giovedì 3 dicembre 2020

ANNA VINCITORIO LEGGE: "NEL FRATTEMPO VIVIAMO" DI NAZARIO PARDINI

Anna Vincitorio,
collaboratrice di Lèucade


NAZARIO PARDINI

Nel frattempo viviamo

Guido Miano Editore

2020

 

Frattempo è interessante perché indica un intervallo di tempo in cui scorre la nostra vita. Vivere è importante per ciò che noi siamo e sentiamo. Per un poeta vivere è poesia. Poesia legata al suo sentire, vibrante come un’arpa celtica. Nella poesia un percorso può essere avvincente, malinconico ma mai scontato perché le immagini nel loro scorrere, assumono tonalità cangianti che il lettore adatta al proprio sentire. Il poeta, anche coi suoi silenzi, trasmette molecole di luci e di ombre. È importante perché ci introduce nella sua vita. Vita d’arte. Pennellate più o meno dense di sensazioni.

Con lui viviamo il suo percorso. In lui ci identifichiamo. Sempre presente in Nazario la natura in tutte le sue parvenze: “Un colore c’è sempre / e un movimento / o un canto”. La natura è compagna dei nostri ricordi “di foto ormai sfumate/ di visi giovanili d’altri tempi”. Tutto ha un corso e nella miriade degli eventi che hanno dato forma alla nostra vita, noi viviamo. E vita è amore. Siamo circondati da armonie non sempre visibili; possono confondersi “in mezzo alle minuzie”; ma è importante che ci siano. L’alternarsi dei giorni dà corpo alla nostra vita; possono essere anche tutti eguali ma è importante il loro susseguirsi. Tracciano un cammino che noi percorriamo volenti o nolenti. E, nel nostro cammino, incontri: il bene e il male, la gioia e la disperazione, il pessimismo e la speranza. In questo suo ultimo testo poetico, Nazario ci svela a sprazzi l’ironia quasi a voler mascherare il suo sentire inquieto.

“Come è scaltro il tempo!/ Mi nasconde il suo passare/ ora con il profumo

del mare,/ ora con il volare dei passeri/ ora con foglie rame quando autunna”. È sempre lui cantore del mare e si entusiasma al volare di teneri uccelli. Ama la terra, la sua origine e i ricordi legati alle cose: … “di mio padre i sogni/ inumiditisi in stanze fredde,/ di mia madre i respiri fiochi/ degli ultimi sospiri”.

Panta rei – la terra si muove; siamo particelle di un universo; ma, il dove andremo non ci è dato di saperlo. Siamo vecchi ormai, ma, sempre nel frattempo viviamo. Alla vita agognamo sempre più perché il tempo ci è nemico. Più si allunga, più è corto il filo che ci resta. Riaffiora nel poeta il bisogno di una presenza. Accanto a lui, al suo mare e “tra i barbagli dei flutti/ e il maestrale/ la sagoma dell’isola fatata”. Ogni poeta ha una sua isola irreale ma irrinunciabile, gioia e rifugio delle proprie fantasie. E ancora ricordi: “i tuoi campi, i tuoi monti,/ il tuo piano, la pineta…/ là il tuo fiume/ la sua foce/”. Elementi della vita di Nazario e ogni elemento lo sente di sua appartenenza e di conseguenza, la paura di perdere ciò che ha corredato la sua vita. Vita è luce; è sole “ma attento agli strali del sole/ che annientano ogni lume,/ uccidono le stelle,/ creano ombre, penombre/ o conducono il chiarore di luna/ vaporoso ricordo di luce”. Sensazioni in noi connaturate ma occorre la mano del poeta per farle vibrare. In questo testo le liriche sono spesso brevi ma compiute. Null’altro si potrebbe aggiungere perché i concetti in esse espressi, sono lapidari. “Siamo incastonati/ solo per un attimo/ in una immensità di vuoto/ che per non scorarti / finge di essere blu”. Nazario rimane il poeta dell’amore, condizionato dall’influenza della luna. Amore e luna personificati. Componenti della sua indole in un dualismo inscindibile. Le immagini da lui create fluttuano perdendosi nel vento. Poesia permeata di realtà. Una realtà che è anche fantasia mutevole come le onde del mare. La sua anima carpisce ogni singola vibrazione e “nel vivaio della poesia” mantiene in vita i “rumori nell’oceano blu stellare”. Le stelle sono in alto, lontano; in basso, l’oceano. Ma in un punto remoto si congiungono formano un unicum.

Non si può parlare di conclusione in un’opera poetica perché il finisce di

parlare per poi ricominciare nuovamente. “Volai nei cieli,/ libero volai,/ ma dietro mi portai/ le scalfitture/ che uccisero il mio corpo/ per la via/ da dove io fuggii di prigionia”.

Gratificanti le tue parole, Nazario, perché foriere di libertà e la libertà di

vivere ci fa accettare “il peso della fine”.

E nel frattempo viviamo!

                               Anna Vincitorio

Firenze, 27 ottobre 2000

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