lunedì 12 ottobre 2015

M. DONTE SU: "A TINDARI" DI SEBASTIANO IMPALA'"


Maurizio Donte collaboratore di Lèucade

Suoni siciliani (A Tindari )

Melodia dolce
esala dalle colte pietre,
odore di menta e nepitella
fra i gerani esposti al mare 
di sabbie miracolose.

Giace, muta, la vetta prodigiosa.

Colpita qua e là
da raggi iridescenti,
cromatica soavità
all'occhio dell'incantato, rivolta.

Proteggi con i cipressi in fila
l'uomo che venne da lontano
per lasciarti immortale firma di poesia
dove sulla stessa terra
egli nacque e pianse
amare lacrime di ellenica vecchiezza.

Piange ancora
fra intrecci di ulivi e rigagnoli d'acqua
quel fischio di vento
accovacciato fra le pietre
aspettando il sorgere del sole,
fra miti tintinni di campanelli d'aria.

Si resta incantati davanti ai cromatismi e alle figure ariose di questa meravigliosa poesia, dedicata alla memoria di una splendida lirica di Quasimodo, (Vento a Tindari) e dai suoni e dalle fragranze di erbe aromatiche così elegantemente distribuite sulla tela dipinta da questo formidabile autore.
Profumi dunque e suoni e immagini, a completare un quadro vivente della terra di Sicilia si intrecciano vivi e luminosi a rendere reali le parole, a compierne pienamente ogni dettaglio. Sebastiano Impalà trasmette con sapienza e tocchi essenziali il suo amore per la terra che l'ha visto nascere, dipinge un quadro e lo anima, lo rende vivo agli occhi e al cuore del lettore.

Melodia dolce
esala dalle colte pietre,
odore di menta e nepitella
fra i gerani esposti al mare
di sabbie miracolose.

Le colte pietre delle rovine della civiltà greca,i templi e i teatri baciati dal sole, su cui nascono piante odorose vivificate da tocchi accesi di colore dei gerani e le sabbie delle rive ove frange un mare di incomparabile bellezza, costellato di isole e di cale rocciose, dal blu profondo e vellutato e poi, ecco l'Etna, il monte per antonomasia, gigantesco e infuocato:

Giace, muta, la vetta prodigiosa.

Colpita qua e là
da raggi iridescenti,
cromatica soavità
all'occhio dell'incantato, rivolta.

E ancora in un crescendo, con l'eco Carducciana dei cipressi, l'implorazione commossa alla madre terra comune per un poeta mirabile, e per le sue parole immortali: 

Proteggi con i cipressi in fila
l'uomo che venne da lontano
per lasciarti immortale firma di poesia
dove sulla stessa terra
egli nacque e pianse
amare lacrime di ellenica vecchiezza.

La poesia, la parola, unica eredità possibile, immortale appunto, che un poeta, un uomo possa lasciare alla posterità, il suo dolore, il suo pianto, la sua stessa vita trasfusa, inserita come un germoglio nelle sue liriche. Un passaggio commovente a ribadire le origini, la radice culturale profondamente legata alla madrepatria dell'antica Grecia, la culla del mondo classico e della poesia.
Si chiude la lirica con un commosso addio:

Piange ancora
fra intrecci di ulivi e rigagnoli d'acqua
quel fischio di vento
accovacciato fra le pietre
aspettando il sorgere del sole,
fra miti tintinni di campanelli d'aria.

Il pianto dell'addio, alla vita, al sogno, ai colori accesi, alla luminosità di un mondo che si spegne con la morte, ma rimane impigliato nel fischio di vento atteso al mattino, nell'incipiente rinascita del sole.
Una lirica splendida che si chiude con un sommesso tintinnio di campanelli...d'aria, fatti della stessa sostanza dei sogni.


Maurizio Donte


5 commenti:

  1. Splendida la poesia ; calzante, limpido, profondo e poetico il commento di Donte, degna corona a versi di tale bellezza.

    RispondiElimina
  2. Grazie Maurizio per la splendida critica

    RispondiElimina