domenica 5 gennaio 2020

LUCIANO DOMENIGHINI LEGGE: "I DINTORNI DELL'AMORE..." DI NAZARIO P.




NOTA DI COMMENTO A “I DINTORNI DELL’AMORE RICORDANDO CATULLO
DI NAZARIO PARDINI


Luciano Domenighini,
collaboratore di Lèucade
Di tre parti si  compone e in tre momenti si dispone “I dintorni dell’amore ricordando Catullo”, trittico poetico di Nazario Pardini, preceduto da una Premessa, “Lettera a un’amica mai conosciuta”, ouverture-manifesto della propria concezione della vita, del tempo, dell’amore, nel cui titolo l’avverbio temporale “mai” ne svela il recondito, misterioso senso. Tra la realtà vissuta e il campo dell’Ideale vige il mistero, sembra suggerirci il poeta. Il mistero, che sgorga inquietante da dicotomie fascinose e conturbanti: assenza e presenza, accadimento e potenzialità,  adeguamento alla realtà e aspirazione a una perfezione ignota, constatazione e utopia, fede e negazione, morte e vita, luce ed ombra, tutto e nulla, memoria e oblio. Il mistero del sogno di ciò che sarebbe e dello sgomento di ciò che è.
Tuttavia, accanto alla percezione dolorosa dell’irrisolutezza dell’esistenza, in Pardini si avverte la forza di una tensione ideale, spirituale, di un’attrazione verso il bello e il bene, verso un approdo alle spiagge di Leucade, isola felice della poesia.
La poesia di Pardini, leopardiana nello spirito e nella concezione, accanto a quelle patetica e idilliaca, ha sempre sviluppato una  componente concettuale, filosofica, meditativa. Una poetica totale e totalizzante, cuore e ragione, esplicitata e congegnata, con sapiente magistero, attraverso svariate alternative stilistico-formali. In questa sua ultima opera la divisione in tre momenti, grazie e una perizia compositiva sicura e collaudata,  assume un carattere esemplare, quasi didascalico, del suo linguaggio poetico, delinea un ordine e assegna un ruolo espressivo a ciascuno di essi.
Se per il poeta, artigiano e ministro della parola, il dramma dell’esistenza si traduce in dramma espressivo e, al fatto, la sua opera si manifesta  come prodotto di un’antinomia linguistica, sovente conflittuale, fra la lingua comune condivisa, oggettiva e funzionale al proprio habitat sociale, e il suo personale linguaggio poetico, soggettivo ed esclusivo, la poesia di Nazario Pardini, a un tempo eclettica e selettiva, tende ad annullare la distanza fra i due campi linguistici e a tentarne una conciliazione.
Nella prima parte, lirico-amorosa, Catullo e Lesbia sono l’occasione, il riferimento mitico-letterario identificante per sciogliere un canto d’amore a Delia, la donna della sua vita. In ventisei liriche, a carattere epistolare, si compie  un’evocazione pluridimensionale, ucronica, magica, in quanto cantata sulle dicotomie di più piani e registri: l’aldiqua e l’aldilà, l’assenza fisica e la presenza psico-emotiva, l’elaborazione del lutto ancora irrisolta e la consolazione di un’epifania poetica, l’alternanza dei due nomi , Lesbia e Delia, e, infine,  l’avvicendamento stesso dei due poeti, Catullo e Nazario, operazione che, in certi momenti, andando oltre la mera citazione, tocca addirittura la commistione testuale.
Sono composizioni senza titolo, a metro libero, per lo più monostrofiche, quasi sempre a misure corte, a stacco ritmico breve, epigrafico, sovente in alternanza quinario-settenario,  e comunque in libera elaborazione fonetica che si distingue per la finezza delle corrispondenze assonantiche e consonantiche e per la musicalità di deliziosi ritorni di rima.
Esemplare di quanto detto, la seguente (p. 39):


Ho visto ramoscelli
teneri e soli,
uccelli cambiar piume,
cadere foglie,
ma poi sei giunta tu
tra mille voglie
a darmi pace,
a riposarmi i sensi
e il mondo fuori tace,
sei solo tu che vinci
i miei silenzi.

Altrove ( p. 53), dove l’eloquio è più colloquiale, il poeta opta per misure più distese (settenario-decasillabo o settenario-endecasillabo) ma fa più serrata la trama rimica ( su 14 versi solo il 9° non è rimato: ABABCDCDeFGFGF) :

Stamani un amico mi ha parlato
di te e di noi mi ha chiesto,
l’animo subito si è turbato
e all’improvviso gesto
che mi è venuto fatto di distacco
mi ha guardato sorpreso:
quando sento di te, subito fiacco
resto per un gran peso
che l’animo mi avvince;
mi ritiro da solo
fra macchie di pini e ombre di mirto
e col pensiero turbato presto volo
per un cammino irto
ai tuoi sguardi lontano e mi consolo.


Nella lirica a p. 38 che rappresenta la chiave di volta, premessa e termine di riferimento dell’intera silloge, a fronte di una fitta punteggiatura, le relazioni fonetiche sono limitate alla rima di chiusura, quasi ulteriori corrispondenze potessero in qualche modo alterare il messaggio e disturbare il clima poetico, al cui senso si addice l’aggettivo “francescano”.

Mi è rimasto di te solo la miseria,
umiltà solo,
in questo seno stanco;
mi è rimasta umiltà,
povertà umana;
ma io sarò con te tutta la vita,
di questo sono certo,
non serberò degli altri
l’animo vile,
giammai cuore deserto.

Compare altresì (p.49) una lirica erotica, di scoperta fisicità, tutta all’indicativo presente, dove voluttuose memorie, in sinestesia visivo-tattile-olfattiva, sono calate in uno scenario litoraneo fragrante, inebriante. Straordinariamente intensa è la carica sensuale della pentastica conclusiva a rime alternate (7A,7b,5C,7A,5C), pregevole per la variatio retorica della rima del settenario iniziale, epitetico metonimico (“il Paradiso in terra”), ripetuta  al corrispettivo come puro stato in luogo (“quando ti stendi in terra”), nonché, nella rima di quinari, per la suggestiva pertinenza degli aggettivi assegnati ai due amanti (“folle-molle”).


Il profumo del corpo
ed il tuo seno,
rosa d’aspetto
e il marmo del suo tatto,
in me sopite voglie
destano ancora
e rotonde e compatte
nelle mani
stringo le forme tue.
Tolgo i veli,
respiro la tua pelle,
ti bacio gli occhi;
l’aria di mare attorno
e di pineta,
l’alcòva nostra,
il Paradiso in terra,
mi eccito sempre più,
divengo folle
quando ti stendi in terra
perduta e molle.



A p. 40, in “Ho viaggiato a lungo”, c’è un endecasillabo dagli echi leopardiani, a rappresentare poeticamente la senescenza, forse il più bel verso di tutta la raccolta:
“…………………………….,
quando il tramonto ormai tingeva i colli
…….”

La seconda parte, intitolata “Di vita, di mare, d’amore”, comprende e canta i temi portanti della poesia pardiniana, filtrati e illuminati dalla luce ideale di un mondo primigenio, arcadico, felice, sorta di “Paradiso perduto”, la cui nostalgica aspirazione è sempre stata una costante di tutta la sua produzione poetica, rappresentandone, di fatto, il nucleo motore dominante. E’ in questa sezione che Pardini ripercorre i simboli del suo immaginario ispirativo, adunati sul filo di memorie giovanili, radicate a una dimensione ancestrale, ma ancora vivide e presenti.  Forse per l’intima valenza filosofica di queste liriche, le misure prevalentemente adottate in questa seconda parte sono gli endecasillabi e i settenari, in un modulo metrico di sapore fortemente prosastico  derivato della canzone libera leopardiana, già largamente adottato in opere precedenti e che ingloba, seppur sporadicamente, altre misure.
Esempio di questo andamento prosimetrico-polimetrico a guida endecasillabica è “Volerei felice fra le reste” (p.68), polimetro di 20 versi a sequenza
7,9,7,11,5,13,11,11,10,10,5,11,7,6,7,4,11,11,7,11,, in cui l’alternarsi delle misure e delle corrispondenze fonetiche sembra seguire i dettami di un istinto musicale libero, autonomo, scevro dai condizionamenti di obblighi metrici.

VOLEREI FELICE TRA LE RESTE

Potessi io correre
il vento cavalcando a pelo,
la mente alla criniera
e l’anima con te alta nel cielo!
Nessun pensiero
mi assalirebbe di dolore o di paura
sui sentieri di campi solitari
di papaveri tinti e di ginestre.
Volerei felice tra le reste
scricchiolanti di calura estiva
alla deriva
in possesso dei suoni e degli afrori
della mia madre antica.
Mi è nemica solo
la stasi e la paralisi.
mi è nemica
la mancanza di forza e di energia
che l’anima possiede e se ne invola
lasciando attero a terra
l’involucro che più ormai ne è vela.

Quasi interamente composta da endecasillabi la lirica panica “E’ l’aria di novembre” (p.69), di 21 versi, franca versificazione di prosa fino al 13°, dal secondo emistichio del quale prende vita un dettato più “poetico”, inaugurato da una splendida frase di ascendenza pascoliana:

“…..”Qui respiro/ il riposarsi fragile dell’aria,”

Chiudono la raccolta gli splendidi intarsi verbali in endecasillabi del “Canzoniere pagano”, dove, specie nelle quartine del “Volo pagano”, l’eloquio poetico si fa sontuoso, colto, facondo, mentre, nella modernità di pittura  e di cadenza del sonetto “San Rossore”,tocca un apice di perfezione compositiva.

SAN ROSSORE

Tra l’aria verde ove s’intarsia il mogano
e l’ambra e l’ametista ad arte, il vento
fatica a penetrare. Sembra si odano
suoni tanto lontano che d’incanto

ti trovi in preda all’ombra che si affolla
attorno a te e ti assedia. Anche il viale
t’inganna: si dilegua e poi s’incolla
al fosco meriggiare. Ma un segnale

salso e leggero arriva dagli allori,
dai querci e dai ginepri. Ti fa strada.
Ti portadove il mare apre infinito

L’azzurro della luce. Sui sentieri
odi brusire tra la nebbia rada
la bella Dafne a raccontarti un mito.


Siano essi idillio, elegia, ode di memorie amorose, sono sempre la natura, Alma mater, con il sole, il cielo, le erbe, i fiori e le mille opere del colono, atavici retaggi, a imperare su questi scritti e a ispirarli.
Pur nel trapasso formale, stilistico-metrico, che contrassegna i tre momenti della raccolta, anche in questi “Dintorni dell’amore” una e comune permane la fonte ispirativa di Pardini, sostanzialmente univoco resta il linguaggio. Questo trittico poetico è, se mai ve ne fosse bisogno, un’ulteriore prova del nutrito bagaglio letterario e della spiccata versatilità compositiva del poeta toscano.

Luciano Domenighini, dic. 2019-gen. 2020




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