessa sorride”. (L’isola della tempesta). “Rimane al colle / dalle prime calendule investito / un ondeggiare lento di tristezza / e il profumo sospeso della sera”. (Abbandono). “Spade lucenti infisse dentro ai cuori / tacciono labirinti di tristezze / mentre per consuetudine stremata / penduli grani di rosario / ripercuotono ad eco una preghiera”. (Processioni). E tutto volge a metaforizzare una stagione autunnale che pesante e leggera come il ricordo di una vita, tiene in sé il senso della sera: “Lento incalzava autunno. / Lo ricordi? / ... / Non lo avverti? / ... / Ventosa l’aria refola e disfoglia / l’oro brunito delle stanche fronde / che si cedono al lievito di morte / mentre alle dure opacità del cuore / stridulo un mero zilula alla sera / filastrocche di vita senza senso”. (Dialogare l’autunno). La memoria colpita irrimediabilmente dal tempo che la vince e l’assottiglia si traduce in un sentimento di caducità della stagione umana: “vulnerabili maschere ossequiose / alla vita inneggiano ognor brindando / al placebo pensier che sa di morte”. (Uomini-pulcinella). “Turbina ancora il vento e non intreccia / stelle filanti in ghirigori estrosi / rivoli neri asciuga sopra il talco / solchi induriti amari / nel beffardo travaglio della vita”. (Re carnevale). “camminerò di nuovo / sui percorsi del vivere scolpiti / misurando col tempo / la brevità della stagione umana”. (Si ripropone il giorno). Ma la memoria è anche vita: le figure, gli incontri, i volti, le speranze, i propositi riemergono, tornano a galla, vitali e consistenti per non morire; si fanno nuova linfa, nuova vita a cui ci aggrappiamo con nostalgia, perché come dice il poeta: la vita non è quella che abbiamo vissuto, ma quella che ricordiamo. Ciò che rimane ha resistito all’oblio, e si è reso degno di esistere e di persistere: “Sì, ne ho memoria / Non ha amnesie la mente. / Autunno era del tempo la stagione / delle ombre più oblique sulla via / di vendemmie dei giorni più maturi / dei grappoli succosi di speranze / Si accende ancora autunno”. (Dialogare l’autunno). Resta il dilemma dell’affidamento di questo nostro patrimonio: affidarlo a una fede? all’isola del sogno? a una ideologia laica? o al potere di una poesia tesa a valicare la caducità del tempo? Dubbi. “Ma il tempo ha detto la parola fine / Volle angeli Iddio quella mattina / Perché non so / non chieder mai il perché”. (San Giuliano di Puglia).
      E forse, nella sua sete di assoluto, è proprio al potere della poesia che l’autrice, pensando che essa sia quella parte di noi che più si avvicina all’irraggiungibile, assegna il compito foscoliano di vincere la futilità del caduco: “E si avvitano immagini nel cielo / tra spirali superbe di colore / per diventar costellazioni eterne / nella giostra fantastica degli astri”. (Vertigini di giostre). “Dentro pepli di vento le vittorie / innalzavano uomini alla gloria / fossero Ulissi indomiti o Giasoni / del vello alla ricerca o di se stessi”. (Nike). “Respirerò a gran sorsi l’universo / Sentirò come l’anima s’impiglia / -ubriaca e in delirio- / dentro il folto reticolo di stelle”. (Pianeta vita). “E veglia ancora un Dio disorientato / su noi che / fiori d’agave / svettiamo / in piena solitudine di cuore / un giorno breve / un attimo indolore / sul deserto asfissiante della vita”. (Genesi).
      Stile chiaro, arrivante, comunicativo tessuto su una trama prevalentemente endecasillaba, alternata maliziosamente a misure metriche di vario respiro per creare contrapposizioni, modulazioni musicali, e per rompere così con l’inserimento di enjambements l’ordine versificatorio. Il tutto è impreziosito da assonanze, consonanze, anastrofi, rime interne, costrutti per inversione e aumentazione e particolari combinazioni foniche e metaforiche, che, accostando le diverse occasioni esistenziali, si pongono come accorgimenti né meditati né pensati, ma scaturiti da una musicalità insita nella vena di naturale spontaneità, caratteristica di queste pagine.

                                                             Nazario Pardini

Arena Metato 1 Marzo 2005



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