venerdì 1 maggio 2020

MARIA GRAZIA FERRARIS LEGGE: "LA VITA DELLA PAROLA" DI BONIFACIO VINCENZI


Maria Grazia Ferraris,
collaboratrice di Lèucade

La vita della parola, di Bonifacio  Vincenzi, ed. Macabor, 2020

La parola è vita, la poesia è vita.  “Non conosco altra vita se non nelle parole” dice, con la sicurezza di chi ha molto pensato, l’Autore, meditando sul tema più generale e filosofico del  dire poetico. E mentre ricordiamo, diciamo, riscriviamo, confondiamo luci ed ombre e consumiamo le nostre parole disconoscendone spesso il peso e la forza, l’ambiguità  labirintica.  Viviamo con i nostri dubbi, le nostre incertezze, le nostre attese letargiche, i nostri limiti, in un connubio mai del tutto chiarito di  reale e immaginario, virtuale, come in modo molto efficace B. Vincenzi scrive:
“ No, l’insidia non è/ nella luce ma in questo buio/ che non riconosce neppure il nero/ dove io vivo con tutte le mie vite” (Non è la voce che torna). Questo è il tema più significativo della prima parte della silloge di B. V. che porta il titolo sommativo ed esplicativo ad un tempo, ed in un certo senso catartico di “La vita della parola”.
È contemporaneamente ricerca di luoghi e di tempi: quelli della gioventù passata,  del tempo in fuga, dell’apparire di contro all’essere, scelto come difesa del proprio esile io in costruzione, delle emozioni fuggite, dei ricordi, nella distanza, che sanno tradire: virtuali come le effimere immagini vuote che fingono dolori immaginari e pianti nella rete, poiché “ che il tempo non esista lo sanno/in pochi; tutti gli altri recitano la loro parte/ cancellando giorni da un calendario”  (Che il tempo non esista…), dimentichi della realtà, dell’autenticità della sofferenza, ciascuno per sé, in un gioco demente ed infernale, credendo di aver saldo in mano il proprio timone e ignorando il buio abissale nel quale ci rifiutiamo di guardare, tutti presi dalla quotidianità furiosa, dalle conquiste fasulle, disincantati, dimentichi dei sogni, ed infelici. L’esserci, come dice il filosofo, non è semplicemente nel tempo, ma il tempo è piuttosto il senso dell’esserci.
La seconda parte, dal titolo Un soffiare di vento gelido nell’aranceto, un bel titolo metaforico e suscitatore di emozioni profonde, si dipana problematicamente intorno al tema del silenzio e del vuoto – l’alto aspetto della parola che cessa di essere comunicativa- e sviluppa  la parte filosoficamente più impegnata della silloge. Nessun stupore, l’autore esce dall’ovvio descrittivo e paesaggistico e si cimenta abitualmente con la riflessione filosofica. Ne sono una prova i versi finali delle composizioni che nella loro sentenziosità, frutto di sofferta meditazione, ci offrono la chiave interpretativa di questa originale poesia, come nella lirica che apre la sezione:  “I luoghi, i tempi, l’esistenza/ inafferrabile, la sofferenza. Una rete gettata/ intorno…/ il passato in agguato. Non si sfugge al delirio/ intorno al vuoto. Non si sfugge alla scomparsa/ e alla sua attesa”, scelta di nuovo riconfermata: “ il mondo era una narrazione errante in cui si/ contemplava il nulla riempiendolo di presenze già/ promesse all’assenza” ( L’agonia d’amore dei gatti) o nella lirica conclusiva “ Si poteva invecchiare anche rimanendo seduti/ al tavolino del solito caffè” ( Da un’assurda circostanza nacque il gioco).
Davvero siamo ammessi con circospezione ed attenzione nel diario di un “fuggiasco che crede più al silenzio della parola”, che alla parola che si banalizza, distrugge, si annulla, diventa slogan per il gregge. Il silenzio protagonista, inteso come respiro tra i suoni, tra le parole…Uno spazio tutto interiore da ricercare con cura: la solitudine come ricerca è legata al silenzio; recepisce la parola definitiva e prova a conservarla senza che svanisca, affinché possa permanere, non entrare nella catena della parole umane quotidiane che si susseguono le une alle altre, irrisolte…. Esiste infatti  anche la moltitudine delle parole che hanno perso la qualità, il peso e quel minimo di silenzio evocativo necessario a sostenerle e a farle apparire; una moltitudine che può trasformarsi in un esercito in marcia, ma senza una meta. Il silenzio: «intensità di essere» rispetto al mare delle voci. “L’uomo vive a metà strada tra il mondo e il silenzio da cui proviene e il mondo dell’altro silenzio verso cui si dirige, quello della morte”, dice il filosofo: paradossalmente, l’unico modo per colmare questo vuoto è il silenzio, che è a volte più forte di ogni rumore.
Riflettendo sul tema il filosofo Adorno scrive: “l’arte ha bisogno della Filosofia, che la interpreta, per dire ciò che essa non può dire e che però può esser detto solo dall’arte, che lo dice tacendolo”. Ecco il paradosso che il nostro poeta sa ben cogliere e coniugare. Si pone così il tema intrigante e doloroso del rapporto del silenzio che pur parla e della vita che tace. La filosofia ha bisogno dell’arte per poter parlare… “deve sfidare l’abisso ontologico che separa la parola, cioè la struttura che materia e articola il pensiero, dalla realtà”.
“Del «vuoto» che sta dentro e fuori tutte le cose è difficile dire, che cosa si può dire se non niente?”  Il linguaggio umano può trattare soltanto delle cose piene, non sa trattare delle cose vuote. In realtà, quando l’arte ci parla del «vuoto», ci inganna, perché noi parliamo sempre delle cose piene. E allora l’arte è costretta a chiedere aiuto alla filosofia perché illumini questo tratto e  gli eventi si susseguono come assenti, manifestano la loro  implacabile provvisorietà che può sconfinare perfino nella  crudeltà…
La terza parte della silloge-La memoria dell’assenza- è dedicatala padre. Ad essa l’Autore ha dedicato ben tre anni di lavoro, alla ricerca della faticosa elaborazione del lutto e alla metabolizzazione della scomparsa.
È interessante notare che pur poetando di una situazione affettiva del tutto  personale l’Autore non si abbandona al sentimentalismo e non perde di vista le coordinate interpretative che ci ha offerto nelle due sezioni precedenti: il tema del nulla “Solo uno spasmo di nulla/ recita il dolore e il suo trionfo” ( Chiedo al sentiero degli ulivi), “…la vita non comprende/ la memoria dell’assenza” (Uno strano livore); del silenzio: “… Spegnevi ogni parola col silenzio/ già attratto dall’assenza..” ( Mi distingue la consapevolezza )...; del vuoto: “ Tu/ incerto ricordo acquoso/non parli./ ..inseguo il sasso/ lanciato da te/ nel vuoto ( Foglie arrugginite)  … e “finalmente ti ritrovo/ dietro le parole mai dette ( Le cose che saranno). E alla fine il dolore si scioglie in un canto di elegia, di abbandono, musicale, che riconfermando i temi che gli sono cari, sfocia nell’attesa ansiosa di un “prodigio”, quello quotidiano della presenza che il ricordo, ancor palpitante rende credibile:
“Potrei innalzarmi/ dall’inesorabile bianco/  della pagina/ e sciogliere l’enigma/ muschiato del ricordo./ Ma resto fermo/ in attesa di un prodigio./Sotto il noce/ la tavola imbandita/ e tante sedie intorno.” ( Scrivo di te ancora). La vita della parola. La memoria dell’assenza: poesia carica di sentimenti autentici,  pensosa e struggente.

Maria Grazia Ferraris, aprile 2020

Nessun commento:

Posta un commento